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Racconti Inediti

inedito Ilviaggio1

Paola e’ un’orfana alloggiata presso un istituto del centro urbano della città di Bologna. I suoi occhi neri rivelano un vissuto doloroso, ama tanto leggere e lavorando presso i mercati, nel ruolo di contabile, decide di rimettersi a studiare per diventare maestra.

Quanti libri deve acquistare, e quante materie da studiare! Non si scoraggia, a sostenerla in questa impresa una compagna di collegio anch’essa studentessa magistrale.

Per esprimerle la sua solidarietà, spesso le fa trovare piccole sorprese. In inverno, nelle notti gelide e innevate, per alleggerire il carico della sua vita Serena infila la borsa dell’acqua calda fra le lenzuola per farle sentire un po’ di calore.

Entrambe dividono una camera da letto posta nel sottotetto dell’ultimo piano. Accanto, una fornitissima biblioteca, dove ogni sera prima di addormentarsi scelgono e leggono  romanzi di ogni genere.

Si avvicina nel tempo il giorno del diploma, Paola e Serena sono emozionate, ciascuna per una ragione diversa.

Conversano fra loro, si scambiano le proprie emozioni, poi… gli esami di tutte quelle materie…tutte; infine il più importante: l’esame di tirocinio. Ci sono tanti bambini nella sala dove la commissione osserva il comportamento di Paola e valuta  la sua abilità didattica.

inedito Ilviaggio2Per un momento tutti quei piccoli le sembrano nemici, ma l’argomento a lei affidato è: “Come stimoli i bambini alla lettura”.

Paola sa come affrontare la prova; infatti si reca nella biblioteca dell’infanzia, prende alcuni libri illustrati e non, fa accomodare  i bambini sulle panchine circolari e inizia.

Intanto rivolge loro alcune domande per esplorare le loro conoscenze, i bimbi ne hanno in quantità qualitativamente diverse, grazie alle sollecitazioni dei propri genitori.

“Che cos’è un libro?” chiede Paola.

“E’ una cosa dove giri le pagine e vedi le figure”.

“E’ il regalo che mi fa la nonna al mio compleanno”.

“E’ quello che mamma prende quando vado a dormire e mi  legge sempre i tre porcellini”.

“Io non ho libri”.

“Il mio quando lo apro, suona una musica”.

E poi altre parole, pensieri di quei piccoli bambini, affidati nel loro presente e nel loro futuro agli adulti!

Paola si rese conto di quanto fosse urgente e necessario approfondire e acquisire le competenze per avvicinare sempre più l’infanzia alla lettura.

Fu così che una volta diplomata, cominciò il suo viaggio nelle biblioteche della sua città ed in quelle dove l’attenzione per il libro era già considerevole.

Intanto era riuscita a diventare insegnante vincendo un concorso, e fu così che Paola inventò un percorso didattico e condusse i suoi alunni come in un viaggio dal luogo di estrazione della carta, alla cartiera, nelle stanze impolverate di alcuni scrittori, dagli editori, dalla tipografia e infine nei nelle librerie ben fornite di libri di tutte le specie.

Quanto vociare allegro fra gli scaffali, sembrava che le voci dei piccoli si confondessero con quelle dei personaggi ben chiusi fra le pagine dei numerosi libri, pronti a fare capolino e giocare con quei piccoli incuriositi da tanta varietà.

Ora Paola e’ in pensione, il suo lavoro è stato impegnativo e incessante, ma ancora viaggia fra gli scrittori un po’ per diletto un po’ per stupore. inedito Ilviaggio3

Tina

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Terza puntata dei racconti inediti dedicati al ritrovamento della Agfa Billy Clak, la vecchia macchina fotografica che custodiva ancora un rollino che sviluppato ha restituito tre foto in bianco e nero. Dal laboratorio “La bottega dello scrittore” il racconto elaborato da Eva Bonitatibus.

inedito ric1E’ successo tutto un bianco giorno di gennaio. Era inverno e il freddo entrava fin dentro le ossa. Ma non avrei rinunciato per nulla al mondo a quel viaggio che sognavo fin da bambina.

Visitare Vienna. La capitale dell’Austria in questa stagione dell’anno è un vero spettacolo!

Da gennaio infatti Vienna si veste a festa e comincia la stagione dei Balli. Io ero lì per quello dei fiori che si svolge nel salone delle feste del maestoso Municipio in stile neogotico il 16 gennaio di ogni anno. L’antico palazzo dalle 1500 stanze si trasforma in un immenso giardino colorato e l’allegria che si respira è contagiosa.

Ero giunta nella capitale austriaca nel pomeriggio inoltrato, dopo un lungo ma piacevole viaggio in compagnia di mio figlio. Scegliemmo il treno per godere appieno del panorama che sfilava davanti ai finestrini in corsa. Attraversammo tutta l’Italia, assaporammo i colori dei paesaggi che mutavano rapidamente. Ci stupimmo nell’osservare il digradare della natura. Pianura, mare, laghi, montagne. In quasi due giorni di viaggio vedemmo tutta la geografia che compone il nostro territorio.   

La neve ci accolse. Imbiancava tutte le strade e l’aria sembrava ferma in attesa della vita che sarebbe esplosa di lì a poco. Non c’era anima viva e le poche orme impresse nel soffice manto lasciavano intuire che la gran parte delle persone preferiva stare al calduccio davanti ad un caminetto acceso con una tazza di te bollente tra le mani. Ma io amavo sentire quell’aria pungente sul viso. Camminare nel silenzio della neve mi faceva star bene. Passeggiai mano nella mano con mio figlio non so per quanto tempo. Ci fermammo davanti ad una vetrina piena zeppa di cioccolatini che scendevano a cascata da alzatine di porcellana bianca disposte su vari livelli. Le famose “palle di Mozart” erano uno spettacolo! Le avevo viste su un portale web, quando cercavo informazioni su quel viaggio che stavo organizzando da tempo, ma vederle dal vivo era tutt’altra cosa.

Le luci dei lampioni illuminavano le strade del centro storico della città e dai caffè disseminati lungo il grande viale proveniva un invitante profumo di dolci allo zenzero. Camminavamo con il naso all’insù guardando la maestosità di queste strutture che raccontavano la loro storia regale e sontuosa. Raggiungemmo presto il nostro albergo, che si trovava in una viuzza della parte antica della città, e dopo aver sistemato i bagagli ci preparammo ad uscire di nuovo per visitare Vienna di notte.

Ai piedi del Municipio, la cui facciata era illuminata da fasci di luci colorati, si apriva una grande piazza occupata da tanti mercatini disposti uno accanto all’altro per la festa del giorno dopo. Lunghi banchetti all’aperto con coperture in legno piene di piccole lucine che si riflettevano nella neve facendola brillare.  

La mia attenzione fu attirata da un banchetto di oggetti vintage e in particolare da una vecchia Agfa Billy Clack. Si trattava di una macchina fotografica a soffietto dei primi anni del ‘900, la stessa che aveva usato mio nonno durante la guerra e che ora chissà dov’era finita.

La Billy Clack che avevo davanti era in ottimo stato. Rivestita in similpelle, aveva il pannello frontale interamente decorato con smalto nero lucido e listelli cromati. Chiesi di poterla vedere meglio e notai qualche segno di ruggine lungo i bordi. Ci passai il dito sopra e sentii la ruvidità del tempo che ne aveva solcato la superficie. inedito ricordi2

Guarda qui, vedi come è bella.

Cosa?

Questa macchina fotografica. Vedi?

E’ tua?

Una volta lo era.

Perché nonno, non ce l’hai più?

No, l’ho perduta per sempre.

Dove nonno?

In guerra…

Mio nonno mi teneva sulle gambe mentre mi sfogliava un libro sulla storia delle macchine fotografiche e c’era l’immagine dell’Agfa Billy Clack, la stessa che aveva usato durante la guerra. Gli si inumidivano gli occhi tutte le volte che mi parlava del prezioso oggetto che era stato il suo compagno di viaggio.  Mi raccontava come cambiava il rullino al buio per non bruciarlo, della luce del mattino per lo scatto perfetto, mi spiegava tutte le caratteristiche di questo modello. Un po’ alla volta mi instillò l’amore per la fotografia che in fondo era un modo non solo per realizzare immagini ma soprattutto per fermare i ricordi. Riponeva poi con cura il libro nella libreria e si rimetteva sulla poltrona a fumare la pipa guardando un punto imprecisato della stanza.

Quella macchina fotografica era molto simile a quella del nonno. Decisi di acquistarla, così chiesi al venditore quanto costasse. L’uomo dall’altro lato del banchetto mi scrutò dal bordo del cappello di lana grigio calato fin sopra gli occhi color ghiaccio.

Una profonda ruga tra le sopracciglia e la pelle solcata ai lati degli occhi mi fece capire che non si trattava di un mercante alle prime armi. Poteva avere all’incirca sessant’anni. Dalla folta barba brizzolata che gli ricopriva il viso spuntò inaspettato un largo sorriso che mostrò una dentatura perfetta e bianchissima. Uno strano contrasto che gli conferiva un certo fascino. Si sporse lentamente verso l’Agfa, la sollevò delicatamente, cominciò a ruotarla per osservarla meglio, come se a comprarla dovesse essere lui. Aveva un paio di guanti di lana neri senza dita e una pesante giacca di panno scuro. Non andava di fretta. Sembrava non temere il freddo che a stare fermi bloccava pure il respiro.

-          E’ un buon affare signora.

Uscì una nuvola di vapore bianca dalla sua bocca.

-          Da dove viene?

Gli chiesi provando un certo imbarazzo per la domanda forse inopportuna per quel tipo di commercio.

-          Me l’ha venduta un signore che aveva bisogno di soldi. E’ un pezzo originale ed è conservata bene.

Mi mostrò l’Agfa. Effettivamente era in buone condizioni e la macchina, tranne la ruggine ai bordi, era veramente perfetta.

-          La prendo, dissi senz’altro aggiungere.

Non provai neanche a tirare sul prezzo. Volevo a tutti costi quell’oggetto che mi aveva brutalmente riportato nel passato facendomi quasi dimenticare il motivo del mio viaggio. Il mercante senza farselo dire una seconda volta ripose la macchina fotografica nella custodia, l’avvolse in una carta da imballaggio marrone e me la porse. Pagai, lo ringraziai e soddisfatta per l’acquisto volsi le spalle e mi allontanai.            

                     

Non aprire mai il rullino alla luce, capito?

Perché nonno?

Perché si brucia la pellicola. Ricorda di fare questa operazione al buio, se vuoi salvare l’immagine.

Ero nella stanza oscura che avevo allestito nel mio appartamento. Di ritorno dal mio magnifico viaggio, maneggiando l’Agfa scoprii che dentro c’era un rullino. Immersa nel buio del mio rifugio preferito lo estrassi e sviluppai le stampe. Comparvero tre immagini in bianco e nero che ritraevano un uomo e una donna in un bosco nei pressi di un corso d’acqua.

inedito ric3Nonno mi racconti quando sei scappato dai campi di concentramento? E’ vero che sei tornato a casa a piedi? Ma non ti sei mai fermato?

No piccola, vieni qui che ti racconto. Riuscii a scappare dai tedeschi che ci tenevano prigionieri insieme a tantissimi altri soldati. Ne approfittai un giorno che un camion che portava  cibo andava via. Salii nel cassone, mi nascosi tra i pacchi e così riuscii a fuggire. Dopo ore di viaggio, prima di un posto di blocco, mi catapultai dal camion in corsa. Mi ritrovai in una campagna sperduta, camminai a lungo inoltrandomi in un bosco, trovai una casetta. Entrai, ma non c’era nessuno. Avevo fame e sete, aprii le scansie, rovistai nelle dispense ma non trovai nulla. Era una casa disabitata chissà da quanto tempo. Trascorsi la notte lì dentro. L’indomani mattina decisi che non potevo andare in giro con quella divisa ormai logora e sporca. Trovai degli abiti, li indossai anche se mi stavano un po’ larghi, e quando sollevai lo sguardo alla ricerca di un berretto vidi una Billy Clack sul ripiano più alto dell’armadio. La presi con me e fuggii.

Mi rigiravo quelle foto tra le mani.

Chi sono? Continuavo a chiedermi. Osservai meglio i loro visi ma le foto, sebbene fossero uscite bene, non erano così nitide. Avvicinai le immagini, le scrutai con la lente d’ingrandimento alla ricerca di qualche dettaglio che mi aiutasse a capire l’identità dei due personaggi. Mi tornava la voce di mio nonno.  

Incontrai una donna. Era bella ed elegante. Aveva la voce soave e la pelle delle mani bianca e morbida. Ero ancora molto lontano da casa, mi mancava la mia famiglia e questa donna mi faceva sentire ancora più forte la loro lontananza. Un giorno che ero particolarmente triste mi invitò a fare una gita ad un lago lì vicino. Voleva aiutarmi a distrarmi regalandomi una giornata di svago. Io portai con me la mia ormai inseparabile Agfa e mi divertii a scattarle qualche foto e ad insegnarle come si facessero. Una bomba esplosa nel villaggio lì vicino ci colse di sorpresa, cominciammo a correre senza sapere dove, e io sopraffatto dalla paura lasciai la mia Agfa a terra.

Non ci potevo credere. Avevo davvero trovato la macchina fotografica di mio nonno? Davvero era lui ritratto in quelle foto? Il cuore cominciò a tumultuare nel petto. Grossi lacrimoni si affollarono negli occhi e non riuscii più a distinguere quei corpi che ora si deformavano senza contorni precisi. La mia gioia era enorme, non ero sicura che fosse proprio lui, ma in quel momento volevo credere di averlo ritrovato. Forse mi ero riappropriata di un frammento della mia storia. O forse no, era solo suggestione mista al desiderio di rimettermi sulle tracce della vecchia Agfa. Tutto mi sembrava  incredibile. Vienna si era rivelata magica e questo ritrovamento aveva trasformato il mio viaggio in una fiaba a lieto fine. In ogni caso.     

Eva Bonitatibus

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inediti ricordo 1

Secondo racconto sul misterioso ritrovamento dell’Agfa in un mercatino di Vienna. In questo numero della Rivista pubblichiamo quello di Polpografo 2015, allievo de “La bottega dello scrittore”, il laboratorio di scrittura organizzato dal Circolo culturale Gocce d’autore a Potenza. Lui comincia così…

Io sono Ismael. Non quell' Ismael,  lui fu più fortunato di me scampò solo al leviatano. Io sono Ismael l'ebreo, scampato a Treblinka dove ho visto atrocità tali da far sembrare una grande balena dei mari australi, che affonda una nave con capitano e equipaggio, solo un episodio da romanzo.

Oggi ho 91 anni e vivo in una grande città europea, dove ci sono migliaia e migliaia di cittadini di tutti i colori e le razze che non devono portare stelle, triangoli o bandierine. perché di fronte al governo di questa civilissima nazione tutti sono apparentemente eguali e con gli stessi diritti.

Io sono un ebreo. Ho 91 anni, e si vede che sono ebreo.

Ho scelto io di portare la Kephia, di digiunare al sabato e di andare a pregare il mio Dio in sinagoga.

Oggi è un giorno importante, è l'ultimo giorno di apertura del mio negozietto di antiquariato, situato ad un angolo della Via dei Carbonai con un vicolo che porta direttamente alla cattedrale di Santo Stefano, non lontano dall'antica Pasticceria Demel. Qui io e Hanna, il mio amore, prima della grande tragedia, spesso prendevamo il tè con una fetta di torta.

Un giorno del 1938, Hanna sparì e non la vidi mai più.

Ormai non ho più la forza di andare avanti, sono decisamente vecchio per il commercio e quindi ho deciso di dare via tutto e vendere il negozio ad una società edilizia che vuol istallare nel mio, e in altri negozietti vicini, uno di quegli orrendi fast food americani.

Ho resistito per molto tempo.  Adesso basta! la cifra che mi è stata offerta è buona e un ottima sanità pubblica mi ha offerto un posto in un buon ospizio per anziani dove trascorrere gli ultimi anni o forse gli ultimi mesi della mia vita.

Ma dove sono rimasto...?  a volte mi capita di perdere il filo del discorso.

 Sono vecchio. Ho 91 anni. Sono ebreo, sono scampato a Treblinka e ho perso praticamente tutti quelli che conoscevo, anche Hanna il mio amore.

Oggi vendo tutto, tutto quello che ho in negozio, anche quella piccola Agfa... quella che ho trovato in un cassetto di un vecchio comodino, a casa mia. La usavo da giovane mi pare, ma non ricordo bene...adesso, però, vi lascio, vedo due persone davanti alla porta... stanno guardando con interesse il cartello che in cinque lingue dice “svendita per chiusura definitiva”.

Sono Marco, vengo da una cittadina del Sud dell'Italia, ho fatto il bancario per trentacinque anni, poi ho deciso di dire basta e di fare altre cose, come  curare maggiormente i miei hobby: la scrittura e la fotografia.  Da qualche mese ho anche un amore, Adriana.

Questo è il primo viaggio che facciamo insieme. Siamo  rapiti dall'atmosfera di questa stupenda città, anche se è un po' fredda, ci piace camminare per le vie del centro cercando di arrivare senza fretta alla grande cattedrale.

Ed eccoci qui, dopo aver preso una cioccolata ed una fetta di torta dalla antica pasticceria Demel, camminiamo sulla Kaltbrunner Strasse (Via dei Carbonai).  Abbiamo deciso di prendere un vicoletto per tagliare fino alla Grande Cattedrale di Santo Stefano,  quando all'angolo vedo la vecchia bottega.

Mi attira il cartello in cinque lingue, di colore rosso, “svendita per chiusura definitiva”, do un occhiata dentro,  guardo il vecchio: è un po' curvo,  magro molto magro, lo osservo meglio, sul cranio ossuto porta la Kephia.

Sussurro ad Adriana “è ebreo!” , lei mi risponde  “....e allora?”.

Io non la ascolto nemmeno ed entro.... classica domanda da turista “parla Italiano?” e lui “un po'” E poi “siete turisti?” e io  dico tra me: ma non si vede? Penso alla mia Nikon che denota, ballonzolando sul giaccone, la mia identità,appunto, di turista.

“si turisti italiani” e lui “gentili, turisti italiani”

“Si gentili turisti italiani” penso ad uno sfottò,  mi irrita un po' la cosa

Mi guardo in giro, e la vedo la piccola Agfa Billy Clapp, gli chiedo quanto la macchina, lui 40 euro

Io sono troppi 40 euro, e lui posso fare 30 e io meglio 25...

E lui “ va bene tu sei contento, io sono contento che Dio ci benedica”  Annuisco sorridendo e  poi gli chiedo “parla bene l'italiano perché?”

Cambia espressione si rabbuia all'improvviso,“ho conosciuto un italiano nel campo...è stato tanto tempo fa, ma adesso basta, andate, sono brutti ricordi...inediti ricordo 2

Sono Ismael, l'ebreo, ho 91 anni, sono sopravvissuto a Treblinka, non ho più nessuno. Non ho più un amore, stasera ho venduto la piccola Agfa,  non ricordo bene, ma forse è la macchina con cui ho fatto le ultime foto alla mia Hanna.

E' venuto il momento di chiudere per l'ultima volta bottega, ho fretta, devo fare le valige, domani mattina un assistente sociale mi verrà a prendere per portarmi in un bel posto al limite di un bosco, confesso di avere un po' di paura, l'ultimo viaggio non è stato così divertente.

Io sono Marco ex bancario e innamorato di Adriana.

Sono tornato a casa, dopo 4 giorni passati a Vienna.

Sorpresa!  Ho trovato un rullino nella macchina.  L’ho tolto nella camera oscura, residuo della passione per fotografia analogica, che ho da più di trenta anni...

Ho ottenuto 4 fotografie.  Ritraevano un uomo e una donna in un posto al limite di un bosco  vicino a uno specchio d'acqua.

Non so chi siano queste persone. Di che razza fossero. Non so se sono morte o vive, ma voglio rendere testimonianza a loro e a tutti quelli che perdono la vita o sono comunque discriminati, rinchiusi, a quelli che fuggono attraversando mari e continenti perché giudicati di razza inferiore.

Polpografo 2015

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inediti agfa i20 1Il ritrovamento di una vecchia macchina fotografica anni ’30. La stampa di vecchie foto contenute nel rullino ancora chiuso raffiguranti un uomo e una donna vicini ad un lago. La città di Vienna come sfondo della storia. Questi gli elementi sui quali hanno lavorato gli allievi del laboratorio di scrittura “La bottega dello scrittore” di Potenza per la redazione di un racconto in cui fantasia e realtà si sono intrecciati mirabilmente, portando ciascuno in luoghi remoti del proprio passato. Oggi vi proponiamo il primo di questa nuova serie intitolato “Frammenti di memoria” scritto da Carmen Cangi.

Natale 2006. Volai per Vienna in compagnia di Elisa, la mia amica di sempre.  Finalmente, dopo tanto tempo, si realizzava il sogno di due adolescenti ormai donne mature. Vienna continuava ad essere la meta agognata di due ragazze romantiche e sognatrici alle quali il tempo aveva aggiunto un tocco di grigio sui capelli. Elisa aveva organizzato il viaggio nei minimi dettagli.

Partimmo di pomeriggio inoltrato. Il volo  durò un batter di ciglia. Vienna  si presentò ai nostri occhi con un  cielo chiuso da grandi nuvole. L’aria era fredda e pungente, ma i nostri cuori erano due fiamme ardenti. Un taxì ci portò all’Hotel prenotato da Elisa. Un palazzone d'un rossiccio sbiadito, dalla forma quasi quadrata, movimentato da tanti piccoli porticati. 

La mattina seguente decidemmo di visitare la città in carrozzella. Eravamo entusiaste! Il cocchiere, con un gesto di tenera attenzione ci passò una coperta che suggellò il nostro affiatamento. E… via alla scoperta della città:  i giardini imperiali, i sontuosi palazzi barocchi, il castello della Principessa Sissi, il bel Danubio, quello blu. Vienna era un museo a cielo aperto. Di tanto in tanto ci fermavamo nei tipici caffè, tutti caratteristici e tutti uguali nel modo di presentarsi:  il tavolino in marmo,  il giornale e un bicchiere d’acqua. Luoghi dove si consumava il tempo e lo spazio,  ma solo il caffè compariva sul conto. Le note di Mozart, Beethoven, Strauss in sottofondo rendevano la sosta ancora più piacevole.

Eravamo ormai immerse in un’atmosfera da sogno, che i profumi del punch fruttato con il vino, del pan di zenzero e  delle mandorle tostate rendevano dolce.  A Natale, di sera, Vienna si trasformava in un incanto stupefacente, con pittoreschi mercatini all’aperto illuminati da luci abbaglianti.  Le bancarelle creavano un vero e proprio labirinto: passarvi in mezzo era una goduria per tutti i sensi. Scegliemmo di visitare inediti vienna 2 il Villaggio di Natale al castello  Belvedere, barocco sia  nell’artigianato che nello stile di vita.  Ci aggirammo quasi smarrite tra le  tante bancarelle  che esponevano  oggetti  d'una bellezza mozzafiato: mobili di fine Settecento intarsiati e decorati a mano, orologi preziosi del XIX secolo con incisioni d’oro, teiere, tazzine e vassoi di  fine porcellana...

La mia attenzione venne catturata , però, da una macchina fotografica carica d’anni. Il venditore sembrava  uscito dal libro “Cuore”; masticava un sigaro spento, come i suoi occhi. La mia presenza sembrava averlo incuriosito. La sua mano vissuta andò decisa verso la macchina fotografica... l’accarezzò... un gesto che per incanto riaccese i ricordi suoi e miei.

Il viso attraversato da profonde rughe sotto una barba incolta accennò  un sorriso, da me subito ricambiato: qualcosa ci accomunava. Ma cosa?…

Scusi… quanto costa quella macchina fotografica” gli chiesi con apparente disinvoltura in un timido inglese.

E lui di rimando: “Secondo lei  quanto può valere?”

Mi rispose in un  italiano perfetto, sorridendomi come una casa che spalanca finestre e balconi.

E’ italiano!... Che fortunata che sono! “ gli dissi con un entusiasmo, pari al suo. ”Lo sono anche io”.

“Lo avevo intuito”, mi rispose e continuò parlandomi di lui.

Sono un fotografo sempre in giro a raccontare le cose belle e brutte con il mio obiettivo. E’ l’occhio del mio cuore. Mio padre, quando mi regalò la prima macchina fotografica, mi disse che avrei dovuto far parlare e suonare le foto...

“ Come è possibile? lo interrupi con evidente stupore:

Se la natura, uomini e cose si esprimono per suoni e parole, mi spiegòcome si fa ad una scolaretta, perchè devono diventare mute in una fotografia? Se si capisce questo, si è in grado di fotografare tutto”.

Ho capito”.. . commentai convinta. “ Lei con il suo obiettivo riesce a cogliere le magie della vita che non sempre sono spettacolari, appariscenti!… A volte si nascondono nelle sfumature di gesti quotidiani... Grazie... grazie, per avermi svelato un segreto sconosciuto ai più”.

Questo dialogo aveva creato un’intesa complice tra noi due, che mi permise di azzardare: “Allora...me la vende la macchina?

E lui: “Come posso dirle di no? La macchina è un pezzo di me e non potrò portarla nella tomba. Lei è entrata nel mio cuore con le sue parole che vengono da molto lontano... Parole mai sentite prima, che hanno colpito quel pezzo di me che la macchina rappresenta...

Arrossii di gioia..io che avevo sempre pensato di non saper entrare nei pensieri degli altri, mentre l’anziano signore dopo un sospiro più lungo del Danubio, continuò a parlarmi.

Mi aveva chiesto quanto potesse valere!... Certe cose sono come i sentimenti...Può dire quanto costa un ti voglio bene? ...No. Questa macchina è un sentimento che, ne sono certo, lei saprà continuare a far parlare. I miei occhi, le mie mani saranno con lei tutte le volte che l’obiettivo la spingerà a fotografare..

A questo punto pensai: “O sono matta, oppure stò vivendo una fiaba..”

Con un gesto solenne mi consegnò la macchina fotografica dicendomi: “è sua!”

Ma...allora...non ero matta!...allora stavo vivendo una fiaba vera?

Mezza intontita gli chiesi: “Quanto... le... devo?...”

Pagherebbe uno che le desse il suo amore? Certamente no... Come si pagano i sentimenti?...

Risposi alla sua domanda con un bacio sulla guancia, caldo come la ceralacca quando chiude una busta contenente parole preziose.

Lo lasciai, ma non del tutto.

La passione per la fotografia l’avevo ereditata da mio nonno materno. Nelle sue fotografie sembrava quasi possibile leggere il pensiero delle persone.

Un giorno gli chiesi: ”Nonno sai fotografare anche i sogni?”

“ Si, certo “ mi rispose con la più grande naturalezza.

Come si fa?” replicai incuriosita.

Lui guardandomi negli occhi disse: “ Bambina mia, per fotografare i sogni basta pensarli uno per uno così come vivono ammucchiati nella tua testolina bionda. Per te sarà più facile perché i tuoi capelli riccioluti impediranno loro di cadere e di allontanarsi da te. Un clic li fisserà per sempre sulle tue mani, perché possa farne cibo quotidiano.”

Custodiva, come una reliquia,  la sua macchina fotografica sul comò tanto caro a nonna. Nessuno dei  nipoti poteva sfiorarla.  Il privilegio di  spolverarla, di tanto in tanto,  lo concedeva solo a me; probabilmente aveva intuito che il mio interesse per la fotografia era autentico. 

Un giorno la macchina scomparve dal comò. Scoprimmo, dopo la sua morte, che l’aveva regalata al figlio del fotografo del paese, emigrato per  lavoro in Austria . Quei pensieri mi accompagnano per un lungo tratto di strada.  Per caso mi accorsi che  la macchina fotografica  conteneva ancora  la pellicola, e,  notai che era una ”AGFA Billy Clack”  come quella  di  mio nonno. Strano! mi dissi.

Entrai nel  primo negozio fotografico che trovai lungo la strada.  Elisa mi seguì, senza parlare: aveva capito che stava succedendo qualcosa di importante. Pregai il proprietario  di sviluppare  subito la pellicola . Capì la mia apprensione e  si diresse spedito nella camera oscura. Poco dopo uscì con tre fotografie. Le guardai con trepidazione, senza capire il perché.  Erano tre immagini  di un uomo e una donna in un bosco nei pressi di un fiume.inediti lago 3 Non erano sfuocate ma volti e paesaggio sfumavano in un velo di nebbia. Un brivido mi pervase tutta: stava accadendo un piccolo grande miracolo.  In ogni foto c’era un ricordo custodito, l’ombra del viso sorridente di mio nonno era ormai svanita, ma era parte di me. 

E lì in quella pellicola ricca di sfumature,  magicamente si  stava ricostruendo  il tempo della memoria passata. Le foto ritraevano chi era entrato ed uscito dalla mia vita e chi aveva lasciato una traccia nel mio cuore. L’uomo sembrava farmi un occhiolino complice, la donna era la fotocopia di mia madre: erano  nonno Michele e nonna Filomena!... Non capivo più niente! Il mio cuore era diventato un affluente del Danubio.   La macchina fotografica era quella di mio nonno e…  Vienna me l’aveva restituita. 

Il filo della memoria è pieno di nodi, rimandi, grovigli.  Ci sono dei momenti in cui resiste a tutte le sollecitazioni, altri in cui si srotola tutto sul pavimento, svelando i segreti che una pellicola  aveva conservato a lungo, al riparo di cuori e pensieri estranei. Fu ciò che accade in quel viaggio. Ritornammo a casa felici ed appagate.

Quella vecchia macchina fotografica non aveva mai lasciato nonno Michele di cui era diventata corpo, pensieri e desideri.

Carmen Cangi    

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inedito Gnomoè una bellissima giornata di agosto.

Amina ed Elina, due sorelle gemelle, si trovano in un bosco non lontano dalla loro casa, dove abbonda il cemento e c’è poco verde intorno.

Le due bimbe non sono mai state in quel bosco, nonostante sia così vicino, appena oltre l’autostrada. Per loro è interessante poterlo esplorare.

I genitori sono riusciti a riunire zii e nonni, in modo da trascorrere una giornata all’aperto, come da tanti anni non riescono più a fare, presi dal ritmo delle giornate di lavoro.

C’è proprio tutto per un bel picnic: una bellissima giornata, un bel posto, tavolini, sedie e tantissime cose buone da mangiare. Qua e là si trovano pietre ammucchiate in modo da potervi accendere il fuoco, per cuocere i cibi. Sono simili ai vecchi sassi che si trovano fotografati a volte nei libri di storia antica.

Amina ed Elina sono curiose e insistono tanto con i genitori da ottenere il permesso di curiosare nei dintorni. Le bimbe sono al colmo della gioia, e incominciano a curiosare tra alberi e piante. Vengono ben presto rapite dal fascino della natura. Gli insetti, i vermi, le farfalle, gli scoiattoli, gli uccelli, i fiori. Non fanno in tempo a posare gli occhi su una cosa che subito trovano altro che attrae la loro attenzione. A bocca spalancata trascorrono un tempo imprecisato, alla scoperta di un mondo nuovo cui non sono abituate.

All’improvviso, Amina nota qualcosa muoversi fra i cespugli. Chiede allora alla sorella: ‹Secondo te, esistono davvero gli gnomi dei boschi?››

La domanda coglie di sorpresa Elina, che risponde: ‹‹Perché me lo chiedi?››

‹‹Così… Mi era sembrato di aver visto qualcosa muoversi…››

‹‹Dove?››

‹‹Lì… In quel cespuglio…››.

Le due bimbe si avvicinano per guardare meglio. All’improvviso, come un temporale d’estate, un piccolo uomo alto al massimo quanto un dito pollice, spicca un balzo fuori dal cespuglio per sgattaiolare via.

‹‹Dove scappi? ›› gli urlano le due bimbe.

Il piccoletto, uno gnomo tutto vestito di verde e con un berretto dello stesso colore, si gira sorpreso, le guarda e poi chiede: ‹‹Eh? Come avete fatto a vedermi?››

Le bimbe rispondono in coro, con la massima naturalezza: ‹‹Certo che ti vediamo… Sei piccolo, ma non sei mica invisibile…››

‹‹No, no… Solo che non mi riesce mai benissimo di sparire… Mannaggia, e purtroppo non è la prima volta che mi capita!››

Amina ed Elina scoppiano a ridere: ‹‹Ci dispiace… Ma questa volta la mimetizzazione non ti è riuscita per niente!››

‹‹Pazienza… Ora me ne vado e voi fate finta di non aver visto nessuno, vero?››

‹‹Certo che no!›› rispondono in coro le bimbe, che non sono tanto sprovvedute. Poi Amina prosegue: ‹‹Tu ora ci dici chi sei, come ti chiami, e ci racconti un po’ di cose e noi ci presentiamo a nostra volta. Io sono Amina e lei è mia sorella Elina. Siamo in questo bosco per una scampagnata…››

‹‹E va bene… Ci ho provato… Immaginavo che non avreste accettato… Io mi chiamo Din, sono uno gnomo e vivo con la mia gente in questo bosco. Noi facciamo di tutto per proteggere il bosco e gli animali che ci vivono. Spesso però ci troviamo a combattere con voi umani, che riuscite sempre a rovinare tutto. Non so se anche voi siete così, ma ho visto i vostri simili appiccare il fuoco senza una ragione, abbattere decine e decine di fratelli alberi, cacciare gli animali solo per la loro pelliccia…››

Amina e la sorella fissano lo gnomo un po’ indignate, anche se forse in cuor loro sanno che quell’ometto non ha tutti i torti.

‹‹Non tutti gli uomini sono così, sai? ›› protesta Amina, ‹‹io e mia sorella Elina non siamo così, noi amiamo gli animali e la natura, e poi noi siamo due bambine…››

‹‹Mi fa molto piacere saperlo! Ma non sono tutti come voi….›› insiste Din, raccogliendo un fardello di rametti, bacche e more per portarselo, ‹‹…io adesso devo andare, che si fa tardi…››

‹‹Senti, Din…›› dice all’improvviso Amina, ‹‹ci fai vedere il tuo villaggio? Ti aiutiamo a portare quella roba che deve essere assai pesante…››

‹‹No… Non ci è permesso fare amicizia con gli uomini…›› risponde severo lo gnomo.

I bambini, quando davvero vogliono qualcosa, l’ottengono. Iniziano a fare moine e a pregarlo, tanto che lo gnomo acconsente. Le bambine, a questo punto, urlano insieme un festoso: ‹‹Evviva!››.

inedito CasettaGnomiDin inizia a saltellare di qua e di là, ben attento che le bambine lo seguano e non si perdano nel bosco. Dopo aver percorso un certo tragitto, i tre arrivano al villaggio.

Nascosto in mezzo a grandi alberi e cespugli intricati, le bambine scoprono un particolarissimo villaggio. A dire la verità bisogna concentrarsi e prestare molta attenzione perché non è così facile scorgerlo.

Le case sono scavate nei tronchi o nella roccia e immerse nel verde. In giro ci sono tanti gnomi indaffarati. Indossano vestiti verdi – come quello di Din - o marrone.

Gli uomini hanno tutti la barba fluente, pantaloni e camicia con un bel panciotto; le donne indossano invece gonne lunghe - marroni o verdi – e graziose camicine colorate e impreziosite da fiori e merletti. I bambini si distinguono per i pantaloncini e le gonnelline corte.

Le due bimbe, sorprese da tale spettacolo, tacciono. La piccola gente, alla vista delle bimbe, si ferma in preda al dubbio. Din si affretta a chiarire l’equivoco: ‹‹Un momento d’attenzione, prego!›› Alla sua richiesta, tutti prestano attenzione a ciò che dice: ‹‹Queste bambine molto astutamente mi hanno scoperto e mi hanno chiesto di visitare il nostro villaggio. Amano la natura e vorrebbero vedere come si fa a viverci proteggendola››.

Un brusio crescente si alza fra gli gnomi. Din si avvicina agli altri, per partecipare. Alla fine uno gnomo dice: ‹‹Noi non possiamo decidere… Che lo faccia il capo del villaggio, il vecchio gnomo Eno!››.

Tutti si mostrano concordi e si recano verso la casa del vecchio Eno.

Al centro del villaggio, dove sorge un’immensa quercia secolare, in basso s’intravede una porticina, alla quale uno degli gnomi bussa, un po’ timoroso.

Una voce cavernosa dice: ‹‹Entra pure, Not››. Lo gnomo entra.

Poco dopo, esce accompagnato da un vecchissimo gnomo con lunghi capelli e barba tutti bianchi. Lo gnomo si avvicina alle bambine, un po’ timorose; si siede su una specie di trono intagliato nel legno e, con un gran sorriso, dice: ‹‹Che siate le benvenute! Io sono Eno, il capo del villaggio.›› ‹‹Buongiorno…›› rispondono in coro le bambine.

‹‹Mi hanno riferito la vostra richiesta… Non dovreste esser qui ma, visto che sembrate delle bambine giudiziose, faremo un’eccezione. Dovete sapere che la cosa più importante per gli gnomi è rispettare la natura in cui vivono. Se la trattassimo male anche noi ci perderemmo. Tutto ciò che facciamo deve seguire questa semplice regola. Ma forse non è poi così semplice: molti umani non la conoscono o fanno finta di non conoscerla. Noi non tagliamo gli alberi, raccogliamo solo i rami caduti a causa del vento. Noi non uccidiamo gli animali per toglier loro la pelliccia, nemmeno per nutrirci, poiché ci nutriamo solo di quello che la natura ci regala, come bacche e frutti. Le piante ci danno le sostanze per fare decotti, tisane e anche medicine. Non esiste nessun segreto, basta aiutare la natura con il rispetto e la cura. Come se stessimo curando noi stessi. In questo modo la natura ci ricompensa con i suoi frutti. Gli animali ci sono amici e ci proteggono. E noi li curiamo quando si feriscono a causa delle trappole seminate dai cacciatori. Come vedete, si tratta di un segreto che poi non è un segreto…››

Amina ed Elina si guardano in volto, contente per aver afferrato il semplice ma fondamentale insegnamento da un essere così piccolo e così saggio. Hanno appena imparato a conoscere la natura, ma già sanno che non cadranno mai negli errori commessi da quelli più grandi di loro.

Dicono in coro: ‹‹Che bello sarebbe se gli uomini tutti vivessero in sintonia con la natura, come gli gnomi! Grazie per quello che ci avere detto… Cercheremo di fare anche noi così, costringendo anche i grandi ad amare e rispettare di più la natura e gli animali››.

‹‹è ora di andare…››, dice il vecchio gnomo.

Alle timide proteste delle gemelle, risponde con un semplice: ‹‹è necessario. Ora dormirete e vi risveglierete nei pressi del vostro accampamento…››

Le due bimbe precipitano in un sonno profondo prima che possano dire “Ahi!”.

Come vengono trasportate? Si sa che gli gnomi sono esseri magici, per cui perché fare queste domande?

Le bimbe ritornano al campo del picnic, senza ricordare nulla, giusto in tempo per rimproverare zio Beppe che sta gettando una lattina vuota nell’erba.

Manuela Telesca

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cartier bresson

L’avevano visto tante volte passare, nell’anonimato.

In silenzio.

Non era un uomo che si potesse definire nemmeno lontanamente loquace. Rispondeva, di rado, con un cenno al saluto degli uomini della sua età, che erano soliti giudicarlo con lo sguardo, per un inspiegabile e incompreso procedere senza esitazione.

In tutte le stagioni, in effetti, la sua solitaria andatura tradiva una calma di sereno riconoscimento.

Utilizzava i mezzi pubblici per recarsi a lavoro.

L’ultima volta in cui il suo sguardo aveva incrociato quello della bambina con il cappottino bianco, era stato in un freddo mattino di novembre, in un autobus della linea periferica.

Era seduto nel sedile doppio, accanto aveva posato l’ombrello, come di consueto.

Un oggetto dalla duplice funzionalità: che gli potesse servire a ripararsi dalla pioggia, come ovvio, e che dissuadesse i malintenzionati da gesti fastidiosi.

La bambina gli sorrise.

Lui sentì bruciare dentro una tristezza, improvvisamente spolverata da anni di indifferenza. La sua verso se stesso.

Continuò, indispettito, a leggere un libello sgualcito, ignorando quelle pupille dirette e indiscrete.

Indossava un maglione di lana, chiaro, e dei pantaloni doppi e usurati.

Un cappello in tessuto morbido.

La bambina seguitò a osservarlo, senza la minima intenzione di smettere. E lui, che non poteva opporsi a quel destino, condensato nella lunghezza della sua corsa verso un posto agli altri sconosciuto, non poté opporsi. Richiuse le sue mani in un abbraccio, automatico, cingendo in modo stretto, con la destra la parte sinistra del torace e viceversa.

E intanto si malediceva per non aver scelto, quanto meno, un altro posto a sedere; per non aver raggiunto il lavoro a piedi.

L’unica consolazione era l’aver portato un libro.

Sebbene, l’avessero scoperto lettore, l’ansia gli si placò improvvisamente, complice una brusca frenata del conducente del mezzo, in atto a scansare un gatto che gli aveva tagliato la strada.

In un attimo, il caos.

L’ombrello scivolò verso le scalette dell’uscita.

La nonna della bambina perse le mele, comprate al mercato, che invasero l’intero corridoio dell’autobus.

La giovane con la musica dritta nelle orecchie scivolò e si rialzò rapidamente, con il viso rosso di vergogna.

L’uomo con il bastone, aggrappato alla maniglia d’emergenza, alzò la voce e abbassò lo sguardo, controllando smanioso di essere ancora in piedi.

Tempi fratturati nel cielo circostante.

Ma loro, l’uomo e la bambina, rimasero immobili. Non compresi.

La loro storia si era già verificata.

Al termine della corsa, quella stessa vicenda, del tutto privata, smise di esistere.

E all’uomo non lasciò che un vago senso di stupore.

 

Virginia Cortese

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Claude Monet Salice piangente - Il ponte giapponese a Giverny

Tanto tempo fa, in un luogo lontano dalla città, una coppia di sposi molto legati tra loro, tanto legati da un sentimento forte e infinito, decisero di utilizzare uno spazio incolto da trasformare in un giardino. In quello spazio c’era solo un prugno e un po’ alla volta i due innamorati piantarono tante specie di alberi: pini, un melo, un albicocco,un pero, poi circondarono lo spazio intorno alla piccola casa di legno di siepi sempreverdi, con edera e cespugli fioriti;in seguito giunsero alcuni rametti di salice donati dal corteggiatore di una delle numerose figlie,poi, un ciliegio, un castagno, un noce; insomma il giardino diventava sempre più ricco, il prato cresceva folto trasformandosi in primavera in un tappeto soffice dal colore verde smeraldo.

Il salice impiegò un po’di anni a crescere ed insieme ai rami frondosi, crescevano anche le radici, sembravano camminare lentamente sotto gli occhi stupiti e soddisfatti dei due giardinieri che si prendevano tanta cura di quel piccolo paradiso.

Ora quel salice ha allargato i suoi rami e quando l’Inverno lascia il suo posto alla Primavera,esso diventa un grande ombrello sotto al quale un piccolo salotto crea un’atmosfera di benessere,avvolgendo i suoi abitanti in un abbraccio tiepido, silenzioso, interrotto solo dal fruscio delle foglie accarezzate dal vento leggero.

L’allegra famiglia spesso vi trascorre giornate di festa: compleanni, battesimi, prime comunioni,ricorrenze di ogni genere; si accende la brace per arrostire castagne in autunno mentre il comignolo di una bella stufa di ghisa, fuma e intorno si spande l’odore di legna ardente che emana il suo calore.

Un giorno, un bellissimo giorno in quel giardino giunse un melograno, donato ai giardinieri nel giorno delle loro nozze d’oro.

Piantato e curato come gli altri, il melograno donò i suoi primi fiori rossi, prima simili a gemme rotonde, poi sbocciati con cinque petali ad ogni fiore

Durante una gita domenicale, i due giardinieri sentono delle voci flebili; stupiti, cercano la fonte di esse, ma, avendo intuito ciò che stava accadendo si nascosero sotto il patio per seguire il dialogo appena iniziato tra il salice e il melograno.

Naturalmente, nel dialogo, a fare gli onori di casa è il salice perché inquilino del giardino da anni; si rivolge al melograno chiedendogli l’origine e il luogo di provenienza, la sua storia, il perché della sua presenza tra tutti gli altri amici alberi. Il melograno allora racconta di avere fatto un lungo viaggio, infatti viveva in una serra in una città pianeggiante accanto al mare con tanto sole, insieme a tanti fratelli.

Melograno-albero Una bimba raccogliendo i suoi risparmi,l’aveva ordinato ad un fioraio per donarlo ai suoi nonni nel giorno delle loro nozze d’oro. Allora il salice, gli chiede:”Ma perché proprio quello?”-“Non sai che simboleggia l’amore?”, “l’amore che ha sempre accompagnato il loro cammino”. Il salice ascolta attento e pensieroso e per non essere da meno del nuovo arrivato, pesca nella sua memoria la ragione per la quale si trova in quel giardino e dice al melograno: “Ma anche io sono qua’ per una ragione simile”. Il melograno e’contento di ascoltare e vorrebbe continuare a conversare col salice maestoso, intanto si accorge che ad un ramo del suo amico è appesa una bottiglia tagliata a metà e piena di uno strano liquido: aceto

“Cosa ti è successo, perché quella bottiglia pende dal tuo ramo?”,”E’ una brutta storia: un giorno sentivo un gran solletico sul ramo che non c’e’ più, vedi?, ne manca uno; il solletico veniva dalle zampe di un insetto che si era alloggiato su di me, aveva deposte le sua uova e un po’ al giorno il mio ramo si ammalava, sai, sono stati i ragazzi che giocavano nel giardino ad accorgersi della presenza di questo inquilino dannoso. Loro sono andati a fare una ricerca e hanno scoperto che l’insetto dalle lunghe zampe nere, se fosse rimasto ancora sui miei rami, un po’ alla volta mi avrebbe fatto morire.” “cosa e’ successo poi?” incalzava la curiosità del melograno….”Un medico degli alberi e’ venuto a potare il ramo invaso dal nemico, lo ha bruciato ed ora io e gli altri rami siamo salvi.” Il melograno attento al racconto e un po’ commosso pensando alla fine che avrebbe potuto fare il salice, tacque per un po’poi si sentì soddisfatto di trovarsi in quel giardino,lo avevano piantato in un punto dove i raggi del sole sono diretti proprio come occorre perché cresca bene: aveva capito che i giardinieri e la sua famiglia amavano gli alberi e che ne avrebbero avuta tanta cura. I pini, attenti ascoltatori, e testimoni nel tempo della crescita del giardino,presero parte alla conversazione, raccontarono come il loro aspetto cambiasse ad ogni compleanno: una volta rivestiti di, tante farfalle colorate , poi con cappellini a forma di fiore, poi attraversati da numerosissime bolle di sapone che si rincorrevano e allietavano i bimbi invitati alle feste. Sembrava il luogo dove la fantasia si liberava senza confini, tutto per amore, che gioia provavano i silenziosi ascoltatori, increduli.

I giardinieri intanto, soddisfatti e stupiti fingendo una certa indifferenza, si apprestarono ad innaffiare tutto il giardino essendo giunta quasi l’ora del tramonto, e intravvedendo fra i cespugli il colore rossastro del giorno che volgeva alla fine.

Nel frattempo i gattini, tanti, si rincorrevano, si arrampicano sui rami del salice,si appostavano, uno su ogni ramo tanto da sembrare l’albero dei gatti, facendo rievocare l’immagine di un albero di Natale.

Quel giardino è lì pronto ad accogliere chiunque voglia ascoltare le voci degli alberi in una atmosfera di magica fantasia.

Questo breve racconto e’ dedicato ai nipotini di quei nonni innamorati, autori del giardino dove ancora c’e’ spazio per i sogni.

 

Tina

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raccIne1E’ lì che accarezza il lenzuolo bianco e ruvido. Seduta sul bordo del letto in una corsia di ospedale, Angela è persa nei suoi pensieri avvolti da una candida chioma bianca. Umetta il filo tra le labbra e cerca di infilarlo nella cruna dell’ago. Prende il lenzuolo tra il pollice e l’indice e comincia a infilzare l’ago, lo tira verso l’alto facendo allungare il filo e di nuovo trapassa il tessuto verso il basso. Riprende la punta dell’ago dall’altro lato del lenzuolo e tende ancora il filo sentendone la robustezza. Così per tutto il giorno, su e giù con l’ago e con il filo, disegnando corolle di fiori e arabeschi di steli e di foglie. Angela ricama tutto il giorno, confusa nel bianco della sua camicia da notte e accecata da quello della stoffa. Cerca di fissare i contorni delle figure che si muovono nella sua testa e di fermare le immagini che sbiadite corrono sulle lenzuola. Le sue mani stanche accarezzano di nuovo la stoffa e il suono che produce le restituisce una storia andata persa nel baule dei suoi tessuti. C’è quella ragazza, Maria, che deve sposarsi ma che non ha un soldo per permettersi il vestito. Deve sposarsi perché il suo uomo le ha donato il seme della vita e lei vuole farlo germogliare in un luogo accogliente e sicuro. Ma è difficile perché suo padre non vuole e i genitori di lui non la amano molto, la considerano una minaccia per il futuro del figlio. Quante lacrime versate su questo tessuto, scivolano via disegnando alberi dalle radici lunghe e tortuose, danno vita a torrenti impetuosi, dipingono voli di farfalle che intrecciano gocce di rugiada. Angela decide di aiutare la tenera Maria e le disegna un abito da sposa semplice ed elegante. Prende dal suo baule una batista croccante, la srotola sull’ampio tavolo da lavoro e la stanza si riempie immediatamente dell’odore di lavanda che Angela usa per profumare il baule. Una stoffa che il fratello aveva comprato anni prima durante un viaggio a Napoli al mercato più importante dell’anno e che gli avevano venduto a buon prezzo. Era un lino fine e trasparente facilmente modellabile, sul quale Angela avrebbe voluto ricamare piccoli bouquet di mughetti a punto vapore tenuti insieme da fili a punto erba. Motivi a rilievo tono su tono che avrebbero dato quel tocco di raffinatezza all’abito dalla silhouette essenziale. Per la sua giovane amica avrebbe confezionato un tailleur dalla linea affusolata che ne mettesse in evidenza la figura esile e sottile, conferendole così un’aria eterea. Taglia, cuce, ricama, sogna di regalare a Maria la felicità di giorni radiosi. In poco tempo l’abito è pronto e il giorno delle nozze arriva puntuale. RACCONTO INDEITO

 

Angela è soddisfatta del suo lavoro, Maria è elegantissima nel suo tailleur bianco,completato da un cappellino a falde arrotondate, guanti e borsa. E’ perfetta nella sua semplicità, pronta ad affrontare la vita che l’aspetta già alla soglia della chiesa. Il sole splende nell’ampio piazzale antistante e Angela riesce a vedere l’enorme dolcezza che invade gli occhi verdi della giovane sposa. La osserva scendere le scale della chiesa, sembra una bimba felice cui è stato concesso un grande dono, stringe sottobraccio il giovane sposo dallo sguardo smarrito e fiero al tempo stesso. All’orizzonte nessuna certezza, se non il loro amore, neanche una casa, solo una vespa sulla quale correre veloci, il vento sui visi colmi di emozione sapendo di essere già in tre. “Angela! Angela! Angela devi mangiare!” la voce dell’infermiera interrompe bruscamente il viaggio di Angela. Si scuote, guarda con occhi persi la donna che le sta davanti con un cucchiaio in mano, la fissa per un tempo indecifrabile e poi riprende ad accarezzare il lenzuolo bianco e ruvido. Il suo ricordo va alla mamma, quando l’accompagna per la prima volta in casa della sarta che le avrebbe insegnato l’arte dell’ago e del filo. Ricorda i decori ricamati per la prima volta e il morbido tessuto che scivola lungo i fianchi di una sposa. Sente l’odore e la voce delle stoffe lavorate per anni. Ferma la mano, la porta lentamente alla bocca, umetta il filo che non c’è e si mette a fissare il lenzuolo che stringe nell’altra mano. Ora si sente stanca Angela, chiude gli occhi e si addormenta. Sogna arabeschi di pizzo su un mare di seta pura che disvela lieve il racconto della sua vita.

 

Eva Bonitatibus

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