logo2017

Iscriviti alla Newsletter di Gocce D'Autore

Commenta gli Articoli di Gocce!!!

Finalmente puoi commentare gli articoli di Goccedautore.it. Devi semplicemnte registrarti !!!

 
Venerdì, 21 Dicembre 2018 11:23

La leggenda del piccilatìedd’

Scritto da 

Racconti Inediti

Questo racconto è tratto dalle opere del canonico potentino Raffaele Riviello “Ricordi e note su costumanze, vita e pregiudizii del popolo potentino” del 1893 stampato dalla tipografia editrice Garramone e Marchesiello e “Cronaca potentina dal 1799 al 1882” del 1888 stampato dallo Stabilimento Tipografico Alfonso Santanello. Un modo per mantenere viva l’identità e la storia del popolo potentino e della sua città intorno al rito del tradizionale piccilatiedd’, il pane di Natale di Potenza, considerato all’epoca come il panettone di Milano, di cui oggi è andata persa la memoria.

 

Un insolito affaccendarsi ravvivava in quei giorni la cittadina adagiata sulla cresta dell’Appennino. Le botteghe si rifornivano di ogni bene, i mercati erano tutto un vociare, i molini si riempivano di farina carosella e i forni lavoravano giorno e notte. L’aria gelida e pungente della montagna si insaporiva dell’odore del pane e della legna che dalle cuntane s’incamminava per le vie del centro, mentre lunghi pennacchi fumosi si levavano dai tetti verso un cielo di neve.

Era dicembre e la bramosia del Natale cresceva di giorno in giorno. In tutte le famiglie, ricche o povere, fervevano i preparativi per l’evento più atteso dell’anno.  

La via principale, ornata di rametti di pungitopo e di vischio sulle porte delle case basse poste ai lati della strada, si apriva alle donne indaffarate nella spesa per la cena della vigilia di Natale. Già da un mese prima si preoccupavano di preparare il sacco di carosella, mettendo somma cura a cernerla per ottenerne una farina bianchissima. Poi si recavano al molino e la facevano macinare. Con quella polvere preziosa avrebbero cucinato il piccilatìedd’, il pane di Natale, piccolo di nome ma grande e grosso di forma e di peso.

  • Maria! ‘mpasta, scana!

Gridava il fornaio da vico Scafarelli a Maria che alla fazzatora,  in casa,  si ammoinava a cernere la farina, ad affiorarla e lavorarla in pasta. Si dimenava coi fianchi e con la schiena, batteva coi pugni chiusi e li affondava nella massa della pasta per farla crescere e farla bene. Intorno a lei si riunivano le giovinette desiderose di imparare il modo e l’arte della lavorazione, osservando con occhi attenti ogni movimento.

  • Che fa lu forn?

Gridava ogni tanto Maria al fornaio.

  • Mo tira la brascia!

Le rispondeva lui.

Anche i più piccoli si affollavano accanto alla madia impazienti di assaggiare il pane. Col moccio al naso si afferravano alla gonna della mamma cercando di prendere un pizzico di pasta da mettere sulla brace e gustarla immediatamente.

  • Giù le mani! Che impazienza! Aspettate un po’!
  • Mamma noi abbiamo fame. Vogliamo assaggiare il piccilatiedd’!

E giù qualche buffetto sulle manine dei piccoli che cominciavano a lagnarsi.

  • Mo vi do un po’ di pasta, ma smettetela di girarmi attorno! Chi temp’ gn’è? – chiedeva poi al fornaio.
  • Si a temp’!
  • Quant’ tavole gni so?
  • Ti trov’ bona!

A questo punto Maria mandava a chiamare le comari e le vicine più esperte per farsi aiutare a spianare e a distendere la pasta e darle la forma tradizionale e di rito.

  • Angela, Gerarda venite! – gridava da basso il figlio più grande di Maria che dopo un po’ le vide entrare nel vicolo all’angolo con via del Popolo e avvicinarsi, una avanti e l’altra dietro, svelte verso casa.

Angela, la più anziana di tutte, era bassa e larga. Portava una treccia argentata intorno alla testa a mo’ di corona e quando camminava i fianchi tondi ondeggiavano a destra e a sinistra facendo dondolare la lunga gonna di panno nero. Gerarda, che portava il nome del Santo patrono della città, era invece a metà tra Maria e Angela, e portava sempre una mantellina di lana chiara sulle spalle proprio come il sacro mantello del Venerabile.

Le mani esperte di Angela presero a distendere in un largo cerchio di piccilatiedd’ un grosso pezzo di pasta di tre o quattro chili, poi, con un movimento veloce lo metteva sulle braccia per spostarlo velocemente dalla madia alla tavola.

Adagiato sulla tavola intervenivano le altre donne a decorare il pane di Natale. Gerarda prese la sprone e cominciò ad orlare a disegni il bordo del piccilatiedd’. Le fanciulle più giovani, che avevano riempito la stanza con le loro chiacchiere, vi applicavano le mandorle mondate con la punta rivolta in fuori.

  • Ingraziamm’ Dio! – esclamavano ad ogni mandorla impressa per ringraziare il Signore dell’opera compiuta.
  • Per cent’anni! – rispondevano le più anziane invocando l’ammoina di domestica allegrezza.

Finita l’operazione, Maria chiamava il fornaio perché salisse a prendersi la tavola del pane e con tutto il seguito di figli grandi e piccoli appesi al sottaniello e le comari e le vicine, si avviava alla volta del forno dove una folla di donne aspettava di infornare i propri piccilatiedd’. Qui il fornaio con la pala davanti alla bocca del forno impartiva ordini, mentre preparava la brace e approntava ogni cosa per l’infornata. Una ressa si levava intorno a lui, voci, urla, spintoni e minacce tra donne inferocite che spesso degeneravano in tupillate!

Tra lo scompiglio generale e gli schiamazzi, cadde la tavola di pane di comare Teresa, una donna sulla cinquantina scura in volto e asciutta nelle ossa. Di colpo il silenzio calò tra le donne urlanti. Teresa si buttò a terra e cominciò a piangere, a battersi il petto, a gridare e a maledire chi le aveva fatto il malaugurio. La poverina aveva ormai il destino segnato.

La tregua durò poco perché al momento della sfornata la battaglia tornò a farsi assordante. Il fornaio grondante di sudore e paonazzo in volto, con la pala cominciava a tirar fuori dalla volta infuocata e fiammeggiante i primi piccilatiedd’.

  • E’ lu mio – tornò a gridare una donna.
  • Vattenn’, ca è lu mio – interruppe un’altra donna dando uno spintone
  • E’ d’Antonia Maria! La vì, sta come na ciuota! – esclamò una terza volgendosi verso di lei – Ntonia Maria, vieniti a piglià lu piccilatiedd’!
  • No, no, so’ li mii – si sentì urlare da un’altra banda – nu viri li scropp’ ca gn’ agg’ post’ p’ segn’?

E cresceva di nuovo la ressa mentre il fornaio si asciugava la fronte e il petto villoso con una pezzuola lacera, nera e polverosa e ogni tanto lanciava una bestemmia contro le donne tumultuose.

Maria prese i suoi piccilatiedd’ appena sfornati, li mise nella cesta, se li caricò sulla testa, chiamò a raccolta i figli e facendosi largo a stento tra la folla, uscì dal forno e gongolando di allegrezza si avviò verso casa.

Ormai era scesa la notte e le lucernelle illuminavano le vie percorse dalle donne ancora in giro con i cesti ricolmi del pane di Natale. Pian piano il fragore del giorno si spegneva lasciando il posto alla quiete della notte.

Con i primi fiocchi di neve, che lenti cominciarono a scendere dal cielo carico, si accese il nuovo giorno. Era la vigilia di Natale e Maria si levò dal letto di buon mattino per preparare la tradizionale e solenne “cerimonia culinaria” della sera. Tutto il giorno sarebbero rimasti digiuni per gustare con maggiore appetito l’oleosa cena e li sant’ piccilatiedd’. Anche la sua casa, umile e modesta, si sarebbe trasformata in un tempio di fede, di festa e di spensieratezza.

Si recò al mercato avvolta in una mantella di lana di pecora. Le voci allegre a cantilena marinaresca dei pisciaiuoli, che nella piazzetta avevano disposto le loro merci, l’accolse con fare festoso. Si poteva trovare anche del pesce fresco che da Salerno, Taranto, Monte Gargano, Bari e Molfetta arrivava a dorso di mulo.

  • C’è lu capituni, capituni! – gridava con enfasi larga e schiacciata marinese.
  • Oh, che treglie! Oh chi merluzz! - faceva eco il salernitano – Signù vinite ca, ca teng’ li treglie fresche.

Maria non poteva permettersi quel pesce troppo costoso e si accontentò, dopo essere passata in rassegna dei banchetti, di un po’ di baccalà.

  • Lu baccalà pur’ è pesc’ – pensò tra sé mentre affondava le mani nel sacco dei fasuli e

già pensava a come cucinarli per il rito serale. Terminò di acquistare il necessario per accogliere Gesù bambino nella sua casa e si affrettò a rincasare. La neve si era ormai raccolta in tutta via Pretoria e dal cielo scendevano fiocchi grandi come fazzoletti. Il freddo pizzicava le gote di Maria che non mancò di prendere dal contadino salito dalla valle un rametto di vischio profumato come segno di buon augurio.

            La giornata della vigilia trascorse così, tra la spesa, i preparativi in cucina e l’attesa della mezzanotte, mentre i bambini, costretti a casa dal freddo, giocavano con i loro ninnoli di legno davanti alla fuuagna. Quella notte santa avrebbero mangiato baccalà alla ciauredda con patate a fette, pomodorini e peperone secco, scrupped’, strufuli e chiènile i dolci di Natale fritti in abbondante olio di oliva che Maria si procurava dalla comare di Pomarico e ovviamente lu piccilatiedd’. All’ora del tramonto l’odore della frittura correva lungo la via della città e si mescolava alle dolci melodie che i suonatori d’arpa viggianese e gli zampognari del Pollino diffondevano per le strade.

            A quell’ora anche i capifamiglia tornavano nelle proprie case. Giuseppe, il marito di Maria, faceva il boscaiolo e a stento riuscì a far ritorno con il mulo carico di legna e fascini tra le neve arrivata ormai al ginocchio. Sistemò un grosso ciucculu nel fuulare che avrebbe arso per tutta la notte. Poi invocò la benedizione e la divina assistenza del Bambino che doveva nascere. All’improvviso un allegro scampanellio delle tre chiese disse a tutti che il Bambinello era nato e le famiglie potevano finalmente riunirsi intorno alla tavola imbandita.

            Giuseppe prese posto a capotavola e prima di affettare lu piccilatiedd’ invitò tutti a pregare. C’erano i nonni e le nonne, gli zii e le zie, e una banda di bambini trepidanti intorno alla tavola imbandita. I maschi di casa si scoprirono il capo e le donne e i bambini giunsero le mani in preghiera per recitare tutti insieme il Pater noster e l’Ave Maria. Seguiva la benedizione e lo scambio degli auguri in un clima sempre più festoso.

I figli si alzavano e, in segno di rispetto e devozione, andavano a baciargli la mano.

            Giuseppe prese poi lu piccilatiedd’, lo affettò e lo distribuì ad ogni commensale. Il sapore del pane dolce di Natale zittì tutti per un momento. Maria nel frattempo riempiva i piatti di vermicelli a agli’ e uogli’ e poi, una volta vuotati, baccalà, finocchi, cardoni, purtaall’, castagne, marroni, pere, mele, uva, fichi secchi e poi le fritture di pastelle dolci con orciuoli colmi di vino generoso e di moscato.

  • Evviva i nostri nonni! Evviva il Natale! – esclamarono i più piccini.

Ci si metteva poi accanto al focolare a novellare e ad attendere. Il nonno prese a raccontare di quel triste Natale del ’1857 quando il terremoto distrusse la città. Tutti erano rimasti senza più un tetto, anche lui e la nonna trovarono rifugio in una capanna di cannucce e coperte nella campagna sotto la città. Ricordò di quella notte celeste in cui il vescovo Pieramico e tutto il clero volle celebrare lo stesso il sacro rito in una cappella di tavole costruita appositamente nel Largo del Mercato. La mestizia accomunava il popolo presente, ma la parola del Signore confortò i loro cuori. Nel bel mezzo della liturgia l’emozione crebbe al culmine quando si levò nell’aria gelida il vagito di un bambino. Una povera donna aveva dato alla luce il suo bambino in una capanna nella notte Santa di Natale e tutti accorsero ad aiutarla e a portarle cibo e coperte. E mentre il nonno rabboccava la pipa per prendere fiato, Maria si avvicinò al fuoco e disse:

  • Ora la Madonna mette ad asciugare i pannicelli di Gesù Bambino davanti al fuoco. Noi andiamo a Messa!

Al rintocco delle campane tutti si prepararono. Dalle cuntane il popolo affluì su via Pretoria in un clima di festa e di gioia. Ragazzi con lanterne di carta, contadini con tizzoni accesi, braccialiedd che cantavano, monelli che fuggivano impauriti dal lupo mannaro, spari di tric trac e preti e sagrestani delle chiese che con torce a vento o fiaccole resinose andavano in giro per chiamare i canonici e accompagnarli alla propria chiesa per le sacre cerimonie.

            Maria e Giuseppe si recarono con tutta la famiglia alla chiesa di San Gerardo. Dall’altare, straordinariamente illuminato, si spandeva luce, letizia di fede e di grazia. Il coro imponente era composto da tutti i sacerdoti impegnati in ritualità di canto e di salmodie. La pastorale, intonata dal maestoso organo a canne, raccolse il pubblico dei fedeli in estasi. La processione intorno alla chiesa per la deposizione di Gesù Bambino ai piedi dell’altare fu accolta da tutti con canti di giubilo e pugni al petto.

            Gesù Bambino era nato rivelandosi povero ai pastori nella grotta.

            Una stella nel cielo rischiarato brillò di una luce più intensa. Il popolo raccolto in preghiera si commosse e un senso nuovo di pace invase i loro cuori ed entrò nelle loro case. 

Eva Bonitatibus

e-max.it: your social media marketing partner
Letto 229 volte
Eva Bonitatibus

Giornalista pubblicista

I libri sono la mia perdizione. Amo ascoltare le storie e amo scriverle. Ma il mio sguardo curioso si rivolge ovunque, purché attinga bellezza e raffinatezza.

La musica è il mio alveo, l’arte la mia prospettiva, la danza il mio riferimento. Inguaribile sognatrice, penso ancora che arriverà un domani…

Devi effettuare il login per inviare commenti

LOGO B 2 1