Jun 15, 2021 Last Updated 1:13 PM, May 27, 2021

I corpi “catturati” da Salvatore Laurenzana In evidenza

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Catturare i corpi, fermarli nel loro rapporto con il tempo, renderli immortali nell’istante in cui vengono colti. Raccontare la loro storia attraverso uno sguardo altro, differente, lontano che mette in luce, o meglio, sotto la luce, gli elementi che ne caratterizzano il profilo.

 

È il delicato compito del fotografo, al quale viene affidata la funzione di trasformare la realtà in visione, di traslare l’immagine in caleidoscopiche composizioni e trasposizioni. Mani dialoganti, figure arboree, corpi narranti sono i tratti distintivi, oltre che il fuoco, della fotografia di Salvatore Laurenza. Professionista potentino che ama guardare oltre l’obiettivo, il fotografo dei “corpi d’aria” parla dell’anima racchiusa in quegli involucri, di quella archè di matrice filosofica e presocratica che rimanda al soffio vitale, al respiro, all’aria. Un concetto che avvicina l’uomo alla natura, agli alberi particolarmente, alla sua figura che affonda le radici nella terra per svettare verso il cielo: il tronco, i rami, le nervature, la linfa sono il fisico, le braccia, il sistema venoso, il sangue. E del corpo umano ne coglie le singole parti, ciascuna a significare una parte del suo tutto. Le mani ad esempio, naturale propaggine dell’anima, raccontano una storia. E il gesto, la postura, l’aplomb esprimono con parole mute i loro significati. Salvatore Laurenzana fa parlare le sue fotografie e non è difficile capire cosa dicano, basta mettersi in posizione di ascolto. Nei suoi lavori ci sono le mani degli artigiani all’opera, le forme dei corpi assimilati agli alberi, le espressioni degli attori durante le performance in teatro e all’aperto, progetti che hanno caratterizzato la sua ricerca di questi ultimi periodi di attività artistica. La sua esperienza nella fotografia di teatro si sostanzia della collaborazione con l’associazione potentina Basilicata1799 ed il Città delle 100 Scale Festival. Numerose le sue esposizioni e le sue collaborazioni anche con riviste specializzate. Lo abbiamo incontrato e rivolto alcune domande, ecco cosa ci ha detto.

Qual è la parte del corpo che ritiene più comunicativa?

Ritengo il discorso sul corpo molto complesso e lego la comunicatività corporea ai concetti di contenitore e contenuto.  Quando quest’ultimo si traduce in gesto o postura avremo una forma che racconta uno stato d’animo convergente verso le mani.

Le mani sono il terminale dei nostri dubbi o delle nostre conoscenze e sono forse la parte più trasparente del corpo, le associo ad una periferia urbana dove il controllo della forma è meno presente.

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Cosa racconta un corpo?

A volte mi fermo ad osservare le persone dalla finestra e una mattina, sul marciapiede di fronte, ho visto un papà che accompagnava la figlioletta a scuola. La piccola dopo pochi metri si è fermata e, con forza, ha fatto segno al padre di tornare indietro, reclamava la sua indipendenza, era ostinata. Ho assistito a questa meravigliosa e dolcissima trattativa, il tutto raccontato dai corpi, come in un film muto.

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Interessanti sono le associazioni tra le forme della natura e quelle del corpo umano che nel progetto Soma Pneumatikôn trovano la massima sublimazione. Cosa ha visto in quelle forme?

Il progetto Soma Pneumatikôn è come l’incontro di due rette parallele, inizia con una mia predilezione nell’osservare e fotografare gli alberi, che ho sempre associato concettualmente a corpi umani ideali, per via del rapporto di equilibrio assoluto che hanno con ciò che li circonda; poi c’è l’esperienza dei corpi in scena che ho iniziato a fotografare per lavoro. In questo contesto ho iniziato a pensare al corpo che si esibisce dal vivo, ai gesti, che ne rappresentano l’aspetto più nobile, inteso come espressione della vita esposta per essere tradotta in quadri e, quindi, in immagini.

I dittici di Soma Pneumatikôn, dei corpi in scena e degli alberi producono, secondo la mia proiezione, un’immagine sospesa che rappresenta l’ideale di essere vivente in una visione stereoscopica percepita con la coda dell’occhio.

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Oltre alla forma, cattura l’espressività dei corpi. Quanto influisce sulla sua opera la formazione e la frequenza teatrale?

Fotografare a teatro è un’esperienza mistica, necessita di una condizione di totale rispetto per chi si sta esibendo e di un silenzio interiore che porta al pieno coinvolgimento con quello che avviene sul palco. Con queste premesse si riesce a comprendere la profondità dei gesti del corpo in scena e a catturarne l’essenza.

Il gesto umano diventa il protagonista dei suoi scatti, ma come riesce a renderlo così ben visibile attraverso l’obiettivo?

Fotografando è necessario perdersi nell’immagine che si compone nel nostro sguardo, esiste una condizione di equilibrio tra luce, linee e forme che è il semaforo verde per scattare la fotografia. Tutto questo non è possibile se non c’è sintonia tra soggetto e fotografo, che a teatro si traduce con l’invisibilità del secondo.

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E ciò che un corpo racchiude, ciò che non è visibile all’esterno, come diventa visibile?

C’è sempre un tacito accordo tra soggetto e fotografo e nel momento in cui si verifica questa condizione, il soggetto spesso si concentra sul suo aspetto esteriore.

Ci si avvicina alla verità probabilmente solo quando si “ruba” una foto o, se il fotografo è visibile, ci si potrebbe trovare di fronte ad aspetti estremi dell’esistenza, a vite che non badano al fotografo perché perse nella sofferenza, e qui entra in gioco una questione etica. Forse solo i segni permanenti dei corpi possono non mentire rispetto ad accadimenti interiori, anche se ne sono solo memoria. Tuttavia, questa è solo una parte del discorso complesso su corpo e fotografia che sarebbe interessante indagare a fondo.

È la fotografia che si fa poesia?

Penso che la poesia preceda ogni mezzo espressivo e quindi anche la fotografia. Soprattutto se pensiamo che uno scatto, in una frazione di secondo, può conservare sensazioni temporalmente infinite che necessariamente devono abitare chi sta fotografando.

Eva Bonitatibus

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SALVATORE LAURENZANA -  Vive e lavora a Potenza, dove è nato nel maggio del 1968.

Collabora con architetti, paesaggisti, filosofi, sociologi, poeti, grafici, compagnie e festival teatrali, musicali, cinematografici. Spicca la decennale collaborazione con l’associazione potentina BASILICATA1799 ed il CITTÀ delle 100 SCALE FESTIVAL nel quale costruisce una solida esperienza nella fotografia di teatro.

La ricerca personale converge verso il racconto, nelle sue varie declinazioni visive, del rapporto che intercorre fra gesto umano e impatti conseguenti.

Tra i lavori prodotti ed esposti:

nel 2017 SOMA PNEUMATIKON presso la Galleria d’Arte Internazionale Porta Coeli a Venosa (Pz), GENESIS alla Florence Biennale d’Arte dove gli viene conferito il Premio Lorenzo il Magnifico nella sezione fotografia, SINTESI MEDITERRANEO al Museo Provinciale di Potenza con il Collettivo Intramoenia,

nel 2016 CENTO SCALE/SETTIMO BALLATOIO in un cantiere riadattato a sala espositiva all’interno del Città delle 100 Scale Festival,

nel 2014 NARRAZIONI dello SGUARDO LENTO con Legambiente,

nel 2008 OTTANTOTTO, in occasione dell’inaugurazione del Cecilia, Centro per la Creatività.

nel 2012 MANIFESTA, all’interno di un progetto sull’orgoglio artigiano,  

nel 2009 DIRAMAZIONI all’interno delle scale mobili di Potenza nell’ambito del Festival Arte in Transito e a Reggio Emilia al Festival Fotografia Europea,

nel 2005 ESCALIERS, all’interno del workshop di architettura Città di Luce e Verticalità a Potenza.

Le sue foto sono state pubblicate su: DOMUS, rivista di architettura, design e arte, PAESAGGIO URBANO, bimestrale di architettura, urbanistica e ambiente, MERIDIANI, bimestrale monografico di viaggi e cultura.

Numerose le collaborazioni nel campo dell’architettura e del Paesaggio all’interno di laboratori e workshop, tra gli altri OSA Architettura e Paesaggio, VOLUMEZERO e PAESAGGI MERIDIANI in Fanoi 2013 Serpentone Reload 2014, Giardini in Scala 2016, Conselvatico l’altro ordine delle cose 2018, Giardino in movimento 2015 e Meno nel 2020, con lo studio di architettura KING ROSELLI nel 2017 con DOM in Moto Celeste, viaggio a piedi attraverso la Basilicata con lo sguardo della multidisciplinarietà, TOPOTEK1 in Treno Botanico, con GIANCARLO NERI nel 2009 in Tanto di Cappello. In ambito cinematografico collabora alle 3 edizioni del POTENZA FILM FESTIVAL 2006, 2008 e 2009 seguendo laboratori condotti da ABBAS KIAROSTAMI, ARTUR ARISTAKYSIAN, MICHELANGELO FRAMMARTINO, collabora e documenta dal 2003 al 2006 e nel 2011 il POLLINO MUSIC FESTIVAL, nel 2006 partecipa al Workshop Internazionale di Teatro “A house is a house” tenutosi a Padova ed organizzato da TEATROCONTINUO e BAUHAUS BUHNE dove si occupa della documentazione fotografica e della produzione video.

Come fotografo ufficiale del CITTÀ delle 100 SCALE FESTIVAL oltre agli eventi teatrali documenta numerosi laboratori e produzioni in varie discipline, condotte da: FRANCO PURINI, STUDIO AZZURRO, DANIEL BUREN, BIANCO VALENTE, ma0/EMMEAZERO, REMO SALVADORI, FRANCO ZAGARI, MASSIMO CAROZZI / ZIMMERFREI ed altri.

Nel campo del video produce: insieme a Mimmo Nardozza e Recommon il documentario  MALDAGRI2019 sull’impatto dell’industria petrolifera in Basilicata, ACQUA CHE SCORRE con Antonio Graziadei di Paesaggi Meridiani sugli “Orti Saraceni” di Tricarico, NARRAZIONI dello SGUARDO LENTO per Legambiente ed è aiuto regia nel lungometraggio MONTEDORO di A. Faretta e operatore alla camera in NINE POEMS in BASILICATA con John Giorno di A. Faretta.

Eva Bonitatibus

Giornalista pubblicista

I libri sono la mia perdizione. Amo ascoltare le storie e amo scriverle. Ma il mio sguardo curioso si rivolge ovunque, purché attinga bellezza e raffinatezza.

La musica è il mio alveo, l’arte la mia prospettiva, la danza il mio riferimento. Inguaribile sognatrice, penso ancora che arriverà un domani…

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