Jul 03, 2020 Last Updated 3:28 PM, Jun 30, 2020

“Che sia per noi l’occasione di una seconda nascita”

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Intervista al Professor Nelson Mauro Maldonato

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Da quando l’Organizzazione Mondiale della Salute ha definito il Covid-19 una pandemia ci siamo resi conto della potenza “espansionistica” del virus.

Nessun paese del mondo ne è immune, tutti sono vulnerabili. E i numeri ci raccontano una triste storia destinata a diventare uno spartiacque tra il prima e il dopo. In questa sorta di “epoca di mezzo” siamo chiamati a testare nuovi modi di essere, nuovi equilibri, nuovi scenari di vita possibile. Per comprendere meglio cosa ci sta accadendo, e cosa sta accadendo al mondo intero, abbiamo voluto confrontarci con Nelson Mauro Maldonato, medico, psichiatra e professore di Psicologia Clinica presso la Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università di Napoli Federico II. Direttore del Programma Infradipartimentale di Psicologia Clinica dal 2018, è stato recurrent visiting professor alla Universidade de São Paulo (USP), Pontifícia Universidade Católica (PUC) di São Paulo e alla Duke University. È autore di oltre 300 lavori scientifici tradotti in diverse lingue. Ha tenuto oltre 300 conferenze di cui una gran parte come invited speaker all’estero. È direttore scientifico della Settimana Internazionale della Ricerca.

Professor Maldonato, le restrizioni imposte per il controllo della diffusione del Covid-19 stanno ridisegnando una nuova mappa sociale e geografica. Come la pandemia sta cambiando la popolazione?

Il mondo ha spesso subito cambiamenti profondi. Ora sta cambiando nuovamente. Non si tratta di fare i facili profeti, ma semplicemente di prendere atto che ci attende un nuovo modo di entrare in relazione con gli altri, di lavorare, di viaggiare. Giorni fa, la rivista americana MIT Technology Review ha pubblicato un articolo dal titolo molto eloquente: “Were not going back to normal”. Sono perfettamente d’accordo. Niente sarà come prima. Cambierà innanzitutto il rapporto con noi stessi. Si è aperta una faglia profonda, di cui forse avremmo fatto a meno, ma che tuttavia può rappresentare una formidabile opportunità per una nuova rappresentazione dei rapporti economici e, forse, per ridurre le scandalose asimmetrie tra paesi ricchi e paesi poveri. La tecnologia ci aiuterà molto (ma a un diverso livello di analisi, però, non dimentichiamo che l’essenza della tecnica non è affatto tecnica). Non bisogna essere futurologi per intuire che il minor numero di spostamenti avrà effetto ecologico positivo, vi sarà plausibilmente un rafforzamento dei sistemi di cura e di prevenzione della salute (che in certi paesi sono stati smantellati), sarà rilanciata la ricerca scientifica e i dispositivi per evitare nuovi disastri di questo tipo e spero nasca un coordinamento mondiale vero tra i diversi paesi, diverso da come è stato concepita sin qui l’Organizzazione Mondiale della Sanità, struttura globalista burocratica molto somigliante nella sua efficienza a quella delle Nazioni Unite.

Alle consolidate abitudini ne sono state sostituite altre, non consuete. Come ristabilire nuovi equilibri in un momento di marcata fragilità?

Con la crisi economico-finanziaria dello scorso decennio ci è apparso chiaro – e oggi ne abbiamo evidenza incontrovertibile – che siamo piombati nell’epoca della fragilità. Ci siamo scoperti vulnerabili come modello sociale, come salute pubblica, come individui. È bastata un’emergenza sanitaria più intensa a indurci a pensare a scenari apocalittici. Abbiamo scoperto che il nostro problema più grave non è la nostra ignoranza, ma la nostra razionalità, incapace di fare quel che un sistema scientifico serio e rigoroso fa: prevedere, pensare il futuro, immaginare la gestione dell'incertezza e del rischio. Ora si tratta di ripensare obiettivi, valori e gerarchie di valori. Concepire un diverso modo di vivere in comunità, di allocare le risorse sin qui gestite con una dissipazione enorme di mezzi e distruzione pianificata di intelligenze. Non bisogna sprecare questa chance offerta dalla attuale drastica riconfigurazione della vita, della routine e dei suoi ritmi. La presa d’atto drammatica, e credo definitiva, che i nostri orologi – quello interiore e quello sociale – non vanno d’accordo, sta generando reazioni intense e traumatiche. Spero che questa sia per noi l’occasione di una seconda nascita: come persone, come comunità, come pianeta, come Terra-Madre. Questa la nuova frontiera verso cui siamo tutti in cammino.

Quali sono le ricadute psicologiche sull’essere umano?

L’esperienza che stiamo vivendo ha riportato alla ribalta una questione di assoluto rispetto: la questione della solitudine. Non si sottolineerà mai abbastanza che l’esperienza della solitudine è ben più di una condizione di sofferenza e di tormento, ma anche (e forse soprattutto) una dimensione cruciale della nostra esistenza, la condizione di possibilità di ogni relazione. Solitudine e relazione sono condizioni inseparabili. Credo che quanto più forte è l’esperienza della solitudine, tanto più forte è la possibilità di vivere con l’altro. È la solitudine che ci permette di non eludere i temi cruciali dell’umano: la colpa, la libertà, l’incontro, la fede, l’angoscia. Passa da qui qualsiasi forma di individuazione. E individuarsi è sofferenza, separazione, amore, sussulto emotivo, apertura all’altro, ospitalità, speranza.

La solitudine cui si è costretti in questi mesi diventa condizione alienante o di opportunità?

Forse dovremmo chiederci se sia plausibile l’immagine angosciante che abbiamo della solitudine. Di questo sentimento umanissimo dovremmo considerare gli aspetti ‘positivi’, più che considerarlo come un cono d’ombra della nostra esistenza. Dovremmo domandarci perché è nella solitudine che tutti gli innovatori del pensiero, nelle scienze e nelle arti, abbiano dato il meglio di se stessi. Penso a Hölderlin, Whitman, Rilke, Beethoven, Proust, solo per citare alcuni. Le grandi opere sono figlie della solitudine e del silenzio. Con il solo potere dell’immaginazione, Dostoevskij si salva da una sorte tremenda nel durissimo carcere in Siberia. Fu egli stesso a dire che, per una mossa del destino, quell’esperienza fu una straordinaria occasione per andare più a fondo della propria vita interiore. Lo stesso Cervantes, in uno dei suoi vari periodi di carcere, concepì il “Don Quijote de la Mancha”, capolavoro della letteratura mondiale di tutti i tempi. Nazim Hikmet scrisse le sue più belle poesie d’amore in un’angusta cella ove era stato confinato per la sua opposizione al regime del suo paese. Ma più della solitudine creativa trovo interessante discuterne come capacità di chi si raccoglie in se stesso, di chi prende una pausa dall’affanno impaziente del mondo, di chi si ferma a dar nome ai movimenti della propria interiorità. Ecco, dovremmo riflettere sull’importanza di siffatti momenti meditativi e contemplativi dell’esistenza, sul loro effetto emotivo ed intellettivo; e, più in generale, sull’individuazione, identificazione e realizzazione del sé. In un mondo nel quale il richiamo della massa diviene progressivamente più imperioso e spersonalizzante, credo sia proprio la solitudine la linea di resistenza a difesa della propria individualità.

Oltre alla solitudine occorre fare i conti con la paura.

In premessa vorrei dire che la paura è un’emozione primaria fisiologica, comune agli uomini e agli animali volta a proteggere la nostra integrità fisica e psicologica da minacce di qualsiasi natura. La paura può proiettarsi nel futuro in modo consapevole o meno. Pur sforzandosi di essere razionali gli uomini subiscono il forte impatto di emozioni che interferiscono con le scelte pianificate o basate su dati di fatto. Si tratta di fronteggiarla evitando di oscillare tra la sopravvalutazione della nostra capacità (illusoria) di controllo sulle situazioni e la sottovalutazione del rischio. Naturalmente occorre evitare un altro rischio: le situazioni di allerta o tensione prolungate. Pagheremmo un alto prezzo con sintomi di natura biologica e psichica.

Come sostenere le persone in isolamento domiciliare?

Temo di non esser molto capace di dispensare consigli. L’esempio può venire, però, dai grandi solitari di ogni tempo (artisti e filosofi, mistici ed asceti, letterati e così via) che hanno attinto alla sorgente dell’ispirazione per creare opere meravigliose. Con le dovute proporzioni, esser capaci di essere soli con il proprio campo interiore, per quanto controintuitivo possa sembrare, è per me il modo deciso per entrare in relazione con se stessi e il mondo. Certo, l’attitudine a restare soli, a tollerare la solitudine o l’isolamento non è uguale in tutti: non tutti hanno la stessa maturazione emotiva. Per alcuni sono intollerabili anche poche ore di solitudine, per altri star da soli non genera la minima sofferenza. È indubbio, però, che la solitudine consente una ricerca e una maturazione della propria identità. In questo senso, la capacità di essere soli è un fenomeno raffinato alla cui formazione concorrono diversi fattori. Come diceva Winnicott, la capacità di essere soli è uno dei tratti distintivi della maturità nello sviluppo emotivo di un bambino, una conquista precoce che edifica il suo mondo interno.

Come reputa il ruolo dell’informazione in questo delicato momento storico?

Direi cruciale. Se i media rinunciassero ai primati, il loro ruolo diverrebbe decisivo. In taluni casi si sono trasformati in vere e proprie agenzie della paura. So, tuttavia, che i mezzi di comunicazione di massa sono numerosissimi e, per l’enorme varietà dei comportamenti, è molto difficile governare questa strana e deprecabile competizione. Come fidarsi di una siffatta comunicazione che ha l’obiettivo primario di farsi sentire? Questa concorrenza li porta ad alzare eccessivamente il tono, senza fare un buon servizio alla comunità. Il senso di smarrimento che ognuno prova adesso dovrebbe essere attenuato, con l’ausilio di esperti seri e a basso indice narcisistico, per aiutare milioni di persone a elaborare psicologicamente questa situazione.

Ad emergenza cessata, come si configura la ripartenza?

Difficile dirlo. Sappiamo solo che tutto sarà diverso. Siamo di fronte a una discontinuità di sistema. Una faglia si è aperta sotto la crosta sottile della nostra civiltà e dovremo applicarci tutti insieme a produrre buone idee per il futuro del pianeta. Penso che l’intelligenza artificiale ci possa aiutare a superare la nostra incapacità di pensare il futuro. Vi sono enormi criticità: carenze di energia, mutamenti climatici, calotte polari che si sciolgono e altri scenari di questo tipo ci dicono che dovremo impegnarci tutti al massimo. La Terra non ci è stata lasciata in eredità dai nostri padri, ma ci è stata data in prestito dai nostri figli, come recita un antico proverbio indiano.

di Eva Bonitatibus

Eva Bonitatibus

Giornalista pubblicista

I libri sono la mia perdizione. Amo ascoltare le storie e amo scriverle. Ma il mio sguardo curioso si rivolge ovunque, purché attinga bellezza e raffinatezza.

La musica è il mio alveo, l’arte la mia prospettiva, la danza il mio riferimento. Inguaribile sognatrice, penso ancora che arriverà un domani…

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