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Domenica, 15 Marzo 2015 20:05

Frammenti di Memoria

Scritto da 

inediti agfa i20 1Il ritrovamento di una vecchia macchina fotografica anni ’30. La stampa di vecchie foto contenute nel rullino ancora chiuso raffiguranti un uomo e una donna vicini ad un lago. La città di Vienna come sfondo della storia. Questi gli elementi sui quali hanno lavorato gli allievi del laboratorio di scrittura “La bottega dello scrittore” di Potenza per la redazione di un racconto in cui fantasia e realtà si sono intrecciati mirabilmente, portando ciascuno in luoghi remoti del proprio passato. Oggi vi proponiamo il primo di questa nuova serie intitolato “Frammenti di memoria” scritto da Carmen Cangi.

Natale 2006. Volai per Vienna in compagnia di Elisa, la mia amica di sempre.  Finalmente, dopo tanto tempo, si realizzava il sogno di due adolescenti ormai donne mature. Vienna continuava ad essere la meta agognata di due ragazze romantiche e sognatrici alle quali il tempo aveva aggiunto un tocco di grigio sui capelli. Elisa aveva organizzato il viaggio nei minimi dettagli.

Partimmo di pomeriggio inoltrato. Il volo  durò un batter di ciglia. Vienna  si presentò ai nostri occhi con un  cielo chiuso da grandi nuvole. L’aria era fredda e pungente, ma i nostri cuori erano due fiamme ardenti. Un taxì ci portò all’Hotel prenotato da Elisa. Un palazzone d'un rossiccio sbiadito, dalla forma quasi quadrata, movimentato da tanti piccoli porticati. 

La mattina seguente decidemmo di visitare la città in carrozzella. Eravamo entusiaste! Il cocchiere, con un gesto di tenera attenzione ci passò una coperta che suggellò il nostro affiatamento. E… via alla scoperta della città:  i giardini imperiali, i sontuosi palazzi barocchi, il castello della Principessa Sissi, il bel Danubio, quello blu. Vienna era un museo a cielo aperto. Di tanto in tanto ci fermavamo nei tipici caffè, tutti caratteristici e tutti uguali nel modo di presentarsi:  il tavolino in marmo,  il giornale e un bicchiere d’acqua. Luoghi dove si consumava il tempo e lo spazio,  ma solo il caffè compariva sul conto. Le note di Mozart, Beethoven, Strauss in sottofondo rendevano la sosta ancora più piacevole.

Eravamo ormai immerse in un’atmosfera da sogno, che i profumi del punch fruttato con il vino, del pan di zenzero e  delle mandorle tostate rendevano dolce.  A Natale, di sera, Vienna si trasformava in un incanto stupefacente, con pittoreschi mercatini all’aperto illuminati da luci abbaglianti.  Le bancarelle creavano un vero e proprio labirinto: passarvi in mezzo era una goduria per tutti i sensi. Scegliemmo di visitare inediti vienna 2 il Villaggio di Natale al castello  Belvedere, barocco sia  nell’artigianato che nello stile di vita.  Ci aggirammo quasi smarrite tra le  tante bancarelle  che esponevano  oggetti  d'una bellezza mozzafiato: mobili di fine Settecento intarsiati e decorati a mano, orologi preziosi del XIX secolo con incisioni d’oro, teiere, tazzine e vassoi di  fine porcellana...

La mia attenzione venne catturata , però, da una macchina fotografica carica d’anni. Il venditore sembrava  uscito dal libro “Cuore”; masticava un sigaro spento, come i suoi occhi. La mia presenza sembrava averlo incuriosito. La sua mano vissuta andò decisa verso la macchina fotografica... l’accarezzò... un gesto che per incanto riaccese i ricordi suoi e miei.

Il viso attraversato da profonde rughe sotto una barba incolta accennò  un sorriso, da me subito ricambiato: qualcosa ci accomunava. Ma cosa?…

Scusi… quanto costa quella macchina fotografica” gli chiesi con apparente disinvoltura in un timido inglese.

E lui di rimando: “Secondo lei  quanto può valere?”

Mi rispose in un  italiano perfetto, sorridendomi come una casa che spalanca finestre e balconi.

E’ italiano!... Che fortunata che sono! “ gli dissi con un entusiasmo, pari al suo. ”Lo sono anche io”.

“Lo avevo intuito”, mi rispose e continuò parlandomi di lui.

Sono un fotografo sempre in giro a raccontare le cose belle e brutte con il mio obiettivo. E’ l’occhio del mio cuore. Mio padre, quando mi regalò la prima macchina fotografica, mi disse che avrei dovuto far parlare e suonare le foto...

“ Come è possibile? lo interrupi con evidente stupore:

Se la natura, uomini e cose si esprimono per suoni e parole, mi spiegòcome si fa ad una scolaretta, perchè devono diventare mute in una fotografia? Se si capisce questo, si è in grado di fotografare tutto”.

Ho capito”.. . commentai convinta. “ Lei con il suo obiettivo riesce a cogliere le magie della vita che non sempre sono spettacolari, appariscenti!… A volte si nascondono nelle sfumature di gesti quotidiani... Grazie... grazie, per avermi svelato un segreto sconosciuto ai più”.

Questo dialogo aveva creato un’intesa complice tra noi due, che mi permise di azzardare: “Allora...me la vende la macchina?

E lui: “Come posso dirle di no? La macchina è un pezzo di me e non potrò portarla nella tomba. Lei è entrata nel mio cuore con le sue parole che vengono da molto lontano... Parole mai sentite prima, che hanno colpito quel pezzo di me che la macchina rappresenta...

Arrossii di gioia..io che avevo sempre pensato di non saper entrare nei pensieri degli altri, mentre l’anziano signore dopo un sospiro più lungo del Danubio, continuò a parlarmi.

Mi aveva chiesto quanto potesse valere!... Certe cose sono come i sentimenti...Può dire quanto costa un ti voglio bene? ...No. Questa macchina è un sentimento che, ne sono certo, lei saprà continuare a far parlare. I miei occhi, le mie mani saranno con lei tutte le volte che l’obiettivo la spingerà a fotografare..

A questo punto pensai: “O sono matta, oppure stò vivendo una fiaba..”

Con un gesto solenne mi consegnò la macchina fotografica dicendomi: “è sua!”

Ma...allora...non ero matta!...allora stavo vivendo una fiaba vera?

Mezza intontita gli chiesi: “Quanto... le... devo?...”

Pagherebbe uno che le desse il suo amore? Certamente no... Come si pagano i sentimenti?...

Risposi alla sua domanda con un bacio sulla guancia, caldo come la ceralacca quando chiude una busta contenente parole preziose.

Lo lasciai, ma non del tutto.

La passione per la fotografia l’avevo ereditata da mio nonno materno. Nelle sue fotografie sembrava quasi possibile leggere il pensiero delle persone.

Un giorno gli chiesi: ”Nonno sai fotografare anche i sogni?”

“ Si, certo “ mi rispose con la più grande naturalezza.

Come si fa?” replicai incuriosita.

Lui guardandomi negli occhi disse: “ Bambina mia, per fotografare i sogni basta pensarli uno per uno così come vivono ammucchiati nella tua testolina bionda. Per te sarà più facile perché i tuoi capelli riccioluti impediranno loro di cadere e di allontanarsi da te. Un clic li fisserà per sempre sulle tue mani, perché possa farne cibo quotidiano.”

Custodiva, come una reliquia,  la sua macchina fotografica sul comò tanto caro a nonna. Nessuno dei  nipoti poteva sfiorarla.  Il privilegio di  spolverarla, di tanto in tanto,  lo concedeva solo a me; probabilmente aveva intuito che il mio interesse per la fotografia era autentico. 

Un giorno la macchina scomparve dal comò. Scoprimmo, dopo la sua morte, che l’aveva regalata al figlio del fotografo del paese, emigrato per  lavoro in Austria . Quei pensieri mi accompagnano per un lungo tratto di strada.  Per caso mi accorsi che  la macchina fotografica  conteneva ancora  la pellicola, e,  notai che era una ”AGFA Billy Clack”  come quella  di  mio nonno. Strano! mi dissi.

Entrai nel  primo negozio fotografico che trovai lungo la strada.  Elisa mi seguì, senza parlare: aveva capito che stava succedendo qualcosa di importante. Pregai il proprietario  di sviluppare  subito la pellicola . Capì la mia apprensione e  si diresse spedito nella camera oscura. Poco dopo uscì con tre fotografie. Le guardai con trepidazione, senza capire il perché.  Erano tre immagini  di un uomo e una donna in un bosco nei pressi di un fiume.inediti lago 3 Non erano sfuocate ma volti e paesaggio sfumavano in un velo di nebbia. Un brivido mi pervase tutta: stava accadendo un piccolo grande miracolo.  In ogni foto c’era un ricordo custodito, l’ombra del viso sorridente di mio nonno era ormai svanita, ma era parte di me. 

E lì in quella pellicola ricca di sfumature,  magicamente si  stava ricostruendo  il tempo della memoria passata. Le foto ritraevano chi era entrato ed uscito dalla mia vita e chi aveva lasciato una traccia nel mio cuore. L’uomo sembrava farmi un occhiolino complice, la donna era la fotocopia di mia madre: erano  nonno Michele e nonna Filomena!... Non capivo più niente! Il mio cuore era diventato un affluente del Danubio.   La macchina fotografica era quella di mio nonno e…  Vienna me l’aveva restituita. 

Il filo della memoria è pieno di nodi, rimandi, grovigli.  Ci sono dei momenti in cui resiste a tutte le sollecitazioni, altri in cui si srotola tutto sul pavimento, svelando i segreti che una pellicola  aveva conservato a lungo, al riparo di cuori e pensieri estranei. Fu ciò che accade in quel viaggio. Ritornammo a casa felici ed appagate.

Quella vecchia macchina fotografica non aveva mai lasciato nonno Michele di cui era diventata corpo, pensieri e desideri.

Carmen Cangi    

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