May 09, 2021 Last Updated 7:14 AM, Apr 27, 2021
Rocco Infantino

Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

Quando ancora le rondini sono lontane, le prime promesse dell’arrivo della primavera, alle latitudini italiane, le portano le rime e le note della musica leggera. Sono i refrain appena orecchiati, le poche timide parole di qualche strofa che colpisce, accennate nella testa dentro a metriche incerte, ancora senza bilico, a diffondersi nell’aria prima delle fragranze dei fiori che di lì a poco, nel temperarsi delle giornate già di un poco più luminose, celebreranno la ciclica ouverture, regalando mitezza agli animi provati dagli inverni.

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Il settimo consiglio che il beneamato Gabriel Naudé forniva nel suo libriccino, quella preziosissima opera dal titolo Advis pour dresser une bibliothèque dalla lettura della quale, esattamente sei anni fa, il quindici di febbraio del 2015, avviavo il mio giro intorno al mondo dei libri su queste pagine, riguarda l’ordine che conviene dare ai libri in una biblioteca.

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«È probabile che se si potesse tracciare una scia luminosa lungo il loro percorso – come le auto fotografate di notte lungo le autostrade – dagli uffici postali dai quali sono spediti a quelli delle città dove risiede l'editore, i plichi disegnerebbero un suggestivo tracciato attraverso l'Italia in largo e in lungo, assumendo una forma stellare in prossimità delle città dove le case editrici sono più numerose. Milano e Roma, plausibilmente. Non è possibile, senza un'apposita ricerca, conoscere il numero esatto dei plichi ricevuti ogni anno dalle case editrici.».

«Per tutta la sua lunghezza, per un chilometro e più da una parte e dall’altra la via Appia era un monumento unico da salvare religiosamente intatto, per la sua storia e per le sue leggende, per le sue rovine e per i suoi alberi, per la campagna e per il paesaggio, per la vista, la solitudine, il silenzio, per la sua luce, le sue albe e i suoi tramonti... Andava salvata religiosamente perché da secoli gli uomini di talento di tutto il mondo l’avevano amata, descritta, dipinta, cantata, trasformandola in realtà fantastica, in momento dello spirito, creando un’opera d’arte: la Via Appia era intoccabile, come l’Acropoli di Atene». Così scriveva Antonio Cederna su Il Mondo, l’8 settembre 1953.

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Qualcuno ricorderà la storiella – per gli esegeti, non credo che si trattasse di Esopo o di Fedro – di quel camaleonte disperato che implorava la sua amata: «Non lasciarmi, posso cambiare!».

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