Nov 27, 2020 Last Updated 4:40 PM, Nov 16, 2020
Laura Coviello

Laura Coviello

HOLLYWOOD

Quanto può essere difficile realizzare i propri sogni?

Cosa sei disposto a fare?

Domande difficili, che mettono a dura prova i protagonisti della nuova miniserie targata Netflix “Hollywood”, disponibile dal 1 maggio. La serie racconta le storie di un gruppo composito di uomini e donne che nella Hollywood del secondo dopo guerra sono decisi a realizzare i propri sogni, c’è chi aspira a diventare un attore, chi un regista e chi uno sceneggiatore, ma la scalata al successo è lunga e tortuosa, soprattutto se a questo si aggiungono le discriminazioni raziali.

Tra i personaggi della serie compaiono alcuni realmente esistiti come Rock Hudson, la cui biografia ricalca quasi fedelmente quella vera, poi troviamo Anna May Wong, la prima asiatica a diventare una star internazionale, costretta tuttavia ad interpretare sempre ruoli stereotipati, Hattie McDaniel che nel 1940 fu la prima attrice afroamericana a vincere un Oscar, come si racconta nella serie, durante la premiazione non le fu permesso di sedere insieme agli altri membri del cast. Un altro personaggio realmente esistito è Henry Willson un agente molto potente, interpretato da Jim Parsons, lo Sheldon Cooper di “The Big Bang Theory”. Per quanto riguarda Ernie West il creatore ha preso spunto da una storia vera, invece gli altri personaggi del cast sono tutti immaginari.

La serie, composta da sette episodi, racconta il dietro le quinte della realizzazione del film “Meg”, partendo dall’incontro casuale dei vari membri del cast, si passa poi per la difficile e ostacolata produzione della pellicola, per concludere in eleganza all’attesissima notte degli Oscar.

Nonostante il tempo sia espressamente precisato, l’Hollywood che vediamo sullo schermo è un’utopia, inizialmente siamo ingannati dall’immagine cruda e fredda di una città che non regala niente per niente, a muovere il mondo sono il sesso e il denaro, pian piano la crudeltà e la freddezza di una città disincantata, lasciano spazio alla vera e propria “fabbrica dei sogni” dove tutto è possibile, nonostante le lotte raziali e le discriminazioni, produrre film diventa la strada per l’accettazione. Realizzare una pellicola scritta da un afroamericano omosessuale, che per la prima volta ha come protagonista una donna di colore, come attrice secondaria un’asiatica e come regista un uomo mezzo filippino che ha dovuto sempre nascondere le sue origini è la chiave per mostrare al mondo che non c’è nulla da temere, che siamo tutti uguali e che tutti hanno le stesse capacità se solo si desse modo di mostrarle. 

Quello che si cerca di esaltare è l’importanza di produrre film che siano di ispirazione, come dice il personaggio interpretato da Darren Criss: “i film sono così importanti anche perché non ci raccontano solo il mondo com'è ma ci mostrano anche come potrebbe essere.” E oggi più che mai questo è vero, nonostante siano trascorsi ottant’anni nel mondo c’è ancora tanta ineguaglianza e discriminazione.

Non è una serie fatta per incontrare i gusti di tutti, la moltitudine di generi, l’accostamento di stili e linguaggi possono spiazzare, in particolare per l’accostamento di scene di sesso esplicite, sarcasmo, melodramma che si mescolano ad un’aria fiabesca. Ciò nonostante i diversi toni si incastrano alla perfezione andando a rappresentare una magnifica utopia, che tuttavia chiede a gran voce di raccogliere il suo insegnamento.

 

LAST CHRISTMAS

 

Non fatevi ingannare, anche se dal titolo può sembrare un film natalizio, non è assolutamente così, potete tranquillamente vederlo una sera di maggio. il titolo riprende quello della celebre canzone di George Michael.

La protagonista Catarina, detta “Kate”, è una giovane donna, che lavora a tempo pieno come elfo in un negozio di decorazioni natalizie, aperto tutto l’anno. Kate è sbadata, una pasticciona e soprattutto è un disastro nelle relazioni personali. A trasformarla nel fantasma di sé stessa è stata la traumatica esperienza vissuta un anno prima, gravemente malata, ha subito un trapianto di cuore. Il cuore che batte nel petto, e che le ha salvato la vita per Catarina è qualcosa di estraneo, fuori posto, crede che avendo perso il suo “vero” cuore avesse perso anche tutta la magia che la rendeva speciale. Il rifiuto di quell’organo la porta a non prendersi cura di sé stessa, infatti mangia cibo spazzatura, beve e non riposa come dovrebbe. La situazione continua a peggiorare, cacciata dal suo coinquilino e con il rischia di perdere il lavoro, Kate è decisa a non tornate dalla sua famiglia, perché si sente oppressa dalla madre ed ha un rapporto conflittuale con la sorella.

Per caso, la nostra protagonista incontrerà Tom, che le mostrerà che la vita è in grado di sorprenderci in ogni istante solo se siamo disposti a cogliere quella magia. Aiuterà Kate a capire che per stare bene deve prendersi cura di sé, non solo fisicamente, dovrà fare ammenda con la sua famiglia, con il suo capo e con i suoi amici se vuole riprendere in mano la sua vita. Capirà che aiutare il prossimo può davvero rendere felici e che è speciale non perché le è capitato qualcosa di terribile e miracoloso allo stesso tempo, ma perché “siamo così fortunati ad essere vivi” citando la protagonista.

Il film fornisce una nuova chiave di lettura alla celebre canzone di George Michael, questa non deve essere per forza interpretata in chiave romantica, ma possiamo pensare che sia la vita ad offrirci un dono, ma molto spesso siamo così sciocchi da gettarlo via, talvolta però la vita è così buona da offrirci una seconda opportunità anche se noi non facciamo altro che piangerci addosso.

Insieme a Catarina, interpretata dalla talentuosa Emilia Clarke, riscopriamo noi stessi e quanta poca cura ci prendiamo della nostra salute e della nostra anima. Ricordiamo quale sia la gioia dello stare con gli altri, di essere di sostegno e d’aiuto per il prossimo.

La pellicola uscita nelle sale lo scorso dicembre è ora disponibile su Chili. Vi farà ridere, grazie alla goffaggine di Kate in pelliccia leopardata e scarpe da elfo, ad Emma Thompson e le sue ninna nanne deprimenti, ma allo stesso tempo vi farà commuovere, il tutto sarà accompagnato da “Last Christmas” ed altre canzoni di George Michael che faranno da legante ai diversi registri (si passa dalla favola morale, al dramma psicologico il tutto imbevuto di romanticismo e british humour) che compongono il film.

NON HO MAI

 

“Non ho mai” è un gioco, solitamente alcolico, il quale prevede che a turno i partecipanti dicano una cosa che non hanno mai fatto, e se qualcuno invece l’ha fatta per penitenza dovrà bere. Tuttavia dal 29 aprile questo è anche il titolo della nuova serie targata Netflix.

La protagonista è Devi, un’adolescente indiana, con un anno difficile alle spalle, la morte del padre e la momentanea paralisi, hanno reso il primo anno di liceo impossibile. Ma con il suono della campanella che scandisce il nuovo inizio Devi, affiancata dalle sue amiche Fabiola e Eleanor è decisa a togliersi di dosso l’etichetta di sfigata, ma per farlo il suo piano prevede di trovarsi un ragazzo.

Questa nuova commedia adolescenziale ha un narratore di spicco, il tennista McEnroe, la cosa è alquanto curiosa, il perché verrà spiegato a tempo debito. L’espediente della voce narrante non è nuovo nelle serie tv americane, serve non solo come guida nella visione, mettendo in risalto dettagli e scene, ma il più delle volte è un simpatico spettatore che esprime ad alta voce i commenti che saremmo noi stessi a fare, è un compagno di visione con cui ridere o commuoversi, in poche parole è la nostra voce interiore che prende parte alla serie.

Pur avendo una protagonista indiana, la serie mette in campo diversi personaggi provenienti da diverse culture, estrazione sociale, orientamento sessuale. Questa varietà di personaggi rappresenta un piccolo mondo che si concentra tra le aule di un liceo della California. Gli sceneggiatori hanno rappresentato poi una serie di stereotipi come l’indiana secchiona, il tipo belloccio ma ignorante, quello ebreo e ricco, il tutto serve come base per generare ilarità, ma allo stesso tempo di tenterà di abbattere questi cliché.

Composta da dieci episodi da una ventina di minuti l’uno, è ottima se si cerca qualcosa di leggero e divertente da guardare, le scene profonde e toccanti sono sempre contrapposte da altrettante esilaranti e buffe, che servono a sdrammatizzare e alleggerire l’atmosfera. 

Laura Coviello

 Ci adattiamo a nuove abitudini in questo periodo, e così senza dimenticarci dei Cinema e dei Teatri, rimaniamo a casa, le piattaforme di streaming offrono un' ampia scelta come:

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Ci adattiamo a nuove abitudini in questo periodo, e così senza dimenticarci dei Cinema e dei Teatri, rimaniamo a casa, le piattaforme di streaming offrono un' ampia scelta come:

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Blu, grigio, arancione o verde poco importa il colore o il numero, non importa nemmeno dove conduca perché la magia del tram non tiene conto di queste banalità. Esso si muove grazie ad una via preferenziale fatta di ferro, come un serpente, percorre la città in lungo e in largo, accogliendo dentro di se non solo persone, bensì storie, emozioni e innumerevoli segreti.

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racconto 1

Avete mai udito il silenzio, quello che ti fa male dentro, quello che ti fa avvertire il vuoto? Non credo. Eppure quel giorno io l’ho sentito. Nessuna cicala cantava, non si udiva nemmeno una voce, nemmeno la mia, ero diventata muta. Avevo la testa vuota, non riuscivo a pensare, a muovermi, ero paralizzata. Doveva esser chiaro che quello era un segno, quel silenzio che ti corrode non avrebbe portato nulla di buono, era un presagio, ma non potevo rendermene conto, non ero padrona di me stessa, mi ero persa.

Avvertii un brivido, una sensazione strana e nella mia mente si fece spazio un pensiero, uno strano ricordo, sentivo di aver riposto tutta la fiducia in una persona, non ricordavo il nome o le sembianze, ma mi ero appena resa conto che non ne avevo più per me, e di lì a poco mi avrebbe fatto comodo un po’ di coraggio e di prontezza d’animo. Quel ricordo sbiadito era ancora lì nella mia testa, a questo seguì la sensazione, o meglio la certezza di esser stata abbandonata… Dove era quel qualcuno a cui avevo dato tanto di me stessa?

C’era una strana calma nell’aria, il vento aveva smesso di soffiare, le nuvole avevano coperto il sole, l’aria era diventata rovente e il mare era immobile e piatto come una tavola. Non c’era nessuno sulla spiaggia, nonostante fosse luglio inoltrato, le bandiere che segnalavano la pericolosità del mare erano immobili, e le barche erano tutte rientrate nel porto. Era come se tutti sapessero cosa stesse per accadere, tutti si erano rifugiati nelle loro case, sbarrando porte e finestre, tutti eccetto me. Io ero immobile, sul bagnasciuga con le gambe incrociate, non potevo far altro che guardare e prendere atto che di lì a poco quella calma sarebbe stata solo un vago ricordo. Nonostante tutto fosse immobile e rovente, avevo stranamente freddo, un altro brivido mi percorse la schiena, lì di fianco a me c’era una maglietta, che prima non avevo notato, poco importava, avevo freddo e così la indossai, mi andava grande, doveva essere di un ragazzo, mi guardai intorno in cerca di quel qualcuno, ma non vidi nessuno, ero sola. Un gabbiano poggiato sul remo, di una barchetta di legno ormai consumato, spiccò il volo, provai a seguire la sua traiettoria con lo sguardo, ma quando sbattei le palpebre questi era sparito, che stessi sognando? Mi strofinai gli occhi e li sentii bruciare, non mi ero resa conto di avere le mani bagnate dell’acqua di mare, tentai di asciugarli con la maglietta, ma dovetti tenerli chiusi a lungo prima di riuscire a riaprirli, e quando lo feci qualcosa era cambiato.

Il vento aveva ripreso a soffiare, scompigliandomi i capelli, i granelli di sabbia si alzarono sospinti dal forte soffio gelido, creando una nube giallastra che mi impediva la vista. Il mare calmo fino ad un istante prima, divenne leggermente mosso, e poi degli enormi cavalloni si alzarono all’orizzonte e con tutta la violenza che possedevano si diressero verso la riva. Provai ad alzami per tentare di scappare, ma il mio corpo era come pietrificato, non potevo sfuggire a quella tempesta. Quando la prima onda mi travolse caddi distesa sulla sabbia bagnata, era come se una possente frusta mi avesse colpito, non ebbi il tempo di reagire che arrivò la seconda ondata che mi riempì la bocca e le narici di acqua salata, impedendomi di respirare, la terza fu ancora più rapida e violenta e così venni trascinata in acqua. Avevo freddo e respiravo a fatica, la corrente mi stava portando sempre più a largo, tentai di aggrapparmi ad una boa, la mano serrata intorno all’anello, il braccio teso nel tentativo di trattenere tutto il corpo, ma le onde veloci e possenti non mi davano il tempo di riprender fiato, combattevo con un nemico di gran lunga più potente di me. Cominciai a non sentire più il braccio, chiusi gli occhi nel tentativo di concentrarmi e resistere, ma fu un attimo, un dolore secco all’altezza della spalla mi colpì, era come se mi avessero appena amputato il braccio, riaprii gli occhi terrorizzata da quello che avrei visto, ma fortunatamente il braccio era ancora al suo posto, sfortunatamente avevo lasciato la presa, e l’arto stanco non rispondeva più ai miei comandi. La corrente continuava a trascinarmi e ogni tentativo di opporsi era vano. Provai a lottare, a resistere, a gridare aiuto ma era tutto inutile, ero sola in mezzo alla tempesta che impazzava. Ero stanca, disperata e così chiusi gli occhi e lasciai che le onde mi travolgessero, che la marea mi portasse lontano e il vento gelido mi frustasse.

Ad un tratto mi ritornò in mente la persona in cui avevo riposto tutte le mie speranze, era un ragazzo alto, moro, ma la sua immagine nella mia testa era ancora confusa, sbiadita e lontana come la voce che mi ripeteva “Ti starò sempre accanto, nella burrasca io sarò lì a salvarti”. Eppure non era giunto nessuno in mio soccorso, di quel ragazzo rimaneva soltanto quella promessa mancata e la maglietta ormai zuppa e fredda, di molte taglie più grande che mi impediva i movimenti. Nella disperazione e tentando di non inghiottire altra acqua me la tolsi e lasciai che la prendesse il mare, mi sentii subito più libera. Avevo gettato via l’ultimo pezzo che ancora mi legava a quel giovane che chissà dove si trovava in quel momento, probabilmente al sicuro nella sua casa, ma poco importava in quegli attimi non potevo aspettare che qualcuno mi salvasse, e nemmeno lasciare che il mare mi risucchiasse e mi annegasse senza lottare, senza provare a resistere, senza tentare, seppur soffrendo, a salvarmi.

Aveva cominciato anche a diluviare, le onde non accennavano a quietarsi, speravo almeno che non lampeggiasse. Potevo sopportare i cavalloni, il freddo, il vento, la pioggia, ma un fulmine che colpisce l’acqua è mortale. Cominciai a nuotare più veloce che potevo, mi faceva male tutto, ogni due metri tornavo indietro di uno e mezzo, il mare non voleva lasciarmi andare. La riva era lontana, ma pensai a me, alla mia vita e questo bastava a non farmi mollare, meritavo una seconda occasione. Non c’era nessuno a salvarmi, e allora? Non faceva differenza, mi sarei salvata da sola, avevo abbastanza forze, nonostante mi sentissi stanca e debole nel corpo, avevo trovato una spinta più potente, un vigoroso sostegno, la forza di cui avevo bisogno era tutta lì, nel mio cuore.

Sentii il cuore esplodere, tutto il dolore provato non contava più niente, tutte le volte che ero caduta o che ero stata abbandonata mi avevano fortificata. In quel momento che ero sola ad affrontare il nubifragio non provai più paura, non avevo bisogno di qualcuno, perché in realtà sola non ero, avevo me stessa. Continuai a nuotare, nonostante le onde mi riportassero indietro, continuai a nuotare sempre più veloce, con maggiore energia, finché a stancarmi non fui io ma il mare. Pian piano il vento divenne più debole, le onde più piccole e la corrente non era poi così tanto forte da potermi ostacolare. Nonostante le braccia e le gambe indolenzite raggiunsi la riva, distrutta ma felice, avevo vinto, ce l’avevo fatta.

Le nuvole divennero rade, il sole tornò a splendere e il cielo ad essere azzurro. Il vento si era ormai placato, e il mare era nuovamente limpido e piatto. Cominciò ad arrivare la gente, adulti, bambini e ragazzi, tutti ignari di quella tempesta, di quella lotta sia fisica che interiore che avevo dovuto affrontare. Mi avviai verso la pineta, distrutta nel fisico ma rinata nello spirito. Ad un tratto alle mie spalle sentii una voce, la stessa voce che avevo sentito nella mia testa in mezzo al mare, la stessa voce che aveva promesso di essermi sempre accanto. Mi voltai e lo vidi, il ragazzo era alto e snello, gli occhi neri, così come i suoi capelli, la sua pelle era leggermente abbronzata, indossava solo i bermuda, la sua maglietta ormai era in fondo al mare. Mi guardava come se fossi una bambina, ma una bambina va protetta, ed io non ero più una bimba indifesa, ero capace di cavarmela da sola, di sopravvivere o meglio di VIVERE. Biascicava delle scuse, delle giustificazioni per la sua assenza, che non riuscivo a comprendere, aveva visto la burrasca e sapeva che ero stata travolta da quelle onde rabbiose e possenti, ma me l’ero dovuta vedere da sola. Mi voltai e ripresi il mio cammino, non avevo bisogno di scuse, non avevo bisogno di altre promesse che non sarebbero state mantenute. Sapevo esattamente cosa volevo, una persona con cui condividere tutto, giornate di sole splendente e giorni di diluvio universale, finché non avessi trovato quella persona non avrei avuto bisogno di nulla. Avevo me stessa e mi bastava.

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