Jun 16, 2021 Last Updated 1:13 PM, May 27, 2021

Mutamenti di corpi in altro mutati In evidenza

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Quando ho saputo che il corpo è tema del mese di Gocce d’Autore ho pensato subito ad Ovidio. (Publio Ovidio Nasone, Sulmona, 20 marzo 43 a.C. circa  – Tomi, 17 o 18 d.C.). Ancora mi chiedo il perché di questa folgorazione. C’è tanta letteratura scientifica, umanistica, filosofica, psicoanalitica (che io considero parte della scienza), recentissima poi quella delle neuroscienze, sul corpo. Non dico di conoscerle tutte, qualcosa sì. Eppure Ovidio ritornava e ritorna.

 

Ormai mi faccio portare dal mio istinto, e poi cerco i perché. Un perché mi si è chiarito: Ovidio pensa e scrive per immagini, come tutti i massimi poeti. Lucrezio, prima di lui, Leopardi dopo di lui. Infatti, è uno dei pochi poeti al quale si è potuta dedicare una bellissima mostra nell’occasione del bimillenario della sua nascita alle Scuderie del Quirinale a Roma.

Pensare per immagini vuol dire, secondo me, anteporre il visus al logos, la vista al pensiero.

E quale “particella” umana più “visibile” del corpo?

E quale orologio del tempo più esatto di lui.

Nella sua concretezza materica il corpo è di quanto meno definitivo e stabile l’uomo abbia avuto in dotazione. Non a caso viviamo un momento storico che si “affanna e si danna” per fermarne uno stato, un momento, un’immagine.

C’è una splendida commedia di De Filippo nella quale il protagonista, Antonio Barracano, chiama lo specchio “o parlanfaccia”. Appunto, lo specchio nel suo de-solante silenzio ci restituisce l’immagine di quello che siamo (la commedia citata è Il Sindaco di rione Sanità, magari nell’ultima versione di Mario Martone).

Ma c’è stato un tempo in cui un poeta, Ovidio appunto, chiede alla Musa di aiutarlo a raccontare il mutamento dei corpi. L’architetto del mondo, secondo i topoi di tutti i miti cosmogonici, crea l’uomo. E di lì una lunga teoria di cambiamenti, trasformazioni, sovvertimenti, mutazioni genetiche ante litteram.

Le Metamorfosi, finalmente.

Il passaggio dell’homo oltre il proprio genere sessuale (inizio 1° secolo dopo Cristo!), attraverso tutte le specie animali e vegetali, per rocce, fiumi, venti, ribadisce una ciclicità naturale che, sia pure inesorabile, non appare atroce, ater. Forse anche perché filtrata dal raffinatissimo racconto/ricamo. Dietro ad ogni mutamento/metamorfosi c’è uno “struggimento”. Il poeta ci lascia in un sentimento struggente. Per ciò che si era. In ogni racconto sembra che Ovidio lasci i suoi protagonisti con lo sguardo indietro. Il corpo che fu, il corpo che è.

Certo, perché tutti gli elementi naturali sono indistintamente corpora. E ognuno mantiene la memoria di ciò che è stato (non a caso Dante per l’Inferno, e non solo, ha saccheggiato, Le Metamorfosi). Ancor di più quando questi corpi sono imprigionati in qualcosa di statico, fermo, immutabile.

Niobe, pietra piangente, Euridice, fissata in un tentativo di abbraccio cui Orfeo la condanna per la sua impazienza, Eco, straordinaria, lamento fra vetta e vetta, voce che non ha altra risposta che la propria, Aracne, che continua in eterno a tessere altra tela/rete, Leda che sedotta da un cigno depone un uovo, Tisbe, che con il suo cadavere dà il colore al gelso, Clizia, eliotropo, girasole che continua a girare in cerca del suo amore/sole/Apollo.

Mi accorgo di aver citato solo donne. Anche in questo Ovidio mi ha preso la mano. Ma una metamorfosi “struggente” è per me quella di Atteone, il giovane mutato in cervo che…

L’arte, pittura, scultura e letteratura, hanno attinto a piene mani a quel pozzo senza fondo che è l’universo di Ovidio.

Presento di seguito un’analisi comparata tra il gruppo marmoreo del Bernini e il mito di Apollo e Dafne. Mai uno scultore è riuscito mai a fermare l’ampiezza, la leggerezza e il movimento dei versi nella fissità di un marmo.

In ultimo, suggerisco l’ascolto de Le Metamorfosi lette da Vittorio Sermonti nell’archivio di Radio3, magari con la sua stessa traduzione tra le mani.

 

Elvira Cavallo

 

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