May 09, 2021 Last Updated 7:14 AM, Apr 27, 2021
Pubblicato in Editoriale
Letto 967 volte

editoriale 1

“Cosa farai quando finirà tutto?”

«L’acqua del lago era appena increspata; il riflesso di rame dell’antica reggia dei Sung si frantumava in riverberi scintillanti come foglie che galleggiano. - Le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano, - disse Polo. - Forse Venezia ho paura di perderla tutta in una volta, se ne parlo. O forse, parlando d’altre città, l’ho già perduta a poco a poco.». Le città invisibili, Italo Calvino (Einaudi, 1972, pag. 95).

 

 

In questi giorni, nella mia mente, strettamente connesso al concetto di distanza, c’è il concetto di memoria. Se chiudo gli occhi e mi concentro posso sentire l’odore della cucina di mia nonna, posso ascoltare le fusa dei miei gatti, posso vedere nitidamente mamma che lavora sul tavolo del salotto, illuminato dalle grandi finestre alle sue spalle o papà che legge steso sulla dormeuse nel suo studio, con la sola lampada a fargli luce. Oggi loro non sono qui con me o, forse è meglio dire, io non sono lì con loro. Sto custodendo immagini, suoni, odori, proprio come Marco Polo. Non ne faccio parola, mi limito a fissarli e conservarli. Io e altre due mie amiche lunedì sera abbiamo preso una decisione. Abbiamo deciso di rimanere a Roma, nel nostro piccolo e accogliente bilocale nel cuore di Piazza Bologna.

 

“Rimaniamo più distanti oggi, per riabbracciarci domani.”

Essere separati, essere distanti è quello che ci è stato chiesto. Quello che ci viene chiesto ogni giorno fino a quando la situazione non migliorerà.

“Mantenete la distanza di sicurezza, rimanete ad un metro gli uni dagli altri.”

Abbiamo deciso di mantenerci a più di un metro di distanza dai nostri genitori, dai nostri nonni e, più in generale, da tutti i nostri affetti, per non mettere in pericolo loro, per primi. Abbiamo deciso di mantenerci esattamente a 365,4 km di distanza dalla nostra famiglia. Siamo tre ragazze che hanno appena varcato la soglia dei vent’anni, ma in questo momento ci sentiamo grandi come non lo siamo mai state.

Abbiamo fatto la scelta giusta.

Ce lo ripetiamo ogni mattina quando ci svegliamo, mettiamo la moka sul fornello e scegliamo il gusto di yogurt che mangeremo di lì a poco.

Abbiamo messo da parte ogni sentimentalismo e abbiamo fatto la scelta giusta.

Ce lo ripetiamo ogni giorno a pranzo mentre guardiamo una puntata di Friends e pensiamo a cosa faremo nel pomeriggio.

Abbiamo fatto la scelta giusta.

Ce lo siamo, infine, ripetute ogni sera, durante o dopo cena, mentre aspettavamo con gli occhi incollati al computer di vedere l’ennesima diretta di Conte. Mentre aspettavamo con le gambe leggermente tremolanti, ben nascoste sotto il tavolo, per non mostrare alcun segno di irrequietezza o cedimento l’una all’altra, di sapere quali altre scelte avremmo dovuto fare di lì a poco, quali e quante altre discussioni avremmo dovuto affrontare con i nostri genitori, per rispettare le nostre decisioni, per tenere al sicuro loro, per tenere al sicuro noi, ma, soprattutto, per rispettare una semplice regola: rimanere a casa. Leggiamo il bollettino ogni sera, verso le sette, solitamente nel momento della giornata che da una settimana abbiamo riservato all’esercizio fisico (postilla: “l’Internet”, talvolta, può essere un posto pieno di risorse, soprattutto durante una pandemia). Vediamo ogni giorno numeri che aumentano, numeri che diminuiscono, ci sono sospiri di sollievo ogni volta che vediamo che in Basilicata la situazione è tendenzialmente stabile, sentiamo il cuore che va un po’ più veloce quando leggiamo il numero degli infetti che ogni giorno si alza un po’ di più. Ma è il momento della giornata più adatto per leggere il bollettino perché, alla luce di quello che è ormai il nostro mantra (“abbiamo fatto la scelta giusta”), sappiamo che il peggio deve ancora venire, ma sappiamo anche che saremo in grado di sostenere questo peggio, quindi: un respiro profondo, e torniamo a fare i nostri esercizi.

“Indossate i guanti quando uscite di casa, non toccate nulla a mani nude.”

Ho avuto molto tempo in questi giorni per vagare “sull’Internet”, facendo, per così dire, zapping sui vari social network. Riporto due tracce che mi sono rimaste particolarmente impresse, connesse alla sfera del tatto e, conseguentemente, del contatto. La prima è un post che ho trovato su Instagram, pubblicata da una pagina chiamata Sadzylla. Tale Sadzylla scrive: «io odio stare da sola, lo odio perché per me l’affetto è soprattutto una questione di presenza, è fatto di tatto e vicinanza, e non penso che altre forme virtuali di contatto possano realmente sostituirlo, in una società che premia l’individualismo sulla collettività, stare forzatamente soli con noi stessi ci farà capire quanto sia indispensabile l’altro. Non è una situazione a cui voglio abituarmi, ma un periodo di sfida. Io resto a casa, ma solo perché non vedo l’ora di poter poi – presto! – uscirvi e guardare tutto ciò che sta al di fuori delle mie mura con nuovi occhi. Torneremo a toccarci senza paura. Fino ad allora, nulla ci vieta di pensarci fortissimo (e magari farcelo sapere)».

 

“Uscite solo per necessità, andare a fare la spesa, andare in farmacia.”

La seconda è un tweet che ho trovato casualmente scorrendo la timeline, che, per quanto semplice, ho trovato estremamente indicativo. Questa ragazza scrive: «io e il mio ragazzo abbiamo la “fortuna” di fare la spesa nello stesso supermercato. Non ci baciamo, non ci tocchiamo, stiamo ad un metro di distanza. Ieri, davanti la parmigiana surgelata, mi dice “sei bellissima”. Se non è questo l’amore non so cosa sia».

“Alle 18.00 affacciatevi alle finestre e cantate.”

Da venerdì pomeriggio, ogni giorno alle diciotto apriamo le finestre della mia camera, accendiamo la cassa e cantiamo; ogni tanto qualcuno esce fuori, sul balcone, si affaccia alla finestra e ci saluta o canta con noi, anche se per poco. Continueremo a farlo per noi stesse, continueremo a farlo per i nostri vicini, anche se inizieranno a non sopportarci più.

“L’Italia non si ferma.”, “Milano non si ferma.”, “Roma non si ferma.”

Noi giovani non ci fermiamo, non ci fermiamo mai, penso sia proprio questo il bello della nostra generazione, dei nostri vent’anni. Continuiamo a cenare insieme, a giocare a carte insieme, a festeggiare compleanni insieme o, anche, semplicemente vederci e parlare delle nostre giornate. Come? Semplice. Devo, nuovamente, ringraziare Internet e le sue stregonerie, in particolare le videochiamate (su qualsiasi sito o app voi vogliate, che sia Whatsapp, Instagram, Skype o Houseparty). Perché, okay, per ora non possiamo toccarci, non possiamo “assembrarci”, né dentro né fuori casa, ma chi ci impedisce di vederci?

 

La prima cosa a cui abbiamo dovuto pensare una volta dentro è stata questa, non ci siamo subito chieste “cosa faremo quando tutto questo sarà finito?” ma “cosa facciamo ora?”. La risposta? Creiamo una playlist. Ed è quello che abbiamo fatto. Questa playlist è su Spotify (è pubblica e, se può interessare, si chiama Covid-19 BAG), c’è un po’ di tutto, ognuna di noi ha preso un pezzetto di sé e ce lo ha messo dentro, per creare qualcosa che può farci sentire ancora più unite, per creare un ulteriore ricordo di questo inaspettato momento che stiamo vivendo, ricordo che vuole essere positivo, in un mare di avvenimenti, notizie e informazioni che ricorderemo in modo meno positivo.

 

Questa playlist contiene due brani a cui tengo particolarmente (a cui tenevo particolarmente anche prima della quarantena, ma che ora hanno assunto un significato ancora diverso, ancora più profondo). Riporto qui due piccole citazioni, che mi sembrano racchiudere perfettamente il nostro stato d’animo attuale, anche se consiglio, qualora ne abbiate voglia, l’ascolto integrale di entrambe le canzoni.

«Tempi deserti di coraggio / Stavamo bene quando stavamo peggio […] Tienimi stretta in un abbraccio / Non ho paura se ci andiamo insieme / Del domani mi ripeti che / Andrà tutto bene» (Levante, Andrà tutto bene).

«Passerà / Come passa un sabato / Mi addormenterò / Senza più paura di niente» (Cosmo, Quando ho incontrato te).

Bianca Infantino

E niente. Bianca era previsto che scrivesse un pezzo su Spaghetti Unplugged, l’editoriale toccava a me. Diverse sere fa, prima che tutto questo cominciasse, durante la nostra ultima riunione di redazione – quando ancora... – era venuto fuori il tema della distanza. Io mi sarei perso nel mondo dei simboli, dopo la maschera, dopo il resto, simboli che spesso paiono mostrarsi evidenti nel loro governare, presidiare, determinare o disporre il nostro piano della realtà. La distanza. A me che l’espressione “distanza sociale”, tra prossemica, sociologia e lotta politica di un tempo, per generazione o formazione, fa venire in mente altro, non sarebbe rimasto altro rifugio che qualche lettura che avesse il sapore della filosofia della discontinuità, tra Democrito e Max Plank, per come potrei comprenderli io, o qualche quasi ipnotico, vaneggiante riferimento alla infinita divisibilità dello spazio finito propria della geometria di George Cantor. C’era una distanza fisica cui non avevo voluto dare rilievo, anzi, che avevo e che ho sempre negato con me stesso e che poi, con un semplice scambio di poche parole al telefono, diventava evidente, trasformando tutto il resto, mi si passi il gioco, in polvere. Bianca alla luce dei recenti e noti fatti aveva deciso di restare lì, a Roma, 365,4 kilometri accanto a me.

Rocco Infantino

Altro in questa categoria: Di destini nuovi dell’Equilibrio »

Lascia un commento

Assicurati di inserire le (*) informazioni richieste dove indicato

Cercaci su Facebook

Gli ultimi articoli

Corpi del reato

20 Apr 2021 Racconti Inediti

Letture sul corpo

20 Apr 2021 Leggere

Corpo “in scena”

20 Apr 2021 Investire

s l1600