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Mercoledì, 06 Dicembre 2017 14:19

Strade e parole In evidenza

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Mio padre conosce tutte le strade. Quelle che portano lontano e quelle che svoltano all’angolo, quelle lunghe e quelle corte, quelle tortuose e quelle dritte, quelle in salita e quelle in discesa.

Le ha percorse tutte nella sua vita e se si perdeva non si perdeva veramente. Trovava una nuova strada così che il perdersi era semplicemente un ritrovarsi. 

Soltanto chi si perde troverà una nuova strada”, ripeteva tutte le volte che gli capitava di inforcare nuove strade.

Mia madre conosce tutte le parole. Quelle che conducono lontano e quelle che non portano da nessuna parte, quelle lunghe e quelle corte, quelle gentili e quelle secche, quelle che ti abbracciano e quelle che ti respingono. Le ha usate tutte nella sua vita e sempre riusciva a trovarne una giusta per ogni circostanza. C’era una parola per ogni cosa e una per ogni persona.

Soltanto chi ha lingua va da tutte le parti”, ripeteva ogni volta che le capitava di affrontare nuove ed impreviste situazioni.

Mio padre conosce tutte le strade e mia madre tutte le parole.

Mio padre le strade, mia madre le parole.

Strade e parole.

Parole e strade.

Entrambe conducono ovunque.

Mio padre percorreva le sue strade d’inverno e d’estate, con la neve e con il sole, con la pioggia e con la nebbia. E non si è mai fermato. Si è nutrito per anni di chilometri di asfalto. Ha più polvere nella sua pancia che nei suoi polmoni di fumatore. E non si è mai perso.

Mia madre usava le sue parole notte e giorno, con i grandi e con i piccini, col dolore e con la gioia. E non ha mai smesso di raccontare. Si è nutrita per anni di chili di libri. Ha più immagini nella sua testa che non nella sua bocca di narratrice. E non si è mai fermata.

Un giorno mio padre doveva intraprendere il nuovo ennesimo viaggio. Era la vigilia di Natale e doveva consegnare della merce tanto attesa dai commercianti di un piccolo paese del Pollino. La strada era lunga e tortuosa, viuzze di montagna che si inerpicavano su costoni scoscesi che il camion ci entrava appena con le quattro grandi ruote sempre al limite del precipizio.

Era ancora buio quando si alzò. Mise su la macchinetta del caffè, andò in bagno, si fece la barba e lasciò che il profumo della colonia inondasse lentamente la casa, penetrasse nelle camere da letto, finisse sotto le coperte avvolgendo tutto e tutti. Si vestì, indossò il giubbotto pesante e la coppola e mise anche la sciarpa bianca, quella di lana sottile, che quella più grossa gli pizzicava il collo.  E così, senza svegliare nessuno, andò via. Non baciò nemmeno la mamma. Era troppo presto.

Prese il suo camion e si avviò lungo la sua strada del giorno. Verificò che tutto fosse a posto, il motore, le gomme, il carico e si avviò verso un orizzonte carico di silenzio. Il cielo era pesante, c’era aria di neve. Ma mio padre non si fermò. Doveva fare la sua consegna. Aveva calcolato che per il pomeriggio sarebbe rientrato, giusto in tempo per mettersi a tavola per il cenone.

Mia madre, nel frattempo, non aveva smarrito il suo coraggio che solo nelle parole ritrovava. Così, quando si svegliò accorgendosi di essere sola nel letto, si alzò e cominciò il suo bel da fare. Andò in bagno, annusò la colonia ancora ferma nell’aria ed intrisa nell’asciugamano, si lavò, si vestì e cominciò a preparare il ripieno dei panzerotti di Natale. Ceci lessati e passati col passaverdura, cacao in polvere, Strega, uova, farina, zucchero e cannella, questi gli ingredienti dell’antica ricetta di famiglia scritta su un foglietto ormai consumato dal tempo. Stese la sfoglia sulla quale posò piccole montagnelle di ripieno distanziate tra loro ritmicamente, poi le ricoprì con la stessa sfoglia, le sagomò, le tagliò con la formina rotonda. Usava ripassare i bordi con le sue dita affusolate per assicurarsi che i bordi fossero ben sigillati, poi li friggeva nell’olio bollente, li scolava nella carta assorbente infine li disponeva in cerchio nel piatto di Natale. Una spruzzata di zucchero a velo e i panzerotti erano pronti.

Fuori cominciò a nevicare. Grossi fiocchi di vene presero a scendere copiosi dal cielo, formando uno strato soffice e compatto al suolo. Nevicava nevicava nevicava. Nevicò per tutto il giorno. Più nevicava più l’ansia cresceva. Ma occorreva preparare il cenone per mio padre che tornava dopo aver distribuito i suoi pacchi anche il giorno della viglia di Natale. C’era da preparare il baccalà alla ciauredda, e mia madre senza dire una parola, che ormai erano finite, si mise a preparare il piatto che mia nonna cucinava tutti i Natali della sua vita. Uno strato di baccalà che si alternava ad uno di patate, di carote, di cipolle, di peperoni cruschi, e poi tutto in forno. C’erano anche le pizzelle di pasta cresciuta da friggere, ma quelle andavano immerse nell’olio bollente all’ultimo istante perché andavano mangiate calde e a noi bambine facevano impazzire.

Arrivò il pomeriggio e mio padre non tornava. Non una telefonata. Mia madre continuava a fare su e giù tra la cucina e la sala da pranzo. Sembrava aver perso tutte le parole ormai. E pregava in cuor suo che mio padre non avesse perso la strada.

Fu buio. La neve continuava a scendere. Le macchine non circolavano più per la città, le strade erano completamente invase dalla massa bianca. Non un rumore nell’aria, non una presenza. Mia madre ogni tanto si affacciava al balcone per cercare con lo sguardo l’arrivo di mio padre, ma il silenzio le rimbalzava dispettoso. Era quasi ora di cena, si vedevano le luci accese a festa nelle case di fronte alla nostra e un gran movimento di persone, e mio padre ancora non c’era. La tavola era apparecchiata, non mancava nulla, il rosso della tovaglia dominava. Nessuna di noi osava sedersi, gironzolavamo smaniose per casa cercando qualcosa da fare, lanciando ogni tanto un’occhiata fuori al balcone.

Un puntino nero in mezzo alla tormenta di neve! E’ lui, è mio padre! Sta tornando…ma è a piedi…

Mia madre ritrovò tutte le parole finite in fondo allo stomaco e le rigurgitò tutte d’un colpo. Furono loro ad avvolgere mio padre, a riscaldargli le mani e i piedi inzuppati dalla neve, a riempirlo di baci e carezze, a rinfrancarlo dopo una giornata faticosa e assurda. Fu la loro dolcezza a sciogliere il ghiaccio che gli serrava le labbra.

Mio padre conosce tutte le strade. Ma non può andare lontano senza le parole di mia madre. Quella mattina per la fretta aveva dimenticato di farne il pieno e il camion si era fermato e non ne aveva voluto più sapere di andare avanti. Fu costretto a scendere e a continuare a piedi per tornare a casa da mia madre.

Mia madre conosce tutte le parole. Ma ha bisogno di mio padre per farle viaggiare lontano. E quel giorno per la sua assenza non ne aveva più partorite e si era ammutolita e non ne aveva voluto più sapere di parlare. Fu così costretta ad aspettare il ritorno di mio padre per farle rifiorire e metterle sulla sua strada.

Strade e parole.

Mio padre e mia madre.

Si incontrarono finalmente nella notte della vigilia e fu Natale.

Eva Bonitatibus

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Eva Bonitatibus

Giornalista pubblicista

I libri sono la mia perdizione. Amo ascoltare le storie e amo scriverle. Ma il mio sguardo curioso si rivolge ovunque, purché attinga bellezza e raffinatezza.

La musica è il mio alveo, l’arte la mia prospettiva, la danza il mio riferimento. Inguaribile sognatrice, penso ancora che arriverà un domani…

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