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Lunedì, 12 Settembre 2016 20:19

La Tempesta del Cuore

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racconto 1

Avete mai udito il silenzio, quello che ti fa male dentro, quello che ti fa avvertire il vuoto? Non credo. Eppure quel giorno io l’ho sentito. Nessuna cicala cantava, non si udiva nemmeno una voce, nemmeno la mia, ero diventata muta. Avevo la testa vuota, non riuscivo a pensare, a muovermi, ero paralizzata. Doveva esser chiaro che quello era un segno, quel silenzio che ti corrode non avrebbe portato nulla di buono, era un presagio, ma non potevo rendermene conto, non ero padrona di me stessa, mi ero persa.

Avvertii un brivido, una sensazione strana e nella mia mente si fece spazio un pensiero, uno strano ricordo, sentivo di aver riposto tutta la fiducia in una persona, non ricordavo il nome o le sembianze, ma mi ero appena resa conto che non ne avevo più per me, e di lì a poco mi avrebbe fatto comodo un po’ di coraggio e di prontezza d’animo. Quel ricordo sbiadito era ancora lì nella mia testa, a questo seguì la sensazione, o meglio la certezza di esser stata abbandonata… Dove era quel qualcuno a cui avevo dato tanto di me stessa?

C’era una strana calma nell’aria, il vento aveva smesso di soffiare, le nuvole avevano coperto il sole, l’aria era diventata rovente e il mare era immobile e piatto come una tavola. Non c’era nessuno sulla spiaggia, nonostante fosse luglio inoltrato, le bandiere che segnalavano la pericolosità del mare erano immobili, e le barche erano tutte rientrate nel porto. Era come se tutti sapessero cosa stesse per accadere, tutti si erano rifugiati nelle loro case, sbarrando porte e finestre, tutti eccetto me. Io ero immobile, sul bagnasciuga con le gambe incrociate, non potevo far altro che guardare e prendere atto che di lì a poco quella calma sarebbe stata solo un vago ricordo. Nonostante tutto fosse immobile e rovente, avevo stranamente freddo, un altro brivido mi percorse la schiena, lì di fianco a me c’era una maglietta, che prima non avevo notato, poco importava, avevo freddo e così la indossai, mi andava grande, doveva essere di un ragazzo, mi guardai intorno in cerca di quel qualcuno, ma non vidi nessuno, ero sola. Un gabbiano poggiato sul remo, di una barchetta di legno ormai consumato, spiccò il volo, provai a seguire la sua traiettoria con lo sguardo, ma quando sbattei le palpebre questi era sparito, che stessi sognando? Mi strofinai gli occhi e li sentii bruciare, non mi ero resa conto di avere le mani bagnate dell’acqua di mare, tentai di asciugarli con la maglietta, ma dovetti tenerli chiusi a lungo prima di riuscire a riaprirli, e quando lo feci qualcosa era cambiato.

Il vento aveva ripreso a soffiare, scompigliandomi i capelli, i granelli di sabbia si alzarono sospinti dal forte soffio gelido, creando una nube giallastra che mi impediva la vista. Il mare calmo fino ad un istante prima, divenne leggermente mosso, e poi degli enormi cavalloni si alzarono all’orizzonte e con tutta la violenza che possedevano si diressero verso la riva. Provai ad alzami per tentare di scappare, ma il mio corpo era come pietrificato, non potevo sfuggire a quella tempesta. Quando la prima onda mi travolse caddi distesa sulla sabbia bagnata, era come se una possente frusta mi avesse colpito, non ebbi il tempo di reagire che arrivò la seconda ondata che mi riempì la bocca e le narici di acqua salata, impedendomi di respirare, la terza fu ancora più rapida e violenta e così venni trascinata in acqua. Avevo freddo e respiravo a fatica, la corrente mi stava portando sempre più a largo, tentai di aggrapparmi ad una boa, la mano serrata intorno all’anello, il braccio teso nel tentativo di trattenere tutto il corpo, ma le onde veloci e possenti non mi davano il tempo di riprender fiato, combattevo con un nemico di gran lunga più potente di me. Cominciai a non sentire più il braccio, chiusi gli occhi nel tentativo di concentrarmi e resistere, ma fu un attimo, un dolore secco all’altezza della spalla mi colpì, era come se mi avessero appena amputato il braccio, riaprii gli occhi terrorizzata da quello che avrei visto, ma fortunatamente il braccio era ancora al suo posto, sfortunatamente avevo lasciato la presa, e l’arto stanco non rispondeva più ai miei comandi. La corrente continuava a trascinarmi e ogni tentativo di opporsi era vano. Provai a lottare, a resistere, a gridare aiuto ma era tutto inutile, ero sola in mezzo alla tempesta che impazzava. Ero stanca, disperata e così chiusi gli occhi e lasciai che le onde mi travolgessero, che la marea mi portasse lontano e il vento gelido mi frustasse.

Ad un tratto mi ritornò in mente la persona in cui avevo riposto tutte le mie speranze, era un ragazzo alto, moro, ma la sua immagine nella mia testa era ancora confusa, sbiadita e lontana come la voce che mi ripeteva “Ti starò sempre accanto, nella burrasca io sarò lì a salvarti”. Eppure non era giunto nessuno in mio soccorso, di quel ragazzo rimaneva soltanto quella promessa mancata e la maglietta ormai zuppa e fredda, di molte taglie più grande che mi impediva i movimenti. Nella disperazione e tentando di non inghiottire altra acqua me la tolsi e lasciai che la prendesse il mare, mi sentii subito più libera. Avevo gettato via l’ultimo pezzo che ancora mi legava a quel giovane che chissà dove si trovava in quel momento, probabilmente al sicuro nella sua casa, ma poco importava in quegli attimi non potevo aspettare che qualcuno mi salvasse, e nemmeno lasciare che il mare mi risucchiasse e mi annegasse senza lottare, senza provare a resistere, senza tentare, seppur soffrendo, a salvarmi.

Aveva cominciato anche a diluviare, le onde non accennavano a quietarsi, speravo almeno che non lampeggiasse. Potevo sopportare i cavalloni, il freddo, il vento, la pioggia, ma un fulmine che colpisce l’acqua è mortale. Cominciai a nuotare più veloce che potevo, mi faceva male tutto, ogni due metri tornavo indietro di uno e mezzo, il mare non voleva lasciarmi andare. La riva era lontana, ma pensai a me, alla mia vita e questo bastava a non farmi mollare, meritavo una seconda occasione. Non c’era nessuno a salvarmi, e allora? Non faceva differenza, mi sarei salvata da sola, avevo abbastanza forze, nonostante mi sentissi stanca e debole nel corpo, avevo trovato una spinta più potente, un vigoroso sostegno, la forza di cui avevo bisogno era tutta lì, nel mio cuore.

Sentii il cuore esplodere, tutto il dolore provato non contava più niente, tutte le volte che ero caduta o che ero stata abbandonata mi avevano fortificata. In quel momento che ero sola ad affrontare il nubifragio non provai più paura, non avevo bisogno di qualcuno, perché in realtà sola non ero, avevo me stessa. Continuai a nuotare, nonostante le onde mi riportassero indietro, continuai a nuotare sempre più veloce, con maggiore energia, finché a stancarmi non fui io ma il mare. Pian piano il vento divenne più debole, le onde più piccole e la corrente non era poi così tanto forte da potermi ostacolare. Nonostante le braccia e le gambe indolenzite raggiunsi la riva, distrutta ma felice, avevo vinto, ce l’avevo fatta.

Le nuvole divennero rade, il sole tornò a splendere e il cielo ad essere azzurro. Il vento si era ormai placato, e il mare era nuovamente limpido e piatto. Cominciò ad arrivare la gente, adulti, bambini e ragazzi, tutti ignari di quella tempesta, di quella lotta sia fisica che interiore che avevo dovuto affrontare. Mi avviai verso la pineta, distrutta nel fisico ma rinata nello spirito. Ad un tratto alle mie spalle sentii una voce, la stessa voce che avevo sentito nella mia testa in mezzo al mare, la stessa voce che aveva promesso di essermi sempre accanto. Mi voltai e lo vidi, il ragazzo era alto e snello, gli occhi neri, così come i suoi capelli, la sua pelle era leggermente abbronzata, indossava solo i bermuda, la sua maglietta ormai era in fondo al mare. Mi guardava come se fossi una bambina, ma una bambina va protetta, ed io non ero più una bimba indifesa, ero capace di cavarmela da sola, di sopravvivere o meglio di VIVERE. Biascicava delle scuse, delle giustificazioni per la sua assenza, che non riuscivo a comprendere, aveva visto la burrasca e sapeva che ero stata travolta da quelle onde rabbiose e possenti, ma me l’ero dovuta vedere da sola. Mi voltai e ripresi il mio cammino, non avevo bisogno di scuse, non avevo bisogno di altre promesse che non sarebbero state mantenute. Sapevo esattamente cosa volevo, una persona con cui condividere tutto, giornate di sole splendente e giorni di diluvio universale, finché non avessi trovato quella persona non avrei avuto bisogno di nulla. Avevo me stessa e mi bastava.

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