Sep 22, 2020 Last Updated 8:53 AM, Jul 20, 2020
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Correntemente l’equilibrio viene considerato come lo stato di un sistema nel quale non intervengano cambiamenti se non per via di perturbazioni esterne o come la condizione di stabilità di un corpo, sia fermo che in moto, o ancora come la condizione di un sistema in cui tutte le forze che influiscano su di esso abbiano una risultante nulla o tutti i processi che vi intervengano non modifichino l’assetto complessivo del sistema stesso.

Così, per esempio, inizia all’incirca la voce “equilibrio” nel Dizionario della lingua italiana di Sabatini Coletti (ed. Rizzoli Larousse, 2004), mentre la medesima voce del vocabolario on line Treccani (www.treccani.it) inizia con un più potente, suggestivo “Stato di quiete di un corpo.”, salvo poi attribuire a “quiete”, nella successiva apposita voce, il significato di “immobilità”.

Se guardiamo alle esperienze comuni di questi tempi, o di questi giorni, tra lo statico e il dinamico, tralasciando quello chimico o quello termico, il fisico o quello biologico, immediatamente ci domandiamo, e con più urgenza, cosa ne sia dell’equilibrio generale del mondo, che sembra attraversare una fase significativamente più caotica dell’ordinario e, poi, cosa ne è e cosa ne sarà di noi stessi, del complesso sistema delle nostre spinte interiori, che spesso nelle relazioni della vita sociale trovano una loro proiezione, e della nostra stessa tenuta emotiva, intellettuale, se non addirittura intellettiva.

Consideriamo dunque la condizione di quiete apparente nella quale, difensivamente, risultiamo acquartierati, osserviamo come essa per molti versi risulti immobilità. E cominciamo a sospettare di una immobilità senza equilibrio.

Tra le mille direzioni possibili e, come il gioco e la contingenza impongono, potendo attingere soltanto al modesto fondo domestico di libri per certa parte già letti, quella sull’equilibrio si atteggia quasi da subito come indagine psicologica sulle relazioni umane e sulla loro tenuta o aleatorietà, su quanto possa attribuire a esse relazioni specialità o valore, sui punti di crisi o di rottura di equilibri interiori o nel rapporto io-mondo, magari osservando, sullo sfondo, i caratteri originari del legame clandestino residente tra ogni equilibrio possibile e il caos.

E partiamo proprio da quest’ultimo. Più che farsene preoccupare, come sola fonte di disordine e imprevedibilità che venga a interferire in un sistema altrimenti perfetto, ordinato e stabile di cose e di fenomeni, è possibile includere invece proprio anche il caos nelle leggi della natura, attribuendogli semplicemente la funzione di portare tra esse leggi la nozione di probabilità e quella di irreversibilità. L’instabilità, in altri termini, sarebbe una delle varie condizioni di un qualunque sistema di riferimento e non, per così dire, un suo decadimento o un suo scostamento da uno stato naturale. Così, per esempio, il caos molecolare, per fare un esempio del mondo microscopico che può essere trasferito piuttosto agevolmente nel mondo macroscopico e nei sistemi osservabili dell’universo osservabile, dà origine a fenomeni, anche fecondi, diremmo, proprio infrangendo simmetrie temporali e spaziali, eventualmente raggiunte in particolari punti o stadi. Se la freccia del tempo ha il – solo? maggiore? – compito di creare strutture, si potrà comprendere come i fenomeni di non equilibrio, anche in un sistema in cui determinati elementi o passaggi debbano considerarsi irreversibili, contribuiscano al ruolo “costruttivo” del tempo.

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Questo e altro mi pare di capire, mentre mi meraviglio, scorrendo Le leggi del caos, di Ilya Prigogine, chimico e fisico russo naturalizzato belga, molto noto anche al pubblico non specializzato per essere uno dei padri del concetto di entropia, saggio che posseggo nell’edizione curata dagli Editori Laterza, nella collana Economica Laterza (prima ediz. 1993).

In quelle pagine, di agevole lettura anche per un incompetente come chi scrive, si trovano descritte alcune condizioni della realtà che molto fanno riflettere, anche per il loro possibile significato evocativo, generale o simbolico. Fa molto riflettere, difatti, a mio avviso, leggere che «l’universo è meno simmetrico di quanto le equazioni di base lascerebbero prevedere», e ancor più che «la materia in situazione di equilibrio è cieca, ogni molecola vede solo le molecole più vicine che la circondano. Invece il non-equilibrio porta la materia “a vedere”; ecco allora che sorge una nuova coerenza. La varietà delle strutture di non-equilibrio che si scopre progressivamente è motivo di continuo stupore: esse mostrano il ruolo creatore fondamentale dei fenomeni irreversibili, quindi anche della freccia del tempo.».

Tornando dai massimi sistemi verso territori conosciuti o comunque più vicini, riprendo in mano un vecchio volumetto delle edizioni Einaudi della collana Nuovi Coralli (ed.1981). È una raccolta di racconti di Heinrich Böll, e mi viene in mente probabilmente perché dalla linea narrativa di questi scritti brevi trassi – e conservo – l'immagine di un mondo, quello della Germania moderna (l’opera risale al finire degli anni Settanta), raccontato attraverso dettagli, per così dire, dominato da quel particolare stato di equilibrio apparente che noi spesso finiamo per chiamare normalità.

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Vai troppo spesso a Heidelberg, ad esempio, che è il racconto che dà il titolo alla raccolta, parla di un giovane di buona famiglia, di buoni studi e con buone, concrete e immediate prospettive di lavoro, con una buona fidanzata e un buon rapporto con i genitori di lei, un giovane dalle buone idee e dalle altrettanto buone abitudini, che di punto in bianco decide di mandare a monte il futuro tranquillo che lo aspetta perché per una volta di troppo si sente dire “Vai troppo spesso a Heidelberg” da chi – suo padre, il futuro suocero, poi finanche il suo mentore nonché futuro datore di lavoro – non approva, della sua condotta di vita normale perfettamente incastonata nella normalità generale, questo singolo, piccolo elemento spurio, costituito dalla sua abitudine di spostarsi qualche volta, una o due la settimana, in una cittadina a quaranta chilometri dalla sua, per far visita a una coppia di amici.

Ancora, sulle medesime corde, ne La tosse di mio padre, dove tratteggia un mondo in cui «Si tirava avanti modestamente, ma senza che la modestia diventasse la nostra parola d'ordine. Di preoccupazioni e di debiti ne avevamo abbastanza. L'affitto, il mangiare, il vestiario, libri, riscaldamento, luce elettrica. L'unico rimedio a tutto ciò era una spensieratezza temporanea, che riusciva appunto solo temporaneamente. In qualche modo si dovevano pur trovare i soldi per il cinema, le sigarette, per l'indispensabile caffè, cosa che non sempre riusciva, ma qualche volta si. [...] Quanto più si tirava avanti modestamente, tanto meno la modestia diventava la nostra parola d'ordine. [...] Quello che più mi ha angustiato, in quel tempo, è la tosse di mio padre.»

In una vita di questo tenore, in cui la normalità è un equilibrio finanche virtuoso, nella sua parsimoniosa umanità, tra necessità e possibilità, il punto di crisi, di rottura, anzi, è costituito da semplici colpi di tosse di un genitore forse incline alla tristezza e abituale fumatore di sigarette “forti e sottili”. Tanto stridente e critico è quel tossire, per il protagonista del racconto, che egli ancora a distanza di tempo, avendo raggiunto ormai l’età che aveva suo padre nei propri ricordi di allora, arriva a teorizzare, per reazione, un mondo di tossitori, un mondo in cui «Bisognerebbe anche pensare se qualche cervello fino non dovrebbe inventare la lettera al direttore tutta tossicchiata.».

Se questi racconti di Heinrich Böll, dopo avere accarezzato la liscia superficie della normalità, si fermano nell’atto di indicare il punto in cui essa s’incrina, lasciando soltanto immaginare come potrebbe trasformarsi quel medesimo mondo, e quel modo di vivere, se per via di qualche minimo dettaglio perdesse il proprio equilibrio apparente andando verosimilmente in frantumi, più esplicitamente, magari sarcasticamente ma comunque convintamente, è un breve scritto dello spagnolo Max Aub, Delitti esemplari, che ha il coraggio di arrivare fino in fondo, per così dire.

Il libriccino delle deliziose edizioni Sellerio (diciottesima ed., 1998) è tra quelli che prendo in mano talvolta, per quelle letture in piedi di trenta secondi, un minuto o due – letture interstiziali, le definirei, altri conoscono il fenomeno? – nei momenti di passaggio da un’attività a un’altra nel mio studio, o in quelli semplicemente vuoti d’intenzioni.

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Delitti esemplari è una galleria di scritti brevissimi, alcuni di sole poche righe, in cui si descrivono telegraficamente i più efferati atti di violenza, preferibilmente fino all’omicidio, e i loro correlativi moventi immediati. Qualche esempio. «Lo uccisi perché era di Vinaroz.»; o «– Meglio morta – mi disse. E l’unica cosa che desideravo era di darle soddisfazione!»; «Cominciò a mescolare il caffellatte col cucchiaino. [...] L’uomo Continuava a girare e rigirare, immobile, sorridente, e mi guardava. [...] Gira, e gira, e gira, e rigira. Mi guardava sorridendo. Allora estrassi la pistola e sparai.». O ancora: «Ci provi adesso, a fare sciopero!».

Quale più fulgido omaggio all’equilibrio – mentale – perduto? Postilla: ritrovo, vergato a matita con la scrittura più incerta del mio solito – dovetti aver poggiato il volume, chessó, sulla gamba nuda, seduto sulla sabbia, in quel frangente, un assolato pomeriggio di anni e anni fa – alla pagina 56, un mio proprio personale addendum, che giuro avevo dimenticato, e che meglio di tutti comprenderanno quanti abbiano trascorso come me più di un’estate a Maratea, sulla spiaggia del Macarro: «Due volte, alla controra, disegnando intere gotiche cattedrali di rena coi talloni e le ciabatte mal’appuntate agli alluci, era andato alla riva e poi tornato, passando troppo vicino e urlando ora verso l’ultima boa ora verso un ombrellone della penultima fila. In capo a un minuto, la diastole aveva trovato il sincrono con l’onda piccola battente, nel diluire il sangue in rivoli tra i curvi contorni dei ciottoli levigati e delle bollicine d’aria nascenti della spuma salmastra.».

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La verità è, io penso talvolta, che non è facile, non è affatto facile trovare un equilibrio nei rapporti con gli altri, e al contempo non è altrettanto facile fare degli altri a meno, sempre, separandosene e isolandosi. Questo del giusto rapporto con gli altri l’ho sempre avvertito come un tema sensibile. Una possibile soluzione, tra consonanza e indipendenza, elegantissima nella sua formula, mi si mostrò qualche anno fa, dovrei averne fatto cenno in qualche dove su queste stesse colonne, in un libro di un grande trombettista jazz americano. Winton Marsalis, in Come il jazz può cambiarti la vita (ed. Feltrinelli, Serie Bianca, 2009), a proposito del processo dello swing, lo definisce «una coordinazione costante all’interno di una mutazione costante», e chiarisce che ciò a suo avviso raffiguri la vita moderna in una società libera. Il libro, con l’immediatezza propria della testimonianza di chi faccia altro di mestiere che scrivere, è tutto incentrato, nella rilettura delle esperienze di vita dell’artista, sul fenomeno musicale, meglio, sul particolare fenomeno del suonare insieme, in gruppo in un ensemble, come forma di relazione tra persone, descrivendone con puntualità riti e particolari, metodi e devianze, virtù e proprietà. In questo, come nell’esempio che citavo, molto ritrovo della “coordinata forza generatrice” del caos del signor Prigogine. No? «Il jazz è l'arte del timing. Ti insegna quando. Quando cominciare, quando attendere, quando devi farti avanti, quando devi prendere il tuo tempo – strumenti indispensabili per far felice qualcuno.». O ancora: «Andare a tempo ha molte applicazioni pratiche al di fuori del jazz. Lo swing è una questione di atteggiamenti. Quando sei a tempo sai quando puoi startene quieto e quando devi essere assertivo, sai stabilire quando è il momento della risposta appropriata oppure di un’inattesa invenzione. [...] Andare a tempo ti impone di compiere sottili aggiustamenti, minuscole concessioni per tenere tutti nello stesso groove.». Equilibrio, diremmo, equilibrio dinamico tra più soggetti in un sistema coordinato di relazioni.

Tuttavia, lo sappiamo bene tutti e in molti lo sperimentiamo proprio in questi frangenti d’oggi, la prima frontiera, anzi, la prima corda tesa sul vuoto, sulla quale, saggiandola col piede nudo, muoviamo i nostri passi, è il rapporto con noi stessi.

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Tra gli infiniti prodotti in letteratura, e i pochi che ho a portata di mano qui, in casa, delle varie scuole di meditazione, mi viene alla mente, parlando di equilibrio con sé stessi, La pratica della consapevolezza. In parole semplici (Ubaldini Editore, 1995), scritto da Henepola Gunaratana, un monaco buddhista originario di Sri Lanka. Il particolare tipo di meditazione della quale l’autore traccia una facile guida è quella cosiddetta vipassana. «Nella vipassana» egli sostiene «il meditante usa la concentrazione come uno strumento in virtù del quale la sua consapevolezza può avere ragione del muro di confusione che lo separa dalla luce vivente della realtà.» Guardare dentro il caos, mi verrebbe da dire, vedere oltre il caos. E questo, semplicemente, concentrandosi sul più naturale, intimo, personale, costante, primario elemento che tutti possediamo: il respiro. Il metodo consiglio di leggerlo, ovviamente, e qui riporto uno degli approdi della vipassana, secondo Gunaratana, che ancora una volta, a ben guardare, descrive l’equilibrio dell’universo intero, ma palpitante, presente e quieto assieme: «La vostra coscienza, a causa della chiarezza, della purezza e della profondità di questo momento, si trasforma. Svanisce l'entità dell'io e tutto quello che rimane è un'infinità di fenomeni impersonali collegati tra loro, condizionati e in continuo cambiamento. [...] Rimane solamente un flusso senza sforzo, senza alcuna traccia di resistenza o tensione.».   

Il caso vuole, infine, che nel volgere di poche settimane io mi ritrovi a scrivere, da queste colonne, prima da genitore accorato e poi da figlio. Queste due parti, queste due vite dentro la mia, per quanto paiono collocarsi agli opposti dell’animo, sto sperimentando come non creino equilibrio, no; al più costituiscono una certa quale apparente simmetria, che a una inquadratura fissa, anche solo al volgere della luce nelle varie ore del giorno, nell’allungarsi degli angoli delle ombre e farsi sempre più radenti al piano, come fosse una sequenza di una pellicola di David Lynch, lentamente carica sull’immobilità più insistita una montante, smisurata inquietudine.

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L’ultima lettura che propongo è Infelicità senza desideri, uno scritto breve di Peter Handke, che acquistai nella bella edizione della collana Gli elefanti di Garzanti (aprile 1988 in collana), scritto col quale egli tratteggia, a caldo, una prima biografia minima della madre, morta poche settimane prima.  «Sì, mettermi al lavoro: perché il bisogno di scrivere un po' di mia madre, anche se ogni tanto ancora si fa sentire violento, è d’altra parte talmente vago che sarà necessario uno sforzo per non finire col battere alla macchina sempre una medesima lettera, l'unica cosa che mi andrebbe di fare.»

Perché introduco questa lettura, in tema di equilibrio? Quasi al termine di una corsa, una furiosa ricapitolazione degli apici dell’esistenza della madre riportati in meno di una ottantina di pagine, Handke ammette: «Non è vero che scrivere mi sia servito. Nelle settimane in cui mi sono dato da fare con la storia, la storia non ha cessato di darmi da fare. Scrivere non era, come pensavo all'inizio, ricordare un periodo concluso della mia vita, ma una costante simulazione di ricordo, in forma di frasi che si limitavano ad affermare la distanza.». E aggiunge, infine: «L'aria nel buio è così quieta, che tutte le cose perdono l'equilibrio e mi appaiono senza radici. Si muovono ancora un po' attorno, senza un centro di gravità, senza suono, ma finiranno col precipitare definitivamente per soffocarmi da tutte le parti.».

È il crollo dell’universo? Di ogni equilibrio da ora e per il futuro possibile? È l’irreversibile definitivo? «Più avanti scriverò di tutto questo in modo più preciso», concludendo, si propone Handke. E io con lui.

di Rocco Infantino

Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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