Jan 17, 2021 Last Updated 2:41 PM, Dec 24, 2020

Con la matita da falegname sulla carta del pane In evidenza

Pubblicato in Editoriale
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Il tema individuato per il nuovo numero di questa rivista è il frutto, in un certo senso, di un esperimento non andato a buon fine.

 

Nel breve dibattito dell’ultima riunione di redazione, uno degli argomenti dei quali alcuni di noi proponevano di occuparsi era stato il tempo. Il tempo. Anzi, in una accezione piuttosto suggestiva, che a me già si mostrava affascinante per il portato di cose da scoprire, non ancora visibili ma che avvertivo come presenti, come incombenti, il tema si andava precisando come la morte del tempo. La morte del tempo sarebbe stato un profilo attraente, lo riconosco, sia che si intendesse di sbrigarsela con la negazione di qualsivoglia futuro possibile, sia anche, semplicemente, con una qualsivoglia perdita di valore del tempo considerato. Per certi versi addirittura certi miei amici come Francis Fukuyama, Jeremy Rifkin, Jean-François Lyotard, ma anche Malthus, Huxley, e quanti declinano la fine del tempo come accessorio della fine dell’Uomo nel suo modo d’essere consueto e conosciuto, avrebbero certo prestato volentieri chi qualche riga, chi una suggestione appena, per la rapida soluzione del problema.

Ma quelle intellettuali, come quelle penali, dovrebbero essere responsabilità personali, e dunque mi assumo le mie responsabilità: il tema, comunque lo si rigirasse tra le mani questo giocattolo, era obiettivamente troppo vasto. E come lo pensavo l’ho detto. E poiché li vedevo già per lo più con gli occhi spalancati e lo sguardo perduto verso questo infinito scaffale nell’immenso ferramenta del pensiero quasi occidentale, proprio io ho tentato, lo ammetto, di far convergere l’attenzione dei miei amici di colonne verso un dado, un tondino, una brugola, anzi una vite a brugola, una puleggia, al più. È meglio, debbo aver pensato. In quella, qualcuno, nel grande meccano del tempo così rimasto sospeso lievitando e un po’ ruotando sul suo asse in mezzo a noi, ha prontamente ritenuto d’individuare la brugola nell’istante.

Sicché, siccome il tempo e la sua morte, o quantomeno il suo decubito o il decorso s’era assodato essere una cosa troppo vasta, s’è detto “allora l’istante”, che obiettivamente più limitato, sul momento, pareva essere e non s’è dato modo, neanch’io al momento ho saputo, di dire che non è detto che l’istante stia al tempo come la brugola da sei alla Tour Eiffel, con buona pace di molte donne impegnatesi per quest’ultima, per un tempo per l’appunto infinito, da Ipazia di Alessandria a Maria Gaetana Agnesi, a Sophie Germain, (qualcuno saprà che intendo).

L’istante. L’istante è davvero così piccolo, anche rispetto al tempo, è così poca cosa?

Una delle definizioni classiche di istante lo vuole quella «Frazione minima di tempo, momento brevissimo, attimo (definibile in filosofia come un punto che, nell’ambito dell’estensione temporale, è sprovvisto di durata, e coincide perciò con l’extratemporale «presente»)», con l’avviso che «Nel linguaggio scientifico, il termine è usato, generalmente, con ulteriore specificazione (i. iniziale, i. attuale), per indicare un determinato valore della variabile tempo.» (così il vocabolario on-line Treccani). E mettiamo anche per un momento da un canto il fatto che l’istante iniziale, secondo gli ortodossi estimatori della teoria del Big Bang, per dirne una, tutto contiene per definizione, anche tutto il tempo di poi a disposizione, solo nello stato di potenza e non ancora in atto.

A me, l’istante non pare affatto quella brugola, quella vite, quella rotella di scappamento, quell’infinitesimo rubino o la punta del perno del più minuscolo bilanciere che vi alloggi senza mai trasformar l’attrito in polvere di metallo nel calibro del più minuscolo orologio da tasca per signore; a me pare francamente una cosa ancora enorme. Grande, se proprio posso dirla tutta, grande come il tempo stesso.

Ci sono istanti e istanti, uno mi dirà, e avrà certo ragione, riproponendo l’esempio il più frusto, roba da agenti di commercio degli anni Cinquanta, di quanto duri il medesimo istante se considerato al di qua, e invece al di là, della porta della ritirata in coda alla carrozza di coda di uno dei treni di una volta, pur’essendo tutto intiero il convoglio proiettato verso il futuro – attestatosi questo, il futuro, in un altro dove – per chi di accedere a quella ritirata avesse necessità pressante.

Il signor Einstein, che commerciava in fisica, e altri suoi colleghi piazzisti se non di aspirapolveri come lui, a un certo punto hanno iniziato a farci riflettere sul fatto che il tempo altro non sarebbe che una qualità, quasi, potremmo azzardare banalizzando, dello spazio in funzione della densità della materia. Tempo e spazio sarebbero dunque la stessa cosa, anche oggi e non soltanto nell’istante del Big Bang, o se non sono la stessa cosa, ammetteremo almeno di buon grado che siano connessi l’uno all’altro, irrimediabilmente, reciprocamente compromessi. Se accettiamo questo, e c’è letteratura, potremmo probabilmente arrivare a considerare che per non parlare dello spazio infinito, parliamo del punto. Ecco, il punto, appunto: il punto e non il millimetro.

L’istante è bensì come il punto e non è invece come il millimetro, mi son detto. È insidioso, è subdolo, è inafferrabile: non lo misuri.

Se ci pensiamo, nell’arte, in letteratura, nella musica, dall’invenzione della prospettiva nella figurativa, al mito della ricerca del tempo perduto (secondo la lettura che lo stesso Proust intendeva, se ben l’intendo io, e cioè il poter rivivere la propria personale sequenza di istanti con una provvista di presenza e consapevolezza magari maggiore se non piena, altrimenti assente per tutta una vita), alla tecnica della nota tenuta o al culto dell’attimo di silenzio assoluto prima dell’inizio e al termine di una complessa esecuzione, silenzio che tutta la racchiude, tutto pare ricerca della significatività dell’istante, tutto pare un invito alla consapevolezza.

E difatti c’è un modo, mi pare di avere inteso anche grazie ad alcune delle mie disordinate e incompetenti letture, per sperimentare la sua infinita portata, l’infinità dell’istante, ed è quello che qualcuno indica più o meno come il fare esercizio di presenza. Essere presenti a sé stessi. Non ricordare, perché il ricordo scocca la freccia del nostro tempo verso il passato, non immaginare, perché l’immaginazione scocca la freccia del nostro tempo verso il futuro, entrambe dimensioni del non essere; rimanere consapevoli di sé stessi, dell’ambiente che si ha intorno, di quel che siamo e di quello che stiamo facendo proprio in questo contesto. Abbandonata la faretra, rilasciata la corda dell’arco.

Così è la presenza, più o meno. Così è dunque il vero presente, e l’attimo che su di esso, però placato sebbene non domo, incombe: l’in-stante. C’è qualcosa di più infinito? Di più eterno, di più grande?

Se tale argomentare da dilettante, sull’istante, portasse sgomento, c’è soltanto da fermarsi, e aspettare che passi.

Rocco Infantino

Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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