Dec 07, 2021 Last Updated 7:57 AM, Dec 1, 2021

La fragile forma dell’umano: “funzionare o esistere?” In evidenza

Pubblicato in Cultura
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«‘Obbedire agli ordini’ è mettere avanti la nostra etichetta, questa o quella laurea, il nostro sesso, la nostra nazionalità, la nostra cultura, il nostro mestiere. L’esperienza non è riducibile a una raccolta di informazioni. Il cammino di una vita non ha niente a che vedere con un piano-carriera.»

Si è sempre ritenuto ingenuamente che la filosofia esistesse nella dimensione dell’astrazione; è come se la filosofia cominciasse proprio laddove i cambiamenti sono finiti o taciuti, laddove il divenire ha lasciato spazio all’essere. Ma questo è vero solo in parte: è come se la filosofia cominciasse proprio laddove ci fossero dei cambiamenti e occorresse una forma di delocalizzazione e ricollocamento, una rinnovata (auto)comprensione.

 

Le società complesse contemporanee vivono nel mezzo di una fase di radicale metamorfosi multi tematica e stratificata. Stiamo transitando, e non solo mutando forma, e la filosofia interviene per concepire le transizioni. Concepire significa ‘rendere comprensibile’, cercare di cogliere il modo in cui si sviluppano i cambiamenti, e provare a descrivere criticamente alcuni di essi.

La filosofia si occupa del cambiamento perché è essa stessa parte dei cambiamenti ed è fatta di transizioni: le cose cambiano, le trasformazioni avvengono e ne facciamo parte, questo è il vero sollecito per la filosofia: riuscire a “farsi un quadro” di ciò che accade, astrazione tutt’altro che inutile.

In questa breve riflessione ragionerò su uno dei testi del filosofo psicanalista che, insieme ad altri pensatori, ha colto profondamente il senso di smarrimento di in-forma l’essere umano.

Miguel Benasayag riesce a “sconvolgere” le vite dei suoi lettori attraverso il suo penultimo scritto “Funzionare o esistere?”. È un vero e proprio viaggio nella transizione possibile tra il funzionare e l’esistere, che prova a distinguere l’adesione a una società disciplinare fatta da individui e la pratica dell’esistenza che si esprime nella presenza dell’Io nella situazione: «Solo accettando di andare al di là del semplice ‘funzionamento’ della macchina e riguadagnando invece la complessità piena di senso dell’umano, si può tornare a considerare senza angoscia la morte come parte dell’esperienza sapida della vita, a guardare la fragilità del corpo e delle emozioni come ricchezza della relazione con gli altri. E recuperare così uno sguardo aperto verso un futuro che sia sempre meno un risultato e sempre più un cammino, a volte facile e a volte difficile come la vita vera».

Esistiamo per funzionare e funzioniamo se produciamo e consumiamo, in un processo inarrestabile. Ma c’è ancora spazio per affrontare la complessità della nostra esistenza e inventarsi un cammino verso un futuro che non sia solo orientato al risultato? Le fragilità umane sono imprevisti da eliminare al fine di raggiungere una felicità del qui e ora, con il risultato di alimentare l’angoscia e la paura del futuro. La modalità funzionale della modernità occidentale considera l’essere umano una pagina bianca modulare dove aggiungere o togliere pezzi in funzione della qualità delle prestazioni da raggiungere. Musil ne aveva già parlato nell’Uomo senza qualità: un individuo a tasselli, pura esteriorità visibile e calcolabile; d’altronde siamo complici di questa estetica della pura modularità esteriore. (!)

Benasayag e Schmit si resero conto, già diversi anni fa, del diffondersi sempre più pervasivo delle patologie psichiatriche dei giovani, da riferirsi verosimilmente ad un malessere diffuso della società: una tristezza generalizzata. Già nel saggio L’epoca delle passioni tristi, invitavano a riscoprire il piacere dell’inutile, del gesto disinteressato. Ma Funzionare o esistere? è l’interrogativo dal quale non si può più scappare. Benasayag cerca ed offre punti di vista propositivi su come poter esistere in quanto umani che negoziano ormai in modo non reversibile con le macchine riconoscendosi a vicenda come persone singolari, ognuno con le proprie qualità e fragilità.

«Tristezza e debolezza sono diventati veri e propri difetti, “segni” del fatto che amministriamo male la nostra “impresa”». Quello di Benasayag è invece un “appello a non soffocare i nostri disfunzionamenti” al nostro mutare forma quotidianamente. Con rara lucidità l’Autore fa notare come: «Di fatto, prevedere significa eliminare il fattore tempo» e che «la vita pensata come un insieme di processi misurabili in un tempo lineare fallisce totalmente il suo obiettivo».

Uno dei temi della riflessione, che più si avvicina al file rouge che lega i contributi della rivista in questo numero, è la questione della modellizzazione, spesso presente nel ragionamento di Benasayag, la quale rappresenta un processo che condiziona tutti gli ambiti della vita, amplifica le angosce e moltiplica l’individualismo. Nella proiezione di una vita funzionante perdiamo il contatto con la realtà, diventiamo assenti alla situazione, e questo ci impedisce di vivere una vita piena. Benasayag smonta, in maniera certosina, l’idea che l’uomo possa funzionare come una macchina poiché la vita non ci appartiene ma può essere solo abitata. A partire da ciò non possiamo restare ingabbiati nella paura del futuro e disinnesca quella che definisce la “Tirannia della valutazione”, il fatto che noi aderiamo all’idea di fissarci in un’identità rigida e immodificabile, che siamo il semplice frutto di un “bilancio di competenze”.

La modellizzazione, la valutazione persistente, il rapporto tra la vita e la morte, l’idea di fermare l’invecchiamento, i bilanci di competenze, la rincorsa al funzionamento a ogni costo sono alla base della società disciplinare che svuotano tutti gli ambiti della vita. La riflessione sul tempo appare qui nella sua più grande verità: ciò che esiste non esiste nel tempo ma produce tempo. Per questo motivo «il divenire non è il tempo e il luogo in cui si svolge la vita ma una dimensione centrale della vita stessa, dell’essere». Nella modernità funzionalista diventa sempre più decisivo ‘evitare perdite di tempo’: «È percorrendo il cammino che il tempo esiste, non possiamo accelerare il percorso per economizzare il tempo, ‘al massimo’ possiamo impoverirlo producendo, alla fine, anche meno tempo».

Chiediamoci dunque in che modo possiamo considerare la nostra vita come cammino e non come meta, come forma mutante e non come perfezione, come viaggio e non come risultato, come infinita potenza e non come atto.

«Che questo piccolo libro sia un sorriso per le donne e gli uomini presi dalla dura realtà del mondo, il mio sorriso in cambio di molti sorrisi…».

Concetta Vaglio

Testo consigliato:

Benasayag M., Funzionare o esistere?, Vita e pensiero, 2019.

Concetta Vaglio

"Dottore di Ricerca (in fieri) in Filosofia presso Unibas. 

Affascinata dalla bellezza del mondo, amo l’arte, la letteratura, il cinema, la musica.. contemplo ogni minuscolo angolo di mondo perché credo che la bellezza risieda negli occhi con i quali si guarda..

Amo viaggiare, scoprire “il nuovo” dentro e fuori..

Sposto continuamente in avanti il limite e ne analizzo la soglia! 

Penso ed esisto, provo a giudicare il giusto e cerco emozioni in ogni momento  della mia vita! 

Il filosofo d’altronde è colui che “costantemente vive, vede, sente, intuisce, spera e sogna cose straordinarie.”

Nietzsche

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