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Lunedì, 20 Luglio 2015 11:15

L’altra faccia della luna

Scritto da 

luna1

Ancora un racconto ispirato alle poesie studiate durante il laboratorio di scrittura “La bottega dello scrittore” tenuto a Potenza da Luciana Gallo Moles. Un esercizio di scrittura che ha previsto la trasposizione della poesia in prosa. Buona lettura!!

L’inverno aveva gelato ogni cosa.

Passeggiavamo io e Victor, per il vecchio parco solitario complice dei periodi spensierati della nostra giovinezza. Avevo guardato il cielo, era grigio come lui, e anche come me. I nostri paltò neri si toccavano leggermente, e… come per incanto, i ricordi riaffiorarono, spintonandosi l’un l’altro. “Victor ricordi la nostra estasi di un tempo? Vedi ancora in sogno la mia anima?” “Ti sogno spesso, Iris. Sogno la tua risata quando eri felice, sogno l’emozione che mi davano i tuoi capelli , due trecce di grano tra le mie mani e i tuoi occhi interminabili. Sogno il modo in cui spostavi l’aria quando mi passavi vicino, sogno la tua voce, la grazia con cui pronunciavi la r quel modo così sofisticato ed elegante, sogno la tua ingenuità bambina e il tuo essere adulta in ogni situazione importante.

“Sono trascorsi lenti, gli anni Victor. I nostri cuori hanno camminato insieme per sentieri tortuosi, hanno saputo digerire le spine. Intuivi l’intensità del mio batticuore, il momento del mio sfinimento e, mi prendevi in braccio… Ricordi Victor, la casa della nonna a Neige, che ti accolse bambino dopo la morte dei tuoi genitori per un fatale incidente stradale? Quanto l’hai amata!“. “Sì… Iris, a casa di nonna Irene, trovai la serenità. Mi bastava che lei fosse lì. La sua presenza era rassicurante, come le nostre anime che ora si accompagnano nel silenzio del parco. Ogni suo gesto era una parola di affetto, un pezzo della sua storia che affidava con discrezione a me, suo unico nipote, perché ne avessi memoria, quando lei ci avrebbe lasciato per trasferirsi sull’altra faccia della luna…

Ricordo l’odore caldo del pane che cuoceva dentro il forno. Nonna impastava con colpi decisi, come il carattere che doveva esprimere per mandare la casa avanti; teneri come i pensieri di mamma e moglie. Era rimasta vedova a soli trentatré anni. Le sue mani erano la voce della sua vita. Delicate e forti, a seconda delle circostanze, ma sempre belle come una carezza data. O desiderata. A questo mi faceva pensare quando impastava per fare il pane. Io ero lì, come al cinema, a godermi lo spettacolo di cui non capivo il messaggio di vita. Mi accontentavo di seguire la trama… ma mi sfuggiva l’idea dell’autrice, nonna Irene. Poi sei arrivata tu nella mia vita, e nel cuore di quella casa.” Divenne il nostro nido d’amore per molti anni. Nonna Irene, fu anche per me la mamma che non conobbi mai. Le sue braccia accoglienti, il sorriso affettuoso che spalancava porte e finestre, tutto di lei mi affascinava. L’ho amata da subito. Mi piaceva osservarla mentre parlava animatamente di ricordi antichi, mentre aspettava il suo turno al forno in compagnia delle altre donne. L’attesa della cottura del pane faceva si che il mio sguardo seguisse le panelle, finché non sparivano nella profonda bocca del forno per poi ricomparire magicamente del colore dell’oro delle spighe mature. Di ritorno a casa nonna Irene tagliava un pezzo di pane e mi diceva: “mangialo ora che è fresco! Il pane è fresco quando è caldo!” Quanta saggezza nelle sue parole. Luna2

E i riti della domenica! Che meraviglia! Meravigliarsi delle piccole cose che fanno domenica. Ci svegliava il profumo del ragù, in uno al canto del gallo nel pollaio. E poi la tovaglia nuova sulla tavola apparecchiata sin dalla mattina, era di fiandra bianca come l’ostia consacrata. Il suono delle campane della chiesa del convento. Io e te innamorati come due colombi che tubavano sul tetto. Indossavamo il vestito della festa e andavamo alla messa di mezzogiorno. La primavera lasciava aperta al tiepido sole la porta di casa, le tendine bianche si muovevano al vento, come onde solleticate da un mare giocoso.

Lungo il viale della chiesa, i mandorli erano in fiore, i bambini giocavano al cerchio, le fanciulle vendevano viole, le fontane erano aperte nei giardini del convento. Si respirava tutta la meraviglia della primavera.

L’estate ci vide genitori. Nacque la nostra primogenita. Avresti preferito un maschio, volevi chiamarlo come tuo padre: Guglielmo. Quando ti convinsi che quel nome era bello anche al femminile, i tuoi occhi ritornarono a sorridere. La chiamammo Guglielmina. Con lei, nella nostra vita entrò il sole, entrarono le stelle, l’universo intero. Cresceva allegra, vivace e piena di vita. Amava giocare con una trombettina di latta azzurra e verde, che nonna Irene le aveva comprato ad una festa paesana. Era ormai diventata parte di lei. Ovunque andassimo, la trombettina ci seguiva. La nonna, ormai in là con gli anni, si ammalò, e per quanto la presenza di Guglielmina la riempisse di vita, un brutto giorno ci lasciò. Ma non del tutto. Nei giorni successivi alla sua morte, nostra figlia trovò il regalo, tanto atteso, per il suo sesto compleanno, nella panca accanto al camino. Il libro che desiderava tanto: La casa delle farfalle. L’eredità di nonna Irene. Gli anni trascorsero veloci. Altre due perle vennero a fare compagnia a Guglielmina: Martino e Irene. Le nostre vite scorsero serene, nonostante le foglie dei viali dì ippocastano cominciavano a cadere. E poi e poi e poi e poi… com’è lungo narrare le cose…

“Sono stanca Victor, avverto lo stesso sfinimento di un tempo… E’ giunta l’ora di ritornare sull’altra metà della luna”. “Ti prendo in braccio Iris… come facevo allora”.

Carmen Cangi

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