Dec 08, 2022 Last Updated 3:12 PM, Nov 24, 2022

Una passeggiata (filosofica): riflessioni sulla rinascita In evidenza

Pubblicato in Cultura
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Al cuore della pratica buddhista, la via di mezzo indica dove conviene camminare.

Per scorgerla, però, occorre aver fatto piazza pulita.[1]

 Anno nuovo, vita nuova! Ci si mette in cammino “verso l’infinito e oltre”. Ma precisamente dove pensiamo di andare? Incessantemente divorati dal vorticoso volteggiare siamo schiavi del tempo che ci è sempre più estraneo. Eppure siamo noi (o almeno secondo un certo tipo di visione speculativa) a determinare l’esistenza dello scorrere del tempo.

 

Un passo dopo l’altro, il piede sinistro dinnanzi al destro; deviazione, saltelli, inciampi e poi eccoci arrivati molto lontani dal cominciamento: sono trascorsi anni oppure attimi, ma abbiamo fatto della strada. Mantenersi in equilibrio su una sola gamba e in una sola anima, mettersi in piedi e arrancare passo dopo passo verso il mondo segna l’inizio dell’agire. In bilico tra certezze e azzardi l’uomo muove sé stesso e le sue intenzioni. Camminare e camminare ancora per esplorare nuovi sé e nuovi altri; il passeggiare ci conduce nel profondo di noi stessi insegnandoci ad attendere, a resistere, a faticare per arrivare in cima. La filosofia, come il lattante che impara a muovere i primi passi, si getta continuamente nell’ignoto spazio del (im)possibile. La marcia filosofica inizia sempre con un dubbio, una perplessità su qualcosa che era ormai accertato come vero.

I primi filosofi raccontavano i pensieri passeggiando e nello scambio di opinioni essi ritrovavano spunti interessanti “per la vita” e per “la metafisica”. I sandali usurati dalle lunghe passeggiate intellettuali hanno fatto sì che Aristotele, Empedocle, i Sofisti e molti altri facessero filosofia. Così tra un tribonio, tra le stringhe di un sandalo usurato e un bastone (per chi avanzava nell’età), inciampavano pensieri filosofici destinati ad arrivare alle nostre orecchie. Il dondolio retto del nostro procedere ci rende unici e inimitabili, poiché tra tutte le specie siamo i soli a spostarci per le strade con movimenti così speciali che nessuna macchina potrebbe replicare. Ed è così che allo sguardo attento ad esempio di un filosofo, il modo in cui esso procede nel camminare ci offre segnali che definiscono il suo filosofare: “Guglielmo d’Ockham sopprime i passi inutili”, “Montaigne procede a salti e balzelli”, “Cartesio cammina in linea retta”, “Diderot zoppica in segreto”, “Rousseau reinventa la passeggiata”, Kant è abitudinario, “Hegel scopre il cammino che procede da sé”, “Il Buddha cammina nel mezzo”.[2] In tutti i questi casi il passeggiare comporta la nascita di nuove considerazioni intellettuali. Allo stesso modo anche noi, procediamo inesorabilmente mostrando il nostro essere. Vagabondare in città, per le vie di un borgo, in pellegrinaggio o in montagna è un’esperienza universale che connette molteplicità del mondo e unità sfaccettata del singolo. Mettersi in cammino è l’opportunità di apprezzare la bellezza del cosmo e la grande piccolezza di noi stessi. Viviamo tutta la vita passeggiando, e cominciando con passi incerti e appoggiandoci su un bastone infine, il camminare ci aiuta a definire il corso delle nostre esperienze con riflessione limpida e libera da costrizioni. Anche se basta un passo di un bambino per dire che esso “ha imparato a camminare” e non sono abbastanza lunghe le escursioni per dire che un uomo ha imparato ad orientarsi nel cammino. Che cosa buffa!

Fatto sta che dal momento in cui balena nella nostra mente quel fatidico dubbio per noi non c’è più pace e tranquillità. La pratica dello choc è propria dei filosofi, ma non solo, è lo scombussolamento di chi ritrova le proprie certezze accumulate in un pugno di cenere che scivola via inesorabilmente. E allora ci si mette in cammino…Tuttavia il mettersi in cammino non è un’azione poi così tanto immediata. Iniziare un percorso è impresa cosciente, consapevole, che evidenzia un forte esame autocritico.

È impossibile escludere dalla riflessione la declinazione che un cammino può assumere quando si presenta impervio e irto di difficolta. Mi riferisco ai percorsi di riabilitazione riportati in luce dalla docu-serie SanPa presentata sulla piattaforma Netflix che, ispirandosi a eccellenze del true crime internazionale quali Making a Murder e Wild Country, ha diviso il paese in sostenitori e avversari del metodo Muccioli. Ma ancora una volta nella riflessione se ne smarrisce il vero senso della produzione che a mio parere risulta eccellente e profondamente filosofica. Ma andiamo per gradi. Ho innanzitutto in mente quella lunga fila di uomini smarriti che insieme a Vincenzo Muccioli, sorridevano ai fotografi. Il modo in cui muovevano i passi, fieri e speranzosi che qualcosa potesse cambiare, ha reso quella fotografia un monumento storico. Essi consapevoli di iniziare un percorso che li avrebbe portati alla catarsi si affidavano all’unica figura che potesse essere per loro “un padre”. Ed è di rinascita che si discute ogni qualvolta si tira in ballo l’idea di percorso: non ci si interroga sulla propria vita se tutto scorre meravigliosamente nella norma; la concettualizzazione di “percorso” è tale soltanto nel momento in cui si percepisce una falla nel “sistema vita” (la nostra) che ci costringe a recuperare il vero senso dell’esistere. È in questa prospettiva che vorrei guardare a quanto è accaduto il 30 dicembre 2020, giorno in cui è apparsa sul “black mirror netflixiano” una pagina di storia italiana. Quasi in silenzio, per non far rumore, SanPa ci racconta con voce limpida quel fangoso fantasma che è l’ambigua umanità del percorso in se stessi. Alla fine degli anni ’70 Vincenzo Muccioli, imprenditore, fonda una piccola comunità sulle colline riminesi in cui accoglie e cura ragazzi dipendenti dall’eroina. Muccioli pretende soltanto che i ragazzi si dedichino al duro lavoro in cambio di un luogo sicuro nel quale alloggiare. Questo Pater familias è raccontato appunto come un padre di “figli scapestrati” che la società relegava a feccia e che gli ospedali tranquillizzavano con il metadone.

La scrittura della serie si domanda più volte: qual è il male maggiore? Un figlio che perde la strada o un figlio bastonato? Non sono forse peggiori le catene invisibili dell’eroina?  

Perché appunto negli anni ‘70 (ma ancora oggi) smarrire la strada era (ed è) ancora un male. Lo smarrimento è l’errore, non possibilità di reinventarsi. (!). 

Il percorso terapeutico che ha contraddistinto e che continua a contemplare la comunità di San Patrignano è essenzialmente educativo e riabilitativo. La persona non è considerata affetta da una “malattia” e non sono utilizzati trattamenti farmacologici per la cura.

La crescita della persona avviene attraverso il confronto e attraverso di esso emergono le criticità e le fragilità dell’individuo. Durante il percorso, sono affidate agli ospiti della comunità maggiori responsabilità, sia nella vita del suo settore di appartenenza che nelle numerose attività che svolgono in comunità. Egli stesso diviene, successivamente, tutor di un’altra persona. Ed è proprio di responsabilità che si discute quando ci si confronta con un cammino intrapreso. Per quanto infatti si possa affrontare un nuovo percorso personale, sia esso riabilitativo o di consapevolezza, colui che percorre la strada rimane l’io soggettivo, l’unico capace di muovere le proprie gambe anche con le ultime forze rimaste. Paradossalmente il percorso intrapreso da ognuno di noi non è sempre esterno a noi stessi. Per tale motivo la docu-serie vede contrapposti i sostenitori della violenza e gli oppositori, coloro i quali guardano alle catene fisiche tralasciando quelle mentali. Il percorso che intende la comunità di San Patrignano è innanzitutto personale, e se ci sono luci e ombre sul “padre-padrone Muccioli”, è innegabile la testimonianza di chi quel percorso riabilitativo l’ha dovuto subire per renderlo consapevole a sé stesso: «Chiudendomi in uno stanzino mi ha ridato la libertà», queste sono le parole di Fabio Cantelli, uno dei primi ex ospiti della comunità, ora filosofo e voce illuminante del documentario. Attraverso le parole di Cantelli la serie assume valenza filosofica e vomita tutte le distinzioni mai veramente superate tra bene e male, libertà e potere, legge universale e legge propria.

Certo in questa breve riflessione non potrò parlare degli altri aspetti che questa serie porta alla luce. Come sempre in conclusione alcuni spunti di lettura e qualcosa da guardare!

Concetta Vaglio

Libro consigliato: Droit R. P., La passeggiata di Kant. Filosofia del camminare, Ponte alle grazie, 2017.

Serie tv consigliata: Sanpa, Netflix (dicembre 2020).

[1] Droit R. P., La passeggiata di Kant. Filosofia del camminare, Ponte alle grazie, 2017.

[2] Ivi, rappresentano i titoli di alcuni capitoli del testo citato.

Concetta Vaglio

"Dottore di Ricerca (in fieri) in Filosofia presso Unibas. 

Affascinata dalla bellezza del mondo, amo l’arte, la letteratura, il cinema, la musica.. contemplo ogni minuscolo angolo di mondo perché credo che la bellezza risieda negli occhi con i quali si guarda..

Amo viaggiare, scoprire “il nuovo” dentro e fuori..

Sposto continuamente in avanti il limite e ne analizzo la soglia! 

Penso ed esisto, provo a giudicare il giusto e cerco emozioni in ogni momento  della mia vita! 

Il filosofo d’altronde è colui che “costantemente vive, vede, sente, intuisce, spera e sogna cose straordinarie.”

Nietzsche

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