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Racconti Inediti

Alina

Scritto da

racconto inedito 3Mi chiamo Marco e ho venticinque anni.

Una volta avevo un fratello.

Per un certo periodo è stato come se non l’avessi più.

Un giorno qualcuno me l’ha restituito.

Questo qualcuno si chiama Alina.

Alina è una dolce ragazza che viene dalla Romania.

Ha un viso delicato, capelli corvini e due occhi neri come la pece, ma di quel nero che non ha nulla di cattivo in sé, anzi ti culla e ti fa sentire protetto.

Mio fratello Sergio, di un anno più piccolo di me, ha trascorso la sua adolescenza tra campi di calcio, discoteche, ragazze e viaggi.

Sergio un tempo non stava mai fermo, era sempre impegnato in qualcosa e non lo vedevi mai annoiato. Oggi, Sergio non può più muoversi con la stessa facilità di una volta.

Sono ormai tre anni che, a causa di una rara malattia genetica, ha perso la vista.

Insieme alla vista, però, mio fratello ha perso qualcosa di più importante: la voglia di vivere; dal momento in cui ha preso coscienza del suo nuovo stato, ha preferito non accettarlo.

Punto.

La sua risposta a questa brutta novità è stata quella di mettersi seduto – o sdraiato, se era il caso – senza pensare più a niente.

Almeno in apparenza.

Sono convinto tuttora che anche in quei momenti d’immobilità il suo cervello fosse attivissimo nell’elaborare una spirale di pensieri negativi.

La sua unica preoccupazione, in quel periodo, fu quella di lasciar sedimentare la propria vita in una stanza, restando il più possibile solo con se stesso e ricorrendo alla gente che gli è vicina solo per le proprie esigenze materiali.

Così, pian piano, Sergio ha finito per allontanarsi da tutti e da tutto, diventando scontroso e irascibile, apatico e meno vivo dei mobili che occupano la sua stanza.

Ho provato a stargli vicino – certo! Non avreste fatto così anche voi? – ho tentato di farmi ascoltare, di dialogare. Credete sia servito a qualcosa? Niente, tutto inutile.

Un giorno in cui lo pungolai più del solito, Sergio si arrabbiò davvero e mi rispose: «Che ne sai tu? Me lo dici una buona volta? Che cosa puoi saperne tu di svegliarti la mattina, aprire gli occhi e vedere tutto buio intorno a te, come se fosse ancora notte e stessi ancora dormendo, con uno straccio nero a coprirti la vista tutte le sante ore del giorno?».

Rimasi di sasso, sorpreso da quell’aggressione ma non più di tanto, perché in fondo me l’aspettavo. La vera batosta arrivò subito dopo. Quello che non mi aspettavo, infatti, fu l’epilogo dello sfogo.

Prima ancora che potessi formulare una risposta che avesse un senso, Sergio rincarò la dose: «Sai cosa mi ha detto qualche giorno fa un bastardo che non mi rivolgeva più la parola da anni? Mi ha telefonato apposta per dirmi che ora posso sbraitare quanto voglio, tanto sono e resterò per sempre un cieco di merda… E che lui la mattina quando si sveglia il sole può vederlo… Io invece me lo posso solo sognare! Hai capito? No, non credo… Che ne potete sapere tu e gli altri? Perciò vai via e lasciami stare, che non potrai mai capire…».

Ammutolito, lasciai Sergio da solo con le sue lacrime di rabbia.

Non potei consolarlo perché in quel momento ero impegnato a piangere le mie lacrime, causate dalla rabbia nel vedere quanto quella maledetta malattia avesse trasformato mio fratello, e non solo dal punto di vista fisico.

E dal quel giorno io e lui non ci siamo più rivolti la parola.

Parlavo solo con i miei genitori e, anche quando ero costretto ad aiutarlo, per esempio ad andare in bagno, lo facevo senza spiccicare parola. Come un servo muto.

E altrettanto faceva lui. Ma con sdegno, come se il guaio capitatogli fosse colpa mia, in realtà.

Le cose hanno avuto quest’andazzo per mesi fino a quando, esasperati, i miei genitori non provarono ad associargli una persona estranea, qualcuno che fosse in grado di aiutarlo a superare quello stato d’animo e recuperare un minimo di voglia di vivere.

Agli occhi dei miei, il peggio era questo suo lasciarsi andare, questo morire lento e ingiustificato che li feriva ancor di più dell’handicap.

Ci affidammo a un centro di assistenza per non vedenti, dal quale ci assicurarono la disponibilità di personale adatto al nostro caso.

La scelta sarebbe dovuta cadere su una persona seria, affidabile e soprattutto dotata di grande pazienza. Mi aspettavo, da un momento all’altro, di vedermi per casa una donna cinquantenne, tanto abbottonata sulle proprie cose private quanto impicciona per quanto riguardava i fatti degli altri. Non so perché avessi in mente un tipo del genere; ebbi la prova di quanto mi sbagliavo quando ho conosciuto le persone che ci inviarono dal centro: ognuna di esse si scostava di molto da quella raffigurazione. In positivo o in negativo.

Dopo poco tempo ci rendemmo conto che i tentativi andavano tutti a vuoto. A causa del comportamento scontroso e a tratti insopportabile di Sergio, dopo uno al massimo due giorni, tutti i candidati rinunciavano.

 

racconto inedito 2I miei genitori stavano per gettare la spugna, quando saltò fuori l’ultima possibilità.

Si trattava di una ragazza poco più che ventenne. Non era italiana e, nonostante la giovane età, quelli del centro ci assicurarono che aveva già una lunga esperienza nell’assistere i non vedenti. Ci dissero anche che aveva capacità particolari; non riuscivo a immaginare quali fossero né quelli del centro scesero troppo nei dettagli. Me ne resi conto solo in seguito di quali fossero queste capacità, e senza comprenderle a fondo.

Ai miei genitori importava solo il bene di Sergio, per cui accettarono di buon grado. Io accolsi con scetticismo quell’ultimo tentativo, convinto che sarebbe fallito miseramente come gli altri.

Un freddo mattino di gennaio però, quando Alina varcò per la prima volta la soglia della nostra casa situata a pochi chilometri dalla città, una strana sensazione s’impossessò di me. Fu una cosa passeggera, senza alcuna spiegazione plausibile; appena la vidi, quella ragazza m’ispirò fiducia. E Amen.

Alina viveva in Italia da quasi un anno; per raggiungere la propria famiglia, che già vi abitava, aveva sostenuto un lungo viaggio da sola.

La madre fu la prima a lasciare il suo Paese e lavorava da anni in casa di una coppia di signori di mezz’età; il marito e il figlio maggiore (padre e fratello di Alina, rispettivamente) si trasferirono dopo di lei e all’epoca erano operai in una fabbrica in cui si lavorava il legname.

Oggi, sinceramente, non so proprio che fine abbiano fatto.

Dopo la partenza dei familiari, Alina è rimasta in Romania vivendo insieme alla nonna; lì ha studiato e ha svolto un’intensa attività di volontariato.

Quel giorno di gennaio, Alina entrò in casa mia con molta discrezione. Attribuii quell’atteggiamento a un’eccessiva timidezza. Sembrava aver paura di far rumore, anche solo col proprio respiro. Era minuta e graziosa. Oltre al suo aspetto esteriore, quando la vidi mi colpì la sua pacatezza, così insolita a quell’età in cui molti sono esuberanti e avventati – me compreso.

Alina aveva inoltre un modo tutto particolare di muoversi, di guardarti mentre ti ascoltava e, quando parlava, emetteva un suono che pareva legato non solo alle vibrazioni della voce; ogni volta che apriva bocca era come se le particelle dell’aria circostante si mettessero a vibrare all’unisono col suo timbro vocale.

Quella ragazza portava con sé la millenaria saggezza della sua gente.

Alina cominciò a frequentare la nostra casa e il suo compito, fin da subito, mi parve proibitivo. Sergio la trattava male, spesso senza nemmeno aprir bocca. Erano, infatti, numerose le occasioni in cui, anziché parlare, si ostinava nel suo mutismo e reagiva buttando giù roba dalle mensole e dai tavoli, o scalciando sedie e poltrone.

Eppure, nonostante mio fratello le riservasse tale atteggiamento, lei non fece mai una piega. Ed io mi chiedevo, in continuazione: «Ma come fa a sopportarlo?».

Alina continuava a frequentare casa nostra, portando sempre con sé una grande serenità interiore, come se niente e nessuno al mondo potesse scalfirla.

L’unica cosa che cambiava, giorno dopo giorno, fu la sua determinazione. I suoi occhi neri e profondi lanciavano barlumi, luccichii improvvisi, come se fossero lampi, impulsi di una volontà incrollabile, quasi disumana.

E quante volte mi sono ritrovato a pensare: «Ma perché una ragazza così giovane e carina perde il suo tempo appresso a queste cose, e non manda al diavolo tutto? Perché non se ne va via, magari sbattendo la porta, che ne avrebbe in fondo anche la ragione, visto il modo in cui la tratta mio fratello?».

Ma lei niente, imperterrita continuava con pazienza ad accudire Sergio.

Un giorno qualcosa cambiò. Mi accorsi che le crisi di Sergio diminuivano e la barricata che ergeva tra sé e gli altri, e ancor di più tra sé e Alina, stava cedendo.

La dura scorza che ricopriva il suo cuore iniziò a sgretolarsi. Non che fosse chissà che cosa, ma la sensazione che provai fu la certezza di un cambiamento. In meglio.

Sergio trascorreva alcune ore chiuso nella sua stanza in compagnia di Alina, senza che nessuno li disturbasse.

A un certo punto qualche malizioso pensiero avrà sfiorato la mente dei miei genitori. Su questo non posso scommetterci, in tutta sincerità.

Per quanto riguarda me, posso giurare che un fugace pensiero malizioso ci fu. Tanto che, un pomeriggio, mi arrischiai a spiarli.

Non che mi aspettassi chissà cosa, ma la curiosità era davvero forte.

Aprii con estrema cautela la porta della camera di Sergio, uno spiraglio di luce sufficiente a farci passare a malapena una piccola mazzetta di banconote.

Compiendo sforzi enormi come quando da piccolo spiavo dai buchi delle serrature, sono riuscito a sbirciare nella stanza. Dal mio punto di vista si vedevano chiaramente il letto e due sedie accostate a esso.

Sergio e Alina stavano seduti su quelle sedie, l’uno di fronte all’altra, con gli occhi chiusi.

O meglio, Alina li teneva chiusi, mentre per Sergio doveva essere solo un vecchio riflesso incondizionato. Per lui tenere le palpebre alzate o abbassate non cambiava nulla.

I due non parlavano. Sembravano non essersi nemmeno accorti del mio occhio indiscreto.

Chiusi la porta e mi allontanai per paura che, nonostante cercassi di essere prudente, si rendessero conto della mia presenza.

Il giorno dopo, però, ripetei l’azzardo.

Aprii uno spiraglio nella porta e sbirciai all’interno.

I due erano nella stessa posa che avevano il giorno prima; a differenza dell’altra occasione però, questa volta Alina toccava il volto di Sergio, con delicatezza. Le sue dita scivolavano leggerissime sulle palpebre, sfiorando poi la linea del naso, fino a giungere sulle labbra. Qui sostavano racconto inedito 1per una frazione di secondo lungo la linea della bocca, per poi ridiscendere verso il mento e infine sul collo.

Terminato il percorso, le dita risalivano e ripetevano lo stesso tragitto di prima.

A un certo punto Alina disse, nel suo italiano ancora incerto: «Ora tu prova… di fare come me» e, vincendo con delicatezza la ritrosia e l’imbarazzo di Sergio, gli prese la mano e se la portò al viso.

Alina collocò la mano di Sergio sulla propria fronte, guidando le dita di mio fratello in un movimento tale da esplorarle tutto il tratto che andava dall’attaccatura dei neri capelli fluenti fino alle delicate sopracciglia.

«No è dificcile…», commentò Alina. Sorrisi nell’udire quella sgangherata pronuncia.

Sergio muoveva incerto le dita, restando in silenzio. Dal suo atteggiamento traspariva un certo imbarazzo.

La sua mano seguiva le curve del volto, sollevando e posando più volte la punta delle timide dita sulla pelle delle palpebre, poi sulle guance fino a seguire la delicata morfologia del naso, e risalendo verso l’alto fino all’arcata delle sopracciglia e di lì scendendo di nuovo sugli zigomi.

A un certo punto, Sergio ritrasse la mano come se avesse toccato qualcosa di proibito. Fu come se si fosse accorto all’ultimo istante che stava varcando la soglia di un tempio sacro e proibito.

Alina allora prese la mano di mio fratello nelle sue e se la portò all’altezza delle labbra.

Sfiorandole con i polpastrelli, Sergio seguì la linea delle labbra carnose di Alina, andando da un angolo all’altro della bocca e poi ridiscendendo verso il mento.

«Hai visto?» gli sussurrò Alina, «Ora io fare altra volta come tu».

La ragazza, sempre tenendo gli occhi chiusi, sollevò una delle sue mani e posò le dita sul viso di Sergio, iniziando lo stesso percorso che prima mio fratello aveva compiuto sul suo.

Io osservavo, incuriosito, l’espressione che si era dipinta nel frattempo sul volto di Sergio. Giuro, era da tanto tempo che non lo vedevo così sereno e rilassato.

Quando ebbe finito, Alina aprì gli occhi e si avvicinò al volto di mio fratello.

«Ora va bene? Se vuoi noi fa lo stesso domani» gli disse, con gran pacatezza.

La sua voce sussurrata, nel silenzio di quella stanza, ebbe lo stesso effetto di una frase detta ad alta voce.

Sergio infatti sussultò, come se si risvegliasse da un sonno profondo.

Subito dopo parlò con un tono gentile che non gli riconoscevo da tempo, pur dicendo semplicemente: «Va bene».

Alina si alzò in piedi e io, nel timore di esser scoperto a curiosare, chiusi all’istante lo spiraglio della porta.

Mi recai in fretta nella mia stanza, mettendomi a riordinare alcune cose fuori posto. Cercai di fingere di essere impegnato.

Dopo qualche secondo, sentii Alina che salutava i miei e lasciava la casa.

Anche se mi sforzai di apparire tranquillo, quella sera a cena mi sentii innaturale.

Era chiaro che quanto avevo potuto osservare mi lasciava interdetto e incuriosito.

Eppure non si trattava di una sensazione spiacevole. Non so per quale motivo, ma in quel momento maturai la convinzione che doveva trattarsi di qualcosa di positivo; questa convinzione mi tranquillizzò.

Non dissi nulla ai miei.

Preferii scoprire da solo di cosa si trattava.

Da quel giorno, ogni volta che mi trovavo a casa e Alina era insieme a Sergio, mi misi a spiare ciò che facevano.

La scena cui avevo assistito si ripeté di continuo.

A volte i due se ne stavano seduti, a volte in piedi nei pressi della finestra.

In ogni occasione, essi ripetevano quella delicata esplorazione del proprio viso.

Ogni volta Sergio sembrava imparare qualcosa da Alina, e Alina s’immedesimava in quello che provava mio fratello.

Inutile aggiungere che cercai di fare sempre la massima attenzione per non farmi sorprendere in quell’atteggiamento infantile.

Li spiavo e davo per scontato che, così facendo, loro non si accorgessero della mia presenza.

Un pomeriggio ebbi, tuttavia, la prova di quanto mi sbagliavo. Alina, mentre Sergio le toccava il viso con le dita, rivolse all’improvviso lo sguardo verso la porta.

Seppur io non possa escludere a priori che potesse notarsi lo spiraglio da cui sbirciavo, sono convinto che dal punto in cui si trovavano nessuno di loro poteva accorgersi che c’era qualcuno dietro la porta.

Eppure Alina sapeva che c’era qualcuno.

Ne ebbi la conferma quando la ragazza portò lentamente un dito alle labbra, facendo cenno a quel qualcuno di restare in silenzio e non disturbarli.

Quel gesto mi spiazzò. Nonostante ciò, non chiusi lo spiraglio e rimasi rigido a osservare la scena. Come diavolo aveva fatto ad accorgersene?

«Cosa sente, tu?» disse lei dopo qualche secondo, rivolgendosi di nuovo a Sergio.

Alina continuò a comportarsi come se non ci fosse nessuno a osservarla. Dirò di più: mi sembrò come se tale eventualità non le desse il minimo fastidio.

«Riesco… Riesco a sentire la tua pelle, ed è… è vellutata… Io riesco a immaginarti… Io… io ti vedo!» rispose Sergio, con voce rotta dall’emozione.

Alina sorrise e prese le sue mani tra le proprie, portandosele al petto.

In quel momento, pur non riuscendo a vederlo chiaramente in volto, udii una distinta serie di singhiozzi.

Mio fratello, fino a quel momento un duro cuore di pietra che non voleva saperne più di niente e di nessuno, si stava commuovendo.

Fui tentato di aprire la porta, ma il silenzio che mi aveva intimato Alina mi convinse a desistere. Anche se non capivo come potesse sapere che c’ero io, dietro la porta, allo stesso tempo ero sicuro che sapesse chi c’era, dietro quella porta.

Alina a quel punto si alzò, allontanandosi da Sergio.

Si fermò nei pressi della finestra. Da quella nuova posizione, si rivolse a mio fratello dicendogli: «Ora tu alza e viene da me».

Rimasi allibito di fronte a quella richiesta.

Sergio, da quando aveva perso la percezione visiva, non si era mai spostato da solo, nemmeno per andare in bagno; come mi pare di aver già detto prima, a turno lo accompagnavamo io o mio padre.

Eppure Alina gli aveva chiesto di alzarsi e andare da lei.

Adesso la manda al diavolo, pensai.

Sergio, in effetti, rimase in silenzio per alcuni secondi, a metà tra l’indeciso e l’incredulo.

«Adesso tu deve fare tutto da solo… Io non posso più aiutare te» lo esortò Alina.

Il tono della voce però mi sembrò volesse intendere tutto l’opposto di ciò che diceva la ragazza; era proprio la sua voce lo stimolo più grande per Sergio.

Nel silenzio della stanza sentii, con mia grande sorpresa, le mani di mio fratello afferrare saldamente i braccioli della poltroncina su cui si trovava seduto.

Cambiai posizione, in modo da vederlo meglio.

Sergio fece forza sulle braccia e stava per alzarsi in piedi.

«Oddio! Fermo lì… Dove vai, sei pazzo?», fui sul punto di urlare.

Come un novello Lazzaro, Sergio si alzò e cominciò a muoversi.

Incerti furono solo i primi passi; man mano che muoveva un piede davanti all’altro, Sergio acquisiva sicurezza.

E, cosa più strabiliante, non incappò in un intoppo o ostacolo che fosse uno. Solo in un punto del tragitto Sergio posò un piede su una piega di un tappeto che si trovava vicino al letto, e sembrò inciampare. Fui tentato di precipitarmi per soccorrerlo.

La sicurezza con cui superò l’ostacolo, tuttavia, dimostrò che mi preoccupavo senza motivo.

Sergio percorse da solo il tratto che lo separava da Alina.

Quando giunse nei pressi della ragazza, questa aprì le braccia e lo strinse a sé.

A quel punto non ce la feci più.

Aprii la porta ed entrai.

«Sergio…», dissi soltanto.

Mio fratello si voltò verso di me, sorpreso di quell’irruzione.

Poi, con calma mi disse: «Vieni qua…».

Pensai che si sarebbe arrabbiato con me, come nell’ultima occasione in cui ci eravamo parlati.

Mi avvicinai, superando la mia ritrosia grazie a un cenno che fece Alina; quel gesto sembrava voler dire: Vai vicino a lui, fai come chiede.

Sergio sollevò una mano e la posò con delicatezza sul mio viso.

Aveva le dita fredde e, pur provando una sensazione sgradevole al contatto, lo lasciai fare.

Le sue dita cominciarono a esplorare i lineamenti e ogni angolo del mio volto come gli avevo visto fare con Alina, in precedenza.

Restare fermo mentre Sergio mi carezzava la pelle con le dita mi sembrò una cosa di un’idiozia unica, ma allo stesso tempo scelsi di non muovermi e di assecondarlo.

Sentii dentro di me che quella era l’unica cosa che contava, per Sergio.

Quella sembrò l’ultima occasione che mi si presentava; se non l’avessi colta al volo sono certo che avrei perduto per sempre mio fratello.

E così restai fermo mentre lui mi sfiorava il viso con le dita.

Quando ebbe finito, Sergio disse: «Marco… Io… ti vedo!».

Pronunciate queste semplici parole, scoppiò a ridere.

È impazzito, pensai.

Con uno sguardo, Alina mi convinse che ero nel torto.

Quella di Sergio era solo felicità.

Felicità autentica.

Sergio rideva forte, e continuò per qualche minuto; un riso crescente, che ben presto contagiò anche noialtri.

La stanza, da silenziosa che era, si riempì di clamore come se ci trovassimo in un locale pubblico pieno di gente che parlava in simultanea.

Gli schiamazzi richiamarono l’attenzione dei nostri genitori, i quali sopraggiunsero allarmati.

Vedendo di che si trattava, si tranquillizzarono. Certo, dobbiamo essergli sembrati tre pazzi, giacché non riuscivano ad afferrare il motivo di tanta incontenibile ilarità.

È il momento più bello che mi torna in mente, quando ripenso a quel periodo.

Da quel giorno, Sergio è tornato.

Non ha risolto il problema principale, ma adesso sa che deve superare l’ostacolo.

Sergio ha imparato a prendere coscienza che ormai vive in un nuovo stato delle cose, che deve accettarsi per quello che è, accettare quello che sono gli altri e condividere gioie e dolori quotidiani con le persone che gli stanno vicino e gli vogliono bene.

Da quel giorno, Sergio ha riacquistato una nuova vista.

E tutto ciò, per merito di una gracile e graziosa ragazza dell’Est.

Alina si congedò qualche giorno più tardi, quando fu sicura che la sua opera fosse ormai completa.

La accompagnai io stesso alla stazione; avrebbe preso un treno per l’estero dove, a quanto pareva, la aspettava una ghiotta occasione di lavoro.

Non scambiammo molte parole.

Io le dissi: «Grazie di tutto».

Lei mi rispose carezzandomi una guancia e mostrandomi uno smagliante sorriso di denti bianchissimi come sabbia di spiagge coralline.

Non ha detto nulla, è salita sul treno e non l’ho più vista da quel giorno. Oggi, ogni volta che mi capita di fissare gli occhi di mio fratello, non vedo qualcosa di spento; anzi, essi brillano di una luce potente, come se avesse ricevuto un dono in cambio del torto che gli ha fatto la vita.

E quella luce mi porta a ricordare altri occhi, neri e profondi come un oceano.

F I N E

Enzo D’Andrea

 

 

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inedito Gnomoè una bellissima giornata di agosto.

Amina ed Elina, due sorelle gemelle, si trovano in un bosco non lontano dalla loro casa, dove abbonda il cemento e c’è poco verde intorno.

Le due bimbe non sono mai state in quel bosco, nonostante sia così vicino, appena oltre l’autostrada. Per loro è interessante poterlo esplorare.

I genitori sono riusciti a riunire zii e nonni, in modo da trascorrere una giornata all’aperto, come da tanti anni non riescono più a fare, presi dal ritmo delle giornate di lavoro.

C’è proprio tutto per un bel picnic: una bellissima giornata, un bel posto, tavolini, sedie e tantissime cose buone da mangiare. Qua e là si trovano pietre ammucchiate in modo da potervi accendere il fuoco, per cuocere i cibi. Sono simili ai vecchi sassi che si trovano fotografati a volte nei libri di storia antica.

Amina ed Elina sono curiose e insistono tanto con i genitori da ottenere il permesso di curiosare nei dintorni. Le bimbe sono al colmo della gioia, e incominciano a curiosare tra alberi e piante. Vengono ben presto rapite dal fascino della natura. Gli insetti, i vermi, le farfalle, gli scoiattoli, gli uccelli, i fiori. Non fanno in tempo a posare gli occhi su una cosa che subito trovano altro che attrae la loro attenzione. A bocca spalancata trascorrono un tempo imprecisato, alla scoperta di un mondo nuovo cui non sono abituate.

All’improvviso, Amina nota qualcosa muoversi fra i cespugli. Chiede allora alla sorella: ‹Secondo te, esistono davvero gli gnomi dei boschi?››

La domanda coglie di sorpresa Elina, che risponde: ‹‹Perché me lo chiedi?››

‹‹Così… Mi era sembrato di aver visto qualcosa muoversi…››

‹‹Dove?››

‹‹Lì… In quel cespuglio…››.

Le due bimbe si avvicinano per guardare meglio. All’improvviso, come un temporale d’estate, un piccolo uomo alto al massimo quanto un dito pollice, spicca un balzo fuori dal cespuglio per sgattaiolare via.

‹‹Dove scappi? ›› gli urlano le due bimbe.

Il piccoletto, uno gnomo tutto vestito di verde e con un berretto dello stesso colore, si gira sorpreso, le guarda e poi chiede: ‹‹Eh? Come avete fatto a vedermi?››

Le bimbe rispondono in coro, con la massima naturalezza: ‹‹Certo che ti vediamo… Sei piccolo, ma non sei mica invisibile…››

‹‹No, no… Solo che non mi riesce mai benissimo di sparire… Mannaggia, e purtroppo non è la prima volta che mi capita!››

Amina ed Elina scoppiano a ridere: ‹‹Ci dispiace… Ma questa volta la mimetizzazione non ti è riuscita per niente!››

‹‹Pazienza… Ora me ne vado e voi fate finta di non aver visto nessuno, vero?››

‹‹Certo che no!›› rispondono in coro le bimbe, che non sono tanto sprovvedute. Poi Amina prosegue: ‹‹Tu ora ci dici chi sei, come ti chiami, e ci racconti un po’ di cose e noi ci presentiamo a nostra volta. Io sono Amina e lei è mia sorella Elina. Siamo in questo bosco per una scampagnata…››

‹‹E va bene… Ci ho provato… Immaginavo che non avreste accettato… Io mi chiamo Din, sono uno gnomo e vivo con la mia gente in questo bosco. Noi facciamo di tutto per proteggere il bosco e gli animali che ci vivono. Spesso però ci troviamo a combattere con voi umani, che riuscite sempre a rovinare tutto. Non so se anche voi siete così, ma ho visto i vostri simili appiccare il fuoco senza una ragione, abbattere decine e decine di fratelli alberi, cacciare gli animali solo per la loro pelliccia…››

Amina e la sorella fissano lo gnomo un po’ indignate, anche se forse in cuor loro sanno che quell’ometto non ha tutti i torti.

‹‹Non tutti gli uomini sono così, sai? ›› protesta Amina, ‹‹io e mia sorella Elina non siamo così, noi amiamo gli animali e la natura, e poi noi siamo due bambine…››

‹‹Mi fa molto piacere saperlo! Ma non sono tutti come voi….›› insiste Din, raccogliendo un fardello di rametti, bacche e more per portarselo, ‹‹…io adesso devo andare, che si fa tardi…››

‹‹Senti, Din…›› dice all’improvviso Amina, ‹‹ci fai vedere il tuo villaggio? Ti aiutiamo a portare quella roba che deve essere assai pesante…››

‹‹No… Non ci è permesso fare amicizia con gli uomini…›› risponde severo lo gnomo.

I bambini, quando davvero vogliono qualcosa, l’ottengono. Iniziano a fare moine e a pregarlo, tanto che lo gnomo acconsente. Le bambine, a questo punto, urlano insieme un festoso: ‹‹Evviva!››.

inedito CasettaGnomiDin inizia a saltellare di qua e di là, ben attento che le bambine lo seguano e non si perdano nel bosco. Dopo aver percorso un certo tragitto, i tre arrivano al villaggio.

Nascosto in mezzo a grandi alberi e cespugli intricati, le bambine scoprono un particolarissimo villaggio. A dire la verità bisogna concentrarsi e prestare molta attenzione perché non è così facile scorgerlo.

Le case sono scavate nei tronchi o nella roccia e immerse nel verde. In giro ci sono tanti gnomi indaffarati. Indossano vestiti verdi – come quello di Din - o marrone.

Gli uomini hanno tutti la barba fluente, pantaloni e camicia con un bel panciotto; le donne indossano invece gonne lunghe - marroni o verdi – e graziose camicine colorate e impreziosite da fiori e merletti. I bambini si distinguono per i pantaloncini e le gonnelline corte.

Le due bimbe, sorprese da tale spettacolo, tacciono. La piccola gente, alla vista delle bimbe, si ferma in preda al dubbio. Din si affretta a chiarire l’equivoco: ‹‹Un momento d’attenzione, prego!›› Alla sua richiesta, tutti prestano attenzione a ciò che dice: ‹‹Queste bambine molto astutamente mi hanno scoperto e mi hanno chiesto di visitare il nostro villaggio. Amano la natura e vorrebbero vedere come si fa a viverci proteggendola››.

Un brusio crescente si alza fra gli gnomi. Din si avvicina agli altri, per partecipare. Alla fine uno gnomo dice: ‹‹Noi non possiamo decidere… Che lo faccia il capo del villaggio, il vecchio gnomo Eno!››.

Tutti si mostrano concordi e si recano verso la casa del vecchio Eno.

Al centro del villaggio, dove sorge un’immensa quercia secolare, in basso s’intravede una porticina, alla quale uno degli gnomi bussa, un po’ timoroso.

Una voce cavernosa dice: ‹‹Entra pure, Not››. Lo gnomo entra.

Poco dopo, esce accompagnato da un vecchissimo gnomo con lunghi capelli e barba tutti bianchi. Lo gnomo si avvicina alle bambine, un po’ timorose; si siede su una specie di trono intagliato nel legno e, con un gran sorriso, dice: ‹‹Che siate le benvenute! Io sono Eno, il capo del villaggio.›› ‹‹Buongiorno…›› rispondono in coro le bambine.

‹‹Mi hanno riferito la vostra richiesta… Non dovreste esser qui ma, visto che sembrate delle bambine giudiziose, faremo un’eccezione. Dovete sapere che la cosa più importante per gli gnomi è rispettare la natura in cui vivono. Se la trattassimo male anche noi ci perderemmo. Tutto ciò che facciamo deve seguire questa semplice regola. Ma forse non è poi così semplice: molti umani non la conoscono o fanno finta di non conoscerla. Noi non tagliamo gli alberi, raccogliamo solo i rami caduti a causa del vento. Noi non uccidiamo gli animali per toglier loro la pelliccia, nemmeno per nutrirci, poiché ci nutriamo solo di quello che la natura ci regala, come bacche e frutti. Le piante ci danno le sostanze per fare decotti, tisane e anche medicine. Non esiste nessun segreto, basta aiutare la natura con il rispetto e la cura. Come se stessimo curando noi stessi. In questo modo la natura ci ricompensa con i suoi frutti. Gli animali ci sono amici e ci proteggono. E noi li curiamo quando si feriscono a causa delle trappole seminate dai cacciatori. Come vedete, si tratta di un segreto che poi non è un segreto…››

Amina ed Elina si guardano in volto, contente per aver afferrato il semplice ma fondamentale insegnamento da un essere così piccolo e così saggio. Hanno appena imparato a conoscere la natura, ma già sanno che non cadranno mai negli errori commessi da quelli più grandi di loro.

Dicono in coro: ‹‹Che bello sarebbe se gli uomini tutti vivessero in sintonia con la natura, come gli gnomi! Grazie per quello che ci avere detto… Cercheremo di fare anche noi così, costringendo anche i grandi ad amare e rispettare di più la natura e gli animali››.

‹‹è ora di andare…››, dice il vecchio gnomo.

Alle timide proteste delle gemelle, risponde con un semplice: ‹‹è necessario. Ora dormirete e vi risveglierete nei pressi del vostro accampamento…››

Le due bimbe precipitano in un sonno profondo prima che possano dire “Ahi!”.

Come vengono trasportate? Si sa che gli gnomi sono esseri magici, per cui perché fare queste domande?

Le bimbe ritornano al campo del picnic, senza ricordare nulla, giusto in tempo per rimproverare zio Beppe che sta gettando una lattina vuota nell’erba.

Manuela Telesca

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cartier bresson

L’avevano visto tante volte passare, nell’anonimato.

In silenzio.

Non era un uomo che si potesse definire nemmeno lontanamente loquace. Rispondeva, di rado, con un cenno al saluto degli uomini della sua età, che erano soliti giudicarlo con lo sguardo, per un inspiegabile e incompreso procedere senza esitazione.

In tutte le stagioni, in effetti, la sua solitaria andatura tradiva una calma di sereno riconoscimento.

Utilizzava i mezzi pubblici per recarsi a lavoro.

L’ultima volta in cui il suo sguardo aveva incrociato quello della bambina con il cappottino bianco, era stato in un freddo mattino di novembre, in un autobus della linea periferica.

Era seduto nel sedile doppio, accanto aveva posato l’ombrello, come di consueto.

Un oggetto dalla duplice funzionalità: che gli potesse servire a ripararsi dalla pioggia, come ovvio, e che dissuadesse i malintenzionati da gesti fastidiosi.

La bambina gli sorrise.

Lui sentì bruciare dentro una tristezza, improvvisamente spolverata da anni di indifferenza. La sua verso se stesso.

Continuò, indispettito, a leggere un libello sgualcito, ignorando quelle pupille dirette e indiscrete.

Indossava un maglione di lana, chiaro, e dei pantaloni doppi e usurati.

Un cappello in tessuto morbido.

La bambina seguitò a osservarlo, senza la minima intenzione di smettere. E lui, che non poteva opporsi a quel destino, condensato nella lunghezza della sua corsa verso un posto agli altri sconosciuto, non poté opporsi. Richiuse le sue mani in un abbraccio, automatico, cingendo in modo stretto, con la destra la parte sinistra del torace e viceversa.

E intanto si malediceva per non aver scelto, quanto meno, un altro posto a sedere; per non aver raggiunto il lavoro a piedi.

L’unica consolazione era l’aver portato un libro.

Sebbene, l’avessero scoperto lettore, l’ansia gli si placò improvvisamente, complice una brusca frenata del conducente del mezzo, in atto a scansare un gatto che gli aveva tagliato la strada.

In un attimo, il caos.

L’ombrello scivolò verso le scalette dell’uscita.

La nonna della bambina perse le mele, comprate al mercato, che invasero l’intero corridoio dell’autobus.

La giovane con la musica dritta nelle orecchie scivolò e si rialzò rapidamente, con il viso rosso di vergogna.

L’uomo con il bastone, aggrappato alla maniglia d’emergenza, alzò la voce e abbassò lo sguardo, controllando smanioso di essere ancora in piedi.

Tempi fratturati nel cielo circostante.

Ma loro, l’uomo e la bambina, rimasero immobili. Non compresi.

La loro storia si era già verificata.

Al termine della corsa, quella stessa vicenda, del tutto privata, smise di esistere.

E all’uomo non lasciò che un vago senso di stupore.

 

Virginia Cortese

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inedito2Cammino pensierosa per le vie del centro, è Dicembre, non ci sono ancora luminarie nella mia città, di tanto in tanto in qualche vetrina scorgo l’abete ecologico addobbato. Mi fermo a guardare “ finalmente “ penso, osservo le lucine intermittenti e gli oggetti un po’inusuali che Giulia la vetrinista ha appeso ai rami folti: folletti, lanterne, fiocchi di pannolenci, abitini per le bambole. E’ bello nel suo genere e siccome completa, accanto al caminetto spento la scenografia della vetrina, trasmette come ovattata l’atmosfera di sogno che scaturisce dalla mia fantasia.

Incuriosita da questa immagine, mi propongo di visitare tutte le vetrine che espongono gli alberi di Natale. Giro, osservo mi diverto, sono tutti belli :c’è quello innevato con palline rosse e bianche le cui lucine, nascoste fra i rami scintillano come le stelle nella Notte Santa; c’e’quello lussuoso ricolmo di cristalli e fiocchi di neve;c’è l’abete naif che sembra uscito da un quadro d’autore.   Tutti trasmettono immagini poetiche, mi sembra di scorgere tanti piccoli bimbi che indossando il morbido pigiamino, curiosano fra i rami nella speranza di poter staccare da un ramo un Babbo Natale di cioccolato.

Fra tanti, un albero attira la mia attenzione: “ stupore, incredulità, disapprovazione; non e’ ecologico, ma solo lo scheletro di un abete che ha perso tutti gli aghi, ai suoi rami tristemente spogli, sono appesi fiocchi di carta lucida di ogni colore e qualche pacchettino mal confezionato, il puntale e’ un fiore bianco riciclato per l’occasione e che guarniva una scatola di confetti. Sento una profonda tristezza, chissà cosa vuole dire l’autore, certo sembra raccontare storie di povertà, oppure un messaggio di crisi. Il negozio accanto al quale e’ posizionato appartiene a commercianti facoltosi, così pare, allora quale sarà il motivo…? I miei pensieri si infittiscono, ad un tratto pero’, ricordo una favola raccontata alla mia nipotina dalla su maestra di Scuola Materna.

Era Natale, nella fattoria di un piccolo borgo, fervevano i preparativi, i bambini allestivano il loro abete, la cuoca preparava dolci in quantità , l’odore dei biscotti nel forno stimolava una certa acquolina in bocca. Gli animali che vi abitavano, attratti da tanto fermento, vollero il loro abete, ma come addobbarlo? Fu così che l’oca si fece prestare dalle sue amiche le piume bianche e grigie; il cane corse a dissotterrare le ossa che aveva nascoste; la pecora raccolse quanta più lana che poteva, l’asino andò nella stalla e tutto trafelato staccò ciuffi di paglia; insieme andarono nel bosco a prendere un piccolo abete. Fu così che in poco tempo l’albero fu pronto,. Il cielo si commosse e fece cadere una pioggia di stelline che illuminarono l’albero degli animali.

Erano tutti felici e insieme ai colombi, alle galline,all’asino nella stalla, fecero festa. Anche i bambini scesero nel cortile a rallegrare l’evento con un girotondo. Era sicuramente molto più bello quello che lo striminzito e spoglio del negozio di maglie.

Intanto con quel ricordo ripresi a camminare e a cercare alberi, alberi di Natale tanto attesi da grandi e piccini.

Tornata a casa mi consolai con il mio meraviglioso e sontuoso Albero addobbato da una scenografa d’eccezione, mi sedetti accanto sulla mia morbida poltrona e mi addormentai.

Nel sogno immaginavo come rendere bello Striminzino, lo scheletro infiocchettato e ricordo che lo spogliavo e rivestivo proprio come facevo con la mia stanza vuota che adoravo arredare ogni volta in modo diverso.inedito3

Finalmente la mia fantasia diede una idea precisa: lo avvolsi in abbondante tulle bianco, circondato da fili d’argento e stelline scintillanti, completato da un grande cristallo di ghiaccio e per completare la sontuosità del suo aspetto lo collocai nel castello della regina delle nevi. Ecco sono soddisfatta e’ proprio bello ora.

Il mattino seguente al sogno esco col proposito di tornare da Striminzino e… MAGIA!!!. Accanto al negozio di maglie c’era l’Abete che avevo addobbato nel sogno.

Ora sono proprio felice e curiosa di sapere chi ha realizzato il mio sogno.

Ma certo: “ La Magia del Natale!

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inedito1“L’ho vista, l’ho vista!” gridò all’improvviso Matilde che scrutava il buio della notte dalla finestra della camera da letto. Il tono concitato e ansioso ci svegliò e con un balzo dai letti fummo accanto a lei. “Dove, dove? Dov’è?” chiese Lisetta, la più piccola di noi. Matilde indicò il punto esatto con il suo dito, generando una certa agitazione in noi altre.

Con i nasi incollati ai vetri, eravamo tutte lì: Ilde, Matilde, Agnese, Elsa, Loretta e Lisetta, a guardare in direzione della luna.

“L’ho vista!”, insistette Matilde, “ho visto una scia luminosa attraversare il cielo, proprio lì, vicino alla luna”.

Rimanevamo in silenzio, pazientemente ad aspettare che la scena si ripetesse. Non un movimento, non un respiro. “Ssssss!!!” ci rimproverò Ilde, la maggiore delle sorelline, “papà e mamma stanno dormendo!”

Bisbigliando e rimbrottando, ciascuna di noi cercava di guadagnarsi una posizione migliore, uno spiraglio che garantisse una visione maggiore del cielo stellato. Volevamo vedere la Befana! Il tempo sembrò fermarsi nel buio della cameretta invasa dai letti aperti e con le coperte arruffate dalla fretta.

“Matilde sei sicura di averla vista?” chiese Agnese che cominciava a dubitare. “Com’era questa scia?” chiese Loretta. Matilde rassicurò tutte noi arricchendo di particolari la sua descrizione precedente. L’ascoltammo senza distogliere lo sguardo dal cielo, intimamente grate per le sue parole che rigettavano ogni ombra di dubbio.

Che spettacolo quella notte rischiarata dal bagliore della luna e dal brillare di tante piccole stelline!inedito2

Assiepate alla finestra, con il cuore in tumulto e una gioia che cresceva sempre di più, cominciammo a raccontarci magiche leggende sulla Befana.

Il sonno ormai ci aveva abbandonate e una straordinaria eccitazione ne aveva preso il posto. E che spettacolo per la Befana che ci vedeva da lassù: sei graziose sorelline in pigiama con i nasi all’insù e gli occhi sgranati a perlustrare il cielo, tra puntini luminosi e virgole di nubi.

La stanchezza prese il sopravvento e con una punta di rammarico per non aver avvistato la mitica vecchina a cavallo della sua scopina, ce ne tornammo a letto. Il cuore però era gonfio dell’emozione ancora viva e fu difficile riaddormentarsi.

“L’anno prossimo non andremo a dormire, così la vedremo anche noi!” dissi io, incontrando l’approvazione delle altre. La delusione si sciolse al dolce pensiero dei doni che avremmo ritrovato l’indomani mattina al nostro risveglio. Ci addormentammo finalmente e la notte trascorse placida e serena. La Befana stese su di noi una nuvola azzurrino che ci avvolse in un morbido abbraccio e sfiorò le nostre gote paffute in una calda carezza.

Ogni anno puntuale la nostra adorata vecchina viene a trovarci. Ora dietro le finestre vede i nasini dei nostri piccoli bambini, i loro cuoricini palpitano proprio come i nostri, mentre cresce l’attesa per la nascita di un nuovo giorno, pieno di rosee promesse e di doni copiosi.

Eva Bonitatibus

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inedito2C’era una volta un grande giardino ricco di una folta e varia vegetazione, abeti, pini, una quercia e alberi da frutta: un prugno, un ciliegio, un melo, un pero, un noce, un castagno. Nascosta tra salici lussureggianti una villa a più piani, aveva l’aspetto di un luogo romantico e festoso. Le finestre erano abbellite da tendine con ricami delicati e nastri colorati, sui davanzali edera e piante fiorite. Circondava il giardino una siepe alta a difesa dell’intimità degli abitanti. Un paziente ed esperto giardiniere dedicava ad esso le sue attenzioni come nessuno può immaginare: innaffiava, tagliava l’erba del prato che somigliava ad un tappeto di velluto verde su cui i bambini camminavano e giocavano a piedi nudi; potava i rami per farli crescere più rigogliosi e tante, tante attenzioni.

Un giorno Giuseppe, questo era il suo nome, si accorse che un cespuglio di rose aveva le foglie bucherellate, qualche insetto aveva banchettato. Quanto si arrabbiò!

Si ricordò allora che l’unico rimedio per tenere lontani i nemici affamati era quello di far abitare il giardino da splendide coccinelle. Corse al vivaio e ne prese tante.

Eleganti e inconfondibili nel loro abito, minacciose, al tempo stesso, si diedero da fare per liberare il roseto.

Le coccinelle stavano davvero bene in quel luogo pieno di colori e profumi, e dove c’era spazio per sognare; decisero di rimanere li e trascorrervi il loro letargo. Il tempo andava piacevolmente, tra il canto degli uccelli, i passerotti che beccavano i pochi semini rimasti, il silenzio tutto intorno. Intanto il vento annunciava l’arrivo del freddo e dell’inverno.

Una delle coccinelle era sul ramo quasi spoglio di un ciliegio e una folata più intensa di vento la fece precipitare a terra spezzandole l’aluccia.

L’abete lì vicino ebbe pietà della piccola e con un ramo più lungo la raccolse, la depose sul punto più fitto, affinché potesse ripararsi meglio dal freddo e poter guarire per poi cadere in letargo.

La coccinella grata allora chiese all’abete: “Vorrei tanto vedere l’inverno, vorrei tanto vedere il Natale; tu che vivi d’estate e d’inverno, io ti prego, tienimi con te”inedito1

L’abete fu ben felice di accontentare la piccola infortunata. Fu così che un giorno, dal cielo grigio, uno ad uno i piccoli fiocchi di neve imbiancarono l’abete procurando una gioia immensa alla coccinella. “Come è bianca e soffice e leggera” pensava, la guardava cadere senza stancarsi e senza distogliere il suo sguardo stupefatto.

In quel giardino, i bambini della villa usavano addobbare l’abete più bello, proprio quello dove la coccinella trovò riparo.

Luci, palline colorate fili d’argento, fiocchi colorati lo ornavano; ai suoi piedi risuonavano le voci allegre della famiglia che ignara, procurava tanta gioia alla piccola coccinella.

Giuseppe, poi, allestì una grotta e in essa i personaggi del Presepe. “La stella cometa” illuminava la mangiatoia, la coccinella emozionata col cuore gonfio di felicità ammirava il Piccolo Bambino.

Cadde dai suoi occhi una lacrima e si posò sul bianco lenzuolo.

Intanto si avvicinava sempre più il suono delle ciaramelle: erano gli zampognari con le nenie ed andavano dal piccolo Gesù. Con essi i pastorelli, i fornai con pane fresco nelle ceste, i contadini e infine gli angioletti, paffutelli col volto incorniciato da riccioli biondi.

La coccinella guardò a lungo quel meraviglioso scenario e gioì; aveva finalmente realizzato il suo sogno, pian piano si addormentò contenta, aveva finalmente visto l’inverno e il Natale

La primavera successiva, quando il tepore dell’aria annunciò l’arrivo della bella stagione la coccinella felice, al suo risveglio raccontò alle sue amiche la sua avventura e tutte sperarono di vivere la sua meravigliosa esperienza.

Gli abitanti della villa trovarono sotto l’abete magico una stellina che ancora pulsava e luccicava. Era la stellina entrata nella grotta ad illuminare il Piccolo Bambino, la raccolsero e la conservarono in uno scrigno, ed e’ ancora lì……I bimbi, guardandola, immaginano mille storie, si chiedono altrettanti perché, senza risposta. Solo la coccinella sa, ma……..

di Nency

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raccIne1E’ lì che accarezza il lenzuolo bianco e ruvido. Seduta sul bordo del letto in una corsia di ospedale, Angela è persa nei suoi pensieri avvolti da una candida chioma bianca. Umetta il filo tra le labbra e cerca di infilarlo nella cruna dell’ago. Prende il lenzuolo tra il pollice e l’indice e comincia a infilzare l’ago, lo tira verso l’alto facendo allungare il filo e di nuovo trapassa il tessuto verso il basso. Riprende la punta dell’ago dall’altro lato del lenzuolo e tende ancora il filo sentendone la robustezza. Così per tutto il giorno, su e giù con l’ago e con il filo, disegnando corolle di fiori e arabeschi di steli e di foglie. Angela ricama tutto il giorno, confusa nel bianco della sua camicia da notte e accecata da quello della stoffa. Cerca di fissare i contorni delle figure che si muovono nella sua testa e di fermare le immagini che sbiadite corrono sulle lenzuola. Le sue mani stanche accarezzano di nuovo la stoffa e il suono che produce le restituisce una storia andata persa nel baule dei suoi tessuti. C’è quella ragazza, Maria, che deve sposarsi ma che non ha un soldo per permettersi il vestito. Deve sposarsi perché il suo uomo le ha donato il seme della vita e lei vuole farlo germogliare in un luogo accogliente e sicuro. Ma è difficile perché suo padre non vuole e i genitori di lui non la amano molto, la considerano una minaccia per il futuro del figlio. Quante lacrime versate su questo tessuto, scivolano via disegnando alberi dalle radici lunghe e tortuose, danno vita a torrenti impetuosi, dipingono voli di farfalle che intrecciano gocce di rugiada. Angela decide di aiutare la tenera Maria e le disegna un abito da sposa semplice ed elegante. Prende dal suo baule una batista croccante, la srotola sull’ampio tavolo da lavoro e la stanza si riempie immediatamente dell’odore di lavanda che Angela usa per profumare il baule. Una stoffa che il fratello aveva comprato anni prima durante un viaggio a Napoli al mercato più importante dell’anno e che gli avevano venduto a buon prezzo. Era un lino fine e trasparente facilmente modellabile, sul quale Angela avrebbe voluto ricamare piccoli bouquet di mughetti a punto vapore tenuti insieme da fili a punto erba. Motivi a rilievo tono su tono che avrebbero dato quel tocco di raffinatezza all’abito dalla silhouette essenziale. Per la sua giovane amica avrebbe confezionato un tailleur dalla linea affusolata che ne mettesse in evidenza la figura esile e sottile, conferendole così un’aria eterea. Taglia, cuce, ricama, sogna di regalare a Maria la felicità di giorni radiosi. In poco tempo l’abito è pronto e il giorno delle nozze arriva puntuale. RACCONTO INDEITO

 

Angela è soddisfatta del suo lavoro, Maria è elegantissima nel suo tailleur bianco,completato da un cappellino a falde arrotondate, guanti e borsa. E’ perfetta nella sua semplicità, pronta ad affrontare la vita che l’aspetta già alla soglia della chiesa. Il sole splende nell’ampio piazzale antistante e Angela riesce a vedere l’enorme dolcezza che invade gli occhi verdi della giovane sposa. La osserva scendere le scale della chiesa, sembra una bimba felice cui è stato concesso un grande dono, stringe sottobraccio il giovane sposo dallo sguardo smarrito e fiero al tempo stesso. All’orizzonte nessuna certezza, se non il loro amore, neanche una casa, solo una vespa sulla quale correre veloci, il vento sui visi colmi di emozione sapendo di essere già in tre. “Angela! Angela! Angela devi mangiare!” la voce dell’infermiera interrompe bruscamente il viaggio di Angela. Si scuote, guarda con occhi persi la donna che le sta davanti con un cucchiaio in mano, la fissa per un tempo indecifrabile e poi riprende ad accarezzare il lenzuolo bianco e ruvido. Il suo ricordo va alla mamma, quando l’accompagna per la prima volta in casa della sarta che le avrebbe insegnato l’arte dell’ago e del filo. Ricorda i decori ricamati per la prima volta e il morbido tessuto che scivola lungo i fianchi di una sposa. Sente l’odore e la voce delle stoffe lavorate per anni. Ferma la mano, la porta lentamente alla bocca, umetta il filo che non c’è e si mette a fissare il lenzuolo che stringe nell’altra mano. Ora si sente stanca Angela, chiude gli occhi e si addormenta. Sogna arabeschi di pizzo su un mare di seta pura che disvela lieve il racconto della sua vita.

 

Eva Bonitatibus

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Claude Monet Salice piangente - Il ponte giapponese a Giverny

Tanto tempo fa, in un luogo lontano dalla città, una coppia di sposi molto legati tra loro, tanto legati da un sentimento forte e infinito, decisero di utilizzare uno spazio incolto da trasformare in un giardino. In quello spazio c’era solo un prugno e un po’ alla volta i due innamorati piantarono tante specie di alberi: pini, un melo, un albicocco,un pero, poi circondarono lo spazio intorno alla piccola casa di legno di siepi sempreverdi, con edera e cespugli fioriti;in seguito giunsero alcuni rametti di salice donati dal corteggiatore di una delle numerose figlie,poi, un ciliegio, un castagno, un noce; insomma il giardino diventava sempre più ricco, il prato cresceva folto trasformandosi in primavera in un tappeto soffice dal colore verde smeraldo.

Il salice impiegò un po’di anni a crescere ed insieme ai rami frondosi, crescevano anche le radici, sembravano camminare lentamente sotto gli occhi stupiti e soddisfatti dei due giardinieri che si prendevano tanta cura di quel piccolo paradiso.

Ora quel salice ha allargato i suoi rami e quando l’Inverno lascia il suo posto alla Primavera,esso diventa un grande ombrello sotto al quale un piccolo salotto crea un’atmosfera di benessere,avvolgendo i suoi abitanti in un abbraccio tiepido, silenzioso, interrotto solo dal fruscio delle foglie accarezzate dal vento leggero.

L’allegra famiglia spesso vi trascorre giornate di festa: compleanni, battesimi, prime comunioni,ricorrenze di ogni genere; si accende la brace per arrostire castagne in autunno mentre il comignolo di una bella stufa di ghisa, fuma e intorno si spande l’odore di legna ardente che emana il suo calore.

Un giorno, un bellissimo giorno in quel giardino giunse un melograno, donato ai giardinieri nel giorno delle loro nozze d’oro.

Piantato e curato come gli altri, il melograno donò i suoi primi fiori rossi, prima simili a gemme rotonde, poi sbocciati con cinque petali ad ogni fiore

Durante una gita domenicale, i due giardinieri sentono delle voci flebili; stupiti, cercano la fonte di esse, ma, avendo intuito ciò che stava accadendo si nascosero sotto il patio per seguire il dialogo appena iniziato tra il salice e il melograno.

Naturalmente, nel dialogo, a fare gli onori di casa è il salice perché inquilino del giardino da anni; si rivolge al melograno chiedendogli l’origine e il luogo di provenienza, la sua storia, il perché della sua presenza tra tutti gli altri amici alberi. Il melograno allora racconta di avere fatto un lungo viaggio, infatti viveva in una serra in una città pianeggiante accanto al mare con tanto sole, insieme a tanti fratelli.

Melograno-albero Una bimba raccogliendo i suoi risparmi,l’aveva ordinato ad un fioraio per donarlo ai suoi nonni nel giorno delle loro nozze d’oro. Allora il salice, gli chiede:”Ma perché proprio quello?”-“Non sai che simboleggia l’amore?”, “l’amore che ha sempre accompagnato il loro cammino”. Il salice ascolta attento e pensieroso e per non essere da meno del nuovo arrivato, pesca nella sua memoria la ragione per la quale si trova in quel giardino e dice al melograno: “Ma anche io sono qua’ per una ragione simile”. Il melograno e’contento di ascoltare e vorrebbe continuare a conversare col salice maestoso, intanto si accorge che ad un ramo del suo amico è appesa una bottiglia tagliata a metà e piena di uno strano liquido: aceto

“Cosa ti è successo, perché quella bottiglia pende dal tuo ramo?”,”E’ una brutta storia: un giorno sentivo un gran solletico sul ramo che non c’e’ più, vedi?, ne manca uno; il solletico veniva dalle zampe di un insetto che si era alloggiato su di me, aveva deposte le sua uova e un po’ al giorno il mio ramo si ammalava, sai, sono stati i ragazzi che giocavano nel giardino ad accorgersi della presenza di questo inquilino dannoso. Loro sono andati a fare una ricerca e hanno scoperto che l’insetto dalle lunghe zampe nere, se fosse rimasto ancora sui miei rami, un po’ alla volta mi avrebbe fatto morire.” “cosa e’ successo poi?” incalzava la curiosità del melograno….”Un medico degli alberi e’ venuto a potare il ramo invaso dal nemico, lo ha bruciato ed ora io e gli altri rami siamo salvi.” Il melograno attento al racconto e un po’ commosso pensando alla fine che avrebbe potuto fare il salice, tacque per un po’poi si sentì soddisfatto di trovarsi in quel giardino,lo avevano piantato in un punto dove i raggi del sole sono diretti proprio come occorre perché cresca bene: aveva capito che i giardinieri e la sua famiglia amavano gli alberi e che ne avrebbero avuta tanta cura. I pini, attenti ascoltatori, e testimoni nel tempo della crescita del giardino,presero parte alla conversazione, raccontarono come il loro aspetto cambiasse ad ogni compleanno: una volta rivestiti di, tante farfalle colorate , poi con cappellini a forma di fiore, poi attraversati da numerosissime bolle di sapone che si rincorrevano e allietavano i bimbi invitati alle feste. Sembrava il luogo dove la fantasia si liberava senza confini, tutto per amore, che gioia provavano i silenziosi ascoltatori, increduli.

I giardinieri intanto, soddisfatti e stupiti fingendo una certa indifferenza, si apprestarono ad innaffiare tutto il giardino essendo giunta quasi l’ora del tramonto, e intravvedendo fra i cespugli il colore rossastro del giorno che volgeva alla fine.

Nel frattempo i gattini, tanti, si rincorrevano, si arrampicano sui rami del salice,si appostavano, uno su ogni ramo tanto da sembrare l’albero dei gatti, facendo rievocare l’immagine di un albero di Natale.

Quel giardino è lì pronto ad accogliere chiunque voglia ascoltare le voci degli alberi in una atmosfera di magica fantasia.

Questo breve racconto e’ dedicato ai nipotini di quei nonni innamorati, autori del giardino dove ancora c’e’ spazio per i sogni.

 

Tina

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