May 22, 2022 Last Updated 6:10 PM, May 19, 2022

La comunicazione che dona un sorriso In evidenza

Pubblicato in Dialogare
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Filippo Ungaro, capo comunicazione Save the Children

Donare un sorriso e delle opportunità ai bimbi di tutto il mondo è alla base dell’attività di Save the Children, una delle più grandi Organizzazioni internazionali indipendenti attiva in 125 paesi in tutto il mondo, creata il 19 maggio 1919. È una Organizzazione Non Governativa (ONG) con status consultivo presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite. Tantissimi i progetti realizzati nel corso degli anni grazie anche alla solidarietà e alla sensibilizzazione che i volontari di Save the Children “instillano” nella nostra società.

 

Quanto è difficile comunicare ma soprattutto “In-formare” su questi temi? Ne abbiamo discusso con Filippo Ungaro, che, dopo una laurea in Scienze Politiche ad indirizzo politico-internazionale e diverse esperienze di comunicazione in giro per il mondo, dal 2001 approda in Save the Children Italia come Capo della comunicazione e responsabile delle campagne e dei volontari. Nel 2010 vince il “Premio Comunicatore dell’anno 2010” per le organizzazioni sociali, promosso dalla FERPI, Federazione Relazioni Pubbliche Italiana e dalla Fondazione Valentino nell’ambito del Premio Ischia Internazionale di Giornalismo. Dal 2014 fa parte del gruppo strategico internazionale per la definizione di strategie di BRAND globali.

Filippo, lei è alla guida della comunicazione di Save the Children, da diversi anni. Quali sono gli “ingredienti” per una buona comunicazione targata Save the Children?

Gli ingredienti sono tanti e non esiste l’”ingrediente segreto”. Mi viene da dire che per prima cosa bisogna considerare la professionalità. In Italia si dice che tutti siamo allenatori di calcio, tutti pretendono di sapere qual è la formazione migliore da schierare. Ecco, facendo un parallelo, in un luogo di lavoro troppo spesso tutti pretendono di sapere come si fa comunicazione.  Ma in realtà per farla bisogna essere dei professionisti. Inoltre, la comunicazione non è una sola cosa: c’è l’ufficio stampa, ci sono i social, gli eventi, l’advertising, la produzione multimediale. Per ogni disciplina ci vogliono dei professionisti specifici o quasi.

Io lavoro molto sulla reputazione e per me questo significa essere percepito come una fonte autorevole di informazione. In questo quindi ci sono tutti gli ingredienti del giornalismo: rigore, controllo delle fonti, parlare solo quando si ha da dire qualcosa e così via.
Nelle organizzazioni come la nostra, la trasparenza è molto molto importante e paga sempre. Per avere la fiducia della gente, devi comunicare con trasparenza, parlando anche di errori se necessario.

Infine oggi più che mai, la comunicazione integrata è fondamentale. Ed è ciò che facciamo in Save the Children. Oggi tutti comunicano, chi più chi meno: intervenendo a un convegno, parlando al telefono con un donatore, un membro dello staff che fa un post sui social, ecc. Governare in modo coerente e coordinato tutta questa macchina è fondamentale ed è forse oggi uno degli elementi principali del successo in comunicazione. In Save the Children abbiamo ad esempio creato qualche anno fa una Newsroom – come la chiamiamo noi – che è una modalità di lavoro che mette insieme Ufficio stampa, social media e produzione content. Le persone di queste aree lavorano come fossero una redazione online. Tutti i giorni gestiscono la scelta e la pianificazione del messaggio.

Ho accennato prima alla produzione dei contenuti, sottolineo quanto oggi video foto immagini siano estremamente importanti. E lo saranno sempre di più. In questo senso bisogna tendere a un modello di media company. Ci sono tanti contenuti all’interno di un’organizzazione come la nostra, bisogna saperli valorizzare e promuovere in comunicazione nel migliore dei modi.

Voi informate e in qualche modo formate le opinioni delle persone sulle condizioni in cui versano tanti bambini in ogni parte del mondo. Qual è la principale resistenza che incontrate?

Devo dire che ci sono poche resistenze, almeno oggi. In genere ci sono i soliti “leoni da tastiera” che criticano tanto per criticare. Però la sfida maggiore è convincere gli scettici, le persone che pensano che “tanto i soldi non arrivano”, “avete stipendi da nababbi” e cose così. Ovviamente nulla di tutto questo è vero ed è difficile far cambiare idea.
Altro problema “storico” è ottenere l’attenzione su tematiche che non hanno spazio nei media mainstream. Ma ciò non può costituire una scusa. Ci sono tanti modi per “creare” la notizia: un evento, un video forte, un influencer, un rapporto ben fatto con dati… insomma, i modi ci sono, poi non sempre le ciambelle riescono col buco. Ma, per me, niente scuse, tutto si può fare almeno in potenza.

Quanto contano le immagini nella vostra comunicazione?

Moltissimo direi. Come dicevo prima, i contenuti, le immagini sono fondamentali. Bisogna creare un contatto e un coinvolgimento emotivo. Ovvio che si può fare anche con le parole ma, ahimè, si legge e si approfondisce di meno di un tempo e le immagini arrivano prima. Bisogna dedicare molta attenzione e cura alle immagini.

Viviamo un momento particolare: prima la pandemia ora la guerra in Europa. Mai, come in questi recenti momenti storici, una comunicazione veritiera è fondamentale, ancora di più se pensiamo che molte colleghe e colleghi giornalisti non sono liberi di raccontare quanto accade.

Beh, fondamentale direi. La verità sopra tutto. Questo è vero da un punto di vista etico ma anche “tatticamente” se vogliamo. Oggi una comunicazione non autentica, non vera fa molta fatica, non arriva. La dichiarazione detta a memoria per il tg non dice nulla, non arriva, non ottiene l’attenzione. In un momento come questo, con la guerra ma già da tanti anni dove la verità viene spesso messa in discussione dalla propaganda, direi che raccontare i fatti, raccontare le cose vere è un compito di grande valore morale.

Vi definite innovativi. Come coniugate innovazione e comunicazione?

L’innovazione si può applicare ogni giorno, su ogni cosa. Non bisogna confondere l’innovazione con la creatività. Si può innovare in ogni momento, trasformando un modo di lavorare, apportando una cosa nuovo nel modo in cui si motiva un team. Anche queste sono innovazioni. E poi, dal punto di vista della comunicazione – ed è forse la cosa che mi appassiona di più – ogni iniziativa nuova, ogni lancio, ogni evento è come un libro con pagine bianche: puoi scrivere ciò che vuoi. Credo che da un punto di vista della comunicazione, del marketing in generale, essere innovativi, fare cose diverse all’interno del settore ti aiuta a distinguerti e ad emergere.

Qual è stato il momento più bello e quello più brutto che le è toccato dover comunicare?

I momenti belli sono stati veramente tanti. Lavoro in Save the Children da oltre 20 anni e ogni giorno ricevo moltissimi stimoli e motivazioni. Potrei citare tanti momenti belli: la campagna Riscriviamo il futuro per garantire educazione a 8 milioni di bambini che vivono in contesti di guerra, la campagna Illuminiamo il Futuro contro la povertà educativa in Italia, il “villaggio” Save the Children – un padiglione dedicato al tema del contrasto alla mortalità infantile e malnutrizione – all’EXPO di Milano, il concerto di Elisa al Colosseo per la Siria, la campagna Lanterne verdi sui migranti al confine Bielorussia-Polonia.
La cosa più difficile – e più brutta - in assoluto è stata la vicenda dei migranti durante il periodo 2016-17, dove c’è stata un’ondata di propaganda odiosa e forte populismo contro gli sbarchi. In quel caso, fake news, polarizzazione, populismo rendevano veramente complicato portare avanti le nostre posizioni.

Quali sono gli ultimi tre libri che ha letto?

In questo momento sto leggendo un romanzo di Què Mai Nguyen Phan, Quando le montagne Cantano, che racconta una parte della storia del Vietnam – paese che amo – a cavallo tra l’occupazione giapponese negli anni ‘40 e la guerra contro gli Stati Uniti negli anni ‘70. Prima di questo Poalo Cognetti, La Felicità del lupo e una rilettura di Rigoni Stern Le stagioni di Giacomo, sono un appassionato di montagna e un alpinista “della domenica”.

Domenico Ciancio

Domenico Ciancio

Un incompreso lucano, italiano, europeo. Della mia passione, la comunicazione, ne provo a fare il mio mestiere. Con i proventi della mia prima passione alimento le mie tante altre passioni: viaggiare, leggere, ascoltare musica, golf, formula 1, mangiare e sorridere con le persone che amo e che incontro nella mia vita.

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