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Lunedì, 17 Luglio 2017 17:33

La porta sulla strada

Scritto da 

Alianello 056 2

Ero un bambino vivace e sempre allegro, e d'estate mi piaceva uscire di casa negli assolati pomeriggi per cacciare le lucertole e parlare alle coccinelle. 
Correvo con gli amici lungo i vicoli del paese sbattendo la fronte contro i panni stesi, freschi e che odoravano di pulito, di sapone e di lavanda appena raccolta.

 

Intorno al paese si apriva la vallata, che profumava l’aria calda e pulita con aromi di ginestra e gelsomino, e i campi di grano già scuri esalavano l’odore acre delle stoppie, in contrasto con la brillantezza dell’azzurro del cielo che obbligava a stringere gli occhi. Sembrava che la vita esplodesse intorno a me e dentro di me. Non sentivo caldo, eppure ero madido di sudore. Non sentivo male, eppure le mie ginocchia erano perennemente sbucciate. Non avevo paura, eppure gli adulti parlavano spesso di una frana che sembrava si stesse mangiando il paese.

Quando la campana rintoccava le cinque dicevo ai miei amici di continuare la caccia senza di me e raggiungevo mia nonna. Ricordo bene la porta sulla strada, la sua vecchia serratura e la maniglia di ferro, il pavimento di mattonelle di graniglia dell'interno, il battiscopa di smalto marrone, i muri di quel colore rosa quasi indefinibile, tutti spogli con la sola presenza un crocefisso di legno vicino all’ingresso. Alle pareti laterali c'erano da un lato una madia e dall’altro una credenza con in basso le ante bugnate e in alto delle vetrinette satinate attraverso le quali si scorgevano appena dei piatti bianchi, dei bicchieri e delle tazzine con motivi floreali che era orgogliosa di mostrare ai suoi ospiti. 
In un angolo della stanza sulla cucina bianca, una pentola ribolliva la minestra per la cena. Nella stanza l’odore degli ortaggi di stagione, dei peperoni, delle fave, il profumo delle erbe aromatiche, del pane come appena sfornato, del legno bruciato.

E lei che, su una vecchia sedia di vimini bianca, col capo pazientemente chino da secoli, lavorava la lana alla luce di quella finestra che guardava ignota l'orizzonte. 
Quando sentiva la mia voce festante alzava lentamente lo sguardo che già sorrideva, come se mi stesse aspettando da giorni, mi accarezzava e mi raccontava le storie di antichi e lontani parenti. Ma io ormai li conoscevo bene e dopo ogni giorno, dopo ogni racconto li sentivo più vicini, più contemporanei, e sentivo crescere in me un affetto che superava tempo e distanze: un secolo non faceva più differenza, né il mondo al di là dello sconosciuto orizzonte. Erano tutti miei cari e mi sembrava di toccarli.

Ad un tratto si accorgeva della mia impazienza, mi guardava comprensiva e andava a preparare la fetta di pane con lo zucchero dal sapore indimenticabile: i denti che forzavano la crosta croccante per raggiungere la mollica morbida e dolce per poi poter leccare il labbro superiore coperto di zucchero. Terminata la merenda mi invitava a tornare dagli amichetti, mi baciava sulla fronte e, ridendo, mi raccomandava di stare attento alle ginocchia!

Tanti, troppi anni sono passati, la frana ha terminato il suo crudele lavoro, il borgo è stato quasi completamente abbandonato, io sono appesantito dalle responsabilità, dagli impegni, dalle preoccupazioni, dal tempo che sembra sempre finire troppo presto e spesso mi chiedo per quale ragione la vita mi abbia riservato tanta fatica, tanta inquietudine. 
Ma in un caldo giorno di primavera, per lavoro, sono passato in paese e mentre scendevo per il nostro vicolo, ho sentito dei rumori e ho riconosciuto la porta sulla strada. Ho chiesto ai colleghi di procedere al sopralluogo senza di me e mi sono affrettato a cercare, nei luoghi un tempo tanto familiari, la sua presenza. 

Risentivo profumi dimenticati: le ginestre e i gelsomini, la lavanda, l’odore delle stoppie, delle verdure nelle cucine, la fragranza del pane appena sfornato, il legno bruciato e il ritmo dei passi aumentava, le ginocchia mi dolevano, il cuore batteva sempre più forte e mi sorpresi a correre a perdifiato. Ho raggiunto la porta e mi sono appoggiato ad essa, gli anni si sentono e il respiro è diventato irrimediabilmente corto, la fronte era madida di sudore e avvertivo un caldo insopportabile e tremavo al pensiero di aprire quella porta e vedere cosa fosse rimasto. 

La porta cigolò tremendamente. 

Aperta, il bagliore della finestra in fondo alla stanza mi ha per un attimo accecato, le gocce di sudore che imperlavano la fronte ora scendevano sugli occhi e non riuscivo a distinguere bene gli oggetti. Ma la vidi, seduta sulla sua sedia antica, intenta a lavorare la lana, alzò il viso e i suoi grandi occhi scuri, che da anni attendevano, sorridevano al solo pensiero del mio arrivo. Incrociammo gli sguardi per un solo istante, una dolcezza infinita mi pervase, non ansimavo più, la luce aveva diradato i miei tormenti, un’aria fresca aveva soffiato via gli affanni e la vista si fece più netta. 

Un attimo. E non c’era più.

Ora mi guardava soltanto una vecchia sedia di vimini bianca. 

E mi raccontava di gente lontana.

Filippo Orlando

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