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Sabato, 09 Aprile 2016 12:48

Rosa: la Rosa Rosae: della rosa

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raccontoinedito rosa 1

Gian Marco Gallo del Corvo portava un nome ingombrante per un quattordicenne.

Se poi questo nobile cognome era stroppiato in Della Cornacchia dal professor Giovanni Pinto, docente di lettere nella quarta ginnasiale del Liceo Classico Giosuè Carducci di Fanopoli, paesone agricolo della provincia di Foggia, l'imbarazzo del povero Gian Marco saliva alle stelle.

Gian Marco, quattordicenne grassottello e brufoloso, si chiedeva perché il professor Pinto insistesse a interrogarlo su un argomento che risaliva alla prima media e cioè le voci della prima declinazione del latino.

Il ragazzo era fermo lì col gesso che strideva sulla lavagna dopo un perentorio ordine del professore “scrivila sulla lavagna la declinazione, Della Cornacchia” cosi faticosamente arrivato al genitivo Rosae: della Rosa si era bloccato.

Il professore aveva sollecitato con un “andiamo” ma il povero Gian Marco il dativo non se lo ricordava proprio.

In realtà a Giovanni Pinto che l'allievo conoscesse o no la prima declinazione non interessava, lo tormentava un' altra cosa, una strana ossessione per il colore rosa, vedeva tutto di quel colore e ne coglieva sfumature minute che sfuggivano ad altri.

Colleghi ed amici avevano rinunciato a chiedergli, per esempio, di che colore preferiva una macchina, un pullover, un costume da bagno, lui immancabilmente rispondeva rosa.

In realtà questa ossessione aveva una sua motivazione, all'inizio dell'anno scolastico, aveva preso servizio al liceo Carducci una nuova collega, l'insegnante di scienze Rosa Maria Calvi, costei era una splendida giovane bellezza ed il suo corpo, pressoché perfetto, era esaltato dal colore rosa di cui erano abiti e accessori che abitualmente indossava.

Tutto ciò, insieme al roseo della sua delicata e morbida carnagione, aveva ,praticamente, fulminato il professore , che si era perdutamente innamorato della bella Rosa Maria.

Il Professor Giovanni Pinto aveva circa 40 anni era alto, robusto ma non grasso, capelli folti e neri sempre ben acconciati, sguardo vivo e penetrante, era sempre ben vestito e godeva di un certo successo tra le colleghe e a volte con le proprie allieve, ma in vent'anni non si era mai lasciato coinvolgere, applicando un sano principio morale “niente miele sul posto di lavoro”.

Però stavolta era scattato qualcosa di diverso

Forse proprio questa anomalia del comportamento unita alla mania monocromatica recentemente dimostrata, non era sfuggita all'interessata, agli altri professori, né tantomeno alla dirigente del Liceo.

E proprio quel giorno la Professoressa Mastrogiovanni, preside, che reggeva con polso di ferro l'istituto lo convocò a colloquio.

Alfredo il bidello entrò sogghignando e disse “professore la preside la desidera... urgentemente”; la pausa tra “desidera” e “urgentemente“ era a significare che la convocazione era veramente urgente.

Il giovane Gian Marco lanciò un sospiro di sollievo e il professore “torna a posto, ma non finisce qui” e presa la giacca si avviò verso la presidenza.

La preside, professoressa Mastrogiovanni era una donna di statura media di circa 55 anni ed era piuttosto in carne e in genere indossava completini di colori tenui.

Il professor Pinto entrò in presidenza e salutò con deferenza il capo dell'istituto, che lo invitò ad accomodarsi si informo sulla salute sua e dei suoi congiunti e poi cominciò un discorso che prese alla lontana l'argomento che lo interessava.

“Caro professore, abbiamo tutti e due l'onore di insegnare in uno degli istituti superiori più vecchi di questa regione, su questa scrivania e sulla sua cattedra sono passati insigni umanisti e letterati, anche illustri prelati di cui uno, come lei saprà, è quasi arrivato al soglio di San Pietro. Ora noi dobbiamo dimostrare di essere degni di queste cattedre, di coloro che ci hanno preceduto nella formazione di generazioni di professionisti e studiosi. Ora tocca a noi quest'opera di formazione e dobbiamo essere in grado di farlo senza esporre il fianco a critiche da parte di genitori e colleghi....

Il professor Pinto era sovrappensiero quasi in catalessi e ad un certo punto si rese conto che le pareti della presidenza erano di un bel color rosa pallido e che la preside aveva un bellissimo tailleur rosa shoking. Assunse un sorriso beato e la preside accortasi che il professor Pinto non seguiva più il suo pistolotto, gli si rivolse direttamente e gli chiese “professore cosa c'è di divertente nel mio discorso?”

“no no, sig.ra preside, non è per ciò che dice che sono contento ma perchè vedo che lei è vestita del colore che preferisco e che ha fatto ridipingere le pareti della presidenza nello stesso colore.

La Preside allibita “Così le pare professore? E lui  “Si si è tutto rosa!!”

La preside sorrise e poi riprese il suo eloquio: “caro professore quello che vorrei dirle, che questa sua mania del rosa mi sta causando qualche problema, ma sbaglio a dire a me, a tutta la nostra istituzione. Lei continua a parlare del rosa, ormai interroga i suoi allievi solo sulla prima declinazione del latino e nelle classi in cui insegna italiano parla solo di una poesia “Rosa fresca aulentissima”.

La professoressa Calvi, peraltro da poco sposa e già in lieta attesa, mi ha più volte sollecitato ad intervenire, dicendo che se non lo avessi fatto io sarebbe stata lei a rivolgersi al provveditorato. Caro professore io ho pensato, al fine di evitare lo scandalo di trasferirla”.

Il professor Pinto impallidì, la vista si offusco, e lo stomaco si contrasse con un violento spasmo.

Era decisamente frastornato, non capiva che cosa avesse fatto di male, oltre far avere alla collega, qualche rosa, cuscini rosa, qualche scatola di cioccolatini a forma di cuore di colore rosa, una bottiglia di rosolio con l'etichetta rosa, uno scialle di seta rosa e poi qualche altra cosetta sempre di colore rosa, l'aveva poi abbonata ad una serie di romanzi rosa scritti da tale Liala ed altre scrittrici specializzate nel genere.

E la preside continuò “professore guardi che è venuto anche il marito peraltro ex allievo di questo liceo, per esprimere perplessità sul suo stato mentale. Pertanto professor Pinto ho deciso, con il consenso del nostro provveditore, di inviarla a Litri, dove c'è una sede distaccata del nostro liceo a sostituire un altra collega in puerperio. Ma non si preoccupi la cosa durerà solo tre mesi, sino alla fine dell'anno scolastico. Poi andrà in puerperio la Calvi e così lei non la vedrà per oltre un anno e forse le passerà dalla mente questa follia rosa.

Il professor Pinto ormai era più che frastornato, gli mancava il respiro, ed il battito cardiaco balzò alle stelle,  un mondo rosa gli girava intorno, mentre stava per cadere a terra esanime udì la preside “lì in montagna potrà fare una vita sana, senza tentazioni, io mi auguro che passi il suo a tempo a....” e poi più niente. La preside non concluse il discorso perchè Giovanni Pinto professore di lettere, era caduto a terra e rantolava e pronunciava frasi senza senso inintelligibili, si capiva solo una parola Rosa, rosa...;fu subito portato all'ospedale zonale e poi trasferito in un centro specializzato nel capoluogo di regione. A poco a poco cominciò a recuperare e dopo circa un anno, molto dimagrito, ritornò in paese, era imbottito di farmaci antidepressivi, tipo Prozac e aveva quella particolare espressione sorridente, che hanno tutti quelli che sono quasi usciti da un trauma psichiatrico.

Il  Ministero lo aveva posto in congedo e un collega generoso aveva collaborato con la vecchia madre per istruire la pratica per la pensione di invalidità e così Giovanni Pinto ex professore di lettere al liceo Carducci di Fanopoli passava le mattinate in estate e primavera ai giardini comunali.

In inverno lo si vedeva alla ”caffetteria del centro” seduto davanti a un cappuccino, che in genere lasciava a metà.

Qualcuno nei primi tempi lo salutava e gli faceva qualche domanda così, quelle che si fanno tanto per, avviare una conversazione bel tempo eh? Ma quest'anno l'estate non vuole proprio arrivare ?

Ma poi un po' spaventati dal fatto che parlava da solo facendo strani discorsi e che su un taccuino vergava scritti con un pennarello di colore rosa, i paesani si limitavano a salutarlo e poi nemmeno più quello, cominciarono ad evitarlo, addirittura al parco le mamme richiamavano i bimbi che gli si avvicinavano.

Il professor Giovanni Pinto morì da solo in una notte di febbraio.

Il medico non riuscì a ricondurre la sua dipartita ad una causa precisa, forse un influenza curata male. Le solite male lingue di paese dissero che si era suicidato; alcuni, i più maligni, addirittura dissero che aveva bevuto vernice rosa.

Al suo funerale pochissime persone oltre la vecchia madre, nemmeno i suoi fratelli, che non avevano ritenuto di venire da dove abitavano.

Tra i pochissimi fiori spiccava però una coroncina di garofani rosa con un nastro rosa anche quello, e una scritta “Caro Giovanni addio, Rosa Maria”.

Edoardo Angrisani

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