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Lunedì, 05 Gennaio 2015 10:01

Visioni

Scritto da 

cartier bresson

L’avevano visto tante volte passare, nell’anonimato.

In silenzio.

Non era un uomo che si potesse definire nemmeno lontanamente loquace. Rispondeva, di rado, con un cenno al saluto degli uomini della sua età, che erano soliti giudicarlo con lo sguardo, per un inspiegabile e incompreso procedere senza esitazione.

In tutte le stagioni, in effetti, la sua solitaria andatura tradiva una calma di sereno riconoscimento.

Utilizzava i mezzi pubblici per recarsi a lavoro.

L’ultima volta in cui il suo sguardo aveva incrociato quello della bambina con il cappottino bianco, era stato in un freddo mattino di novembre, in un autobus della linea periferica.

Era seduto nel sedile doppio, accanto aveva posato l’ombrello, come di consueto.

Un oggetto dalla duplice funzionalità: che gli potesse servire a ripararsi dalla pioggia, come ovvio, e che dissuadesse i malintenzionati da gesti fastidiosi.

La bambina gli sorrise.

Lui sentì bruciare dentro una tristezza, improvvisamente spolverata da anni di indifferenza. La sua verso se stesso.

Continuò, indispettito, a leggere un libello sgualcito, ignorando quelle pupille dirette e indiscrete.

Indossava un maglione di lana, chiaro, e dei pantaloni doppi e usurati.

Un cappello in tessuto morbido.

La bambina seguitò a osservarlo, senza la minima intenzione di smettere. E lui, che non poteva opporsi a quel destino, condensato nella lunghezza della sua corsa verso un posto agli altri sconosciuto, non poté opporsi. Richiuse le sue mani in un abbraccio, automatico, cingendo in modo stretto, con la destra la parte sinistra del torace e viceversa.

E intanto si malediceva per non aver scelto, quanto meno, un altro posto a sedere; per non aver raggiunto il lavoro a piedi.

L’unica consolazione era l’aver portato un libro.

Sebbene, l’avessero scoperto lettore, l’ansia gli si placò improvvisamente, complice una brusca frenata del conducente del mezzo, in atto a scansare un gatto che gli aveva tagliato la strada.

In un attimo, il caos.

L’ombrello scivolò verso le scalette dell’uscita.

La nonna della bambina perse le mele, comprate al mercato, che invasero l’intero corridoio dell’autobus.

La giovane con la musica dritta nelle orecchie scivolò e si rialzò rapidamente, con il viso rosso di vergogna.

L’uomo con il bastone, aggrappato alla maniglia d’emergenza, alzò la voce e abbassò lo sguardo, controllando smanioso di essere ancora in piedi.

Tempi fratturati nel cielo circostante.

Ma loro, l’uomo e la bambina, rimasero immobili. Non compresi.

La loro storia si era già verificata.

Al termine della corsa, quella stessa vicenda, del tutto privata, smise di esistere.

E all’uomo non lasciò che un vago senso di stupore.

 

Virginia Cortese

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Virginia Cortese

Giornalista pubblicista

Appassionata e onnivora lettrice

Considero i libri come finestre sulla vita, da aprire costantemente per imparare come comportarsi sulle strade del mondo.

I miei libri guida sono La Nausea di Sartre, Amore Liquido di Bauman e Il Libro del riso e dell’oblio di Kundera.

Mi piace contemplare e vivere il Bello, perché sono convinta che sia davvero l’antidoto al male. Adoro l’arte, la corrente espressionistica è senza dubbio quella che mi rappresenta in modo totale, il mio quadro del cuore è Notte Stellata sul Rodano di Van Gogh.

Una visione romantica e di prospettiva sulle cose non può esulare dal ri-conoscersi in un’opera lirica, la mia è La Bohème di Puccini.

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