Jul 06, 2022 Last Updated 1:51 PM, Jun 21, 2022

L’ansia perenne del Performer In evidenza

Pubblicato in Cultura
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«Nel futuro tutti potranno avere i propri 15 minuti di celebrità»

  1. Warhol 1968

E se l’esito fosse un prodotto da (s)vendere nel mondo dello “spettacolo” quanto valore avrebbe il tempo che si è impiegato per giungere a quel risultato?

La domanda potrebbe apparire ingarbugliata, e in effetti forse lo è davvero. Proviamo a riflettere insieme sui concetti di spettacolarità, tempo e risultato.

Dai voti a scuola, alle lusinghe sul lavoro, ai punteggi in un concorso, ai tweet, ai post su instagram e in tanti altri ambiti dell’umano (e del virtuale) non facciamo altro che assegnare numeri e like. Proprio non ce la si fa a declinare in maniera differente la descrizione di un’azione umana che ci è stato detto di valutare: ecco appunto, punteggi, numeri, valutazione, giudizio.

 

La condizione dell’uomo contemporaneo è strutturata per sostituire il mondo con “l’imitazione del mondo”, l’espressione di sé con l’esibizione di sé, la narrazione con lo storytelling, la ricerca del senso della vita con la ricerca di un livello sempre maggiore di visibilità. Una società che richiede costantemente opinioni, condivisioni ed esibizioni è una società che non ammette riflessione, complessità e profondità, dello spazio, della costruzione, escludendo ogni autentica narrazione. L’attore in questa spettacolarizzazione è l’ingranaggio devoto al consumismo patologico, è un narcisista sempre attivo e performante.

Il passaggio dalla società dello spettacolo alla società della performance sembra essere “evolutivamente diretto” soprattutto nel pensiero di alcuni filosofi contemporanei che prende i tratti di una vera e propria costruzione teorica nelle più recenti pubblicazioni.

Performance, dall’inglese “eseguire” è l’azione propria di chi è interessato al proprio progetto non solo in ambito lavorativo ma in ogni momento della propria vita. Tempo libero e tempo lavorativo si fondono come in una sorta di spazio “privatamente comune” (per “anagrammare” termini arendtiani). Da ciò ne consegue che se fallisci a lavoro, fallisci nella vita e viceversa, la valutazione della persona esclude la complessità dell’individuo e si limita a far “di tutta l’erba un fascio”. Si diventa così ansiosi patologici perché una sola performance “sbagliata” decreta il nostro essere sul podio o meno dello spettacolo nel mondo.

Cambiano i mezzi e cambiano i tempi, cambiano anche i luoghi in cui si manifesta la trasformazione e cambia anche la dinamica; il passo è breve: da consumatori a Performer costantemente attivi, il nostro tempo libero, il nostro tempo vuoto, non esiste più perché inglobato in quello lavorativo, ovvero quel tempo sottoposto a giudizio.

Nella società della performance tutti prima o poi si sentono inetti: guardandosi intorno nella vita reale e sui social, l’Altro sembra essere sempre più produttivo, più impegnato, più in gamba. Questo meccanismo addizionale e di auto-frustrazione è basato innanzitutto su una visione distorta della realtà e costringe chiunque al senso di colpa. Colui che sente di dover rallentare per un istante ha inconsapevolmente “smesso di giocare” e dunque, stremato, continua la propria corsa verso il successo, che si dimostrerà essere come l’ultimo episodio di Squid Game! (no spoiler). Il senso di precarietà si diffonde a macchia d’olio poiché ci si impettisce con il consenso e si sprofonda nello stato opposto. In questo modo le persone, noi, sono prodotto da pubblicizzare nella società della spettacolarizzazione ossessiva e continua.

Ed è così che convivono i Ferragnez, i quali mostrano tutto il positivo di una vita pseudoreale autocensurandosi per evitare unfollow e shitstorm, e persone come Olive di “Little Miss Sunshine” la quale non rispecchia esattamente i canoni standard che contraddistinguono una Piccola Miss California: è cicciottella, porta un paio di occhialoni che le coprono metà del viso e ha una massa indistinta di capelli disordinata. Se i Ferragnez spettacolarizzano ogni cosa come da copione, Olive è una sorta di imbuto riflessivo attraverso cui passano tutti quelli che sono gli stereotipi più comuni, stereotipi che con la sua mente di bambina di otto anni, cerca di analizzare e comprendere. Questa tenera pellicola, tirata in ballo per semplificare e immaginare la riflessione che sto portando avanti, tratta temi molto delicati (l’omosessualità, il fat e lo skinny shaming, il suicidio e anche la morte) con una nota ironica che però non sconfina mai nella leggerezza negativa, nel commento irrispettoso né tantomeno nella condanna poiché appunto filtrata dall’innocente interrogazione di una bambina di otto anni.

Tutta la famiglia di Olive, non a caso, ripone le proprie speranze nel Successo: ne hanno bisogno, perché solo tramite il successo della piccola potranno riscattare i loro fallimenti. Il successo è il fine ultimo di tutti in famiglia, soprattutto del padre di Olive che odia i perdenti, ignorando di farne parte egli stesso.

D’altronde una famiglia italiana di ceto medio non possiede il sogno che il proprio figlio diventi medico, avvocato o professore (oggi si aggiungerebbe alla lista l’influencer)? Che diventi cioè Qualcuno, e non che segua la vocazione di essere semplicemente sé stesso!?

Ciò detto, non è assolutamente impresa facile scardinare un sistema teorico così complesso e dilagante che si è ormai radicato nella società: infatti il problema dell’esternazione maniacale del sé, si è sicuramente consolidato dopo le guerre mondiali ma ha avuto probabilmente origine al tempo di Platone.

Ma questo richiederebbe una riflessione più complessa che non può trovare riscontro in queste pagine. Accendere però un bagliore in fondo al tunnel sarebbe un compito da portar avanti consapevoli del fatto di dover sostituire il successo con la vocazione. Smettere di essere in competizione con il resto del mondo mostrerebbe come, quello che Byung-Chul Han ha definito “il Grande Fratello benevolo” sia una nuova forma di Potere che si autogenera, è additivo e non privativo, ci spinge a pubblicare costantemente risultati. Sottrarci a questo occhio, che seppur con un make up all’ultimo grido pur sempre ci guarda, potrebbe apparire come la prima e vera rivoluzione!

 “Sai una cosa? Vaffanculo i concorsi di bellezza! In fondo, la vita è tutta un fottuto concorso di bellezza dopo l’altro. Il liceo, l’università, poi il lavoro… vaffanculo! E vaffanculo l’accademia aeronautica! Se voglio volare il modo per volare lo troverò. Fai la cosa che ami e vaffanculo il resto.”

Concetta Vaglio

 

Libri consigliati:

G. Debord. La società dello spettacolo, massari editori,2002 (saggio filosofico)

Byung-Chul Han, Psicopolitica, Nottetempo, 2016

H.Arendt, Vita Activa, il Mulino,2016 (saggio filosofico)

Film consigliati: Little Miss Sunshine,2006

Concetta Vaglio

"Dottore di Ricerca (in fieri) in Filosofia presso Unibas. 

Affascinata dalla bellezza del mondo, amo l’arte, la letteratura, il cinema, la musica.. contemplo ogni minuscolo angolo di mondo perché credo che la bellezza risieda negli occhi con i quali si guarda..

Amo viaggiare, scoprire “il nuovo” dentro e fuori..

Sposto continuamente in avanti il limite e ne analizzo la soglia! 

Penso ed esisto, provo a giudicare il giusto e cerco emozioni in ogni momento  della mia vita! 

Il filosofo d’altronde è colui che “costantemente vive, vede, sente, intuisce, spera e sogna cose straordinarie.”

Nietzsche

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