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Martedì, 24 Luglio 2018 07:04

In nome del popolo

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«Quando, nel dicembre del 2017, abbiamo approvato la legge sul “biotestamento” non erano di certo questi gli effetti che auspicavamo.»

 

«Ora dovrete assumervi le conseguenze delle vostre azioni. E poi, non è certo nostra la richiesta dell’espianto degli organi.»

«I valori etici della legge si rivolgono a quanti soffrono per le loro condizioni di vita. La legge è stato un atto d’amore.»

«Ma la legge è uguale per tutti. Anche gli ergastolani soffrono per la loro esistenza. Anche il loro desiderio di porre fine a una vita inutile va rispettato.»

«Voi non aspettate altro che sfogare il più gretto giustizialismo solo per raccogliere il consenso della massa. Siete e sarete sempre e solo dei fascisti.»

«No! Non lo accetto!»

L’operatore alla telecamera, posizionato in un angolo della cella, fece segno alla giornalista che le riprese erano iniziate. Lei si schiarì la voce senza emettere alcun suono e fece la prima domanda: «Signor Carmine Santorini, da molti giorni, su giornali e telegiornali, non si parla altro che di lei. Ma è realmente convinto della decisione che ha preso?»

«Signora, ho 45 anni e ho trascorso metà della mia vita tra queste quattro mura.» Si guardò intorno per descrivere con gli occhi le pareti che conosceva a memoria. «Mi dica, che senso ha tutto questo? “Fine pena mai”, non è un’esistenza sopportabile. Donare i miei organi è l’ultima speranza che mi è rimasta per tornare libero.»

«Ma sarà morto, signor Carmine. Che senso ha la libertà se non si è più vivi?»

«Continuerò a vivere nel corpo di altri. Non ho forse anch’io diritto a una morte giusta?»

La giornalista affondò lo sguardo negli occhi scuri e sereni dell’uomo che aveva davanti; poi addrizzò la schiena e proseguì nel suo lavoro: «Oggi il giudice emetterà la sentenza. Se vincesse la causa che ha intentato contro lo Stato italiano lei verrà giustiziato, ne è consapevole?»

«Giustiziato,» le fece eco, «giustiziato. No signora. Sarà solo fatta giustizia.»

La scatola bianca, appesa a un’asta di metallo accanto al letto emetteva un bip breve e acuto. La piccola Elisabetta si era abituata a quel suono; all’inizio lo trovava irritante, ma quando le spiegarono che scandiva il battito del suo fragile cuore immaginò fosse un cinguettio rassicurante.

«Tesoro, come ti senti oggi?»

«Bene, nonno.» Elisabetta accarezzò la mano rugosa ma morbida di quell’uomo anziano che le sorrideva con le labbra ma che era triste con gli occhi. Lei si sentì in colpa; sapeva di essere la causa del dolore di tutta la sua famiglia. Pensò a sua madre e suo padre, a tutte le volte che li aveva visti piangere per colpa di quel cuore che continuava a crescere.

«Adesso devo andare.» Si alzò e diede un bacio sulla fronte della nipotina.

«Nonno, quando finisci di lavorare mi passi a salutare?»

«Certo amore mio.» “Dio mio, non farla morire oggi” e con uno sforzo immane si costrinse a uscire da quella camere di ospedale.

Sbucò nel corridoio asettico; ad aspettarlo c’era sua figlia Isabella. «Papà…»

«Ti prego, non dire nulla.» Baciò anche la mamma di Elisabetta su una guancia. «L’autista mi sta aspettando. Ci vediamo questa sera.»

«Quello che sta accadendo va contro ogni più elementare diritto umano. Amnesty International si batte in tutto il mondo per cancellare la pena di morte e mai ci saremmo aspettati di doverla combattere proprio in Italia. Ma sa qual è la cosa peggiore? È la strumentalizzazione della legge sul “biotestamento”.»

«Comprendo le sue ragioni, ma le vorrei porre le motivazioni della controparte. In Italia, a oggi, scontano un ergastolo ostativo più di mille detenuti; se consideriamo un’aspettativa di vita di trent’anni, queste persone costeranno ai cittadini italiani circa due miliardi di euro e…»

«Ma come può solo pormi una domanda simile?!» Il delegato dell’associazione umanitaria balzò in piedi.

«No! Deve aspettare!» Lo rimproverò severamente. «Io devo fare il mio lavoro fino in fondo. È troppo comodo alzarsi e andare via.» L’uomo, punto nell’orgoglio, fu costretto a sedersi. La giornalista si ricompose e riprese da dove aveva interrotto: «Secondo le stime fornite dall’associazione donatori, che ricordo non sostiene né promuove in alcun modo l’azione legale dal signor Carmine Santorini, se la sentenza dovesse avere esito positivo sarebbero a disposizione dei chirurghi oltre 10.000 organi tra reni, fegato, cornee, pancreas, polmoni, cuore e altri tessuti. Migliaia di persone tornerebbero a vivere e l’erario risparmierebbe miliardi di euro. Sono innegabili gli effetti positivi.»

Il nonno di Elisabetta scese d’auto prima che l’autista potesse aprirgli lo sportello. Era entrato da un ingresso secondario evitando i cronisti e i manifestanti che si erano accalcati lungo la strada. Mentre saliva le scale avrebbe voluto rallentare per rimandare quella decisione, ma anche accelerare perché sapeva che il tempo stringeva. Entrò nel suo studio e fissò tutti i documenti riversi sulla scrivania di legno laccato: letti e riletti, centinaia di volte, fino alla nausea. Indossò il cencio nero, fece un profondo respiro e sperò di esser pronto. Quando uscì dalla porta laterale tutti si alzarono. La solennità della sua figura era in ossimoro al capo chino. Inforcò gli occhiali per distinguere le parole scritte sul foglio, anche se le conosceva a memoria. Prima di parlare riuscì a guardare il volto del signor Carmine, in piedi come tutti, al primo banco. Lo guardò fisso negli occhi come a voler chiedere scusa: «In nome del popolo italiano…»

Michele Brizzi

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