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Racconti Inediti

cartier bresson

L’avevano visto tante volte passare, nell’anonimato.

In silenzio.

Non era un uomo che si potesse definire nemmeno lontanamente loquace. Rispondeva, di rado, con un cenno al saluto degli uomini della sua età, che erano soliti giudicarlo con lo sguardo, per un inspiegabile e incompreso procedere senza esitazione.

In tutte le stagioni, in effetti, la sua solitaria andatura tradiva una calma di sereno riconoscimento.

Utilizzava i mezzi pubblici per recarsi a lavoro.

L’ultima volta in cui il suo sguardo aveva incrociato quello della bambina con il cappottino bianco, era stato in un freddo mattino di novembre, in un autobus della linea periferica.

Era seduto nel sedile doppio, accanto aveva posato l’ombrello, come di consueto.

Un oggetto dalla duplice funzionalità: che gli potesse servire a ripararsi dalla pioggia, come ovvio, e che dissuadesse i malintenzionati da gesti fastidiosi.

La bambina gli sorrise.

Lui sentì bruciare dentro una tristezza, improvvisamente spolverata da anni di indifferenza. La sua verso se stesso.

Continuò, indispettito, a leggere un libello sgualcito, ignorando quelle pupille dirette e indiscrete.

Indossava un maglione di lana, chiaro, e dei pantaloni doppi e usurati.

Un cappello in tessuto morbido.

La bambina seguitò a osservarlo, senza la minima intenzione di smettere. E lui, che non poteva opporsi a quel destino, condensato nella lunghezza della sua corsa verso un posto agli altri sconosciuto, non poté opporsi. Richiuse le sue mani in un abbraccio, automatico, cingendo in modo stretto, con la destra la parte sinistra del torace e viceversa.

E intanto si malediceva per non aver scelto, quanto meno, un altro posto a sedere; per non aver raggiunto il lavoro a piedi.

L’unica consolazione era l’aver portato un libro.

Sebbene, l’avessero scoperto lettore, l’ansia gli si placò improvvisamente, complice una brusca frenata del conducente del mezzo, in atto a scansare un gatto che gli aveva tagliato la strada.

In un attimo, il caos.

L’ombrello scivolò verso le scalette dell’uscita.

La nonna della bambina perse le mele, comprate al mercato, che invasero l’intero corridoio dell’autobus.

La giovane con la musica dritta nelle orecchie scivolò e si rialzò rapidamente, con il viso rosso di vergogna.

L’uomo con il bastone, aggrappato alla maniglia d’emergenza, alzò la voce e abbassò lo sguardo, controllando smanioso di essere ancora in piedi.

Tempi fratturati nel cielo circostante.

Ma loro, l’uomo e la bambina, rimasero immobili. Non compresi.

La loro storia si era già verificata.

Al termine della corsa, quella stessa vicenda, del tutto privata, smise di esistere.

E all’uomo non lasciò che un vago senso di stupore.

 

Virginia Cortese

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inedito2Cammino pensierosa per le vie del centro, è Dicembre, non ci sono ancora luminarie nella mia città, di tanto in tanto in qualche vetrina scorgo l’abete ecologico addobbato. Mi fermo a guardare “ finalmente “ penso, osservo le lucine intermittenti e gli oggetti un po’inusuali che Giulia la vetrinista ha appeso ai rami folti: folletti, lanterne, fiocchi di pannolenci, abitini per le bambole. E’ bello nel suo genere e siccome completa, accanto al caminetto spento la scenografia della vetrina, trasmette come ovattata l’atmosfera di sogno che scaturisce dalla mia fantasia.

Incuriosita da questa immagine, mi propongo di visitare tutte le vetrine che espongono gli alberi di Natale. Giro, osservo mi diverto, sono tutti belli :c’è quello innevato con palline rosse e bianche le cui lucine, nascoste fra i rami scintillano come le stelle nella Notte Santa; c’e’quello lussuoso ricolmo di cristalli e fiocchi di neve;c’è l’abete naif che sembra uscito da un quadro d’autore.   Tutti trasmettono immagini poetiche, mi sembra di scorgere tanti piccoli bimbi che indossando il morbido pigiamino, curiosano fra i rami nella speranza di poter staccare da un ramo un Babbo Natale di cioccolato.

Fra tanti, un albero attira la mia attenzione: “ stupore, incredulità, disapprovazione; non e’ ecologico, ma solo lo scheletro di un abete che ha perso tutti gli aghi, ai suoi rami tristemente spogli, sono appesi fiocchi di carta lucida di ogni colore e qualche pacchettino mal confezionato, il puntale e’ un fiore bianco riciclato per l’occasione e che guarniva una scatola di confetti. Sento una profonda tristezza, chissà cosa vuole dire l’autore, certo sembra raccontare storie di povertà, oppure un messaggio di crisi. Il negozio accanto al quale e’ posizionato appartiene a commercianti facoltosi, così pare, allora quale sarà il motivo…? I miei pensieri si infittiscono, ad un tratto pero’, ricordo una favola raccontata alla mia nipotina dalla su maestra di Scuola Materna.

Era Natale, nella fattoria di un piccolo borgo, fervevano i preparativi, i bambini allestivano il loro abete, la cuoca preparava dolci in quantità , l’odore dei biscotti nel forno stimolava una certa acquolina in bocca. Gli animali che vi abitavano, attratti da tanto fermento, vollero il loro abete, ma come addobbarlo? Fu così che l’oca si fece prestare dalle sue amiche le piume bianche e grigie; il cane corse a dissotterrare le ossa che aveva nascoste; la pecora raccolse quanta più lana che poteva, l’asino andò nella stalla e tutto trafelato staccò ciuffi di paglia; insieme andarono nel bosco a prendere un piccolo abete. Fu così che in poco tempo l’albero fu pronto,. Il cielo si commosse e fece cadere una pioggia di stelline che illuminarono l’albero degli animali.

Erano tutti felici e insieme ai colombi, alle galline,all’asino nella stalla, fecero festa. Anche i bambini scesero nel cortile a rallegrare l’evento con un girotondo. Era sicuramente molto più bello quello che lo striminzito e spoglio del negozio di maglie.

Intanto con quel ricordo ripresi a camminare e a cercare alberi, alberi di Natale tanto attesi da grandi e piccini.

Tornata a casa mi consolai con il mio meraviglioso e sontuoso Albero addobbato da una scenografa d’eccezione, mi sedetti accanto sulla mia morbida poltrona e mi addormentai.

Nel sogno immaginavo come rendere bello Striminzino, lo scheletro infiocchettato e ricordo che lo spogliavo e rivestivo proprio come facevo con la mia stanza vuota che adoravo arredare ogni volta in modo diverso.inedito3

Finalmente la mia fantasia diede una idea precisa: lo avvolsi in abbondante tulle bianco, circondato da fili d’argento e stelline scintillanti, completato da un grande cristallo di ghiaccio e per completare la sontuosità del suo aspetto lo collocai nel castello della regina delle nevi. Ecco sono soddisfatta e’ proprio bello ora.

Il mattino seguente al sogno esco col proposito di tornare da Striminzino e… MAGIA!!!. Accanto al negozio di maglie c’era l’Abete che avevo addobbato nel sogno.

Ora sono proprio felice e curiosa di sapere chi ha realizzato il mio sogno.

Ma certo: “ La Magia del Natale!

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inedito1“L’ho vista, l’ho vista!” gridò all’improvviso Matilde che scrutava il buio della notte dalla finestra della camera da letto. Il tono concitato e ansioso ci svegliò e con un balzo dai letti fummo accanto a lei. “Dove, dove? Dov’è?” chiese Lisetta, la più piccola di noi. Matilde indicò il punto esatto con il suo dito, generando una certa agitazione in noi altre.

Con i nasi incollati ai vetri, eravamo tutte lì: Ilde, Matilde, Agnese, Elsa, Loretta e Lisetta, a guardare in direzione della luna.

“L’ho vista!”, insistette Matilde, “ho visto una scia luminosa attraversare il cielo, proprio lì, vicino alla luna”.

Rimanevamo in silenzio, pazientemente ad aspettare che la scena si ripetesse. Non un movimento, non un respiro. “Ssssss!!!” ci rimproverò Ilde, la maggiore delle sorelline, “papà e mamma stanno dormendo!”

Bisbigliando e rimbrottando, ciascuna di noi cercava di guadagnarsi una posizione migliore, uno spiraglio che garantisse una visione maggiore del cielo stellato. Volevamo vedere la Befana! Il tempo sembrò fermarsi nel buio della cameretta invasa dai letti aperti e con le coperte arruffate dalla fretta.

“Matilde sei sicura di averla vista?” chiese Agnese che cominciava a dubitare. “Com’era questa scia?” chiese Loretta. Matilde rassicurò tutte noi arricchendo di particolari la sua descrizione precedente. L’ascoltammo senza distogliere lo sguardo dal cielo, intimamente grate per le sue parole che rigettavano ogni ombra di dubbio.

Che spettacolo quella notte rischiarata dal bagliore della luna e dal brillare di tante piccole stelline!inedito2

Assiepate alla finestra, con il cuore in tumulto e una gioia che cresceva sempre di più, cominciammo a raccontarci magiche leggende sulla Befana.

Il sonno ormai ci aveva abbandonate e una straordinaria eccitazione ne aveva preso il posto. E che spettacolo per la Befana che ci vedeva da lassù: sei graziose sorelline in pigiama con i nasi all’insù e gli occhi sgranati a perlustrare il cielo, tra puntini luminosi e virgole di nubi.

La stanchezza prese il sopravvento e con una punta di rammarico per non aver avvistato la mitica vecchina a cavallo della sua scopina, ce ne tornammo a letto. Il cuore però era gonfio dell’emozione ancora viva e fu difficile riaddormentarsi.

“L’anno prossimo non andremo a dormire, così la vedremo anche noi!” dissi io, incontrando l’approvazione delle altre. La delusione si sciolse al dolce pensiero dei doni che avremmo ritrovato l’indomani mattina al nostro risveglio. Ci addormentammo finalmente e la notte trascorse placida e serena. La Befana stese su di noi una nuvola azzurrino che ci avvolse in un morbido abbraccio e sfiorò le nostre gote paffute in una calda carezza.

Ogni anno puntuale la nostra adorata vecchina viene a trovarci. Ora dietro le finestre vede i nasini dei nostri piccoli bambini, i loro cuoricini palpitano proprio come i nostri, mentre cresce l’attesa per la nascita di un nuovo giorno, pieno di rosee promesse e di doni copiosi.

Eva Bonitatibus

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inedito2C’era una volta un grande giardino ricco di una folta e varia vegetazione, abeti, pini, una quercia e alberi da frutta: un prugno, un ciliegio, un melo, un pero, un noce, un castagno. Nascosta tra salici lussureggianti una villa a più piani, aveva l’aspetto di un luogo romantico e festoso. Le finestre erano abbellite da tendine con ricami delicati e nastri colorati, sui davanzali edera e piante fiorite. Circondava il giardino una siepe alta a difesa dell’intimità degli abitanti. Un paziente ed esperto giardiniere dedicava ad esso le sue attenzioni come nessuno può immaginare: innaffiava, tagliava l’erba del prato che somigliava ad un tappeto di velluto verde su cui i bambini camminavano e giocavano a piedi nudi; potava i rami per farli crescere più rigogliosi e tante, tante attenzioni.

Un giorno Giuseppe, questo era il suo nome, si accorse che un cespuglio di rose aveva le foglie bucherellate, qualche insetto aveva banchettato. Quanto si arrabbiò!

Si ricordò allora che l’unico rimedio per tenere lontani i nemici affamati era quello di far abitare il giardino da splendide coccinelle. Corse al vivaio e ne prese tante.

Eleganti e inconfondibili nel loro abito, minacciose, al tempo stesso, si diedero da fare per liberare il roseto.

Le coccinelle stavano davvero bene in quel luogo pieno di colori e profumi, e dove c’era spazio per sognare; decisero di rimanere li e trascorrervi il loro letargo. Il tempo andava piacevolmente, tra il canto degli uccelli, i passerotti che beccavano i pochi semini rimasti, il silenzio tutto intorno. Intanto il vento annunciava l’arrivo del freddo e dell’inverno.

Una delle coccinelle era sul ramo quasi spoglio di un ciliegio e una folata più intensa di vento la fece precipitare a terra spezzandole l’aluccia.

L’abete lì vicino ebbe pietà della piccola e con un ramo più lungo la raccolse, la depose sul punto più fitto, affinché potesse ripararsi meglio dal freddo e poter guarire per poi cadere in letargo.

La coccinella grata allora chiese all’abete: “Vorrei tanto vedere l’inverno, vorrei tanto vedere il Natale; tu che vivi d’estate e d’inverno, io ti prego, tienimi con te”inedito1

L’abete fu ben felice di accontentare la piccola infortunata. Fu così che un giorno, dal cielo grigio, uno ad uno i piccoli fiocchi di neve imbiancarono l’abete procurando una gioia immensa alla coccinella. “Come è bianca e soffice e leggera” pensava, la guardava cadere senza stancarsi e senza distogliere il suo sguardo stupefatto.

In quel giardino, i bambini della villa usavano addobbare l’abete più bello, proprio quello dove la coccinella trovò riparo.

Luci, palline colorate fili d’argento, fiocchi colorati lo ornavano; ai suoi piedi risuonavano le voci allegre della famiglia che ignara, procurava tanta gioia alla piccola coccinella.

Giuseppe, poi, allestì una grotta e in essa i personaggi del Presepe. “La stella cometa” illuminava la mangiatoia, la coccinella emozionata col cuore gonfio di felicità ammirava il Piccolo Bambino.

Cadde dai suoi occhi una lacrima e si posò sul bianco lenzuolo.

Intanto si avvicinava sempre più il suono delle ciaramelle: erano gli zampognari con le nenie ed andavano dal piccolo Gesù. Con essi i pastorelli, i fornai con pane fresco nelle ceste, i contadini e infine gli angioletti, paffutelli col volto incorniciato da riccioli biondi.

La coccinella guardò a lungo quel meraviglioso scenario e gioì; aveva finalmente realizzato il suo sogno, pian piano si addormentò contenta, aveva finalmente visto l’inverno e il Natale

La primavera successiva, quando il tepore dell’aria annunciò l’arrivo della bella stagione la coccinella felice, al suo risveglio raccontò alle sue amiche la sua avventura e tutte sperarono di vivere la sua meravigliosa esperienza.

Gli abitanti della villa trovarono sotto l’abete magico una stellina che ancora pulsava e luccicava. Era la stellina entrata nella grotta ad illuminare il Piccolo Bambino, la raccolsero e la conservarono in uno scrigno, ed e’ ancora lì……I bimbi, guardandola, immaginano mille storie, si chiedono altrettanti perché, senza risposta. Solo la coccinella sa, ma……..

di Nency

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raccIne1E’ lì che accarezza il lenzuolo bianco e ruvido. Seduta sul bordo del letto in una corsia di ospedale, Angela è persa nei suoi pensieri avvolti da una candida chioma bianca. Umetta il filo tra le labbra e cerca di infilarlo nella cruna dell’ago. Prende il lenzuolo tra il pollice e l’indice e comincia a infilzare l’ago, lo tira verso l’alto facendo allungare il filo e di nuovo trapassa il tessuto verso il basso. Riprende la punta dell’ago dall’altro lato del lenzuolo e tende ancora il filo sentendone la robustezza. Così per tutto il giorno, su e giù con l’ago e con il filo, disegnando corolle di fiori e arabeschi di steli e di foglie. Angela ricama tutto il giorno, confusa nel bianco della sua camicia da notte e accecata da quello della stoffa. Cerca di fissare i contorni delle figure che si muovono nella sua testa e di fermare le immagini che sbiadite corrono sulle lenzuola. Le sue mani stanche accarezzano di nuovo la stoffa e il suono che produce le restituisce una storia andata persa nel baule dei suoi tessuti. C’è quella ragazza, Maria, che deve sposarsi ma che non ha un soldo per permettersi il vestito. Deve sposarsi perché il suo uomo le ha donato il seme della vita e lei vuole farlo germogliare in un luogo accogliente e sicuro. Ma è difficile perché suo padre non vuole e i genitori di lui non la amano molto, la considerano una minaccia per il futuro del figlio. Quante lacrime versate su questo tessuto, scivolano via disegnando alberi dalle radici lunghe e tortuose, danno vita a torrenti impetuosi, dipingono voli di farfalle che intrecciano gocce di rugiada. Angela decide di aiutare la tenera Maria e le disegna un abito da sposa semplice ed elegante. Prende dal suo baule una batista croccante, la srotola sull’ampio tavolo da lavoro e la stanza si riempie immediatamente dell’odore di lavanda che Angela usa per profumare il baule. Una stoffa che il fratello aveva comprato anni prima durante un viaggio a Napoli al mercato più importante dell’anno e che gli avevano venduto a buon prezzo. Era un lino fine e trasparente facilmente modellabile, sul quale Angela avrebbe voluto ricamare piccoli bouquet di mughetti a punto vapore tenuti insieme da fili a punto erba. Motivi a rilievo tono su tono che avrebbero dato quel tocco di raffinatezza all’abito dalla silhouette essenziale. Per la sua giovane amica avrebbe confezionato un tailleur dalla linea affusolata che ne mettesse in evidenza la figura esile e sottile, conferendole così un’aria eterea. Taglia, cuce, ricama, sogna di regalare a Maria la felicità di giorni radiosi. In poco tempo l’abito è pronto e il giorno delle nozze arriva puntuale. RACCONTO INDEITO

 

Angela è soddisfatta del suo lavoro, Maria è elegantissima nel suo tailleur bianco,completato da un cappellino a falde arrotondate, guanti e borsa. E’ perfetta nella sua semplicità, pronta ad affrontare la vita che l’aspetta già alla soglia della chiesa. Il sole splende nell’ampio piazzale antistante e Angela riesce a vedere l’enorme dolcezza che invade gli occhi verdi della giovane sposa. La osserva scendere le scale della chiesa, sembra una bimba felice cui è stato concesso un grande dono, stringe sottobraccio il giovane sposo dallo sguardo smarrito e fiero al tempo stesso. All’orizzonte nessuna certezza, se non il loro amore, neanche una casa, solo una vespa sulla quale correre veloci, il vento sui visi colmi di emozione sapendo di essere già in tre. “Angela! Angela! Angela devi mangiare!” la voce dell’infermiera interrompe bruscamente il viaggio di Angela. Si scuote, guarda con occhi persi la donna che le sta davanti con un cucchiaio in mano, la fissa per un tempo indecifrabile e poi riprende ad accarezzare il lenzuolo bianco e ruvido. Il suo ricordo va alla mamma, quando l’accompagna per la prima volta in casa della sarta che le avrebbe insegnato l’arte dell’ago e del filo. Ricorda i decori ricamati per la prima volta e il morbido tessuto che scivola lungo i fianchi di una sposa. Sente l’odore e la voce delle stoffe lavorate per anni. Ferma la mano, la porta lentamente alla bocca, umetta il filo che non c’è e si mette a fissare il lenzuolo che stringe nell’altra mano. Ora si sente stanca Angela, chiude gli occhi e si addormenta. Sogna arabeschi di pizzo su un mare di seta pura che disvela lieve il racconto della sua vita.

 

Eva Bonitatibus

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Claude Monet Salice piangente - Il ponte giapponese a Giverny

Tanto tempo fa, in un luogo lontano dalla città, una coppia di sposi molto legati tra loro, tanto legati da un sentimento forte e infinito, decisero di utilizzare uno spazio incolto da trasformare in un giardino. In quello spazio c’era solo un prugno e un po’ alla volta i due innamorati piantarono tante specie di alberi: pini, un melo, un albicocco,un pero, poi circondarono lo spazio intorno alla piccola casa di legno di siepi sempreverdi, con edera e cespugli fioriti;in seguito giunsero alcuni rametti di salice donati dal corteggiatore di una delle numerose figlie,poi, un ciliegio, un castagno, un noce; insomma il giardino diventava sempre più ricco, il prato cresceva folto trasformandosi in primavera in un tappeto soffice dal colore verde smeraldo.

Il salice impiegò un po’di anni a crescere ed insieme ai rami frondosi, crescevano anche le radici, sembravano camminare lentamente sotto gli occhi stupiti e soddisfatti dei due giardinieri che si prendevano tanta cura di quel piccolo paradiso.

Ora quel salice ha allargato i suoi rami e quando l’Inverno lascia il suo posto alla Primavera,esso diventa un grande ombrello sotto al quale un piccolo salotto crea un’atmosfera di benessere,avvolgendo i suoi abitanti in un abbraccio tiepido, silenzioso, interrotto solo dal fruscio delle foglie accarezzate dal vento leggero.

L’allegra famiglia spesso vi trascorre giornate di festa: compleanni, battesimi, prime comunioni,ricorrenze di ogni genere; si accende la brace per arrostire castagne in autunno mentre il comignolo di una bella stufa di ghisa, fuma e intorno si spande l’odore di legna ardente che emana il suo calore.

Un giorno, un bellissimo giorno in quel giardino giunse un melograno, donato ai giardinieri nel giorno delle loro nozze d’oro.

Piantato e curato come gli altri, il melograno donò i suoi primi fiori rossi, prima simili a gemme rotonde, poi sbocciati con cinque petali ad ogni fiore

Durante una gita domenicale, i due giardinieri sentono delle voci flebili; stupiti, cercano la fonte di esse, ma, avendo intuito ciò che stava accadendo si nascosero sotto il patio per seguire il dialogo appena iniziato tra il salice e il melograno.

Naturalmente, nel dialogo, a fare gli onori di casa è il salice perché inquilino del giardino da anni; si rivolge al melograno chiedendogli l’origine e il luogo di provenienza, la sua storia, il perché della sua presenza tra tutti gli altri amici alberi. Il melograno allora racconta di avere fatto un lungo viaggio, infatti viveva in una serra in una città pianeggiante accanto al mare con tanto sole, insieme a tanti fratelli.

Melograno-albero Una bimba raccogliendo i suoi risparmi,l’aveva ordinato ad un fioraio per donarlo ai suoi nonni nel giorno delle loro nozze d’oro. Allora il salice, gli chiede:”Ma perché proprio quello?”-“Non sai che simboleggia l’amore?”, “l’amore che ha sempre accompagnato il loro cammino”. Il salice ascolta attento e pensieroso e per non essere da meno del nuovo arrivato, pesca nella sua memoria la ragione per la quale si trova in quel giardino e dice al melograno: “Ma anche io sono qua’ per una ragione simile”. Il melograno e’contento di ascoltare e vorrebbe continuare a conversare col salice maestoso, intanto si accorge che ad un ramo del suo amico è appesa una bottiglia tagliata a metà e piena di uno strano liquido: aceto

“Cosa ti è successo, perché quella bottiglia pende dal tuo ramo?”,”E’ una brutta storia: un giorno sentivo un gran solletico sul ramo che non c’e’ più, vedi?, ne manca uno; il solletico veniva dalle zampe di un insetto che si era alloggiato su di me, aveva deposte le sua uova e un po’ al giorno il mio ramo si ammalava, sai, sono stati i ragazzi che giocavano nel giardino ad accorgersi della presenza di questo inquilino dannoso. Loro sono andati a fare una ricerca e hanno scoperto che l’insetto dalle lunghe zampe nere, se fosse rimasto ancora sui miei rami, un po’ alla volta mi avrebbe fatto morire.” “cosa e’ successo poi?” incalzava la curiosità del melograno….”Un medico degli alberi e’ venuto a potare il ramo invaso dal nemico, lo ha bruciato ed ora io e gli altri rami siamo salvi.” Il melograno attento al racconto e un po’ commosso pensando alla fine che avrebbe potuto fare il salice, tacque per un po’poi si sentì soddisfatto di trovarsi in quel giardino,lo avevano piantato in un punto dove i raggi del sole sono diretti proprio come occorre perché cresca bene: aveva capito che i giardinieri e la sua famiglia amavano gli alberi e che ne avrebbero avuta tanta cura. I pini, attenti ascoltatori, e testimoni nel tempo della crescita del giardino,presero parte alla conversazione, raccontarono come il loro aspetto cambiasse ad ogni compleanno: una volta rivestiti di, tante farfalle colorate , poi con cappellini a forma di fiore, poi attraversati da numerosissime bolle di sapone che si rincorrevano e allietavano i bimbi invitati alle feste. Sembrava il luogo dove la fantasia si liberava senza confini, tutto per amore, che gioia provavano i silenziosi ascoltatori, increduli.

I giardinieri intanto, soddisfatti e stupiti fingendo una certa indifferenza, si apprestarono ad innaffiare tutto il giardino essendo giunta quasi l’ora del tramonto, e intravvedendo fra i cespugli il colore rossastro del giorno che volgeva alla fine.

Nel frattempo i gattini, tanti, si rincorrevano, si arrampicano sui rami del salice,si appostavano, uno su ogni ramo tanto da sembrare l’albero dei gatti, facendo rievocare l’immagine di un albero di Natale.

Quel giardino è lì pronto ad accogliere chiunque voglia ascoltare le voci degli alberi in una atmosfera di magica fantasia.

Questo breve racconto e’ dedicato ai nipotini di quei nonni innamorati, autori del giardino dove ancora c’e’ spazio per i sogni.

 

Tina

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