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Sabato, 12 Marzo 2016 11:30

Il cielo oggi è magnifico

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raccontoinedito cielo 1

Il cielo oggi è magnifico. Vi sono dei giorni in cui la natura incanta e sa essere dolce come miele, lasciandosi inseguire fino all’ orizzonte tra i pendii della sua dolcezza. Non credo che essa sia stata voluta e creata da qualcuno dal nulla. Mi riferisco a Dio. Penso piuttosto che si sia sempre gestita e continua a gestirsi da se stessa, cioè da tutto ciò che nel corso del tempo ha contenuto e continua a contenere, me compresa che oggi vi faccio parte. Ed io, per esserci oggi,  sono in qualche modo sempre esistita anche nel passato. Il mistero che avvolge origini e destino fa parte della sua bellezza. Me ne sto lontana da chi rivendica la conoscenza del segreto. I segreti sono segreti. Dobbiamo sfidarli ma anche umilmente accettare. Sotto il misterioso cielo in cui vivo non c’è niente e nessuno che sta fermo. C’è gente che va, gente che viene, e dappertutto fermenti di vita che nascono dall’attimo prima che è morto. Anch’io gioco la mia parte. Chissà di cosa è capace l’ottanta per cento dell’antimateria che è nell’universo, quindi anche tra i liquidi del mio corpo e di ciò che mi circonda, e di cui si sa solo che esiste, e nient’altro. Niente. Il mistero è una sfida. A volte magnificamente gioiosa, a volte crudele. 

-      Ciao Rosy, ciao.

-      Torno per pranzo, va bene?

-      Ok. Va bene. Stai attenta.

Una farfalla rossa, gialla e blu mi vola intorno. Le farfalle non parlano. Solo gli uomini lo fanno: questi esseri che nella loro vita costruiscono idee. Nelle quali navigano. Chiedendo, correndo, interrogandosi e rompendo l’anima al prossimo. Al mondo delle idee del prossimo.

Le farfalle volano e basta. La scienza delle parole dell’uomo lo sa il perché ma a loro, alle farfalle, non gliene frega niente. Non se ne interessano. Continuano a volare e a fare quello che sanno fare senza chiedere nient’altro a se stesse e al mondo intero. Sono sagge le farfalle. Ce n’è una, la più grande del mondo, che rilascia nell’aria il suo feromone per richiamare il maschio compagno, questo la raggiunge, anche a distanza di chilometri riesce a sentirla e a raggiungerla, si accoppiano e poi tutte e due muoiono. Vivono pochi giorni e nascono senza bocca e senza apparato digerente perché non si cibano, nascono solo per accoppiarsi e poi morire. Sono essenziali le farfalle: la vita è solo riproduzione della specie.

Rosy mi ha regalato un libro. Lo sto leggendo. Tra un capitolo e un altro mi alzo dalla sdraio e cammino a piedi scalzi sul prato di casa. Non ho paura di farmi male. Lo tengo pulitissimo. Ogni tanto mi fermo, pensando ad una frase appena letta oppure allungando la mano a misurare la ciccia che trasborda dai miei fianchi e mi dico Ah! prima o poi dovrò decidermi ad andare in palestra, poi ritorno sulla mia sdraio, prendo in mano il libro e ricomincio a leggerlo.

C’è una quercia stupenda in giardino: alta e possente. E’ il mio totem. A volte, andando su e giù sull’erba, mi fermo vicino a lei, allungo le mani sulla sua pelle rugosa e l’abbraccio e le mie braccia si allargano come ali fino a metà della sua circonferenza. E’ da tanto tempo che ci conosciamo: da quando ero bambina. All’epoca era già grande e affascinante. E’ sempre stata molto bella.

La casa nella quale abito è a pochi metri dalla quercia, è bianca e ha gli infissi di legno che ho dipinto di celeste. Mi piace molto il celeste. Ma li avrei potuto dipingere anche di rosso. Anche il rosso sta molto bene con il bianco: colore che può essere invaso e percorso da qualsiasi racconto cromatico, dal tragico al romantico.

Adesso la casa avrebbe bisogno di un po’ di manutenzione, è malandata. Non molto, ma lo è. Un giorno mi dedicherò completamente ai lavoretti di cui necessita. Quel giorno andrò anche in palestra. Inizierò la nuova stagione della mia vita facendo entrambe le cose con inizio nello stesso giorno. Waoo! A volte mi meraviglio di me stessa: di quanti bei propositi è strapiena la mia testa. Senza parlare poi del cuore, sempre pulsante di passione per qualcosa o per qualcuno. Non si ferma un attimo. A volte scappa così forte da non riuscire a raggiungerlo. E così succede che dopo un po’ ci perdiamo per strada, lungo percorsi differenti. 

Verrà un giorno in cui una delle mie due figlie, Rosy o l’latra, quando non ci sarò più, forse in questa stessa casa che avrà di nuovo bisogno di un po’ d’ordine e cambiamento, metterà una mia foto, sagomandone i bordi per adattarla, in una cornice che poserà  poi su un ripiano. E quando entrerà  nella stanza alzerà lo sguardo e  mi guarderà, ricordando.

Abito alla periferia della città. Il mio vicino di casa è un signore anziano e corpulento che nella stagione estiva veste quasi sempre con sgargianti camicie a quadroni. Ha una pancia pronunciata anche lui e una cinta di capelli lungo il cranio che gli formano una naturale aureola, simile a quella che i pittori dipingono sulla testa dei santi.

Anche casa sua ha un piccolo giardino intorno. Qui dove io abito tutte le case hanno un piccolo giardino. E anche il vicino di casa, come me, ama passeggiarvi dentro. E anche lui come me, camminando, ogni tanto si ferma e si guarda intorno, come a cercare qualcosa o qualcuno. Ma non si ferma con un libro in mano. Lui si ferma senza libro in mano. Si ferma e basta. E scruta il cielo come a cercare qualcosa. Ma io lo so che non cerca niente. Lo conosco dai tempi della quercia antica. Da sempre si guarda intorno, a volte con aria perplessa, a volte rassegnata, a volte felice, a volte triste. Non so cosa cerca ma so che cerca. Non mi meraviglio più quando lo vedo portare sugli occhi la mano a visiera, per proteggersi lo sguardo dal bagliore della luce, mentre scruta nell’orizzonte il niente che ha preso una qualche forma nella sua mente.

Una volta uscì di casa dopo averne aperto perentoriamente la porta, si piazzò a piedi larghi sul cancelletto di fronte alla strada, si guardò intorno prima da un lato e poi dall’altro, poi tornò indietro, riaprì la porta e, guardandovi dentro, gridò che adesso ci andava lui a vedere che era successo. Quindi richiuse con forza la porta, ritornò sui suoi passi e si avviò lungo la strada. Ma in casa non c’era nessuno. Lo sapevo bene. Era vedovo da più di vent’anni e non abitava con nessuno. Ed io  erano quasi vent’anni che per tre volte alla settimana gliel’andavo a pulire.

Un’altra volta, appena entrai a casa sua per le solite pulizie infrasettimanali, lo trovai a distanza di qualche metro dirimpetto alla porta, vestito in tuta da ginnastica, col collo proteso in avanti  e le gambe e le braccia allungate e immobili. Erra irrigidito nella posizione di chi per la fretta cammina allungando il passo e guarda dritto davanti a sé. Gli chiesi cosa stesse facendo. Non mi rispose subito. All’inizio pensai che non mi avesse neanche vista. Poi lentamente girò lo sguardo verso di me e disse: Mi sto preparando ad andare. – Per dove?, gli chiesi. - Non so, ma devo andare. E’ giunta l’ora-. Poi non disse più nulla, e ritornò a puntare lo sguardo in quel luogo indefinito che si trovava in fondo all’orizzonte del suo mondo. E che solo lui vedeva.

Canio Franculli, 2016

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