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Venerdì, 19 Maggio 2017 06:57

“Q” un circolo che comunica l’amore per le lettere

Scritto da 

raccontiinediti 1

Nel numero 50 della rivista dedichiamo la rubrica dei Racconti inediti ad un progetto molto interessante ideato e realizzato da un gruppo di studenti del dipartimento di Scienze Umane dell'Università degli studi della Basilicata.

 

Loro hanno creato un giornalino universitario-letterario che si intitola “Il Circolo di Q”, un foglio che pubblica poesie e racconti scritti dagli studenti che credono nel valore delle lettere. Il nome stesso che gli universitari si sono dati è evocativo: “Q” è un cerchio con una gambetta, ossia un circolo chiuso con un’apertura verso l’esterno. E’ il loro modo di comunicare con il resto del mondo, un cerchio nel quale condividere idee e progetti, una via di uscita da cui farle passare. Pubblichiamo il loro pensiero augurando loro di continuare ad affidare all’inchiostro le loro emozioni. Buona lettura!

Un’unghia

stridente

scalfirà con un acuto

i tuoi anni

e i tuoi pensieri

passeggeri inatterrati

d’aerei

con le ali

mozzate e dirottate

da un soffio

di rivoluzioni

mozzicate

dalla rabbia

di un cuscino

che si fece il mazzo

per un mezzo credo

che non esisteva

neanche più.

Quell’unghia

sanguinante

poi

incrocerà con tenerezza

all'uncinetto

i tuoi capelli di lana

periti

su tappeti d'adonidi

profumati

di sfilate di speranze

coi vestiti

imbarazzati

inciampati sul petrolio

dei tuoi sogni

giovani ed infranti.

Quell’unghia

affilata

al fin

cucirà con cura

le tue labbra

con lo stelo

del ‘leandro

velenoso

nato dal tuo grembo

imbalsamato

e fertile di umide

ed elettriche

correnti d’allucinazioni

senza prese

di coscienza.

Dal loro comodo tavolo

di legno marcio

ti chiederanno il conto

della tua gracile vita

e tu gli servirai

con un sorriso

smorzato e mozzicato

un barattolo di vetro

con un paio d’occhi

illusi

per quelle che

ti sembrò una nube

ed era

solo

invece

il fumo

d’un

comignolo.

Valeria Iannuzzi

 

Tutto si ferma

Tutto si ferma e si riduce a questo: ad una sigaretta fumata con calma, al suo fumo disperso che siede e stagna; come noi più stanchi e rigidi sulla panchina, dinnanzi la Chiesa dei giorni fanciulli.

Un raggio trafigge il cuore come la spada dell'evocazione e lo riscalda; un altro strizza gli occhi che nel nero delle palpebre riscopre profumi ed immagini di ricordi sentiti con ogni nervo.

Una partita, una passeggiata al buio, un ginocchio sbucciato: la routine ha mutato tempo ed entusiasmo, ma non il gusto e gli sguardi di fratelli congiunti da sangue di eguale colore.

I peli son più lunghi, la vita stringe, mentre una banda di ragazzi solida come il granito, butta il mozzicone del passato.

Raffaele Ambrosio

 

Sui bei tempi che viviamo

Nasci col senno e puoi fare il dottore,

Nasci eloquente e puoi far l'avvocato,

Se matematico invece sei nato,

Puoi diventare ingegnere, o inventore.

Nasci con gran portamento d'amore,

E allor ti tocca venir consacrato.

Se d'alcun scrupolo t'hanno dotato,

Dentro una banca avrai gran valore.

Muore chi sa un po' di tutto e di niente,

Muore di fame chi impara a pensare,

Muore di tedio chi fugge la gente.

Ma, in fin dei conti, che cosa può fare

Chi invece adora sedere da solo

E col pensiero imprendere il volo?

Antonio Biscione

Hoshana per Allen Ginsberg

Il poeta balla e si scatena come un pazzo

come un hippie troppo vecchio

nel suo candido vestito il suo corpo

acciaccato è un tempio meraviglioso

la sua biblica barba un bosco di amore

sacro come il suo nome di poeta

com’è sacro il suo libro e la sua penna

sacro il suo urlo e la sua preghiera

sacre le sue peyote le sue allucinazioni

sacro il suo folle vivere ai margini

di chi abbia incrociato il suo vispo

e sacro sguardo innocente

sacro il mondo che lo accoglie

sacro il suo genitore spirituale dell’Ottocento

sacra la sua carne morta

sacri i beatniks suoi compagni

hipsters teste d’angelo

sacri demoni a forma di grattacielo

sacri i suoi “hare krishna” i suoi mantra

sacri i suoi canti armoniosi

sacri i suoi blues strazianti

sacra la sua sovrumana gentilezza

sacro il suo volto messianico

sacro il suo cognome di ebreo ribelle

sacro furore bestiale

sacro accattone dei beati

guru di carta e d’amore fluttuante.

Nicola Sileo

 

La luce bianca dei fanali

La luce bianca dei fanali

ride della luna stanca e fuma.

Una piuma ad ognuna delle spalle nude

sulle piste della frusta rosse e crude

con le scuse peggiori farsi

genitori di carezze a caso

 vere

Come il bene di chi non  l'ha mai detto.

Sotto il petto anoressico della sfortuna

è tossico azzeccare il lessico della paura

o adattare un pessimo stressante jazz

classico alla nostra di/stanza

per separarla e farla diventare una camera di letti e tolleranza.

E maledetta ignoranza il cazzo.

La colletta per la cena e l'andazzo che hai preso

col vino, col silenzio, cioè

in verità con la pietà

E la metà dei tuoi difetti

che chiami senza accento.

Fatti dare un obiettivo

Che ci immortali mortali e meno infallibili.

Invisibili e visibilmente ignoranti e soli.

Come la verità.

Francesco Satriano

Capelli d’ebano

“Salve, sono Robert ****** vorrei prenotare una camera matrimoniale, con vista mare, se è possibile, sabato 11 e domenica 12 settembre.. due notti, pensione completa.” Prese fiato.

“Ah, e mi rendo conto che è domani, ma..”

Rise di gusto, come ogni qual volta che si accorgeva di pretendere troppo dalle persone, senza accettare compromessi. “Ma.. Sono disposto anche a pagare di più, non sono i soldi la mia preoccupazione, ma l’esigenza del mio tesoro!”

Finalmente Robert lasciò spazio anche alla voce dall’altra parte del ricevitore, che sembrava più infantile che impacciata dinnanzi alla richiesta fulminante del cliente, fece pensare infatti che doveva essere l’addetta più ingenua al mondo. Si lasciò persuadere facilmente e concesse la miglior stanza dell’hotel, senza discutere con il suo direttore, ma accettando quello che doveva essere almeno il triplo del prezzo stabilito.

“Amore mio si parte!” Esclamò colmo di gioia Robert. “Comincia a preparare il tuo bagaglio, e ti prego porta il tuo bikini azzurro, lo sai mi fa impazzire..” Si lasciò scappare un sorriso malizioso, le sue gote non arrossirono soltanto perché la sua carnagione non glielo permetteva.

 Era un uomo affascinante, moro, dalla pelle olivastra, sulle spalle c’erano cinquantadue anni, celati da uno stile di vita adolescenziale. Lei, Maria, era il suo sogno più grande.

Nonostante Robert si fosse realizzato magnificamente come dirigente dell’azienda più famosa della sua città, e  soprattutto come padre di una delle menti più brillanti della tecnologia moderna, Maria era  sempre stata in piedi, sul primo gradino, non la sua ragione di vita, ma la sua vita stessa.

Partirono all’alba del mattino seguente, circa quaranta minuti per raggiungere Nizza, la città dove i due si innamorarono.

Sembravano un dipinto, Robert le cingeva i fianchi con un braccio, mentre l’altro indicava la linea sottile che congiungeva cielo e mare. E così anche loro, due anime sulla Promenade des Anglais, unite da un confine evanescente, l’amore.

La stanza dell’albergo era il paradiso, era proprio ciò che  immaginava doveva meritarsi Maria.

L’uomo girò su se stesso in estasi, non aveva mai visto un mattino così colorato in una sola stanza, bianco dappertutto, sulle lenzuola, persino candide erano le ombre confinate tra le pieghe della tenda.

La cameriera lo osservava attentamente, mentre gli mostrava la biancheria pulita e il telefono dal quale poteva chiamare la reception in caso di necessità.

“Signore, mi scusi, ma perché una stanza matrimoniale, e tre valigie se lei è ancora solo? Attende qualcuno?” Sorrise Bernadette.

Quello doveva essere il suo nome, secondo il traghettino sull’uniforme blu.

Qualcosa urtò il cervello di Robert, dall’interno, come un’anziana donna che perde l’equilibrio dalle scale e precipita con il suo bastone di legno.  Lui si mosse con destrezza dai piedi del letto fino all’anticamera del bagno, con eleganza. La sua espressione non trapelò alcuna emozione.

Quella vecchia nella sua testa doveva essersi fracassata il femore, a giudicare dal dolore che sentì sulla tempia sinistra.

“Aspetti.” Sentenziò. Allora aprì la prima valigia e mostrò i suoi indumenti, fece lo stesso con la seconda tirando fuori degli abiti femminili, ma quando si voltò per esibire la terza, Bernadette si illuminò:

 “Questa donna deve essere proprio  stupenda per indossare roba del genere!”

Robert annui, aprendo la lampo del bagaglio. “Certo che lo è, lo è sempre stata.

Vede, quando lei invecchierà mia moglie sarà ancora meravigliosa. Quando io invecchierò mia moglie avrà ancora i suoi capelli d’ebano e gli occhi di una bambina. Io l’amo da morire e finalmente l’ho dimostrato..”

Poi un braccio livido scivolò dalla valigia lungo il pavimento. Poi un altro. Poi la testa rotolò verso il basso. Quelli erano davvero capelli d’ebano, ora soltanto rami intrecciati nella morsa di una cerniera.

Francesca Berillo

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