May 22, 2022 Last Updated 6:10 PM, May 19, 2022

Dall’infomania alle non-cose: un processo inevitabile In evidenza

Pubblicato in Cultura
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«Non abitiamo piú la terra e il cielo, bensí Google Earth e il Cloud. Il mondo si fa sempre piú inafferrabile, nuvoloso e spettrale»

In un tempo indefinito e su un'isola senza nome un'intera popolazione smette di ricordare. L’epidemia della memoria fa sparire l'idea di qualcosa e quindi la cosa stessa. Gli uccelli volano in cielo senza senso (e significato). “Che cos'erano le fotografie e i francobolli, cosa i frutti del bosco e le caramelle? Che cos'era il suono del carillon, cosa il profumo delle rose?” Dimenticati, i fiori vengono gettati nel fiume, per sbarazzarsi di ciò che è inutile oramai; gli abitanti dell'isola bruciano i libri su un rogo per disfarsi di quegli oggetti di carta che nessuno è in grado di usare. La Polizia Segreta vigila sull'oblio collettivo e perseguita coloro i quali difendono la memoria attraverso la narrazione scritta, ultimo baluardo contro la cancellazione della coscienza. Nell'Isola dei senza memoria di Yoko Ogawa, come nelle migliori distopie, la dimenticanza si fa regime di sorveglianza.

 

La specie umana convive sempre più con la paura delle epidemie e sebbene oggi esistano protocolli per la gestione del contagio, il rischio è quello della "infodemia", ovvero della diffusione virale di informazioni false, parziali o erronee in grado di causare il crollo dei rapporti nella società civile.

La comparsa di un nuovo virus mondiale ha amplificato le fragilità delle nostre comunità e ha catalizzato mutamenti sociali, culturali ed economici. Al contempo ha generato una circolazione incontrollata di informazioni che ha messo in discussione il ruolo della scienza e la sua capacità di comunicare.

I toni della narrazione che leggiamo sui media richiamano spesso quelli di una guerra; non a caso stiamo raggiungendo in questo periodo picchi di elevato allarmismo proprio a causa di questo “nuovo” fenomeno: guerra, pandemia, rivoluzione economica polarizzano la nostra attenzione, disorientandoci.

Byung-chul Han, critico severo ma acuto della contemporaneità, ci offre una attenta e mai scontata riflessione sulla comunicazione, la Rete e il futuro che abbiamo innalzato. Ormai sono i dati e non più le cose concrete a influenzare le nostre vite. «Ci troviamo nel periodo di passaggio dall’èra delle cose all’èra delle non-cose. Non sono gli oggetti, bensí le informazioni a predisporre il mondo in cui viviamo.» Secondo il filosofo «Da sole, le informazioni non illuminano il mondo. Anzi, possono oscurarlo. Da un certo momento in avanti le informazioni non informano più, bensì deformano. Ormai questo punto critico è ampiamente superato. L’entropia informativa con la sua rapidissima crescita, vale a dire il caos informativo, ci scaraventa in una società post-fattuale che pialla la differenziazione tra vero e falso. Ora le informazioni circolano senza alcun appiglio con la realtà, all’interno di uno spazio iperreale. Anche le fake news sono informazioni, probabilmente più efficaci dei fatti comprovati. Ciò che conta è l’effetto di breve periodo» e come direbbe Arendt «possiamo chiamare verità ciò che non possiamo cambiare».

Han interpreta assai lucidamente la condizione paradossale propria della nostra epoca: «Oggi comunichiamo in maniera così maniacale ed eccessiva proprio perché siamo soli, perché avvertiamo un vuoto. Le non-cose sono le informazioni che stanno alla base dell’ordine digitale; esso «derealizza il mondo informatizzandolo».

Una massa di informazioni ci investe ogni giorno agendo sulle nostre esistenze: «le cose sono i punti fermi dell’esistenza», a differenza delle informazioni: «Non è possibile indugiare presso di esse. Hanno una validità molto limitata. Si fondano sul brivido della sorpresa.» Una «fuggevolezza», la loro, che destabilizza la vita, richiedendo «continuamente la nostra attenzione

È la narrazione ad essere scomparsa, l’ordine digitale è privo di storia e memoria ed oggi corriamo dietro a delle informazioni che non conducono ad alcun sapere:

«Viaggiamo ovunque senza fare vera esperienza. Comunichiamo ininterrottamente senza prendere parte a una comunità. Salviamo quantità immani di dati senza far risuonare i ricordi. Accumuliamo amici e follower senza mai incontrare l’Altro. Così le informazioni generano un modo di vivere privo di tenuta e di durata.»

Nel testo di Han interessante è il confronto tra un libro e un ebook:

«Le informazioni non hanno né fisionomia, né destino. Non consentono nemmeno un legame intenso. […] È la mano del proprietario a dotare il libro di un volto inconfondibile, una fisionomia. Gli ebook sono privi di volto e di storia. Vengono letti senza mani. Nello sfogliare è insito quell’elemento tattile costitutivo di qualsiasi relazione. Senza contatto fisico non emergono legami.»

In effetti leggere un ebook equivale ad un accesso piuttosto che ad un possesso del libro. L’ebook è ridotto alle sue informazioni (digitali) ed è privo d’età, luogo, lavoro manuale e proprietario. A cambiare è lo status ontologico che prevede una lontananza tra l’oggetto e la persona che lo consulta:

«Nella comunicazione digitale, l’Altro è sempre meno presente. Mediante lo smartphone ci ritiriamo in una bolla che ci protegge dall’Altro»

In una interessante intervista su La Repubblica Han risponde:

«Nell’infosfera siamo tutti infomani e datasexuals: feticisti di informazioni che non comprendiamo, cullati dagli smartphone in una beata stupidità. In che modo le informazioni deformano la verità?»

«Non bastano le informazioni a spiegare il mondo. Oggi siamo ben informati, eppure ci manca il senso dell’orientamento. Ci approcciamo alle informazioni col sospetto che le cose possano anche stare diversamente. Ecco allora che l’informazione si accompagna una sfiducia di fondo. In questo si distingue dalla verità. Più veniamo messi dinanzi a svariate informazioni, più la sfiducia cresce. Da un determinato punto critico in poi, l’informazione cessa di essere informativa e diventa disinformante. Questo potrebbe-anche-stare-diversamente, questa esperienza della contingenza è un tratto essenziale dell’informazione. Ecco perché le fake news costituiscono una componente necessaria della società dell’informazione. Rientrano nel medesimo ordine. Inizialmente, le fake news sono informazioni come le altre. La società dell’informazione è una società del sospetto. L’informazione non rientra nell’ordine dell’essere, bensì in quello della contingenza. La verità rivela una struttura molto diversa da quella dell’informazione. La funzione della verità consiste nel ridurre la casualità della contingenza. A ben vedere, la verità è una narrazione. Le informazioni non si addensano mai in una narrazione. La verità, al contrario dell’informazione, ci fornisce appiglio e orientamento. Le informazioni conducono a una crisi narrativa, a un vuoto di senso. I dati e le informazioni, da soli, non spiegano nulla. Proprio in questo ambito fioriscono le teorie del complotto che offrono una spiegazione semplice, contrapposta all’esperienza della contingenza. Esse semplificano il mondo riducendo complessità e contingenza

(https://www.repubblica.it/cultura/2022/02/04/news/l_intervista_il_filosofo_byong-chul_han_i_rischi_di_un_era_in_cui_non_si_vive_ma_si_digita_-336470816/)

Ecco dunque che una delle caratteristiche particolari dell’essere umano è per Han la memoria che non è quella additiva dei computer, ma narrativa. Han scardina tutto un pensiero postumano che ha visto e vede nella digitalizzazione totalizzante il paradiso in terra nonché l’ibridazione completa uomo-macchina; in realtà il sovraccarico informativo ha destabilizzato l’uomo contemporaneo. A favore di tale considerazione mi vien da citare una serie per ragazzi “Gli Inarrestabili” di Harari che uscirà ad ottobre, il quale, con enorme lucidità e spietatezza, ci racconta come la narrazione, la capacità di creare storie ha permesso all’uomo di acquisire potere ed arrivare fin qui. La Storia declinata come narrazione di eventi ha la capacità di terrorizzare le dittature, siano esse politiche, informatiche e digitali. La questione tutta moderna si svolge nel saper scegliere “quale storia raccontare”, saper scegliere quelle migliori, quelle aderenti alla verità che possano essere terreno fertile e condivisibile per approdare in porti sempre più sicuri. (trovate il dialogo completo  di Harari e Malvaldi, l’anteprima del libro a Bologna per Bompiani qui: https://www.youtube.com/watch?v=znLuAJcKjcM )

Infine è sempre bene ricordare che l’informazione in sé non è conoscenza: “L’abuso di Informazione dilata l’ignoranza con l’illusione di azzerarla” disse Carmelo Bene ed è proprio così; l’accumulo di notizie non è una festa per la memoria. È fondamentale prendersi del tempo per approfondire, consultare, andare a fondo, far maturare le idee. La conoscenza non a caso è caratterizzata dalla capacità di ‘non sapere tutto’ ma di ‘saper dove cercare’, collocare ogni informazione in un contesto più ampio, contestualizzarlo e ragionarlo. Proprio in questi anni infatti accanto a quella che è stata definita infodemia per la prima volta nel 2003 da Rothkopf troviamo l’infomania.  Il termine infomania, pur essendo ideato quadi quarant’anni fa da Elizabeth M. Ferrrarini, è più attuale che mai poiché si riferisce al rapporto tra sovraccarico informativo e lo stato debilitante dell’uomo che non riesce a modulare e regolare tutte le informazioni ‘caricate in memoria’. L’ansia di aggiornarci continuamente ci ha intossicato letteralmente la mente. Imparare ad essere informati bene e imparare a ‘dire di no’ all’informazione caotica e sovrabbondante è la sfida di questi nostri tempi che sono conseguenza di una società iperconnessa la quale non riesce a modulare criticamente la comprensione dei processi globali. Metodo, costanza e ricerca, approfondimento e ragionevolezza dovranno guidare il processo di conoscenza affinché si possa uscire meno doloranti possibile da questo magmatico tsunami di informazioni.

“È meglio una testa ben fatta, che una testa ben piena.” Montaigne

Concetta Vaglio

Testi consigliati:

-Yoko Ogawa, L'isola dei senzamemoria, il Saggiatore, 2018.

-Byung-chul Han, Le non cose- come abbiamo smesso di vivere il reale, Einaudi, 2022.

Concetta Vaglio

"Dottore di Ricerca (in fieri) in Filosofia presso Unibas. 

Affascinata dalla bellezza del mondo, amo l’arte, la letteratura, il cinema, la musica.. contemplo ogni minuscolo angolo di mondo perché credo che la bellezza risieda negli occhi con i quali si guarda..

Amo viaggiare, scoprire “il nuovo” dentro e fuori..

Sposto continuamente in avanti il limite e ne analizzo la soglia! 

Penso ed esisto, provo a giudicare il giusto e cerco emozioni in ogni momento  della mia vita! 

Il filosofo d’altronde è colui che “costantemente vive, vede, sente, intuisce, spera e sogna cose straordinarie.”

Nietzsche

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