Aug 10, 2020 Last Updated 8:53 AM, Jul 20, 2020

L’essenza dell’opera d’arte. Un solipsismo “itinerante” In evidenza

Pubblicato in Cultura
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Se il mondo fosse chiaro, l’arte non esisterebbe.

(Albert Camus) 

L’arte è comunicazione, una forma di linguaggio autonomo che interpreta e conosce il mondo, oltre ad essere un atto creativo libero che ci consente di esprimere noi stessi e di plasmare la realtà secondo un punto di vista personalissimo. L’intellettuale manifesta la sua visione spesso diversa dall’idea di un’arte meramente mimetica.

All’arte è affidato il compito di dar vita i sentimenti rappresentandoli. Così il dolore, l’incontenibile e il devastante, l’orrido e l’imprevedibile, il dis-umano e la calamità, la piccola grandezza dell’uomo sono tenuti vivi da ciò che egli imprime in musica, pittura o pensiero. L’arte ad esempio ha la grandiosa capacità di ri-plasmare eventi tragici dell’umanità i quali trovano manifestazione e sublimazione nelle produzioni senza le quali, tali eventi, resterebbero inenarrabili. L’arte rappresenta emblemi di tragiche vicende collettive e intime. Gli occhi del poeta-artista catturano i fatti in un tempo sospeso e indimenticabile, quasi fuori dalla storia.

Il dolore, filtrato dalla bellezza, diventa nell’animo umano giudizio e meditazione. È proprio attraverso questa azione catartica che le immagini dell’Inferno di Dante, le sequenze cinematografiche n Roma città aperta di Rossellini e tantissime altre, sono immagini, suoni e parole che sempre avranno da dire e insegnare alle generazioni di ogni epoca.

Questa è la meravigliosa capacità dell’arte o meglio della cultura in generale.

Ma dove si può fare esperienza di tutto questo?

L’arte ha un luogo?

In una qualsiasi indagine che abbia per argomento qualcosa che "è", è sempre presupposto una pre-comprensione di una delle parole che, dall'alba del pensiero greco si è tramandata fino a noi: la parola in questione è Essere. In questo momento di oscure tenebre e vacillanti esistenze ci domandiamo, “cos’è e dov’è l’arte?”. Si potrebbe dire che l’arte e tutta l’industria culturale c’è ma non si vede, un po' come il vento o le rotazioni del nostro mondo nel sistema solare. L’arte pare manifestarsi soltanto in “quell’oggetto” che è l’opera d’arte e in quel fare che è l’attività dell’artista. Se è così, allora l’arte si riduce a un puro concetto. L’origine dell’opera d’arte, la provenienza della sua essenza, il suo essere, è sempre reificata in qualcosa. Se l’arte non è un vuoto concetto, ma qualcosa di concreto seppur invisibile, si può risalire a essa a partire dall’esame delle produzioni dell’arte. Di questi interrogativi e su questa domanda apparentemente priva di senso concreto, si fonda una parte della riflessione che Heidegger compie riguardo i concetti di verità, essenza e opera d’arte. Ecco, ora cercare di riassumere in così breve spazio la sua filosofia è quasi impossibile, ma si può partire da un assunto heideggeriano per riflettere sul modo di concepire arte oggi.

Chiedersi cosa sia un’opera d’arte significa innanzitutto chiedersi cosa si intende per arte.

Nella nostra cultura il termine arte indica la produzione di cose belle. In Grecia era strettamente correlata con la pratica e la fattualità: l'arte, o techné, per i greci è un insieme di regole e principi che dirigono un'attività umana, finalizzata a una realizzazione pratica. Tommaso d'Aquino chiarisce la differenza tra il facere dell'ars, che compie un'azione con conseguenze esterne al soggetto, e l'agere dell'azione morale, quale azione che rimane nell'intimo del soggetto che agisce. Più tardi Kant introduce nella Critica del giudizio la differenza fra arte bella, il cui scopo è un piacere disinteressato, e arte piacevole, che mira al solo godimento. L’opera d’arte è dipendente da un soggetto che la giudica. Essa è qualcosa che sta nel mondo e di cui possiamo fare esperienza e interessarci anzitutto in virtù di un puro piacere estetico.

Potremo domandarci quale possa essere un po’ più nello specifico l’oggetto della produzione artistica.

L’opera d’arte in sé non potrà mai essere un concettualizzare universale, se per ciò intendiamo che un quadro o una poesia possa evocare un vero e proprio sistema speculativo. Con le parole di Hegel ciò che un’opera può restituire è, un «universale individualizzato».

Come immagine per questo mia breve riflessione ho scelto il dipinto che è stato preso come esempio da Martin Heidegger nel suo saggio L'origine dell'opera d'arte pubblicato nel 1950. Qualunque opera è innanzi tutto una «cosa», un ente. La cosa, nella tradizione filosofica occidentale, è una sostanza che è percepita come oggetto sensibile, ed è unione di materia e forma. Ci sono oggetti però prodotti dall’uomo che hanno un preciso scopo: ciò che Heidegger chiama le «cose-mezzo».  A questo scopo, Heidegger scrive:

«Consideriamo, ad esempio, un mezzo assai comune: un paio di scarpe da contadina. Per descriverle, non occorre averne un particolare paio sotto gli occhi. Tutti sanno cosa sono. Ma poiché si tratta di una descrizione immediata, può essere utile facilitare la visione sensibile. A tal fine può bastare una rappresentazione figurativa. Scegliamo ad esempio un quadro di van Gogh, che ha ripetutamente dipinto questo mezzo. Che cosa c'è da vedere in esso? [...] La contadina calza le scarpe nel campo. Solo qui esse sono ciò che sono. Ed esse sono tanto più ciò che sono quanto meno la contadina, lavorando, pensa alle scarpe o le vede o le sente. Essa è in piedi e cammina in esse. Ecco come le scarpe servono realmente. È nel corso di questo uso concreto del mezzo che è effettivamente possibile incontrarne il carattere di mezzo. Fin che noi ci limitiamo a rappresentarci un paio di scarpe in generale o osserviamo in un quadro le scarpe vuotamente presenti nel loro non-impiego, non saremo mai in grado di cogliere ciò che, in verità, è l'esser-mezzo del mezzo. Nel quadro di van Gogh non potremmo mai stabilire dove si trovino quelle scarpe. Intorno a quel paio di scarpe da contadino non c'è nulla di cui potrebbero far parte, c'è solo uno spazio indeterminato. Grumi di terra dei solchi o dei viottoli non vi sono appiccicati, denunciandone almeno l'impiego. Un paio di scarpe da contadino e null'altro. Tuttavia ... nell'orifizio oscuro dell'interno logoro si palesa la fatica del cammino percorso lavorando. Nel massiccio pesantore della calzatura è concentrata la durezza del lento procedere lungo i distesi e uniformi solchi del campo, battuti dal vento ostile. Il cuoio è impregnato dell'umidore e dal turgore del terreno. Sotto le suole trascorre la solitudine del sentiero campestre nella sera che cala. Per le scarpe passa il silenzioso richiamo della terra, il suo tacito dono di messe mature e il suo oscuro rifiuto nell'abbandono invernale. Dalle scarpe promana il silenzioso timore per la sicurezza del pane, la tacita gioia della sopravvivenza al bisogno, il tremore dell'annuncio della nascita, l'angoscia della prossimità alla morte. Questo mezzo appartiene alla terra e il mondo della contadina lo custodisce. Da questo appartenere custodito, il mezzo si immedesima nel suo riposare in se stesso [...]»

L'essenza delle scarpe, secondo Heidegger, non consiste tanto nel suo valore d'uso, ma più precisamente nella fiducia che il suo proprietario ripone nella loro funzione di mezzo:

«Il quadro ci ha parlato. Stando davanti all'opera, ci siamo improvvisamente trovati in una dimensione diversa da quella in cui siamo comunemente. L'opera d'arte ci ha fatto conoscere che cosa veramente sono le scarpe [...] il quadro di van Gogh è l'aprimento di ciò che il mezzo, il paio di scarpe, è in verità. Questo ente si presenta nel non-nascondimento del suo essere. Il non-esser-nascosto dell'ente è ciò che i Greci chiamano ὰλήθεια [...] Nell'opera d'arte la verità dell'ente si è posta in opera [...] Nel quadro di Van Gogh si storicizza la verità. Ciò non significa che qualcosa di semplicemente presente venga riprodotto, ma che nel palesarsi dell'esser-mezzo delle scarpe pervengono al non esser-nascosto l'ente nel suo insieme, il Mondo e la Terra nel loro gioco reciproco»

Le produzioni artistiche dunque si aprono a noi, si manifestano e in questo modo ci (di)spiegano la realtà. In un mondo quello di oggi sempre meno “reale” e sempre più virtuale, il prodotto della produzione estetica ha sempre meno “entità” e dunque la produzione artistica (o culturale) non possiede un “posto nel mondo” ben definito. Non so se questo sia un male o potenzialmente una caratteristica per tendere all’universalizzazione dell’arte. Certo è che la produzione estetica nasce con l’uomo. Sarebbe sprecato attribuire una morte dell’arte soltanto perché ‘è morto’ il luogo (fisico) dello scrutare. Credo che, le emozioni catartiche provate dall’artista nel suo atto creativo e la contemplazione ascetica dello spettatore, siano ciò che di più umano ci possa essere nell’uomo.

Letture consigliate

M. Heidegger, L’origine dell’opera d’arte, Marinotti, 2000

M. Carbone, Sullo schermo dell'estetica. La pittura, il cinema e la filosofia da fare, Mimesis, 2008

Concetta Vaglio

Concetta Vaglio

"Dottore di Ricerca (in fieri) in Filosofia presso Unibas. 

Affascinata dalla bellezza del mondo, amo l’arte, la letteratura, il cinema, la musica.. contemplo ogni minuscolo angolo di mondo perché credo che la bellezza risieda negli occhi con i quali si guarda..

Amo viaggiare, scoprire “il nuovo” dentro e fuori..

Sposto continuamente in avanti il limite e ne analizzo la soglia! 

Penso ed esisto, provo a giudicare il giusto e cerco emozioni in ogni momento  della mia vita! 

Il filosofo d’altronde è colui che “costantemente vive, vede, sente, intuisce, spera e sogna cose straordinarie.”

Nietzsche

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