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Martedì, 15 Maggio 2018 10:00

Neve Sporca

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racconto 1 

Marco, uscì dal bar fumoso e sporco. L’odore di cibo stantio, di fumo e di birra di cattiva qualità gli si era appiccicato addosso.

Si strinse addosso la giacca di pelle vecchia e lisa. I capelli biondo cenere si bagnarono subito di neve. Erano alcune ore che veniva giù fitta fitta. Si incamminò, a passi veloci, verso il suo autocarro fermo alla pompa del gasolio. Si passò una mano sul mento mal rasato per pulirsi l’unto del panino appena mangiato. Si sentiva sporco ma non era solo il cibo. Indossò i guanti, si guardò le mani e constatò che il pollice destro ormai sbucava dalla trama consunta.

E’ la  neve continuava a cadere. La polizia stradale aveva avvisato per radio che presto il passo sarebbe stato chiuso. Avrebbe ritardato le consegne natalizie.

Era una cosa che non doveva succedere. Rischiava un'altra volta il licenziamento, la compagnia non ammetteva ritardi, specie in questo periodo. Dopo tanti anni di crisi,  finalmente, la gente affollava i negozi per natale.

Quanta neve però. Si stava raccogliendo. Scendeva piano, quasi ti ipnotizzava. Pensò a quando da bambino guardava dalla finestra la neve e rimaneva incantato. Fino a quando uno scapaccione del padre lo scuoteva. Non era suo padre in verità, era l’uomo brutale e meschino con cui la madre conviveva dopo la morte del padre naturale. Era sempre ubriaco, lavorava saltuariamente ai pozzi petroliferi vicini al lago. Poi una volta era ubriaco più del solito e non badò ad un fossato di scarico di acque reflue e vi fini dentro. Quando lo recuperarono era dello stesso colore degli stracci con cui Marco si ripuliva le mani dal gasolio che usciva dal serbatoio. La madre di Marco, già malata, non era sopravvissuta a lungo.

Marco, rimasto da solo, era finito in un vario percorso di orfanotrofi, case famiglie e affidi. Aveva poi fatto molti mestieri e si era arruolato nell’esercito dove aveva imparato a guidare i camion. Ma era insofferente alla disciplina e appena gli era stato possibile si era congedato.

La neve veniva giù piano. Marco ripensò ancora a quando era bambino. Ma c’era una differenza a terra questa neve prendeva subito il colore dei carburanti e dell’olio. Le pozzanghere di acqua sporca ed il passaggio degli altri veicoli riducevano la neve ad una poltiglia sporca e oleosa. Già la neve era sporca. Una poltiglia marroncina. Non gli era mai piaciuto.

Salì sul camion, accese il quadro. Avviò il motore e inserì la marcia. Il grosso mezzo caracollò prima incerto verso l’uscita dell’area di servizio, poi sull’autostrada prese velocità.

Marco accese la radio. La trasmissione di canzoni neo melodiche e barzellette sceme si interruppe. Ecco l’ultimo bollettino meteorologico e le notizie sul traffico. Ma non diede notizie sul tratto autostradale che stava percorrendo. Rincuorato Marco accelerò, la strada era libera dalla neve e c’era poco traffico. Pensò sono l’unico cretino che lavora con questo tempo. Vedeva la neve venire incontro al parabrezza. Il riflesso dei fari riduceva la visibilità. Accese gli antinebbia. I tergicristalli giravano al massimo. Flic-flac,flic flac, quel suono unito alla neve che gli veniva incontro sul parabrezza gli stava facendo venire sonno. Sempre più sonno. Doveva fermarsi per cinque minuti. Tra l’altro il panino era troppo pesante e ora la digestione non migliorava le cose. Tra l’altro quello che scendeva dal cielo non era bianco ma grigio marrone. Dopo una curva pensò di scorgere una piazzola. Si spostò a destra. Il terreno era cedevole, coperto di neve. La motrice cominciò lentamente a scendere verso il basso. Piano, piano quasi impercettibilmente. Il rimorchio perse aderenza e seguì la motrice.   Marco si accorse troppo tardi della trappola in cui si era cacciato. Scalò la marcia, accelerò e girò lo sterzo. Ma il mezzo ormai non aveva più aderenza e cominciò a scendere a valle sempre più veloce. Poi si cappottò e prese fuoco. Il rimorchio si aprì e un carico di giocattoli tutti nuovissimi si sparse sul pendio.

Marco fu sbalzato dal mezzo e cadde nella neve. La neve era pulita, candida. Un sudario che subito coprì il suo corpo. Aveva trovato neve pulita finalmente. Si addormentò piano. E mentre perdeva conoscenza l’ultimo pensiero fu per i bambini. I bambini di una città lontana. Una città  nella pianura dall’altra parte della montagna. Bambini che, come era successo a lui per tanti natali, non avrebbero ricevuto regali quell’anno.

Edoardo Angrisani

 

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