Jul 03, 2020 Last Updated 3:28 PM, Jun 30, 2020

La forza dell’altrove In evidenza

Pubblicato in Editoriale
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Le vicende di questi ultimi mesi, che lo volessimo o no, si sono presentate, direi imposte ai nostri occhi con un crescente carattere di straordinarietà.

Non intendendone indagare le ragioni prime o le cause scatenanti – non siamo noi evidentemente una pubblicazione scientifica né un bollettino finanziato dalla industria farmaceutica, tanto per amor di simmetria –, ci è risultato più congeniale, in questo periodo, fare attenzione a quei segni, a quei fenomeni, e ai loro possibili significati, che vedevamo emergere e trascendere l’esperienza contingente, segni e fenomeni che hanno il potere di configurare la realtà, di produrre, insomma, consapevolmente o no, cambiamenti, in astratto anche sensibili, nei nostri stessi modelli culturali.

La rete, le relazioni soltanto virtuali, la quarantena, l’isolamento, la distanza, i confini, la maschera. Possiamo davvero esser certi che l’esperienza che abbiamo vissuto e che tuttora stiamo vivendo, molto, molto distante com’è ancora oggi da un andamento naturale delle cose, non abbia inciso in noi, non ci abbia segnato in un modo che non sia o non sia del tutto transitorio?

La potenza evocativa dei segni dei quali stavamo e stiamo facendo concreta esperienza, oltre che la drammaticità di molti aspetti della situazione data, mi spingerei a dire, più che la cronaca da computisti sui numeri dei contagiati – il contagio, altro potente archetipo, che s’affianca all’invisibile nemico pure prontamente evocato nelle cronache delle prime ore – rischia di dispiegare i suoi effetti più duraturi su di noi e senza che molti, tra noi, abbiano avuto tempo, serenità, curiosità o modo di soffermarcisi un momento, di pensare.

Davvero abbiamo ben presente cosa significherà anche nel nostro intimo, oltre che nella coscienza collettiva, l’essere stati e l’essere costantemente ammoniti a distanziarci gli uni dagli altri, a non avere contatti, a non riunirci, o a non spostarci liberamente, o a non mostrare il nostro volto?

Il tema è tutt’altro che archiviato. Oggi, anzi, siamo a un passaggio importante. Quando l’urgenza trascolora in una certa straordinarietà costante, in una pseudonormalità alla normalità soltanto parallela, allora anziché acquietarsi, anche le domande meno superficiali si fanno più pressanti e si avverte la necessità di abbandonare i molteplici secondari aspetti della situazione e mettere a fuoco, se è possibile, oltre la contingenza, alcuni punti, alcune figure della nostra realtà, in essa residenti, non sempre in essa manifesti.

Come cambia la comunità? Cos’è oggi la comunità, nella nostra percezione e nella nostra mente? E ancora: chi incide davvero sulle nostre scelte, collettive o individuali, chi ha il potere di disporre su come condurre la nostra vita?

Emergenza o non emergenza, riappropriarci pienamente di noi stessi, delle nostre libertà e delle nostre responsabilità, riaffermare il nesso indissolubile che lega responsabilità e libertà, dovrebbe essere considerato, oramai, un obiettivo primario. Libertà e responsabilità per la piena affermazione della irrinunciabile dignità, dell’irrinunciabile primato di ciascun individuo, da armonizzare con l’obiettivo del bene comune.

Purtroppo, è esperienza comune che l’attuale contingenza ha soltanto reso più evidente, nella nostra vita di individui e di comunità s’insinua un reale potere di disporre, incolore eppure tanto perentorio e persuasivo assieme, potere la cui titolarità, come da uomini liberi ci spetterebbe, non s’intesta più su di noi e nemmeno, a ben vedere, è più espressione della comunità nella quale ci riconosciamo.

Se ci preoccupiamo della nostra città o del nostro territorio, dobbiamo scontrarci con le limitazioni, i divieti, le ristrettezze decisi a Roma; se pensiamo al governo, decide la task force; se immaginiamo un nostro orientamento nazionale, siamo chiamati a fare i conti, e a renderli, con organismi sovranazionali / continentali cui avremmo “ceduto sovranità”, se decidiamo di ridiscutere gli equilibri complessivi anche tra le nazioni, finiamo contro il muro degli accordi storici o dei rapporti di forze costruiti o sanciti su altri tavoli. Persino il nostro destino come umanità, tra proconsoli delle religioni e vestali del transumanesimo sembra rimesso ad altri.

La nostra società, tanto complessa e tanto fragile, la società umana nel suo insieme, pare stia sperimentando la forza dell’altrove. Il potere reale, ormai pare chiaro, è sempre altrove. Più su, o più da un lato, magari, ma mai dove dovrebbe essere. Il potere non risiede nelle comunità delle quali dovrebbe essere espressione: che s’attesti su un presidente, un sindaco, un ministro, un capo di Stato, un rettiliano – esistono gli stercorari, allora non si vede perché non considerare anche quest’ipotesi –, un esperto vero o presunto, una autorità, un gruppo, una organizzazione, il potere sfugge, anche al controllo, è altrove.

Il potere non è più qui, tra noi, eppure da noi promana, esattamente da quel piccolo contributo in termini di libertà che ciascuno, dovrei dire liberamente, decide di offrire alla causa comune.

Le incursioni fattesi più frequenti durante il confinamento tra i libri del mio modestissimo fondo, fanno tornare alla memoria vecchi volumi e, con essi, vecchi modi, ma non desueti, di intendere le cose. In un articolo pubblicato su Panorama il 24 maggio 2001, tra quelli raccolti nel volume Altri Hotel. Il mondo visto da dentro 1997-2002 (Mondadori, 2002), soffermandosi sui fatti tra il grottesco e il tragico che connotarono la tornata elettorale di quell’anno, chiusasi nella più totale confusione, con il Viminale che non riusciva ad avere ragione delle irregolarità degli spogli in ogni dove nel Paese, tra ritardi epici, malori e persino un morto in quel di Grosseto, a proposito della gente, degli elettori che s’accalcavano in prossimità dei seggi in lunghe, estenuanti anzi avvilenti code, Adriano Sofri scriveva: «Avevo visto e ascoltato cento volte: allora, come mai questa emozione? Perché quelle altre volte si trattava di viaggiatori, per turismo o per necessità, di clienti trascurati, di pazienti maltrattati: ma questa volta si trattava del popolo sovrano. Più precisamente: anche le altre volte si trattava del popolo, ma qui si trattava del sovrano. Il popolo è sovrano quel giorno lì, dalle 6 e mezzo di mattina alle 22 della Sera. [...] Non faceva compassione o simpatia, come la folla degli appiedati nelle stazioni o negli aeroporti. Faceva soggezione. Era il padrone di casa, che non trovava una sedia su cui stramazzare. Era il popolo sovrano, transennato sul marciapiede di accesso.».

Il potere è altrove.

Sempre tra i libri vecchi, quelli che preferisco, né nuovi, né antichi ma vecchi, mi tornano tra le mani un titolo di un grande scrittore americano molto impegnato in politica, La fine dell’impero, di Gore Vidal (Editori Riuniti, 1992), e un volume che per una certa stagione, troppo breve, fu tra i simboli di una rivoluzione moderna e non violenta, Perestrojka. Il nuovo pensiero per il nostro Paese e per il mondo (Mondadori, 1997), scritto da Mikhail Gorbaciov. Formulo un timido invito a rileggerli. Tutte le società organizzate sono complesse, sono tutte attraversate da istanze molto differenziate di partecipazione al governo della cosa comune, tutte fanno, ciascuna a suo modo, esperienza della marginalizzazione della reale volontà della collettività. Non si tratta di negare che quelle che una volta venivano chiamate le classi dirigenti esercitino il potere che viene loro attribuito, bensì di intendere se questo potere venga conferito in maniera corretta e informata e se esso venga speso per i fini della comunità di riferimento e non della classe dirigente medesima o addirittura di terzi. Tutto qui (come fosse poco).

Ma noi saremmo una rivista che s’occupa d’altro. Perché questa incursione in un terreno tanto scosceso? Scriveva Enrica Collotti Pischel, storica e studiosa delle realtà sociali e culturali dei Paesi dell’Asia, nella breve premessa alla edizione del 1982 del suo volume Storia della rivoluzione cinese (Editori Riuniti, III ed., 1992), tra le cui pagine i più curiosi troveranno citato anche il ruolo che ebbe il “governo di Wuhan” nel lungo processo in corso in quegli anni: «Un altro avvertimento che ritengo necessario concerne il rapporto tra governanti e governati, tra avanguardia e masse in un paese come la Cina. Forse in tutti i paesi del mondo c'è veramente e sussiste, nonostante gli sforzi di tutta la vita di tutti noi, un grande distacco tra chi ha il potere e chi non l'ha: non si intende soltanto il potere politico, ma anche quello economico e culturale. Ma nei paesi poveri, in un paese come la Cina questo distacco è inevitabilmente più grande. È una conseguenza stessa della povertà, che non è soltanto “mancanza di cose”, ma mancanza di informazioni, di contatti, di esperienza. I contadini cinesi erano, ed in una larga misura tuttora suono, esclusi dal potere moderno e centrale del loro paese più di quanto lo siano i lavoratori italiani, perfino gli emarginati o i disoccupati del Sud: vivono in un altro mondo come quattro quinti dell'umanità.». Qui sentiamo che qualcosa sollecita la nostra attenzione, che qualcosa ci chiama in causa, noi, come tutti.

Un giorno dovremo pure parlare delle conseguenze dell’insistere comune su espressioni molto usate, come lockdown: “the confining of prisoners to their cells, as following a riot or other disturbance”, è la prima definizione che ne dà il dizionario di inglese on-line Wordreference.com.

Buona lettura, dunque.

Rocco Infantino

Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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