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Giovedì, 29 Marzo 2018 13:30

Il numero 4 In evidenza

Scritto da 

 

raccontinediti 1

di Michele Brizzi

 

Alessandro non può dimenticare, neanche se volesse, benché non desideri altro.

 

Eccolo. Sono le 7 e 27; come tutte le mattine esce dal civico 3 di via Giuseppe Luigi Lagrange. È martedì, ma poco importa; fosse anche lunedì o carnevale, domenica o Natale, inverno o il giorno del suo compleanno, lui uscirebbe comunque dal civico 3 di via Giuseppe Luigi Lagrange alle 7 e 27. Ma non è pazzo. “No signora, suo figlio non è un… pazzo.” Ricorda le parole del dottor Mandragora, anche perché lui non può dimenticare, neanche se volesse, benché non desideri altro.

3 aprile 1995. Era un bambino e passava gran parte delle sue giornate a fissare il vuoto o una parete bianca. Quando sua madre se ne accorgeva lo chiamava a gran voce per destarlo dal quel suo strano incantesimo. Lui, però, non rispondeva. Pareva vivere in un mondo parallelo nel quale la voce degli adulti non si propagava e dove i muri spogli e senza colore erano uno spettacolo mirabile da fissare a bocca aperta, in religioso silenzio. Per questo era lì, seduto composto a ciondolare le gambe sottili su una delle tre sedie della sala d’aspetto, una stanza quadrata e spoglia dal soffitto inutilmente alto. Sua madre era entrata nello studio del medico tirandosi dietro la porta, ma si sentiva tutto lo stesso. «Allora,» esordì Rebecca senza neanche salutare, «mio figlio è un ritardato?» Lei era una donna giovane, non arrivava a trent’anni, ma il fardello d’un figlio malato di mente ne aveva inaridito modi e carattere. «No signora, suo figlio non è un… pazzo.» A pensarci vent’anni dopo Alessandro poté quasi immaginarsi la smorfia di disappunto sul volto del dottor Mariano Mandragora, uomo mite di certo non incline a tanta violenza, specie se rivolta a un bambino di sette anni. «Ha mai sentito parlare di sindromi come quella di Asperger o del Savant?»

Alessandro inizia a camminare in via Lagrange, direzione Porta Nuova. Questa strada, interdetta al traffico, è una retta lastricata di pietre quadrate che parte dal museo egizio e arriva sino ai portici di corso Vittorio Emanuele II. Lui la percorre tutte le mattine per raggiungere il suo posto di lavoro, il Politecnico. Oggi su Torino cade una pioggia sottile, impalpabile, come un invisibile lenzuolo che sostenuto da piccole folate di vento è capace di imperlare i vestiti e lucidare i sanpietrini. Si ferma all’incrocio con via Giovanni Giolitti per lasciar transitare una macchina; alza lo sguardo al cielo e sente la polvere d’acqua bagnargli il viso.

7 agosto 1992. Aveva quattro anni e sedeva su di un prato curato come un soffice tappeto verde; suo nonno gli era vicino e si reggeva con fatica a un bastone. D’un tratto sbucò dal terreno un ugello, come fosse una marmotta curiosa, e iniziò a irrigare il terreno senza che nessuno l’avesse chiesto. Il bambino non si allarmò, alzò lo sguardo al cielo e sentì la polvere d’acqua bagnargli il viso mentre il sole ne approfittava per disegnare arcobaleni sul prato. Il piccolo Alessandro guardò suo nonno con un’espressione del volto che conteneva in pari quantità stupore e meraviglia. Il padre di sua madre sorrise: l’ultimo istante di serenità.

La macchina è passata, ha schizzato acqua sporca su scarpe e pantaloni; lui abbassa gli occhi. “GK 740 AA.” Era la sedicesima volta che vedeva quella targa. “Sette quattro zero, sette quattro zero. Alessandro, concentrati.” Il ricordo dell’ultimo sorriso di suo nonno, che si sarebbe spento tre giorni più tardi, l’ha incupito e quando è di cattivo umore ha difficoltà a tenere i ricordi a bada.

«Vede signora,» cercava di spiegare a Rebecca il dottor Mandragora, «il nostro cervello funziona come un computer, né più né meno. Ma proprio come un computer i dati che possiamo immettervi sono limitati e se ne introduciamo troppi il sistema rallenta e rischia di fermarsi. Per evitare questo inconveniente la nostra memoria trattiene solo le informazioni ritenute necessarie e dimentica tutto il resto. La mente di Alessandro però non funziona così. Tutto quello che vede e ascolta, tutti i profumi che sente o i gusti che assapora lui li assorbe, come una spugna, e li immagazzina, senza distinzione e senza tralasciare nulla. Il cervello di suo figlio passa la maggior parte del tempo a rielaborare l’immane mole di dati che è costretta a ricordare; è per questo che spesso sembra rallentare o estraniarsi. Signora, molto più semplicemente, Alessandro non può dimenticare, neanche se lo volesse, benché non desideri altro.»

Alessandro cammina in via Lagrange, direzione Porta Nuova. Oggi su Torino cade una pioggia sottile, impalpabile, e lui si imbatte in sguardi, ombrelli, mezze frasi dette a un telefonino, il clacson di una Fiat grigia come il cielo sulla sua testa e sempre gli stessi volti, o quasi. Aveva calcolato che percorrendo tutte le mattine lo stesso percorso, alla stessa ora, incrociava circa il 76% degli stessi lineamenti già presenti nella sua memoria; la percentuale scendeva sino al 35% nei giorni festivi. Molte di quelle persone che “conosceva” da molti mesi gli erano ormai familiari come fossero amici tanto discreti da non salutarlo; ma lui non è pazzo. Alessandro deve solo tenere chiuso il vaso di Pandora incastonato nel suo cranio; se si aprisse i ricordi lo sommergerebbero e lui inizierebbe a rallentare, sempre di più, sin quasi a fermarsi, forse per sempre. E allora lui calcola, conta, divide, sottrae, eleva al cubo ed estrae radici, perché lui è bravo con i numeri. Quei dieci segni, dallo zero al nove, si muovono con disciplina e velocità nella sua mente, obbediscono ai suoi ordini e lo aiutano a essere normale, o almeno a sembrarlo; ma non era sempre stato così.

21 febbraio 1993. Mandragora rideva di gusto; si spallava sulla poltrona marrone e le sue risate facevano sobbalzare il ventre ampio che reggeva con entrambe le mani. Era un omone alto e dalle spalle larghe e quella grossa pancia quasi gli donava. Alessandro lo guardava senza dire nulla, fissava la folta barba corvina del dottore. Per un istante credette di trovarsi davanti a una specie di giovane Babbo Natale che libero per 363 giorni dagli impegni del 24 e 25 dicembre si dilettava in sedute di neuropsichiatria infantile. «Sei stupefacente» riprese fiato e assunse una postura più eretta sulla sua comoda seduta. «Ne facciamo un’altra?» il bambino annuì e lui riprese la calcolatrice in mano. «Allora, mi devi calcolare ottomila novecento cinquantasette diviso ventisette.»

L’Alessandro di otto anni non esitò nemmeno un istante. «Tre tre uno virgola sette quattro zero, sette quattro zero, sette quattro zero…» il sorriso di Mandragora scomparve, «…sette quattro zero, sette quattro zero…» Il 740 periodico aveva catapultato il bambino in un loop senza fine. «Alessandro!» l’uomo lo prese per le braccia e lo scosse appena. «Alessandro, concentrati» e il bambino si zittì. Dondolava la testa come se fosse in alto mare; stringeva le labbra con i denti fino a farle sbiancare. Con gli occhi pieni di lacrime pensò d’aver deluso anche lui e non solo sua madre. «Dottore, per favore, mi puoi guarire?» Mandragora gli sorrise. «No Alessandro, io non ti posso guarire,» gli asciugò con il pollice un lacrima, « perché tu non sei malato. Tu sei speciale.»

Alessandro sente che la pioggia non gli bagna più il viso; ha imboccato i portici di corso Vittorio Emanuele II e si confonde tra la folla. Ricorda che gli ci volle quasi un anno per riuscire a dominare i numeri periodici, ma ne era valsa la pena. Cammina e guarda fisso davanti a sé. Il segreto è non avere troppi ricordi, cercare di essere ripetitivo nelle proprie azioni quotidiane. Mandragora, che ormai lo ha in cura da vent’anni, gli aveva consigliato di essere meticoloso e costante nelle sue abitudini; medesime azioni ripetute agli stessi orari si sarebbero fuse in un unico macro-ricordo. Ed è per questo motivo che Alessandro si sveglia tutte le mattine alle 6 e 08, si fa la doccia a 39 gradi centigradi, beve un caffè lungo senza zucchero e mangia 150 grammi di pane integrale, in modo da uscire dal portone della sua lussuosa abitazione in centro, il civico 3 di via Giuseppe Luigi Lagrange, esattamente alle 7 e 27. Perché lui è bravo con i numeri e quando si accorge che i ricordi premono furenti nel suo vaso di Pandora inizia a calcolare. “Il percorso tra il civico 3 e il Politecnico è di duemila e quattrocento dodici metri. Considerando una velocità media di quattro virgola sette chilometri orari e un perditempo medio di 120 secondi ho bisogno di trentatré minuti per essere a lavoro entro le 8 e zero zero.” La sua è una necessità, un modo per sopravvivere, un costante esercizio, come respirare, bere o guardare quell’uomo che adesso incrocia davanti alla gioielleria; è uno dei suoi amici discreti. Non conosce il suo nome, sa solo che è calvo e non porta l’ombrello, veste con un cappotto grigio e vive ad Asti. Lo sa perché lo incrocia tutti i giorni davanti alla gioielleria, alle 7 e 42. “Calcolando una distanza di settecento cinquanta metri, una velocità ridotta a tre chilometri orari a causa della stazione congestionata dai viaggiatori, il calvo può essere sceso solo da due treni”. Alessandro conosce tutti gli orari e tutti i percorsi di tutti i mezzi pubblici, non per vezzo, ma per necessità; la motorizzazione civile non gli ha mai concesso la patente di guida. “Il regionale veloce 2500 proveniente da Asti e il regionale 10000 da Chivasso. Ma siccome non l’ho mai incrociato in nessuno dei primi martedì di maggio è certamente di Asti”. Perché Alessandro sa che gli astigiani tengono molto alle celebrazioni del loro santo patrono, Secondo d’Asti, che si celebrano proprio ogni primo martedì di maggio. Ma lui non è pazzo, deve solo tenere chiuso il vaso facendo di calcolo.

22 ottobre 1996. «Alessandro, hai mai sentito parlare di Pandora?» Il ragazzino sedeva davanti a lui, composto, la schiena dritta e le mani sopra le ginocchia; aveva dieci anni e iniziava a capire. Quel pomeriggio aveva chiesto a Mandragora come funzionava il suo cervello e il dottore cercò di spiegarglielo raccontando uno dei miti dell’antica Grecia. «Secondo la leggenda, Zeus, il padre degli dèi, fece dono a Pandora, la prima donna mortale, di uno splendido vaso facendole una sola raccomandazione: non avrebbe mai dovuto sollevarne il coperchio. La fanciulla però non riuscì a resistere perché proprio qualche giorno prima anche il dio Ermes le aveva fatto un dono: la curiosità. Fu così che Pandora aprì il vaso e subito ne fuoriuscirono terribili demoni che invasero il mondo. Questi demoni si chiamavano Vecchiaia, Malattia, Vizio e… Pazzia. Ecco Alessandro, il tuo cervello funziona così, come il vaso di Pandora. Tu lo devi tenere chiuso, sigillato, ci devi mettere sopra un peso che non faccia uscire i tuoi mostri.» Il dottore spiegò al ragazzino che doveva distrarre la memoria e impegnarla calcolando, non importava cosa, l’importante era ripetere quei dieci segni dallo zero al nove nella sua mente.

Piazza Carlo Felice è una piccola oasi verde, proprio davanti alla stazione di Porta Nuova. Lui ne percorre tutto il perimetro rimanendo sotto i portici, riparato dalla pioggia sottile, impalpabile, che oggi bagna Torino. I bar sono affollati di clienti dalle spalle annaffiate; sulla farmacia ancora chiusa campeggia la scritta “Ortopedia e Cosmesi”; tre vetrine eleganti di abiti da cerimonia mostrano manichini con abiti che molti esseri umani non si possono permettere; il giornalaio alla sua sinistra. Con la coda dell’occhio legge le prime pagine dei giornali umidi: politica interna, sport, cronaca nera, politica estera e una curiosa notizia da Londra su di un nuovo farmaco per gli innamorati. “Il Siero Anti-Amore.” Cammina oltre, un secondo bar, l’ingresso a via Roma, ma lui continua riparato dalla pioggia sino a tornare su corso Vittorio Emanuele II. I semafori e il traffico, pendolari, autobus, studenti. Poco più avanti l’asfalto è colorato di rosso; indica l’ingresso a una zona a traffico limitato con una scritta bianca, ZTL, proprio sotto i portici che segnano l’inizio di viale XX settembre. Le strisce bianche indicano il passaggio pedonale e sono attraversate da binari lucidi come spade. Alessandro li raggiunge e si ferma, li calpesta immobile mentre viene superato da persone indifferenti ai suoi ricordi. “Ma se mi fermassi qui…” con lo sguardo segue le parallele brillanti della strada ferrata sulla quale corre sempre il N°4, tutti i giorni in perfetto orario, “…il tram mi potrebbe investire?”

3 marzo 1997. Rebecca aveva imparato a sopportare l’essere madre, ma la vergogna le rimaneva appiccicata alle spalle, come se qualcuno le avesse versato miele sulla schiena. Aveva tagliato i ponti con amici e parenti, e dopo la morte di suo padre era rimasta sola con quello strano bambino che era incapace di badare a sé stesso. A volte si concedevano brevi passeggiate per le vie del centro, ma in orari insoliti; meglio evitare i conoscenti che avrebbero iniziato a parlare alle sue spalle appena si fosse congedata da loro con un falso sorriso. Alle tre del pomeriggio piazza C.N.L. era deserta e Alessandro guardava la statua di un uomo nudo sdraiato su un triclino; rappresentazione allegorica del fiume Po. Rebecca cercava di svuotare la mente e lo guardava indietreggiare un passo alla volta per mettere sempre più a fuoco quella statua bianca di epoca fascista che sormontava una piccola cascata. Lei gli era sempre vicino e lo accudiva in tutte le sue esigenze: si svegliava di notte e si metteva accanto a lui se faceva un brutto sogno; seguiva le sue lezioni private e sceglieva con cura i professori da assumere; lo accompagnava nelle migliori strutture sportive per fargli praticare la corsa, come aveva consigliato Mandragora; aveva stilato una minuziosa dieta quindicinale che regolasse ormoni e stati d’animo. Ma pareva non essere sufficiente per lei, continuava a sentirsi una cattiva madre. Era sola, come non mai, e la gabbia dorata nella quale si era rinchiusa accentuava la sua emarginazione. Lei viveva in funzione di quel bambino che fissava le statue di Torino e per metterle a fuoco indietreggiava sino alla strada, proprio mentre un camioncino della nettezza urbana stava sopraggiungendo. Rebecca sgranò gli occhi e urlò con tutto il fiato che aveva in corpo. «Alessandrooo!» suo figlio la guardò, poi spostò lo sguardo al camion che gli stava venendo addosso. I freni del mezzo fischiarono furiosi, ma il ragazzo rimaneva impassibile fissando il camion bianco e blu che stava per investirlo. Ma il veicolo riuscì a fermarsi in tempo, così vicino al viso di Alessandro che lui poté percepire il calore del motore. Rebecca si precipitò da lui. Lo toccava e lo abbracciava e dopo averlo stretto forte lo rilasciava per tastarlo ancora, incredula che fosse illeso. «Mio Dio, è un miracolo,» la cattiva madre gli accarezzava i capelli e lo baciava ancora, «mio Dio, è un miracolo, è un miracolo.» Poi afferrò il volto di suo figlio tra le mani e lo guardò fisso negli occhi. «Ma perché non ti sei tolto dalla strada? Non mi hai sentito gridare?» L’Alessandro di dodici anni non comprendeva tutta quell’ansia e quella paura. «Mamma,» disse a Rebecca placidamente, «non è un miracolo. Questo autocarro pesa 5 tonnellate, a pieno carico, che moltiplicato per il quadrato della velocità, circa 30 chilometri orari, e diviso per 2, mi dà circa 172.500 Joule. Se questa energia cinetica la divido per la forza d’attrito, circa 15.000 Newton, avrò lo spazio di frenata. Mamma, sono meno di dodici metri, devi stare tranquilla, non mi avrebbe mai potuto investire.» Il ragazzino le diede un bacio sulla guancia e andò ad ammirare la seconda statua di piazza Comitato di Liberazione Nazionale, una donna nuda su di un triclino che simboleggiava la Dora Riparia.

“Ma se mi fermassi qui… il tram mi potrebbe investire?” Alessandro è curioso, quasi quanto Pandora. Ancora immobile sui binari, guarda in fondo a via XX settembre. Con gli occhi segue le parallele brillanti della strada ferrata, ma nessuna sagoma quadrata, appesa col pantografo ai fili sospesi su Torino, si avvicina. “Il N°4 è sempre in perfetto orario.” L’orologio al polso lo informa che dovrà attendere altri 6 minuti e 50 secondi per verificare i suoi calcoli. “Troppi.” Riprende il suo percorso, lui ha sempre odiato attendere i mezzi pubblici, specie quelli che potrebbero investirlo, in fondo tutto quello di cui ha bisogno è nella sua testa e inizia a calcolare lo spazio di frenata del N°4. “Con una massa di 45 tonnellate…”, perché è inaccettabile rimanere fermo 6 minuti e 35 secondi, “…e una velocità standard di 40 chilometri all’ora…”, se vuole arrivare alle 8 in punto al Politecnico. Cammina sotto i porticati e a ogni passo si allontana dalla stazione. “Il coefficiente di attrito acciaio-acciaio è di 0,4 per cui…”, e la folla inizia a diradarsi rendendo più agevole evitare le spalle di quelli che camminano nella direzione opposta alla sua. Che senso avrebbe aspettare 6 minuti e 15 secondi quando le risposte sono nel suo cervello e i suoi calcoli sono sempre esatti? Un venditore ambulante grida “cinque euro”. È un uomo basso, dai lineamenti asiatici e mal vestito. Tutti lo ignorano mentre offre a quanti gli passano accanto i suoi sei ombrelli: neri, di pessima qualità, lunghi “90 centimetri, forse un metro”, e hanno come manico una specie di uncino simile a quello a cui i macellai appendono i quarti di bue. Alessandro tira dritto, a lui non interessano né i macellai né i quarti di bue, né i venditori ambulanti dai lineamenti asiatici né gli ombrelli neri lunghi 90 centimetri e neanche quelli lunghi un metro. A lui interessa solo sapere che non aveva nessun motivo di attendere altri 5 minuti e 45 secondi. “No, il tram non mi avrebbe investito, sarebbe riuscito a fermarsi.” Lui è certo che non avrebbe fatto la fine di un quarto di bue sotto i carrelli pesanti 45 tonnellate del N°4 mentre passa sotto un’insegna marrone che recita “Salumi e Formaggi”. Procede oltre; tre saracinesche chiuse dal 18 gennaio del 2013, svendita di elettrodomestici per cessazione attività. E dritto davanti a lui vede Lucia, l’ennesima amica discreta. La ragazza ha poco più di vent’anni, la si può definire “carina”, ma questo particolare a lui non interessa. La incrocia spesso alla fine di corso Vittorio Emanuele II, ma oggi forse è in anticipo o magari è in orario ed era in ritardo tutte le altre volte. Cammina nella direzione opposta alla sua ed è diretta all’erboristeria del civico 43 di via Giuseppe Luigi Lagrange; ci lavora da quasi un anno. Indossa uno zaino colorato sul quale ha segnato il suo nome con un pennarello indelebile e, come gran parte dei suoi coetanei, cammina fissando il cellulare che ha davanti agli occhi. Ma stamattina indossa anche delle cuffie, non di quelle piccole che si infilano nel condotto uditivo come dei Cotton fioc, ma si tratta di quelle più comode che coprono per intero le orecchie. I due adesso si incrociano e Alessandro si accorge che lei ha da poco toccato lo schermo per avviare la riproduzione di un video musicale. Alcune scimmie cantavano e ballavano, “Adventure of a lifetime… 5 minuti e 16 secondi.” Ha visto quel video dei Coldplay settantadue giorni prima e gli scappa un sorriso, ma non per quella singolare immagine di scimpanzé dediti alle arti sonore, ma perché lui sa che poco prima della fine del video Lucia si spaventerà a morte. Con lo sguardo sullo schermo e distratta dalla musica, lei si accorgerà del N°4 solo quando sarà troppo tardi, ma il conducente farà in tempo a frenare, ne è certo, perché lui è bravo con i numeri. Una scarica di adrenalina farà bene alla ragazza che in futuro presterà più attenzione a dove metterà i piedi e supera due carabinieri appena usciti da un tabacchino. Percorre ancora qualche metro, sino all’angolo del fioraio, sempre aperto a quell’ora, sia nei giorni feriali che in quelli festivi. Davanti alla porta sono sistemati due vasi: nel primo svettano dodici calle candide con lo stelo carnoso e verde chiaro; nell’altro troneggia un bouquet di almeno cinquanta rose rosse. Alessandro pensa che quei fiori sono fortunati perché in una giornata umida come questa di certo non soffriranno… “Oggi piove!” Alessandro sgrana gli occhi e si blocca come se fosse stato tramutato in una statua di sale. “Il coefficiente di attrito acciaio-acciaio è 0,4… ma solo con le superfici asciutte.” Ruota il corpo di 180 gradi e guarda la strada che ha appena percorso. “Ho fatto 816 passi e mezzo… mi sono allontanato di 735 metri.” Adesso sa che quello di Lucia non sarà solo uno spavento, nelle sue vene non scorrerà adrenalina, se non per pochi istanti. Inizia a correre con tutta la forza che ha nelle gambe. Supera i vasi di calle bianche e di rose rosse, benché sappia che è tutto inutile. “Il coefficiente di attrito è meno di 0,2…” passa di corsa davanti ai due carabinieri che lo seguono con lo sguardo anche se è certo che per Lucia non c’è speranza perché, “…non riuscirò a correre a una velocità media superiore ai 7,9 metri al secondo…”, avrebbe ricoperto una distanza massima di 734 metri mentre passava davanti alle saracinesche chiuse dal 18 gennaio del 2013. “Un misero metro…”, ma continuava a correre anche se sapeva che il N°4 avrebbe travolto senza scampo quella ragazza che ascoltava i Coldplay, “…la vedrò morire per uno stupido e misero metro…”, perché sapeva che non aveva sbagliato i suoi calcoli, perché il N°4 era sempre in perfetto orario, perché il coefficiente di attrito si dimezza a superfici bagnate, perché passava sotto “Salumi e Formaggi” e non aveva un braccio abbastanza lungo per afferrare quella ragazza che lavorava nell’erboristeria, “Dove lo trovo un metro?” e poi perché Lucia cammina a testa bassa, ha cuffie sulle orecchie e un uomo basso e mal vestito vende ombrelli neri con i suoi lineamenti asiatici. Alessandro afferra uno degli ombrelli e corre ancora più forte, vede Lucia, è quasi sui binari, allunga il braccio e con il manico dell’ombrello l’afferra dallo zaino; il N°4 spunta stridendo da via XX settembre, Alessandro tira a sé con tutta la sua forza e la ragazza è sorpresa da un’energia che la fa cadere all’indietro tanto in fretta che il suo telefonino vola via distrutto dal parabrezza del tram che anche oggi è in perfetto orario. Lucia è spaventata, le braccia in aria, cade all’indietro senza nessun appoggio. Alessandro si piega su di un ginocchio e l’afferra al volo. Lucia atterra tra le sue braccia e fissa il volto di quel ragazzo dai capelli chiari e gli occhi azzurri; avrà qualche anno più di lei, il volto rasato con scrupolo è liscio e ben curato, le labbra rosa. Lo guarda fisso negli occhi e sa già cosa vuole dirgli: «Toglimi le mani di dosso!» Lucia salta in piedi allontanandosi da quello sconosciuto. Urla. «Ma tu chi cazzo sei?! Perché mi hai fatta cadere?! Maniaco! Aiuto, un maniaco!» Alessandro non riesce a parlare, muove le mani come se suonasse una fisarmonica invisibile. «Aiuto! Un maniaco!» tutti i passanti rallentano per guardare la scena e arrivano anche i due carabinieri che erano certi che quel ragazzo aveva qualcosa da nascondere tanto che si erano fatti scortare da un omino basso, mal vestito e dai lineamenti asiatici che lo indicava. «Lui mi ha rubato l’ombrello. Lui! Lui!» e il N°4 si ferma, il conducente scende imbestialito. «Chi ha lanciato un telefonino contro il vetro del tram!» Alessandro è circondato. «Lui! Lui!» grida Lucia. «Lui! Lui!» grida il venditore ambulante. «Lui! Lui!» indicano i passanti in questa mattina di Torino, con una pioggia sottile che cade come un lenzuolo, impalpabile.

Alessandro non può dimenticare, neanche se volesse, benché non desideri altro.

Eccolo. È arrivato in ritardo al Politecnico di Torino per la prima volta in tre anni con sei ombrelli neri sotto il braccio. Aveva provato a spiegare ai due carabinieri che essendo il N°4 pesante 45 tonnellate e la velocità standard di 40 chilometri orari Lucia sarebbe morta sotto le rotaie perché il coefficiente di attrito era di 0,2. Ma i carabinieri gli avevano chiesto: «Come fa a conoscere il nome della signorina?» E così aveva comprato tutti gli ombrelli del piccolo uomo dai lineamenti asiatici, rimborsato Lucia con un assegno di mille euro per il telefonino che le aveva fatto cadere contro il tram ed era stato accompagnato fino alla caserma per rilasciare le sue generalità. Prima di mettere piede nel Politecnico Alessandro ricorda il 5 settembre del 2003, diciottesima puntata della terza stagione di Futurama, “Il mestiere di dio”, e le parole della nebulosa senziente: “Quando fai le cose per bene nessuno sospetterà che tu abbia fatto realmente qualcosa”. Di certo, in futuro, se ne sarebbe ricordato, anche perché lui non può dimenticare, neanche se volesse, benché non desideri altro.

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