Dec 08, 2022 Last Updated 3:12 PM, Nov 24, 2022

Poeta

Poeta, una poesia di Lorenza Colicigno, poetessa, editorialista, giornalista, insegnante di lettere, declamata dal performer Antonio Maria Porretti. Brano musicale: Seconda sonata per violino di Johann Sebastian Bach.

HOLLYWOOD

Quanto può essere difficile realizzare i propri sogni?

Cosa sei disposto a fare?

Domande difficili, che mettono a dura prova i protagonisti della nuova miniserie targata Netflix “Hollywood”, disponibile dal 1 maggio. La serie racconta le storie di un gruppo composito di uomini e donne che nella Hollywood del secondo dopo guerra sono decisi a realizzare i propri sogni, c’è chi aspira a diventare un attore, chi un regista e chi uno sceneggiatore, ma la scalata al successo è lunga e tortuosa, soprattutto se a questo si aggiungono le discriminazioni raziali.

Tra i personaggi della serie compaiono alcuni realmente esistiti come Rock Hudson, la cui biografia ricalca quasi fedelmente quella vera, poi troviamo Anna May Wong, la prima asiatica a diventare una star internazionale, costretta tuttavia ad interpretare sempre ruoli stereotipati, Hattie McDaniel che nel 1940 fu la prima attrice afroamericana a vincere un Oscar, come si racconta nella serie, durante la premiazione non le fu permesso di sedere insieme agli altri membri del cast. Un altro personaggio realmente esistito è Henry Willson un agente molto potente, interpretato da Jim Parsons, lo Sheldon Cooper di “The Big Bang Theory”. Per quanto riguarda Ernie West il creatore ha preso spunto da una storia vera, invece gli altri personaggi del cast sono tutti immaginari.

La serie, composta da sette episodi, racconta il dietro le quinte della realizzazione del film “Meg”, partendo dall’incontro casuale dei vari membri del cast, si passa poi per la difficile e ostacolata produzione della pellicola, per concludere in eleganza all’attesissima notte degli Oscar.

Nonostante il tempo sia espressamente precisato, l’Hollywood che vediamo sullo schermo è un’utopia, inizialmente siamo ingannati dall’immagine cruda e fredda di una città che non regala niente per niente, a muovere il mondo sono il sesso e il denaro, pian piano la crudeltà e la freddezza di una città disincantata, lasciano spazio alla vera e propria “fabbrica dei sogni” dove tutto è possibile, nonostante le lotte raziali e le discriminazioni, produrre film diventa la strada per l’accettazione. Realizzare una pellicola scritta da un afroamericano omosessuale, che per la prima volta ha come protagonista una donna di colore, come attrice secondaria un’asiatica e come regista un uomo mezzo filippino che ha dovuto sempre nascondere le sue origini è la chiave per mostrare al mondo che non c’è nulla da temere, che siamo tutti uguali e che tutti hanno le stesse capacità se solo si desse modo di mostrarle. 

Quello che si cerca di esaltare è l’importanza di produrre film che siano di ispirazione, come dice il personaggio interpretato da Darren Criss: “i film sono così importanti anche perché non ci raccontano solo il mondo com'è ma ci mostrano anche come potrebbe essere.” E oggi più che mai questo è vero, nonostante siano trascorsi ottant’anni nel mondo c’è ancora tanta ineguaglianza e discriminazione.

Non è una serie fatta per incontrare i gusti di tutti, la moltitudine di generi, l’accostamento di stili e linguaggi possono spiazzare, in particolare per l’accostamento di scene di sesso esplicite, sarcasmo, melodramma che si mescolano ad un’aria fiabesca. Ciò nonostante i diversi toni si incastrano alla perfezione andando a rappresentare una magnifica utopia, che tuttavia chiede a gran voce di raccogliere il suo insegnamento.

 

LAST CHRISTMAS

 

Non fatevi ingannare, anche se dal titolo può sembrare un film natalizio, non è assolutamente così, potete tranquillamente vederlo una sera di maggio. il titolo riprende quello della celebre canzone di George Michael.

La protagonista Catarina, detta “Kate”, è una giovane donna, che lavora a tempo pieno come elfo in un negozio di decorazioni natalizie, aperto tutto l’anno. Kate è sbadata, una pasticciona e soprattutto è un disastro nelle relazioni personali. A trasformarla nel fantasma di sé stessa è stata la traumatica esperienza vissuta un anno prima, gravemente malata, ha subito un trapianto di cuore. Il cuore che batte nel petto, e che le ha salvato la vita per Catarina è qualcosa di estraneo, fuori posto, crede che avendo perso il suo “vero” cuore avesse perso anche tutta la magia che la rendeva speciale. Il rifiuto di quell’organo la porta a non prendersi cura di sé stessa, infatti mangia cibo spazzatura, beve e non riposa come dovrebbe. La situazione continua a peggiorare, cacciata dal suo coinquilino e con il rischia di perdere il lavoro, Kate è decisa a non tornate dalla sua famiglia, perché si sente oppressa dalla madre ed ha un rapporto conflittuale con la sorella.

Per caso, la nostra protagonista incontrerà Tom, che le mostrerà che la vita è in grado di sorprenderci in ogni istante solo se siamo disposti a cogliere quella magia. Aiuterà Kate a capire che per stare bene deve prendersi cura di sé, non solo fisicamente, dovrà fare ammenda con la sua famiglia, con il suo capo e con i suoi amici se vuole riprendere in mano la sua vita. Capirà che aiutare il prossimo può davvero rendere felici e che è speciale non perché le è capitato qualcosa di terribile e miracoloso allo stesso tempo, ma perché “siamo così fortunati ad essere vivi” citando la protagonista.

Il film fornisce una nuova chiave di lettura alla celebre canzone di George Michael, questa non deve essere per forza interpretata in chiave romantica, ma possiamo pensare che sia la vita ad offrirci un dono, ma molto spesso siamo così sciocchi da gettarlo via, talvolta però la vita è così buona da offrirci una seconda opportunità anche se noi non facciamo altro che piangerci addosso.

Insieme a Catarina, interpretata dalla talentuosa Emilia Clarke, riscopriamo noi stessi e quanta poca cura ci prendiamo della nostra salute e della nostra anima. Ricordiamo quale sia la gioia dello stare con gli altri, di essere di sostegno e d’aiuto per il prossimo.

La pellicola uscita nelle sale lo scorso dicembre è ora disponibile su Chili. Vi farà ridere, grazie alla goffaggine di Kate in pelliccia leopardata e scarpe da elfo, ad Emma Thompson e le sue ninna nanne deprimenti, ma allo stesso tempo vi farà commuovere, il tutto sarà accompagnato da “Last Christmas” ed altre canzoni di George Michael che faranno da legante ai diversi registri (si passa dalla favola morale, al dramma psicologico il tutto imbevuto di romanticismo e british humour) che compongono il film.

NON HO MAI

 

“Non ho mai” è un gioco, solitamente alcolico, il quale prevede che a turno i partecipanti dicano una cosa che non hanno mai fatto, e se qualcuno invece l’ha fatta per penitenza dovrà bere. Tuttavia dal 29 aprile questo è anche il titolo della nuova serie targata Netflix.

La protagonista è Devi, un’adolescente indiana, con un anno difficile alle spalle, la morte del padre e la momentanea paralisi, hanno reso il primo anno di liceo impossibile. Ma con il suono della campanella che scandisce il nuovo inizio Devi, affiancata dalle sue amiche Fabiola e Eleanor è decisa a togliersi di dosso l’etichetta di sfigata, ma per farlo il suo piano prevede di trovarsi un ragazzo.

Questa nuova commedia adolescenziale ha un narratore di spicco, il tennista McEnroe, la cosa è alquanto curiosa, il perché verrà spiegato a tempo debito. L’espediente della voce narrante non è nuovo nelle serie tv americane, serve non solo come guida nella visione, mettendo in risalto dettagli e scene, ma il più delle volte è un simpatico spettatore che esprime ad alta voce i commenti che saremmo noi stessi a fare, è un compagno di visione con cui ridere o commuoversi, in poche parole è la nostra voce interiore che prende parte alla serie.

Pur avendo una protagonista indiana, la serie mette in campo diversi personaggi provenienti da diverse culture, estrazione sociale, orientamento sessuale. Questa varietà di personaggi rappresenta un piccolo mondo che si concentra tra le aule di un liceo della California. Gli sceneggiatori hanno rappresentato poi una serie di stereotipi come l’indiana secchiona, il tipo belloccio ma ignorante, quello ebreo e ricco, il tutto serve come base per generare ilarità, ma allo stesso tempo di tenterà di abbattere questi cliché.

Composta da dieci episodi da una ventina di minuti l’uno, è ottima se si cerca qualcosa di leggero e divertente da guardare, le scene profonde e toccanti sono sempre contrapposte da altrettante esilaranti e buffe, che servono a sdrammatizzare e alleggerire l’atmosfera. 

Laura Coviello

“… A woman must have money and a room of her own if she is to write fiction… ”

(Virginia Woolf, A Room of One’s Own”, 1929)

“… Se vuole scrivere romanzi, una donna deve avere del denaro e una stanza tutta per sé…” (Virginia Woolf, Una Stanza tutta per sé”, 1929)

E’ la celeberrima frase sulla scrittura al femminile, pronunciata da Virginia Woolf nel 1928, nel corso di una delle due conferenze sulla scrittura femminile, diventate un Saggio l’anno successivo. Non parla solo di donne e scrittura, ma racchiude il senso dello “sconfinamento” intellettuale, morale, sentimentale e letterario dell’esperienza della scrittrice, che ha “fondato” il romanzo moderno.

Una scrittura senza confini, che nasce dai ristretti e rigidi “confini” fisici e morali, in cui la giovane Virginia visse e fu educata; dai confini della sua casa natale e londinesi; da quelli del quartiere e del Gruppo di Bloomsbury; e, non ultimi, dai confini della sua mente, combattuta, fino alla fine, tra realtà esterna e voci interiori. Quelle che la indussero ad annegarsi nelle acque del fiume Ouse, a Rodmell, un villaggio dell’East-Sussex nel Sud dell’Inghilterra, nel 1941.

Una scrittura che nasce per raccontare – come mai era stato fatto prima – sensazioni, percezioni, attimi; che utilizza il flusso di coscienza, per scandagliare reazioni e pensieri; che si sofferma, insistente, su un personaggio o un oggetto, che può diventare punto di partenza, fulcro e pretesto della narrazione.

Basti pensare al ‘calzerotto marrone’ che Mrs Ramsay intreccia in quell’unica giornata descritta nella casa al mare, nella prima parte di “Gita al Faro”, il romanzo della maturità. Un calzerotto che cresce sotto i suoi ferri, destinato al figlio del guardiano del Faro, da finire prima della gita, in programma l’indomani. Lo sferruzzare della signora Ramsay catalizza l’attenzione. Da lì si allarga lo sguardo sulla scena, da cui partono pensieri, ricordi e speranze di Mrs Ramsay e intorno a cui ruota il resto: James, il figlio di 6 anni, che ritaglia figurine da un catalogo; l’amica Lily Briscoe, intenta a dipingere; Mr Ramsay e i suoi ospiti, che discutono di Scienza e Guerra. Nel microcosmo della casa in Cornovaglia tutto sembra abbia un confine, ma - in definitiva - nulla lo ha. In lontananza, si vede il Faro, che si aspira a raggiungere l’indomani “se il tempo sarà bello”, dice Mrs Ramsay. Il Faro è la guida, la luce, la meta che aiuta a travalicare i confini: della casa, della famiglia, della Cornovaglia, dell’Isola Britannica.

Nei romanzi di Virginia Woolf – tuttavia – i confini non sembrano esistere. Anche quando tutto è circoscritto. Il primo romanzo, “La Crociera” scritto tra il 1910 e il 1915 si svolge su una nave, su cui viaggiano la protagonista, alcune zie, alcuni ospiti: un microcosmo sociale – quello dell’età eduardiana, con molti retaggi vittoriani – che la scrittrice cominciava a superare. Su quella nave una giovane donna è alla ricerca della propria identità, dell’amore, di un posto nella società. Una vicenda senza lieto fine, amplificata dai “confini” dell’imbarcazione, che fa rotta verso il Sud America. Una nave che, simbolicamente, ha a bordo la società inglese cristallizzata del primo ‘900. Una sottesa satira politica fa da sfondo ad un Romanzo, che è un viaggio interiore e di maturazione. Come il viaggio che fece Virginia dalla casa al numero 22 di Hyde Park Gate, in cui viveva con una famiglia repressiva, verso Bloomsbury, il gruppo di amici intellettuali, il marito Leonard, la Hogarth Press, l’esclusivo rapporto con Vita Sackville-West. Un romanzo ancora nei canoni della scrittura tradizionale, che è già una fuga verso la libertà: interiore, intellettuale, espressiva.

Tra “La Crociera” e “Gita al Faro”: tutta la maturazione personale e letteraria. La ricerca di una forma di vita moderna e di una scrittura tutta nuova, che parte dalla coscienza, per abbracciare il mondo.

Ogni pezzo dei suoi scritti, dei suoi Romanzi, dei suoi Diari, delle sue conferenze, partono da un elemento ristretto, da un “confine”, per compiere un viaggio che può essere il viaggio di tutti noi.

In questo periodo di quarantena imposta dalla pandemia, ho ripreso e riletto stralci dei libri della Woolf. Brevi racconti e capitoli sparsi dai romanzi che ho più amato e - sempre - ho trovato il senso del viaggio metaforico, che parte dalla “reclusione” e guarda oltre. Confinata nella mia regione, nella mia casa, nella mia redazione, ho cercato anche io di fare questo viaggio, partendo dall’osservazione di particolari e microcosmi, rivalutando sensazioni e sentimenti, mancanze e speranze.

Come sempre la mia Scrittrice preferita mi ha dato una mano, che ho voluto condividere con “Gocce”.

Grazia Napoli

La lista dei sogni

Vorrei… Vorrei… non finisse mai.

In questi giorni di quarantena sono riuscito, attraverso la forza della mente, a fare progetti di vita che permettessero di abbattere i confini imposti dal lockdown.

Ho pensato, spesso ed intensamente, a cosa avrei voluto fare una volta che tutta questa brutta storia fosse terminata. I luoghi nuovi da visitare e quelli già visti che maggiormente mi sono mancati.

In ogni attimo della giornata una canzone, un aneddoto, una fotografia, un ricordo ma soprattutto i voli della mente mi hanno portato in luoghi lontani e vicini accompagnato da amori, affetti ed amici. Ho creato una di lista dei desideri da soddisfare appena tutto sarà finito.

A rafforzare il desiderio di abbattere i confini imposti ci ha pensato anche la natura che ha colorato, con mille sfumature, il paesaggio che ci circonda riprendendosi quel ruolo da protagonista che le spetta. I media mi hanno fatto ammirare corsi d’acqua cristallini, città ripulite dallo smog, aumentando in me il desiderio di evadere.

I wish I was a sailor with someone who waited for me

I wish I was as fortunate, as fortunate as me

I wish I was a messenger and all the news was good

I wish I was the full moon shining off a camaro's hood

Le parole di Wishlist dei Pearl Jam mi cullano mentre osservo il confine nel quale sono rintanato. Vorrei essere un marinaio con qualcuno che mi aspetta, vorrei essere fortunato, fortunato come me, vorrei essere un messaggero e tutte le notizie sono buone, vorrei essere la luna piena che brilla dal cofano di un camaro. Una lista dei sogni per superare questi confini.

Un lista dei sogni appuntata su un pezzo di carta, su un’agenda, sul cellulare per avere uno strumento di speranza verso il superamento dei confini nei quali il virus ci ha relegato.

E come me, in tanti durante la quarantena si sono spesi in poi vorrei, messaggi in bottiglia, quando tutto questo, liste di sogni collettive raccoglitrici di speranze.

Speranze e preoccupazioni per il futuro che verrà, un balsamo contro le ansie e le paure che alimentano la nostra mente.

Io nella mia lista dei sogni ho inserito la libertà! Mi manca la mia moto, quella che mi fa volare lontano, alla scoperta di nuovi luoghi che per troppo tempo ho tenuti chiusi in un cassetto. E poi vorrei tornare in tutti i posti che mi sono mancanti di più, e poi…

Vorrei… Vorrei… non finisse mai.

 

Vincenzo Pernetti

Ricerca senza confini

Guido Zuccon nasce a Casa Blanca ( Marocco) il 26 luglio del 1983. Si trasferisce all’età di tre anni in Turchia della quale ricorda un suggestivo paesaggio di un villaggio di case/ container tipiche da cantiere in mezzo alla foresta innevata. Lui viveva proprio lì. Complice nel farlo diventare cittadino del mondo il papà, il quale, essendo un direttore dei lavori, viaggiava molto. La famiglia lo ha sempre seguito volentieri poiché si trattava di cantieri lunghi, prima per la costruzione del porto di Rabat in Marocco e poi per la realizzazione dell’autostrada che da Ankara arriva a Istanbul. Alla fine di quest’opera Guido si trovava nell’età in cui bisognava iniziare la scuola dell’obbligo, mentre il fratello doveva iniziare le medie. E’ dunque il tempo, pensano i genitori, di dare maggiore “stabilità” ai figli, per cui il papà rifiuta l’offerta di dirigere i lavori per una diga in Cina e rientrano a Treviso. Le offerte per il padre non tardano ad arrivare, questa volta l’opera che lo vede coinvolto è il porto di Bari, città dove Guido passa intere estati e ricorda molto bene le immagini di quando la nave di albanesi in fuga dalla loro terra in cerca di un futuro migliore, sbarca proprio in quel porto, negli anni Novanta.

Arriva il tempo della maturità e Guido ha ben chiaro in mente cosa fare. Seguendo l’esempio del fratello, il quale esce di casa a 18 anni, decide di andare all’Università a Padova a studiare Ingegneria Informatica. Il fratello è sempre stato un esempio e poiché anche più grande ha sempre saputo dargli buoni consigli. Avendo intrapreso la carriera militare, prima nell’aereonautica e poi nella finanza, si è reso presto indipendente dalla famiglia, non senza sacrifici. Guido decide di non essere da meno per cui si impegna molto negli studi e dà tutti gli esami arrivando così nei tempi stabiliti alla stesura della tesi, e qui il primo colpo di scena che mi lascia con un: “ma come?!”

Come tesi aveva scelto un progetto in robotica avendo l’Università di Padova due professori abbastanza quotati nella materia. Il progetto consisteva nel prototipo di un robot che riusciva a vedere a 360° poiché aveva un cono all’interno che proiettava alla telecamera la quale, a sua volta, attraverso algoritmi elaborava dati. Conclusione: a pochi mesi dalla discussione della tesi la telecamera manifesta alcuni problemi. Il professore suggerisce di mandarne a prendere una nuova in Giappone con conseguente slittamento della seduta di laure di sei mesi. A questo punto Guido decide di non rinviare e dopo nove mesi di studi e ricerche individua un nuovo argomento e chiede la tesi alla professoressa di database, argomento che lo aveva interessato. Dopo la discussione della tesi decide di intraprendere il primo corso della specialistica con la professoressa che lo aveva molto colpito, in “Information Retrieval”. Affascinato da questo corso, le chiede subito di poter fare la tesi con lei alla fine del percorso. L’insegnante gli fornisce semplicemente un libro di 120 pagine da leggere e lo invita a tornare a fine lettura. A primo impatto Guido pensa: “che sarà mai un libro da 120 pagine!”, poi iniziando a leggere si rende conto che bisognava conoscere la fisica quantistica. Alla fine, conoscendo le basi della matematica, riesce a interpretare e leggere il libro. Torna dalla professoressa, la quale gli propone un anno di ricerca a Glasgow con il luminare autore del libro. Lui ovviamente accetta. L’altro lato della medaglia era riuscire a dare tutti gli esami della specialistica in un solo anno. Guido non si tira indietro dalla sfida, ottiene la bosa di studi e parte per una nuova avventura.

La città di Glasgow non lo colpisce in particolar modo, prima per il clima e poi per il cibo, ma trova un buon team e questa esperienza lo fa crescere molto, anche perché si confronta con persone che arrivano da tutte le parti del mondo e soprattutto sarà la città dove incontrerà Magda la sua futura moglie, nonché madre delle sue figlie. Racconta di come le persone che si incontrano nella vita contribuiscano a influenzarla in qualche modo, nel senso che la condivisione di diversi punti di vista ti porta poi a valutarne le diverse sfaccettature.

Dopo un anno di ricerca e la tesi, gli chiedono di fare il dottorato e lui ovviamente non rinuncia a questa opportunità. Durante questi anni compie tanti viaggi e tiene altrettante conferenze, ed è proprio durante una di questa, che incontra un professore del QUT (Queensland University of Technology) che gli chiede di passare a trovarlo a Brisbane in Australia. Inutile dire che a Glasgow trovano i fondi per questo viaggio e così nel 2010 parte insieme alla sua Magda per visitare il nuovissimo continente. Tiene diversi seminari in giro per l’Australia tra Canberra, Melbourne e Sydney. Resta colpito da Brisbane e infatti applica i “Modelli matematici per motori di ricerca utilizzando la meccanica quantistica” in ambito sanitario e questa esperienza gli piace molto, lo invoglia sempre di più a fare sempre meglio. Soprattutto lo sprona l’impatto che un’operazione coì importante ha sulla società. Dunque ottiene un colloquio via Skype, tempo dieci giorni per spostare la sua vita insieme a Magda dall’Europa all’Australia ed è così che inizia un’altra avventura! Si ritiene molto fortunato nell’aver trovato una donna che lo sostiene in quel che fa e che lo segue nei suoi viaggi, lì dove la ricerca lo richiede. Non ha mai pensato di voler andar oltre confine, via dall’Italia, semplicemente si ci è ritrovato. Ha sempre pensato di seguire la sua passione e di andare lì dove ci fossero le opportunità che lo avrebbero portato ad ottenere scoperte e risultati.

Appena sbarcati in Australia inizia subito a lavorare. Ci sono progetti importanti da portare avanti e durante la notte scrive la tesi per il dottorato a Glasgow. Dopo anni sente l’esigenza di una ricerca tutta sua e nel 2014 al QUT si apre una posizione che gli da questa possibilità, crea così il proprio team e la sua agenda di ricerca, nel frattempo diventa senior lecturer e continua ad insegnare. Riceve premi ed è molto richiesto da tante università tra cui anche la University Queensland, una delle top University del mondo, della quale però ha sempre rifiutato le offerte fino a quando i tempi non sono stati maturi e lui si è sentito pronto a farne parte. Solo dopo aver ben consolidato il suo curriculum e aver avuto l’esperienza necessaria accetta di trasferirsi. Qui dimostra di non esser legato ai soldi e anche di non essere una persona egoista, rifiuta infatti la promozione e chiede all’università la possibilità di trasferire tutto il suo team con lui. Questi accettano.

E’ raccontandomi la sua storia, il suo ritrovarsi in diverse parti del mondo, il suo cogliere le opportunità offerte anche oltreoceano, che lo portano a fare una riflessione. Mi racconta che probabilmente se fosse rimasto in Europa non avrebbe avuto la stesa crescita in così poco tempo, non avrebbe visto la sua carriera svilupparsi così velocemente: l’essere a capo di un team e averne la responsabilità, la possibilità di essere ascoltato e ricevere risposte, l’avere avuto 20 persone sotto la sua supervisione e 12 dottorandi, l’essere direttore del centro di ricerca e di dirigere qualcuno che in linea gerarchica è più in alto di lui. Queste cose lo portano a pensare che il sistema è davvero meritocratico, che devi lavorar tanto, ma che puoi arrivarci; lui però non ha fatto le cose con l’obiettivo di ricevere premi, ma con l’umiltà che lo contraddistingue ha portato avanti i suoi studi con lo scopo di ottenere risultati che si potessero applicare nel campo pratico. E’ sempre stato convinto del fatto che se fai una cosa e la fai bene, impegnandoti, i riconoscimenti arriveranno da sé senza andarne alla ricerca. Sostiene poi che qui ci sono più opportunità che in Europa, ma solo perché qui la concorrenza è minore; mi racconta stupefatto di come avrebbe voluto accanto a sé ricercatori talentuosi che hanno rifiutato le sue offerte per il solo fatto che l’Australia è troppo lontana. Gli è sembrato strano perché lui è sempre stato senza confini, da quando era piccolo. Ha comunque tanto rispetto per la ricerca che viene fatta in Italia, prima, e in Europa poi, perché è consapevole che i fondi erogati sono nulla a confronto di quelli che riescono a ottenere qui (sempre a patto che ci siano validi progetti, perché per ottenere questi di concorrenza ce n’è tanta).

Inoltre ritiene di aver fatto la scelta migliore anche per la sua famiglia, di aver fatto bene a  scegliere  Brisbane, città verde, dalle giuste dimensioni, con non tanta delinquenza e dalla giusta vivacità per una famiglia. Anche lo stile di vita che si conduce qui permette di dedicarsi al lavoro, ma anche di avere del tempo per la famiglia e la crescita dei figli. Continua sempre a ricevere tante offerte da tutte le parti del mondo, infatti è sempre in connessione con queste per eventuali problemi da risolvere, ma pur vivendo, lavorativamente parlando, senza confini rimane confinato nella “realtà” di Brisbane.

Per il momento ha deciso di fermarsi qui rifiutando le offerte di Google e Microsoft (altro colpo di scena!).

Francesca Soloperto

Numero 100

 

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presso il circolo Culturale di Gocce d'autore

n100

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