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Racconti Inediti

inedito Ilviaggio1

Paola e’ un’orfana alloggiata presso un istituto del centro urbano della città di Bologna. I suoi occhi neri rivelano un vissuto doloroso, ama tanto leggere e lavorando presso i mercati, nel ruolo di contabile, decide di rimettersi a studiare per diventare maestra.

Quanti libri deve acquistare, e quante materie da studiare! Non si scoraggia, a sostenerla in questa impresa una compagna di collegio anch’essa studentessa magistrale.

Per esprimerle la sua solidarietà, spesso le fa trovare piccole sorprese. In inverno, nelle notti gelide e innevate, per alleggerire il carico della sua vita Serena infila la borsa dell’acqua calda fra le lenzuola per farle sentire un po’ di calore.

Entrambe dividono una camera da letto posta nel sottotetto dell’ultimo piano. Accanto, una fornitissima biblioteca, dove ogni sera prima di addormentarsi scelgono e leggono  romanzi di ogni genere.

Si avvicina nel tempo il giorno del diploma, Paola e Serena sono emozionate, ciascuna per una ragione diversa.

Conversano fra loro, si scambiano le proprie emozioni, poi… gli esami di tutte quelle materie…tutte; infine il più importante: l’esame di tirocinio. Ci sono tanti bambini nella sala dove la commissione osserva il comportamento di Paola e valuta  la sua abilità didattica.

inedito Ilviaggio2Per un momento tutti quei piccoli le sembrano nemici, ma l’argomento a lei affidato è: “Come stimoli i bambini alla lettura”.

Paola sa come affrontare la prova; infatti si reca nella biblioteca dell’infanzia, prende alcuni libri illustrati e non, fa accomodare  i bambini sulle panchine circolari e inizia.

Intanto rivolge loro alcune domande per esplorare le loro conoscenze, i bimbi ne hanno in quantità qualitativamente diverse, grazie alle sollecitazioni dei propri genitori.

“Che cos’è un libro?” chiede Paola.

“E’ una cosa dove giri le pagine e vedi le figure”.

“E’ il regalo che mi fa la nonna al mio compleanno”.

“E’ quello che mamma prende quando vado a dormire e mi  legge sempre i tre porcellini”.

“Io non ho libri”.

“Il mio quando lo apro, suona una musica”.

E poi altre parole, pensieri di quei piccoli bambini, affidati nel loro presente e nel loro futuro agli adulti!

Paola si rese conto di quanto fosse urgente e necessario approfondire e acquisire le competenze per avvicinare sempre più l’infanzia alla lettura.

Fu così che una volta diplomata, cominciò il suo viaggio nelle biblioteche della sua città ed in quelle dove l’attenzione per il libro era già considerevole.

Intanto era riuscita a diventare insegnante vincendo un concorso, e fu così che Paola inventò un percorso didattico e condusse i suoi alunni come in un viaggio dal luogo di estrazione della carta, alla cartiera, nelle stanze impolverate di alcuni scrittori, dagli editori, dalla tipografia e infine nei nelle librerie ben fornite di libri di tutte le specie.

Quanto vociare allegro fra gli scaffali, sembrava che le voci dei piccoli si confondessero con quelle dei personaggi ben chiusi fra le pagine dei numerosi libri, pronti a fare capolino e giocare con quei piccoli incuriositi da tanta varietà.

Ora Paola e’ in pensione, il suo lavoro è stato impegnativo e incessante, ma ancora viaggia fra gli scrittori un po’ per diletto un po’ per stupore. inedito Ilviaggio3

Tina

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Terza puntata dei racconti inediti dedicati al ritrovamento della Agfa Billy Clak, la vecchia macchina fotografica che custodiva ancora un rollino che sviluppato ha restituito tre foto in bianco e nero. Dal laboratorio “La bottega dello scrittore” il racconto elaborato da Eva Bonitatibus.

inedito ric1E’ successo tutto un bianco giorno di gennaio. Era inverno e il freddo entrava fin dentro le ossa. Ma non avrei rinunciato per nulla al mondo a quel viaggio che sognavo fin da bambina.

Visitare Vienna. La capitale dell’Austria in questa stagione dell’anno è un vero spettacolo!

Da gennaio infatti Vienna si veste a festa e comincia la stagione dei Balli. Io ero lì per quello dei fiori che si svolge nel salone delle feste del maestoso Municipio in stile neogotico il 16 gennaio di ogni anno. L’antico palazzo dalle 1500 stanze si trasforma in un immenso giardino colorato e l’allegria che si respira è contagiosa.

Ero giunta nella capitale austriaca nel pomeriggio inoltrato, dopo un lungo ma piacevole viaggio in compagnia di mio figlio. Scegliemmo il treno per godere appieno del panorama che sfilava davanti ai finestrini in corsa. Attraversammo tutta l’Italia, assaporammo i colori dei paesaggi che mutavano rapidamente. Ci stupimmo nell’osservare il digradare della natura. Pianura, mare, laghi, montagne. In quasi due giorni di viaggio vedemmo tutta la geografia che compone il nostro territorio.   

La neve ci accolse. Imbiancava tutte le strade e l’aria sembrava ferma in attesa della vita che sarebbe esplosa di lì a poco. Non c’era anima viva e le poche orme impresse nel soffice manto lasciavano intuire che la gran parte delle persone preferiva stare al calduccio davanti ad un caminetto acceso con una tazza di te bollente tra le mani. Ma io amavo sentire quell’aria pungente sul viso. Camminare nel silenzio della neve mi faceva star bene. Passeggiai mano nella mano con mio figlio non so per quanto tempo. Ci fermammo davanti ad una vetrina piena zeppa di cioccolatini che scendevano a cascata da alzatine di porcellana bianca disposte su vari livelli. Le famose “palle di Mozart” erano uno spettacolo! Le avevo viste su un portale web, quando cercavo informazioni su quel viaggio che stavo organizzando da tempo, ma vederle dal vivo era tutt’altra cosa.

Le luci dei lampioni illuminavano le strade del centro storico della città e dai caffè disseminati lungo il grande viale proveniva un invitante profumo di dolci allo zenzero. Camminavamo con il naso all’insù guardando la maestosità di queste strutture che raccontavano la loro storia regale e sontuosa. Raggiungemmo presto il nostro albergo, che si trovava in una viuzza della parte antica della città, e dopo aver sistemato i bagagli ci preparammo ad uscire di nuovo per visitare Vienna di notte.

Ai piedi del Municipio, la cui facciata era illuminata da fasci di luci colorati, si apriva una grande piazza occupata da tanti mercatini disposti uno accanto all’altro per la festa del giorno dopo. Lunghi banchetti all’aperto con coperture in legno piene di piccole lucine che si riflettevano nella neve facendola brillare.  

La mia attenzione fu attirata da un banchetto di oggetti vintage e in particolare da una vecchia Agfa Billy Clack. Si trattava di una macchina fotografica a soffietto dei primi anni del ‘900, la stessa che aveva usato mio nonno durante la guerra e che ora chissà dov’era finita.

La Billy Clack che avevo davanti era in ottimo stato. Rivestita in similpelle, aveva il pannello frontale interamente decorato con smalto nero lucido e listelli cromati. Chiesi di poterla vedere meglio e notai qualche segno di ruggine lungo i bordi. Ci passai il dito sopra e sentii la ruvidità del tempo che ne aveva solcato la superficie. inedito ricordi2

Guarda qui, vedi come è bella.

Cosa?

Questa macchina fotografica. Vedi?

E’ tua?

Una volta lo era.

Perché nonno, non ce l’hai più?

No, l’ho perduta per sempre.

Dove nonno?

In guerra…

Mio nonno mi teneva sulle gambe mentre mi sfogliava un libro sulla storia delle macchine fotografiche e c’era l’immagine dell’Agfa Billy Clack, la stessa che aveva usato durante la guerra. Gli si inumidivano gli occhi tutte le volte che mi parlava del prezioso oggetto che era stato il suo compagno di viaggio.  Mi raccontava come cambiava il rullino al buio per non bruciarlo, della luce del mattino per lo scatto perfetto, mi spiegava tutte le caratteristiche di questo modello. Un po’ alla volta mi instillò l’amore per la fotografia che in fondo era un modo non solo per realizzare immagini ma soprattutto per fermare i ricordi. Riponeva poi con cura il libro nella libreria e si rimetteva sulla poltrona a fumare la pipa guardando un punto imprecisato della stanza.

Quella macchina fotografica era molto simile a quella del nonno. Decisi di acquistarla, così chiesi al venditore quanto costasse. L’uomo dall’altro lato del banchetto mi scrutò dal bordo del cappello di lana grigio calato fin sopra gli occhi color ghiaccio.

Una profonda ruga tra le sopracciglia e la pelle solcata ai lati degli occhi mi fece capire che non si trattava di un mercante alle prime armi. Poteva avere all’incirca sessant’anni. Dalla folta barba brizzolata che gli ricopriva il viso spuntò inaspettato un largo sorriso che mostrò una dentatura perfetta e bianchissima. Uno strano contrasto che gli conferiva un certo fascino. Si sporse lentamente verso l’Agfa, la sollevò delicatamente, cominciò a ruotarla per osservarla meglio, come se a comprarla dovesse essere lui. Aveva un paio di guanti di lana neri senza dita e una pesante giacca di panno scuro. Non andava di fretta. Sembrava non temere il freddo che a stare fermi bloccava pure il respiro.

-          E’ un buon affare signora.

Uscì una nuvola di vapore bianca dalla sua bocca.

-          Da dove viene?

Gli chiesi provando un certo imbarazzo per la domanda forse inopportuna per quel tipo di commercio.

-          Me l’ha venduta un signore che aveva bisogno di soldi. E’ un pezzo originale ed è conservata bene.

Mi mostrò l’Agfa. Effettivamente era in buone condizioni e la macchina, tranne la ruggine ai bordi, era veramente perfetta.

-          La prendo, dissi senz’altro aggiungere.

Non provai neanche a tirare sul prezzo. Volevo a tutti costi quell’oggetto che mi aveva brutalmente riportato nel passato facendomi quasi dimenticare il motivo del mio viaggio. Il mercante senza farselo dire una seconda volta ripose la macchina fotografica nella custodia, l’avvolse in una carta da imballaggio marrone e me la porse. Pagai, lo ringraziai e soddisfatta per l’acquisto volsi le spalle e mi allontanai.            

                     

Non aprire mai il rullino alla luce, capito?

Perché nonno?

Perché si brucia la pellicola. Ricorda di fare questa operazione al buio, se vuoi salvare l’immagine.

Ero nella stanza oscura che avevo allestito nel mio appartamento. Di ritorno dal mio magnifico viaggio, maneggiando l’Agfa scoprii che dentro c’era un rullino. Immersa nel buio del mio rifugio preferito lo estrassi e sviluppai le stampe. Comparvero tre immagini in bianco e nero che ritraevano un uomo e una donna in un bosco nei pressi di un corso d’acqua.

inedito ric3Nonno mi racconti quando sei scappato dai campi di concentramento? E’ vero che sei tornato a casa a piedi? Ma non ti sei mai fermato?

No piccola, vieni qui che ti racconto. Riuscii a scappare dai tedeschi che ci tenevano prigionieri insieme a tantissimi altri soldati. Ne approfittai un giorno che un camion che portava  cibo andava via. Salii nel cassone, mi nascosi tra i pacchi e così riuscii a fuggire. Dopo ore di viaggio, prima di un posto di blocco, mi catapultai dal camion in corsa. Mi ritrovai in una campagna sperduta, camminai a lungo inoltrandomi in un bosco, trovai una casetta. Entrai, ma non c’era nessuno. Avevo fame e sete, aprii le scansie, rovistai nelle dispense ma non trovai nulla. Era una casa disabitata chissà da quanto tempo. Trascorsi la notte lì dentro. L’indomani mattina decisi che non potevo andare in giro con quella divisa ormai logora e sporca. Trovai degli abiti, li indossai anche se mi stavano un po’ larghi, e quando sollevai lo sguardo alla ricerca di un berretto vidi una Billy Clack sul ripiano più alto dell’armadio. La presi con me e fuggii.

Mi rigiravo quelle foto tra le mani.

Chi sono? Continuavo a chiedermi. Osservai meglio i loro visi ma le foto, sebbene fossero uscite bene, non erano così nitide. Avvicinai le immagini, le scrutai con la lente d’ingrandimento alla ricerca di qualche dettaglio che mi aiutasse a capire l’identità dei due personaggi. Mi tornava la voce di mio nonno.  

Incontrai una donna. Era bella ed elegante. Aveva la voce soave e la pelle delle mani bianca e morbida. Ero ancora molto lontano da casa, mi mancava la mia famiglia e questa donna mi faceva sentire ancora più forte la loro lontananza. Un giorno che ero particolarmente triste mi invitò a fare una gita ad un lago lì vicino. Voleva aiutarmi a distrarmi regalandomi una giornata di svago. Io portai con me la mia ormai inseparabile Agfa e mi divertii a scattarle qualche foto e ad insegnarle come si facessero. Una bomba esplosa nel villaggio lì vicino ci colse di sorpresa, cominciammo a correre senza sapere dove, e io sopraffatto dalla paura lasciai la mia Agfa a terra.

Non ci potevo credere. Avevo davvero trovato la macchina fotografica di mio nonno? Davvero era lui ritratto in quelle foto? Il cuore cominciò a tumultuare nel petto. Grossi lacrimoni si affollarono negli occhi e non riuscii più a distinguere quei corpi che ora si deformavano senza contorni precisi. La mia gioia era enorme, non ero sicura che fosse proprio lui, ma in quel momento volevo credere di averlo ritrovato. Forse mi ero riappropriata di un frammento della mia storia. O forse no, era solo suggestione mista al desiderio di rimettermi sulle tracce della vecchia Agfa. Tutto mi sembrava  incredibile. Vienna si era rivelata magica e questo ritrovamento aveva trasformato il mio viaggio in una fiaba a lieto fine. In ogni caso.     

Eva Bonitatibus

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inediti ricordo 1

Secondo racconto sul misterioso ritrovamento dell’Agfa in un mercatino di Vienna. In questo numero della Rivista pubblichiamo quello di Polpografo 2015, allievo de “La bottega dello scrittore”, il laboratorio di scrittura organizzato dal Circolo culturale Gocce d’autore a Potenza. Lui comincia così…

Io sono Ismael. Non quell' Ismael,  lui fu più fortunato di me scampò solo al leviatano. Io sono Ismael l'ebreo, scampato a Treblinka dove ho visto atrocità tali da far sembrare una grande balena dei mari australi, che affonda una nave con capitano e equipaggio, solo un episodio da romanzo.

Oggi ho 91 anni e vivo in una grande città europea, dove ci sono migliaia e migliaia di cittadini di tutti i colori e le razze che non devono portare stelle, triangoli o bandierine. perché di fronte al governo di questa civilissima nazione tutti sono apparentemente eguali e con gli stessi diritti.

Io sono un ebreo. Ho 91 anni, e si vede che sono ebreo.

Ho scelto io di portare la Kephia, di digiunare al sabato e di andare a pregare il mio Dio in sinagoga.

Oggi è un giorno importante, è l'ultimo giorno di apertura del mio negozietto di antiquariato, situato ad un angolo della Via dei Carbonai con un vicolo che porta direttamente alla cattedrale di Santo Stefano, non lontano dall'antica Pasticceria Demel. Qui io e Hanna, il mio amore, prima della grande tragedia, spesso prendevamo il tè con una fetta di torta.

Un giorno del 1938, Hanna sparì e non la vidi mai più.

Ormai non ho più la forza di andare avanti, sono decisamente vecchio per il commercio e quindi ho deciso di dare via tutto e vendere il negozio ad una società edilizia che vuol istallare nel mio, e in altri negozietti vicini, uno di quegli orrendi fast food americani.

Ho resistito per molto tempo.  Adesso basta! la cifra che mi è stata offerta è buona e un ottima sanità pubblica mi ha offerto un posto in un buon ospizio per anziani dove trascorrere gli ultimi anni o forse gli ultimi mesi della mia vita.

Ma dove sono rimasto...?  a volte mi capita di perdere il filo del discorso.

 Sono vecchio. Ho 91 anni. Sono ebreo, sono scampato a Treblinka e ho perso praticamente tutti quelli che conoscevo, anche Hanna il mio amore.

Oggi vendo tutto, tutto quello che ho in negozio, anche quella piccola Agfa... quella che ho trovato in un cassetto di un vecchio comodino, a casa mia. La usavo da giovane mi pare, ma non ricordo bene...adesso, però, vi lascio, vedo due persone davanti alla porta... stanno guardando con interesse il cartello che in cinque lingue dice “svendita per chiusura definitiva”.

Sono Marco, vengo da una cittadina del Sud dell'Italia, ho fatto il bancario per trentacinque anni, poi ho deciso di dire basta e di fare altre cose, come  curare maggiormente i miei hobby: la scrittura e la fotografia.  Da qualche mese ho anche un amore, Adriana.

Questo è il primo viaggio che facciamo insieme. Siamo  rapiti dall'atmosfera di questa stupenda città, anche se è un po' fredda, ci piace camminare per le vie del centro cercando di arrivare senza fretta alla grande cattedrale.

Ed eccoci qui, dopo aver preso una cioccolata ed una fetta di torta dalla antica pasticceria Demel, camminiamo sulla Kaltbrunner Strasse (Via dei Carbonai).  Abbiamo deciso di prendere un vicoletto per tagliare fino alla Grande Cattedrale di Santo Stefano,  quando all'angolo vedo la vecchia bottega.

Mi attira il cartello in cinque lingue, di colore rosso, “svendita per chiusura definitiva”, do un occhiata dentro,  guardo il vecchio: è un po' curvo,  magro molto magro, lo osservo meglio, sul cranio ossuto porta la Kephia.

Sussurro ad Adriana “è ebreo!” , lei mi risponde  “....e allora?”.

Io non la ascolto nemmeno ed entro.... classica domanda da turista “parla Italiano?” e lui “un po'” E poi “siete turisti?” e io  dico tra me: ma non si vede? Penso alla mia Nikon che denota, ballonzolando sul giaccone, la mia identità,appunto, di turista.

“si turisti italiani” e lui “gentili, turisti italiani”

“Si gentili turisti italiani” penso ad uno sfottò,  mi irrita un po' la cosa

Mi guardo in giro, e la vedo la piccola Agfa Billy Clapp, gli chiedo quanto la macchina, lui 40 euro

Io sono troppi 40 euro, e lui posso fare 30 e io meglio 25...

E lui “ va bene tu sei contento, io sono contento che Dio ci benedica”  Annuisco sorridendo e  poi gli chiedo “parla bene l'italiano perché?”

Cambia espressione si rabbuia all'improvviso,“ho conosciuto un italiano nel campo...è stato tanto tempo fa, ma adesso basta, andate, sono brutti ricordi...inediti ricordo 2

Sono Ismael, l'ebreo, ho 91 anni, sono sopravvissuto a Treblinka, non ho più nessuno. Non ho più un amore, stasera ho venduto la piccola Agfa,  non ricordo bene, ma forse è la macchina con cui ho fatto le ultime foto alla mia Hanna.

E' venuto il momento di chiudere per l'ultima volta bottega, ho fretta, devo fare le valige, domani mattina un assistente sociale mi verrà a prendere per portarmi in un bel posto al limite di un bosco, confesso di avere un po' di paura, l'ultimo viaggio non è stato così divertente.

Io sono Marco ex bancario e innamorato di Adriana.

Sono tornato a casa, dopo 4 giorni passati a Vienna.

Sorpresa!  Ho trovato un rullino nella macchina.  L’ho tolto nella camera oscura, residuo della passione per fotografia analogica, che ho da più di trenta anni...

Ho ottenuto 4 fotografie.  Ritraevano un uomo e una donna in un posto al limite di un bosco  vicino a uno specchio d'acqua.

Non so chi siano queste persone. Di che razza fossero. Non so se sono morte o vive, ma voglio rendere testimonianza a loro e a tutti quelli che perdono la vita o sono comunque discriminati, rinchiusi, a quelli che fuggono attraversando mari e continenti perché giudicati di razza inferiore.

Polpografo 2015

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inediti agfa i20 1Il ritrovamento di una vecchia macchina fotografica anni ’30. La stampa di vecchie foto contenute nel rullino ancora chiuso raffiguranti un uomo e una donna vicini ad un lago. La città di Vienna come sfondo della storia. Questi gli elementi sui quali hanno lavorato gli allievi del laboratorio di scrittura “La bottega dello scrittore” di Potenza per la redazione di un racconto in cui fantasia e realtà si sono intrecciati mirabilmente, portando ciascuno in luoghi remoti del proprio passato. Oggi vi proponiamo il primo di questa nuova serie intitolato “Frammenti di memoria” scritto da Carmen Cangi.

Natale 2006. Volai per Vienna in compagnia di Elisa, la mia amica di sempre.  Finalmente, dopo tanto tempo, si realizzava il sogno di due adolescenti ormai donne mature. Vienna continuava ad essere la meta agognata di due ragazze romantiche e sognatrici alle quali il tempo aveva aggiunto un tocco di grigio sui capelli. Elisa aveva organizzato il viaggio nei minimi dettagli.

Partimmo di pomeriggio inoltrato. Il volo  durò un batter di ciglia. Vienna  si presentò ai nostri occhi con un  cielo chiuso da grandi nuvole. L’aria era fredda e pungente, ma i nostri cuori erano due fiamme ardenti. Un taxì ci portò all’Hotel prenotato da Elisa. Un palazzone d'un rossiccio sbiadito, dalla forma quasi quadrata, movimentato da tanti piccoli porticati. 

La mattina seguente decidemmo di visitare la città in carrozzella. Eravamo entusiaste! Il cocchiere, con un gesto di tenera attenzione ci passò una coperta che suggellò il nostro affiatamento. E… via alla scoperta della città:  i giardini imperiali, i sontuosi palazzi barocchi, il castello della Principessa Sissi, il bel Danubio, quello blu. Vienna era un museo a cielo aperto. Di tanto in tanto ci fermavamo nei tipici caffè, tutti caratteristici e tutti uguali nel modo di presentarsi:  il tavolino in marmo,  il giornale e un bicchiere d’acqua. Luoghi dove si consumava il tempo e lo spazio,  ma solo il caffè compariva sul conto. Le note di Mozart, Beethoven, Strauss in sottofondo rendevano la sosta ancora più piacevole.

Eravamo ormai immerse in un’atmosfera da sogno, che i profumi del punch fruttato con il vino, del pan di zenzero e  delle mandorle tostate rendevano dolce.  A Natale, di sera, Vienna si trasformava in un incanto stupefacente, con pittoreschi mercatini all’aperto illuminati da luci abbaglianti.  Le bancarelle creavano un vero e proprio labirinto: passarvi in mezzo era una goduria per tutti i sensi. Scegliemmo di visitare inediti vienna 2 il Villaggio di Natale al castello  Belvedere, barocco sia  nell’artigianato che nello stile di vita.  Ci aggirammo quasi smarrite tra le  tante bancarelle  che esponevano  oggetti  d'una bellezza mozzafiato: mobili di fine Settecento intarsiati e decorati a mano, orologi preziosi del XIX secolo con incisioni d’oro, teiere, tazzine e vassoi di  fine porcellana...

La mia attenzione venne catturata , però, da una macchina fotografica carica d’anni. Il venditore sembrava  uscito dal libro “Cuore”; masticava un sigaro spento, come i suoi occhi. La mia presenza sembrava averlo incuriosito. La sua mano vissuta andò decisa verso la macchina fotografica... l’accarezzò... un gesto che per incanto riaccese i ricordi suoi e miei.

Il viso attraversato da profonde rughe sotto una barba incolta accennò  un sorriso, da me subito ricambiato: qualcosa ci accomunava. Ma cosa?…

Scusi… quanto costa quella macchina fotografica” gli chiesi con apparente disinvoltura in un timido inglese.

E lui di rimando: “Secondo lei  quanto può valere?”

Mi rispose in un  italiano perfetto, sorridendomi come una casa che spalanca finestre e balconi.

E’ italiano!... Che fortunata che sono! “ gli dissi con un entusiasmo, pari al suo. ”Lo sono anche io”.

“Lo avevo intuito”, mi rispose e continuò parlandomi di lui.

Sono un fotografo sempre in giro a raccontare le cose belle e brutte con il mio obiettivo. E’ l’occhio del mio cuore. Mio padre, quando mi regalò la prima macchina fotografica, mi disse che avrei dovuto far parlare e suonare le foto...

“ Come è possibile? lo interrupi con evidente stupore:

Se la natura, uomini e cose si esprimono per suoni e parole, mi spiegòcome si fa ad una scolaretta, perchè devono diventare mute in una fotografia? Se si capisce questo, si è in grado di fotografare tutto”.

Ho capito”.. . commentai convinta. “ Lei con il suo obiettivo riesce a cogliere le magie della vita che non sempre sono spettacolari, appariscenti!… A volte si nascondono nelle sfumature di gesti quotidiani... Grazie... grazie, per avermi svelato un segreto sconosciuto ai più”.

Questo dialogo aveva creato un’intesa complice tra noi due, che mi permise di azzardare: “Allora...me la vende la macchina?

E lui: “Come posso dirle di no? La macchina è un pezzo di me e non potrò portarla nella tomba. Lei è entrata nel mio cuore con le sue parole che vengono da molto lontano... Parole mai sentite prima, che hanno colpito quel pezzo di me che la macchina rappresenta...

Arrossii di gioia..io che avevo sempre pensato di non saper entrare nei pensieri degli altri, mentre l’anziano signore dopo un sospiro più lungo del Danubio, continuò a parlarmi.

Mi aveva chiesto quanto potesse valere!... Certe cose sono come i sentimenti...Può dire quanto costa un ti voglio bene? ...No. Questa macchina è un sentimento che, ne sono certo, lei saprà continuare a far parlare. I miei occhi, le mie mani saranno con lei tutte le volte che l’obiettivo la spingerà a fotografare..

A questo punto pensai: “O sono matta, oppure stò vivendo una fiaba..”

Con un gesto solenne mi consegnò la macchina fotografica dicendomi: “è sua!”

Ma...allora...non ero matta!...allora stavo vivendo una fiaba vera?

Mezza intontita gli chiesi: “Quanto... le... devo?...”

Pagherebbe uno che le desse il suo amore? Certamente no... Come si pagano i sentimenti?...

Risposi alla sua domanda con un bacio sulla guancia, caldo come la ceralacca quando chiude una busta contenente parole preziose.

Lo lasciai, ma non del tutto.

La passione per la fotografia l’avevo ereditata da mio nonno materno. Nelle sue fotografie sembrava quasi possibile leggere il pensiero delle persone.

Un giorno gli chiesi: ”Nonno sai fotografare anche i sogni?”

“ Si, certo “ mi rispose con la più grande naturalezza.

Come si fa?” replicai incuriosita.

Lui guardandomi negli occhi disse: “ Bambina mia, per fotografare i sogni basta pensarli uno per uno così come vivono ammucchiati nella tua testolina bionda. Per te sarà più facile perché i tuoi capelli riccioluti impediranno loro di cadere e di allontanarsi da te. Un clic li fisserà per sempre sulle tue mani, perché possa farne cibo quotidiano.”

Custodiva, come una reliquia,  la sua macchina fotografica sul comò tanto caro a nonna. Nessuno dei  nipoti poteva sfiorarla.  Il privilegio di  spolverarla, di tanto in tanto,  lo concedeva solo a me; probabilmente aveva intuito che il mio interesse per la fotografia era autentico. 

Un giorno la macchina scomparve dal comò. Scoprimmo, dopo la sua morte, che l’aveva regalata al figlio del fotografo del paese, emigrato per  lavoro in Austria . Quei pensieri mi accompagnano per un lungo tratto di strada.  Per caso mi accorsi che  la macchina fotografica  conteneva ancora  la pellicola, e,  notai che era una ”AGFA Billy Clack”  come quella  di  mio nonno. Strano! mi dissi.

Entrai nel  primo negozio fotografico che trovai lungo la strada.  Elisa mi seguì, senza parlare: aveva capito che stava succedendo qualcosa di importante. Pregai il proprietario  di sviluppare  subito la pellicola . Capì la mia apprensione e  si diresse spedito nella camera oscura. Poco dopo uscì con tre fotografie. Le guardai con trepidazione, senza capire il perché.  Erano tre immagini  di un uomo e una donna in un bosco nei pressi di un fiume.inediti lago 3 Non erano sfuocate ma volti e paesaggio sfumavano in un velo di nebbia. Un brivido mi pervase tutta: stava accadendo un piccolo grande miracolo.  In ogni foto c’era un ricordo custodito, l’ombra del viso sorridente di mio nonno era ormai svanita, ma era parte di me. 

E lì in quella pellicola ricca di sfumature,  magicamente si  stava ricostruendo  il tempo della memoria passata. Le foto ritraevano chi era entrato ed uscito dalla mia vita e chi aveva lasciato una traccia nel mio cuore. L’uomo sembrava farmi un occhiolino complice, la donna era la fotocopia di mia madre: erano  nonno Michele e nonna Filomena!... Non capivo più niente! Il mio cuore era diventato un affluente del Danubio.   La macchina fotografica era quella di mio nonno e…  Vienna me l’aveva restituita. 

Il filo della memoria è pieno di nodi, rimandi, grovigli.  Ci sono dei momenti in cui resiste a tutte le sollecitazioni, altri in cui si srotola tutto sul pavimento, svelando i segreti che una pellicola  aveva conservato a lungo, al riparo di cuori e pensieri estranei. Fu ciò che accade in quel viaggio. Ritornammo a casa felici ed appagate.

Quella vecchia macchina fotografica non aveva mai lasciato nonno Michele di cui era diventata corpo, pensieri e desideri.

Carmen Cangi    

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Scrittori a confronto seconda parte. Oggi pubblichiamo il secondo racconto prodotto nel corso del laboratorio di scrittura “La bottega dello scrittore” di Gocce d’autore contenente alcune parole obbligatorie (mendicante, laguna, Ciacco, tre persone con lo stesso nome, libro, quadro, pianoforte, baco da setola, cuore altrove, scrittore senza fortuna, scrittore in cerca di ispirazione). Questo è il secondo racconto che ha come titolo “Il cuore dello scrittore” di Enzo D’Andrea. Aspettiamo i vostri commenti e magari potrete cimentarvi anche voi e inviarci i vostri racconti all’indirizzo mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Li valuteremo e li pubblicheremo volentieri!

inedito cuore scrittore 1

C’era una volta – e forse c’è ancora – uno scrittore, che possedeva una casa su un’isola minuscola, solitaria come fungo unigenito collocato proprio in mezzo a una vasta laguna.

Spinto dal desiderio di isolarsi dal mondo per poter scrivere qualcosa di originale, il nostro scrittore si era ormai abituato all’ insolita sistemazione.

Esagerato! Penserete.

Forse. Tale, però, era la sua decisione.

Qualunque sia la vostra opinione, la cosa gli giovava molto.

Le idee, infatti, come per magia si tuffavano a capofitto dal cervello direttamente nel piatto in cui mangiava. E da lì... Puffete!... sul foglio bianco.

Mai come in quel periodo, lo scrittore riusciva a scrivere, scrivere e ancora scrivere, con straordinaria facilità.

Il suo ultimo colpo di genio gli aveva consentito di inventare un racconto per bambini, il cui protagonista era niente di meno che un baco da setola.

Un baco da setola?.

Proprio un baco da setola.!!

Il simpatico animaletto, infatti, non produceva la delicata e ricercata sostanza sericea che tanto lo ha reso famoso, ma vere e proprie setole, simili in tutto e per tutto a quelle che si utilizzano per fabbricare le spazzole. Inutile dirvi quanto dolorosa fosse tale produzione: le setole erano dure, spesso lunghe e rigide – si ammorbidivano un po’ solo a contatto con l’aria.

Il risultato della faticosa prova narrativa aveva soddisfatto moltissimo l’autore, che si compiaceva ogni volta che rileggeva l’incredibile storia che aveva scritto.

Ogni giorno, puntuale all’alba, arrivava un vecchio barcaiolo che riforniva l’unico abitante di quella sperduta isoletta di tutto ciò che gli serviva per vivere e comunicare con il resto del mondo.

Quel mattino, dietro le brume, che si levavano dalle acque placide della grigia laguna, lo scrittore vide che il barcaiolo non era solo. L’uomo, che fendeva in continuazione le acque con possenti colpi di remo, era infatti accompagnato da tre signori. Chi potevano mai essere?

La barca non era ancora arrivata a riva, che il nostro scrittore si era già precipitato sul pontile, impaziente.

Cos’era quella novità? Chi veniva a turbare la quiete dell’isola e a compromettere la sua ispirazione?

Chi erano i tre signori vestiti tutti allo stesso modo: abito elegante, redingote scura, pantaloni grigi, bombetta, barba caprina e monocolo? Sembravano ognuno la copia degli altri.

Sorpresa! Sorpresa! Sorpresa!

Erano i proprietari della Casa Editrice S, S, & S: Samuel Smith, Samuel Smith, Samuel Smith. Si chiamavano tutti e tre così, ma tra loro non c’era parentela alcuna.

Che sia ammattito di colpo? Pensò il nostro povero scrittore.

Dovrete ammettere che la circostanza fosse davvero strana.

I tre, incuranti di quanto apparisse sorpreso lo scrittore, iniziarono con superbia a spiegargli il motivo dell’insolita visita.

I signori Smith altri non erano che i soci della S, S, & S:, la casa Editrice che pubblicava i racconti dello scrittore.

Mai, fino a quel momento, egli aveva mai conosciuto chi stampava i frutti delle sue fatiche letterarie.

         Migliaia di lettere piovevano nella cassetta postale della casa Editrice. Lettere di lamentele, addirittura offensive. Il concetto che esse esplicitavano, in modi differenti e non sempre signorili, era sempre lo stesso: ogni storia era stata copiata.

Non c’era una, e dico una, originale.

Il nostro povero e sfortunato scrittore non sapeva come difendersi da quell’accusa infamante. In fondo, qualche volta si era solo ispirato alle storie scritte da altri. Gli erano sembrate così belle! E poi, diciamolo pure, non sarebbe stato nemmeno il primo a farlo, perché tanti lo avevano fatto prima di lui e tanti avrebbero fatto lo stesso anche in seguito.

inedito cuore scrittore 2

I tre soci omonimi e omologhi - che messi uno di fianco all’altro somigliavano a tre spaventapasseri imbellettati, o ancora degli impresari di pompe funebri, o cose similmente allegre, dopo aver redarguito aspramente il loro autore andarono via, con la stessa aria di sussiego e la stessa supponenza che avevano mostrato al loro arrivo.

E, forse, per colmare l’enorme sensazione di vuoto, che il nostro sfortunato scrittore fu preso da una irrefrenabile fame.

Da letterato provetto qual’era, si sentì quasi novello Ciacco. Sì, proprio quel Ciacco immortalato da Dante, famoso per il legame indissolubile col cibo e per la goduria della gola. Doveva risolvere quindi il problema più impellente. Forse, immaginiamo, avrà pensato che per i problemi di lavoro, come per il morire, c’era sempre tempo.

Dove reperire qualcosa da mettere sotto i denti?

Come lampo in una buia notte di tempesta, improvviso gli balenò in mente che nel pacco consegnatogli dal barcaiolo ci sarebbe dovuto essere anche del cibo.

Scartò in fretta e furia l’involucro, scoprendovi dentro qualcosa che lo fece rabbrividire: un cuore, un crudo muscolo di colore vermiglio, vivo e disseminato di venature chiare, bluastre, lucide e viscide come la pelle di un serpente bagnato.

Un cuore. Non un immobile, freddo ammasso di carne; ma vivo, pulsante.

Terrorizzato, si allontanò dal tavolo. Quando…Ecco, inaspettato, un bussare alla porta.

Toc, toc, toc.

Uno, due, tre volte.

Cosa altro poteva capitare al nostro incompreso e affamato scrittore?

Imboccò le scale che conducevano all’ingresso e, aperta che ebbe la porta, si trovò dinanzi la sagoma dimessa e malandata di un mendicante. Giacca sdrucita, pantaloni consumati all’altezza delle ginocchia, capelli scarmigliati e barba malfatta.

Prima che lo scrittore potesse aprir bocca, il mendicante lo supplicò di farlo entrare, perché doveva riprendersi un oggetto che un tempo gli era appartenuto.

Giunto al piano superiore, sembrava fosse vissuto da sempre in quella casa, si avvicinò al tavolo su cui era poggiato l’involucro, e preso con delicatezza il cuore tra le mani callose, se lo avvicinò al petto, nascondendolo sotto la giacca.

Cominciò, quindi, un lungo racconto.

…Uno scrittore di talento scriveva sempre, comunque e ovunque si trovasse, ispirandosi a ciò che gli dettava il cuore.

Le sue storie erano molto apprezzate e spesso venivano imitate perché raccontavano ciò che ciascun autore avrebbe voluto dire.

Con voce malinconica, cominciò a narrarne qualcuna.

Una di esse aveva come protagonista proprio un baco da setola!

- Era così bella, che mi sono convinto di averla scritta io - esclamò il solitario scrittore dell’isola, dovendo ammettere per forza davanti all’evidenza.

Sai - continuò il mendicante - rubare i miei racconti è stato un po’ come portare via il mio cuore. Un cuore che, per lungo tempo, è stato altrove, ed ora è finalmente giunto il momento di riprendermelo.

- Come posso rimediare al danno, alla sofferenza che ti ho causato? - chiese lo scrittore affranto e mortificato.

         A quella richiesta, il mendicante estrasse dalla giacca un grosso volume rilegato in una pelle sgualcita.

Come potesse nascondere quel malloppo sotto la giacca, era un mistero.

         Non sono forse i misteri l’anima delle storie?

Dopo avergli dato il volume, il mendicante ordinò allo scrittore di sfogliarlo.

In preda a uno stato confusionale, questi obbedì.

Meraviglia delle meraviglie!

Nello sfogliare, lo scrittore vide solo pagine ingiallite dal tempo, immacolate, prive di qualsiasi scritta, ma ricche di illustrazioni, disegni, figure di ogni genere.

Queste pagine potranno essere la fonte della tua ispirazione - disse a quel punto il mendicante - osservale con cura e scrivi soltanto quello che la tua mente e il tuo cuore ti suggeriscono.

E così come era arrivato, all’improvviso si allontanò.

Nel silenzio generale della notte, si sentirono solo i suoi passi leggeri sui gradini della scala di legno.

Quando lo scrittore, ripresosi dallo stato di confusione in cui era precipitato, si affacciò alla finestra, lo sconosciuto era già arrivato sulla riva opposta, laddove iniziava la terraferma.

La laguna era diventata d’un tratto attraversabile in un battito d’ali.

Solo dopo molto tempo, lo scrittore riuscì a staccare gli occhi da quel magnetico specchio d’acqua, senza trovare alcuna risposta alle domande che affollavano la sua mente.

Una profonda consapevolezza si stava, però, facendo strada dentro di lui.

Si avvicinò al tavolo su cui c’era il volume, aprì la prima pagina e vide raffigurato:

un libro, un quadro e un pianoforte.

A quel punto, non ebbe più dubbi. Sarebbero stati loro i protagonisti della sua prossima storia.

Una nuova possibilità gli era stata concessa, una nuova fonte d’ispirazione gli avrebbe permesso di esprimere ciò che veramente era suo e apparteneva al suo mondo.

Prese la penna e cominciò a scrivere. C’era una volta un bambino che possedeva, un libro, un quadro e un pianoforte da cui non voleva mai separarsi….

Come continua? Ve lo dirò la prossima volta…

 

Enzo D’Andrea

 

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Scrittori a confronto. Pubblichiamo da oggi, nella sezione dedicata ai racconti inediti, alcuni elaborati degli allievi del laboratorio di scrittura “La bottega dello scrittore” di Gocce d’autore. Si tratta di racconti di fantasia che contengono al proprio interno alcune parole obbligatorie (mendicante, laguna, Ciacco, tre persone con lo stesso nome, libro, quadro, pianoforte, baco da setola, cuore altrove, scrittore senza fortuna, scrittore in cerca di ispirazione). Questo è il primo che ha come titolo “Le parole perdute e ritrovate”. Aspettiamo i vostri commenti e magari potrete cimentarvi anche voi e inviarci i vostri racconti all’indirizzo mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Li valuteremo e li pubblicheremo volentieri!

 

inedito foglievento“Uno sbuffo d'aria polverosa smosse appena il cumulo di foglie secche ferme ai margini del marciapiede. Qualcuna rotolò e dopo uno, due balzelli si fermò poco più avanti. Una folata più forte le portò su in alto, le fece turbinare e d'improvviso le lasciò cadere per terra. Gli occhi socchiusi di un mendicante seduto a terra con le gambe incrociate osservò la scena e, tra il fogliame inerte, scorse alcune parole stracciate in mille pezzetti. Si alzò per raccoglierne i frammenti ma le parole presero a rotolare dietro alle foglie spinte da un nuovo impeto di vento. Tornarono ad adagiarsi sul marciapiede e quando il mendicante fu sul punto di afferrarle il vento tornò ad alitare su di loro trasportandole lontano. 

Sulle ali del vento le parole stropicciate e intirizzite dal freddo viaggiarono a lungo, sorvolando i tetti e i cieli, attraversando il giorno e la notte. Planarono sull'acqua di un fiume e sospinte dalle onde finirono in una laguna. Le parole, come tante barchette, attraversarono il corso d'acqua fin quando finirono nel retino di un pescatore insieme a pesci di varia misura. In men che non si dica, le povere parole inzuppate si trovarono sul ripiano di una cucina di un ristorante la cui specialità era appunto il pesce fresco. Tra i suoi clienti c'è n'era uno fisso, un tale Ciacco, che andava matto per il luccio in salsa fiorentina. Gli servirono la portata ed egli cominciò ad assaporare la pietanza emettendo gorgoglii di piacere, quando ad un certo punto sentì qualcosa risalirgli in bocca. Si cacciò le dita in gola e tirò fuori un filo di parole legate tra di loro. Con la bocca spalancata tirava e tirava, il filo sembrava non finire più. Le parole si ammucchiavano nel piatto sotto gli occhi attoniti di tutti e Ciacco allarmato chiamò il cuoco che accorse spaventato. A placare il trambusto che inevitabilmente si generò, furono i tre artisti che allietavano le serate del locale. 

Il nome, oltre alla passione per l'arte, accomunava i tre personaggi: Andrea. Uno suonava il pianoforte, l'altro dipingeva quadri, l'altra recitava poesie tratte da un libro ormai consunto. Fu proprio quest'ultima che avvicinandosi a Ciacco riconobbe le parole nel piatto. Le prese una ad una, le sparse sul quadro del pittore e sui tasti del pianoforte. Diventarono parole in bianco e nero che cominciarono a saltare da un martelletto ad un altro, finendo tra le righe delle pagine del libro che Andrea prese a sfogliare. inedito Pianoforte

"Il mio cuore è da un'altra parte. Non abita più qui, non palpita più per questo cielo che mi sovrasta e mi opprime. Il mio cuore è in un altrove che ancora non conosco e che spero mi porti verso la felicità."

Erano le parole di una scrittrice finlandese, Rosa Liksom, che cercava fortuna vendendo le proprie parole scritte nei libri. Ma le parole che si vendono non regalano la felicità. Così, oltre a vendere poco i suoi libri, era afflitta dai critici letterari troppo severi con lei. In particolare dicevano che si rifacesse troppo agli scrittori russi e che le sue storie non fossero così originali. Le parole di Rosa, uscirono dalla sensuale bocca di Andrea ed andarono fuori. Ripresero a volare legate ad un aquilone nella piazza antistante il ristorante, e il vento, ancora una volta, le portò lontano. inedito farfalle

Finirono in un gelseto tra more di gelso e nidi di farfalle. Ai rami erano attaccati bozzoli tondi da cui spuntavano setole variopinte. Erano bachi da setole da cui sarebbero nate farfalle pelose, specie rara di falene. Schiusi i bozzoli, le parole si misero in groppa alle farfalle pelose e intrapresero un nuovo viaggio. Finirono nella casa di uno scrittore, un certo Jack London, che non riusciva a scrivere le proprie storie se non immergendosi nei quadri che ritraevano volti di fanciulle. Stava li a fissare un quadro appeso nella penombra della sua stanza, e cercava di capire cosa quella donna dai profondi occhi neri gli stesse dicendo. I minuti passavano inesorabili nel silenzio dell'assenza di parole da scrivere, ma all'improvviso nello studio fecero irruzione decine di farfalle variopinte. Volarono intorno alla scrivania dello scrittore e le parole una ad una andarono ad adagiarsi sui fogli bianchi sparsi a casaccio.

 

Jack si ridestò, prese uno dei fogli e lesse: "L’ispirazione non puoi stare ad aspettarla. Devi inseguirla con un bastone”. Fu così che capì cosa guardare attraverso il ritratto davanti a se' e cominciò a scrivere la sua storia.

"C'erano una volta le parole perdute e ritrovate".

Eva Bonitatibus

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Alina

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racconto inedito 3Mi chiamo Marco e ho venticinque anni.

Una volta avevo un fratello.

Per un certo periodo è stato come se non l’avessi più.

Un giorno qualcuno me l’ha restituito.

Questo qualcuno si chiama Alina.

Alina è una dolce ragazza che viene dalla Romania.

Ha un viso delicato, capelli corvini e due occhi neri come la pece, ma di quel nero che non ha nulla di cattivo in sé, anzi ti culla e ti fa sentire protetto.

Mio fratello Sergio, di un anno più piccolo di me, ha trascorso la sua adolescenza tra campi di calcio, discoteche, ragazze e viaggi.

Sergio un tempo non stava mai fermo, era sempre impegnato in qualcosa e non lo vedevi mai annoiato. Oggi, Sergio non può più muoversi con la stessa facilità di una volta.

Sono ormai tre anni che, a causa di una rara malattia genetica, ha perso la vista.

Insieme alla vista, però, mio fratello ha perso qualcosa di più importante: la voglia di vivere; dal momento in cui ha preso coscienza del suo nuovo stato, ha preferito non accettarlo.

Punto.

La sua risposta a questa brutta novità è stata quella di mettersi seduto – o sdraiato, se era il caso – senza pensare più a niente.

Almeno in apparenza.

Sono convinto tuttora che anche in quei momenti d’immobilità il suo cervello fosse attivissimo nell’elaborare una spirale di pensieri negativi.

La sua unica preoccupazione, in quel periodo, fu quella di lasciar sedimentare la propria vita in una stanza, restando il più possibile solo con se stesso e ricorrendo alla gente che gli è vicina solo per le proprie esigenze materiali.

Così, pian piano, Sergio ha finito per allontanarsi da tutti e da tutto, diventando scontroso e irascibile, apatico e meno vivo dei mobili che occupano la sua stanza.

Ho provato a stargli vicino – certo! Non avreste fatto così anche voi? – ho tentato di farmi ascoltare, di dialogare. Credete sia servito a qualcosa? Niente, tutto inutile.

Un giorno in cui lo pungolai più del solito, Sergio si arrabbiò davvero e mi rispose: «Che ne sai tu? Me lo dici una buona volta? Che cosa puoi saperne tu di svegliarti la mattina, aprire gli occhi e vedere tutto buio intorno a te, come se fosse ancora notte e stessi ancora dormendo, con uno straccio nero a coprirti la vista tutte le sante ore del giorno?».

Rimasi di sasso, sorpreso da quell’aggressione ma non più di tanto, perché in fondo me l’aspettavo. La vera batosta arrivò subito dopo. Quello che non mi aspettavo, infatti, fu l’epilogo dello sfogo.

Prima ancora che potessi formulare una risposta che avesse un senso, Sergio rincarò la dose: «Sai cosa mi ha detto qualche giorno fa un bastardo che non mi rivolgeva più la parola da anni? Mi ha telefonato apposta per dirmi che ora posso sbraitare quanto voglio, tanto sono e resterò per sempre un cieco di merda… E che lui la mattina quando si sveglia il sole può vederlo… Io invece me lo posso solo sognare! Hai capito? No, non credo… Che ne potete sapere tu e gli altri? Perciò vai via e lasciami stare, che non potrai mai capire…».

Ammutolito, lasciai Sergio da solo con le sue lacrime di rabbia.

Non potei consolarlo perché in quel momento ero impegnato a piangere le mie lacrime, causate dalla rabbia nel vedere quanto quella maledetta malattia avesse trasformato mio fratello, e non solo dal punto di vista fisico.

E dal quel giorno io e lui non ci siamo più rivolti la parola.

Parlavo solo con i miei genitori e, anche quando ero costretto ad aiutarlo, per esempio ad andare in bagno, lo facevo senza spiccicare parola. Come un servo muto.

E altrettanto faceva lui. Ma con sdegno, come se il guaio capitatogli fosse colpa mia, in realtà.

Le cose hanno avuto quest’andazzo per mesi fino a quando, esasperati, i miei genitori non provarono ad associargli una persona estranea, qualcuno che fosse in grado di aiutarlo a superare quello stato d’animo e recuperare un minimo di voglia di vivere.

Agli occhi dei miei, il peggio era questo suo lasciarsi andare, questo morire lento e ingiustificato che li feriva ancor di più dell’handicap.

Ci affidammo a un centro di assistenza per non vedenti, dal quale ci assicurarono la disponibilità di personale adatto al nostro caso.

La scelta sarebbe dovuta cadere su una persona seria, affidabile e soprattutto dotata di grande pazienza. Mi aspettavo, da un momento all’altro, di vedermi per casa una donna cinquantenne, tanto abbottonata sulle proprie cose private quanto impicciona per quanto riguardava i fatti degli altri. Non so perché avessi in mente un tipo del genere; ebbi la prova di quanto mi sbagliavo quando ho conosciuto le persone che ci inviarono dal centro: ognuna di esse si scostava di molto da quella raffigurazione. In positivo o in negativo.

Dopo poco tempo ci rendemmo conto che i tentativi andavano tutti a vuoto. A causa del comportamento scontroso e a tratti insopportabile di Sergio, dopo uno al massimo due giorni, tutti i candidati rinunciavano.

 

racconto inedito 2I miei genitori stavano per gettare la spugna, quando saltò fuori l’ultima possibilità.

Si trattava di una ragazza poco più che ventenne. Non era italiana e, nonostante la giovane età, quelli del centro ci assicurarono che aveva già una lunga esperienza nell’assistere i non vedenti. Ci dissero anche che aveva capacità particolari; non riuscivo a immaginare quali fossero né quelli del centro scesero troppo nei dettagli. Me ne resi conto solo in seguito di quali fossero queste capacità, e senza comprenderle a fondo.

Ai miei genitori importava solo il bene di Sergio, per cui accettarono di buon grado. Io accolsi con scetticismo quell’ultimo tentativo, convinto che sarebbe fallito miseramente come gli altri.

Un freddo mattino di gennaio però, quando Alina varcò per la prima volta la soglia della nostra casa situata a pochi chilometri dalla città, una strana sensazione s’impossessò di me. Fu una cosa passeggera, senza alcuna spiegazione plausibile; appena la vidi, quella ragazza m’ispirò fiducia. E Amen.

Alina viveva in Italia da quasi un anno; per raggiungere la propria famiglia, che già vi abitava, aveva sostenuto un lungo viaggio da sola.

La madre fu la prima a lasciare il suo Paese e lavorava da anni in casa di una coppia di signori di mezz’età; il marito e il figlio maggiore (padre e fratello di Alina, rispettivamente) si trasferirono dopo di lei e all’epoca erano operai in una fabbrica in cui si lavorava il legname.

Oggi, sinceramente, non so proprio che fine abbiano fatto.

Dopo la partenza dei familiari, Alina è rimasta in Romania vivendo insieme alla nonna; lì ha studiato e ha svolto un’intensa attività di volontariato.

Quel giorno di gennaio, Alina entrò in casa mia con molta discrezione. Attribuii quell’atteggiamento a un’eccessiva timidezza. Sembrava aver paura di far rumore, anche solo col proprio respiro. Era minuta e graziosa. Oltre al suo aspetto esteriore, quando la vidi mi colpì la sua pacatezza, così insolita a quell’età in cui molti sono esuberanti e avventati – me compreso.

Alina aveva inoltre un modo tutto particolare di muoversi, di guardarti mentre ti ascoltava e, quando parlava, emetteva un suono che pareva legato non solo alle vibrazioni della voce; ogni volta che apriva bocca era come se le particelle dell’aria circostante si mettessero a vibrare all’unisono col suo timbro vocale.

Quella ragazza portava con sé la millenaria saggezza della sua gente.

Alina cominciò a frequentare la nostra casa e il suo compito, fin da subito, mi parve proibitivo. Sergio la trattava male, spesso senza nemmeno aprir bocca. Erano, infatti, numerose le occasioni in cui, anziché parlare, si ostinava nel suo mutismo e reagiva buttando giù roba dalle mensole e dai tavoli, o scalciando sedie e poltrone.

Eppure, nonostante mio fratello le riservasse tale atteggiamento, lei non fece mai una piega. Ed io mi chiedevo, in continuazione: «Ma come fa a sopportarlo?».

Alina continuava a frequentare casa nostra, portando sempre con sé una grande serenità interiore, come se niente e nessuno al mondo potesse scalfirla.

L’unica cosa che cambiava, giorno dopo giorno, fu la sua determinazione. I suoi occhi neri e profondi lanciavano barlumi, luccichii improvvisi, come se fossero lampi, impulsi di una volontà incrollabile, quasi disumana.

E quante volte mi sono ritrovato a pensare: «Ma perché una ragazza così giovane e carina perde il suo tempo appresso a queste cose, e non manda al diavolo tutto? Perché non se ne va via, magari sbattendo la porta, che ne avrebbe in fondo anche la ragione, visto il modo in cui la tratta mio fratello?».

Ma lei niente, imperterrita continuava con pazienza ad accudire Sergio.

Un giorno qualcosa cambiò. Mi accorsi che le crisi di Sergio diminuivano e la barricata che ergeva tra sé e gli altri, e ancor di più tra sé e Alina, stava cedendo.

La dura scorza che ricopriva il suo cuore iniziò a sgretolarsi. Non che fosse chissà che cosa, ma la sensazione che provai fu la certezza di un cambiamento. In meglio.

Sergio trascorreva alcune ore chiuso nella sua stanza in compagnia di Alina, senza che nessuno li disturbasse.

A un certo punto qualche malizioso pensiero avrà sfiorato la mente dei miei genitori. Su questo non posso scommetterci, in tutta sincerità.

Per quanto riguarda me, posso giurare che un fugace pensiero malizioso ci fu. Tanto che, un pomeriggio, mi arrischiai a spiarli.

Non che mi aspettassi chissà cosa, ma la curiosità era davvero forte.

Aprii con estrema cautela la porta della camera di Sergio, uno spiraglio di luce sufficiente a farci passare a malapena una piccola mazzetta di banconote.

Compiendo sforzi enormi come quando da piccolo spiavo dai buchi delle serrature, sono riuscito a sbirciare nella stanza. Dal mio punto di vista si vedevano chiaramente il letto e due sedie accostate a esso.

Sergio e Alina stavano seduti su quelle sedie, l’uno di fronte all’altra, con gli occhi chiusi.

O meglio, Alina li teneva chiusi, mentre per Sergio doveva essere solo un vecchio riflesso incondizionato. Per lui tenere le palpebre alzate o abbassate non cambiava nulla.

I due non parlavano. Sembravano non essersi nemmeno accorti del mio occhio indiscreto.

Chiusi la porta e mi allontanai per paura che, nonostante cercassi di essere prudente, si rendessero conto della mia presenza.

Il giorno dopo, però, ripetei l’azzardo.

Aprii uno spiraglio nella porta e sbirciai all’interno.

I due erano nella stessa posa che avevano il giorno prima; a differenza dell’altra occasione però, questa volta Alina toccava il volto di Sergio, con delicatezza. Le sue dita scivolavano leggerissime sulle palpebre, sfiorando poi la linea del naso, fino a giungere sulle labbra. Qui sostavano racconto inedito 1per una frazione di secondo lungo la linea della bocca, per poi ridiscendere verso il mento e infine sul collo.

Terminato il percorso, le dita risalivano e ripetevano lo stesso tragitto di prima.

A un certo punto Alina disse, nel suo italiano ancora incerto: «Ora tu prova… di fare come me» e, vincendo con delicatezza la ritrosia e l’imbarazzo di Sergio, gli prese la mano e se la portò al viso.

Alina collocò la mano di Sergio sulla propria fronte, guidando le dita di mio fratello in un movimento tale da esplorarle tutto il tratto che andava dall’attaccatura dei neri capelli fluenti fino alle delicate sopracciglia.

«No è dificcile…», commentò Alina. Sorrisi nell’udire quella sgangherata pronuncia.

Sergio muoveva incerto le dita, restando in silenzio. Dal suo atteggiamento traspariva un certo imbarazzo.

La sua mano seguiva le curve del volto, sollevando e posando più volte la punta delle timide dita sulla pelle delle palpebre, poi sulle guance fino a seguire la delicata morfologia del naso, e risalendo verso l’alto fino all’arcata delle sopracciglia e di lì scendendo di nuovo sugli zigomi.

A un certo punto, Sergio ritrasse la mano come se avesse toccato qualcosa di proibito. Fu come se si fosse accorto all’ultimo istante che stava varcando la soglia di un tempio sacro e proibito.

Alina allora prese la mano di mio fratello nelle sue e se la portò all’altezza delle labbra.

Sfiorandole con i polpastrelli, Sergio seguì la linea delle labbra carnose di Alina, andando da un angolo all’altro della bocca e poi ridiscendendo verso il mento.

«Hai visto?» gli sussurrò Alina, «Ora io fare altra volta come tu».

La ragazza, sempre tenendo gli occhi chiusi, sollevò una delle sue mani e posò le dita sul viso di Sergio, iniziando lo stesso percorso che prima mio fratello aveva compiuto sul suo.

Io osservavo, incuriosito, l’espressione che si era dipinta nel frattempo sul volto di Sergio. Giuro, era da tanto tempo che non lo vedevo così sereno e rilassato.

Quando ebbe finito, Alina aprì gli occhi e si avvicinò al volto di mio fratello.

«Ora va bene? Se vuoi noi fa lo stesso domani» gli disse, con gran pacatezza.

La sua voce sussurrata, nel silenzio di quella stanza, ebbe lo stesso effetto di una frase detta ad alta voce.

Sergio infatti sussultò, come se si risvegliasse da un sonno profondo.

Subito dopo parlò con un tono gentile che non gli riconoscevo da tempo, pur dicendo semplicemente: «Va bene».

Alina si alzò in piedi e io, nel timore di esser scoperto a curiosare, chiusi all’istante lo spiraglio della porta.

Mi recai in fretta nella mia stanza, mettendomi a riordinare alcune cose fuori posto. Cercai di fingere di essere impegnato.

Dopo qualche secondo, sentii Alina che salutava i miei e lasciava la casa.

Anche se mi sforzai di apparire tranquillo, quella sera a cena mi sentii innaturale.

Era chiaro che quanto avevo potuto osservare mi lasciava interdetto e incuriosito.

Eppure non si trattava di una sensazione spiacevole. Non so per quale motivo, ma in quel momento maturai la convinzione che doveva trattarsi di qualcosa di positivo; questa convinzione mi tranquillizzò.

Non dissi nulla ai miei.

Preferii scoprire da solo di cosa si trattava.

Da quel giorno, ogni volta che mi trovavo a casa e Alina era insieme a Sergio, mi misi a spiare ciò che facevano.

La scena cui avevo assistito si ripeté di continuo.

A volte i due se ne stavano seduti, a volte in piedi nei pressi della finestra.

In ogni occasione, essi ripetevano quella delicata esplorazione del proprio viso.

Ogni volta Sergio sembrava imparare qualcosa da Alina, e Alina s’immedesimava in quello che provava mio fratello.

Inutile aggiungere che cercai di fare sempre la massima attenzione per non farmi sorprendere in quell’atteggiamento infantile.

Li spiavo e davo per scontato che, così facendo, loro non si accorgessero della mia presenza.

Un pomeriggio ebbi, tuttavia, la prova di quanto mi sbagliavo. Alina, mentre Sergio le toccava il viso con le dita, rivolse all’improvviso lo sguardo verso la porta.

Seppur io non possa escludere a priori che potesse notarsi lo spiraglio da cui sbirciavo, sono convinto che dal punto in cui si trovavano nessuno di loro poteva accorgersi che c’era qualcuno dietro la porta.

Eppure Alina sapeva che c’era qualcuno.

Ne ebbi la conferma quando la ragazza portò lentamente un dito alle labbra, facendo cenno a quel qualcuno di restare in silenzio e non disturbarli.

Quel gesto mi spiazzò. Nonostante ciò, non chiusi lo spiraglio e rimasi rigido a osservare la scena. Come diavolo aveva fatto ad accorgersene?

«Cosa sente, tu?» disse lei dopo qualche secondo, rivolgendosi di nuovo a Sergio.

Alina continuò a comportarsi come se non ci fosse nessuno a osservarla. Dirò di più: mi sembrò come se tale eventualità non le desse il minimo fastidio.

«Riesco… Riesco a sentire la tua pelle, ed è… è vellutata… Io riesco a immaginarti… Io… io ti vedo!» rispose Sergio, con voce rotta dall’emozione.

Alina sorrise e prese le sue mani tra le proprie, portandosele al petto.

In quel momento, pur non riuscendo a vederlo chiaramente in volto, udii una distinta serie di singhiozzi.

Mio fratello, fino a quel momento un duro cuore di pietra che non voleva saperne più di niente e di nessuno, si stava commuovendo.

Fui tentato di aprire la porta, ma il silenzio che mi aveva intimato Alina mi convinse a desistere. Anche se non capivo come potesse sapere che c’ero io, dietro la porta, allo stesso tempo ero sicuro che sapesse chi c’era, dietro quella porta.

Alina a quel punto si alzò, allontanandosi da Sergio.

Si fermò nei pressi della finestra. Da quella nuova posizione, si rivolse a mio fratello dicendogli: «Ora tu alza e viene da me».

Rimasi allibito di fronte a quella richiesta.

Sergio, da quando aveva perso la percezione visiva, non si era mai spostato da solo, nemmeno per andare in bagno; come mi pare di aver già detto prima, a turno lo accompagnavamo io o mio padre.

Eppure Alina gli aveva chiesto di alzarsi e andare da lei.

Adesso la manda al diavolo, pensai.

Sergio, in effetti, rimase in silenzio per alcuni secondi, a metà tra l’indeciso e l’incredulo.

«Adesso tu deve fare tutto da solo… Io non posso più aiutare te» lo esortò Alina.

Il tono della voce però mi sembrò volesse intendere tutto l’opposto di ciò che diceva la ragazza; era proprio la sua voce lo stimolo più grande per Sergio.

Nel silenzio della stanza sentii, con mia grande sorpresa, le mani di mio fratello afferrare saldamente i braccioli della poltroncina su cui si trovava seduto.

Cambiai posizione, in modo da vederlo meglio.

Sergio fece forza sulle braccia e stava per alzarsi in piedi.

«Oddio! Fermo lì… Dove vai, sei pazzo?», fui sul punto di urlare.

Come un novello Lazzaro, Sergio si alzò e cominciò a muoversi.

Incerti furono solo i primi passi; man mano che muoveva un piede davanti all’altro, Sergio acquisiva sicurezza.

E, cosa più strabiliante, non incappò in un intoppo o ostacolo che fosse uno. Solo in un punto del tragitto Sergio posò un piede su una piega di un tappeto che si trovava vicino al letto, e sembrò inciampare. Fui tentato di precipitarmi per soccorrerlo.

La sicurezza con cui superò l’ostacolo, tuttavia, dimostrò che mi preoccupavo senza motivo.

Sergio percorse da solo il tratto che lo separava da Alina.

Quando giunse nei pressi della ragazza, questa aprì le braccia e lo strinse a sé.

A quel punto non ce la feci più.

Aprii la porta ed entrai.

«Sergio…», dissi soltanto.

Mio fratello si voltò verso di me, sorpreso di quell’irruzione.

Poi, con calma mi disse: «Vieni qua…».

Pensai che si sarebbe arrabbiato con me, come nell’ultima occasione in cui ci eravamo parlati.

Mi avvicinai, superando la mia ritrosia grazie a un cenno che fece Alina; quel gesto sembrava voler dire: Vai vicino a lui, fai come chiede.

Sergio sollevò una mano e la posò con delicatezza sul mio viso.

Aveva le dita fredde e, pur provando una sensazione sgradevole al contatto, lo lasciai fare.

Le sue dita cominciarono a esplorare i lineamenti e ogni angolo del mio volto come gli avevo visto fare con Alina, in precedenza.

Restare fermo mentre Sergio mi carezzava la pelle con le dita mi sembrò una cosa di un’idiozia unica, ma allo stesso tempo scelsi di non muovermi e di assecondarlo.

Sentii dentro di me che quella era l’unica cosa che contava, per Sergio.

Quella sembrò l’ultima occasione che mi si presentava; se non l’avessi colta al volo sono certo che avrei perduto per sempre mio fratello.

E così restai fermo mentre lui mi sfiorava il viso con le dita.

Quando ebbe finito, Sergio disse: «Marco… Io… ti vedo!».

Pronunciate queste semplici parole, scoppiò a ridere.

È impazzito, pensai.

Con uno sguardo, Alina mi convinse che ero nel torto.

Quella di Sergio era solo felicità.

Felicità autentica.

Sergio rideva forte, e continuò per qualche minuto; un riso crescente, che ben presto contagiò anche noialtri.

La stanza, da silenziosa che era, si riempì di clamore come se ci trovassimo in un locale pubblico pieno di gente che parlava in simultanea.

Gli schiamazzi richiamarono l’attenzione dei nostri genitori, i quali sopraggiunsero allarmati.

Vedendo di che si trattava, si tranquillizzarono. Certo, dobbiamo essergli sembrati tre pazzi, giacché non riuscivano ad afferrare il motivo di tanta incontenibile ilarità.

È il momento più bello che mi torna in mente, quando ripenso a quel periodo.

Da quel giorno, Sergio è tornato.

Non ha risolto il problema principale, ma adesso sa che deve superare l’ostacolo.

Sergio ha imparato a prendere coscienza che ormai vive in un nuovo stato delle cose, che deve accettarsi per quello che è, accettare quello che sono gli altri e condividere gioie e dolori quotidiani con le persone che gli stanno vicino e gli vogliono bene.

Da quel giorno, Sergio ha riacquistato una nuova vista.

E tutto ciò, per merito di una gracile e graziosa ragazza dell’Est.

Alina si congedò qualche giorno più tardi, quando fu sicura che la sua opera fosse ormai completa.

La accompagnai io stesso alla stazione; avrebbe preso un treno per l’estero dove, a quanto pareva, la aspettava una ghiotta occasione di lavoro.

Non scambiammo molte parole.

Io le dissi: «Grazie di tutto».

Lei mi rispose carezzandomi una guancia e mostrandomi uno smagliante sorriso di denti bianchissimi come sabbia di spiagge coralline.

Non ha detto nulla, è salita sul treno e non l’ho più vista da quel giorno. Oggi, ogni volta che mi capita di fissare gli occhi di mio fratello, non vedo qualcosa di spento; anzi, essi brillano di una luce potente, come se avesse ricevuto un dono in cambio del torto che gli ha fatto la vita.

E quella luce mi porta a ricordare altri occhi, neri e profondi come un oceano.

F I N E

Enzo D’Andrea

 

 

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inedito Gnomoè una bellissima giornata di agosto.

Amina ed Elina, due sorelle gemelle, si trovano in un bosco non lontano dalla loro casa, dove abbonda il cemento e c’è poco verde intorno.

Le due bimbe non sono mai state in quel bosco, nonostante sia così vicino, appena oltre l’autostrada. Per loro è interessante poterlo esplorare.

I genitori sono riusciti a riunire zii e nonni, in modo da trascorrere una giornata all’aperto, come da tanti anni non riescono più a fare, presi dal ritmo delle giornate di lavoro.

C’è proprio tutto per un bel picnic: una bellissima giornata, un bel posto, tavolini, sedie e tantissime cose buone da mangiare. Qua e là si trovano pietre ammucchiate in modo da potervi accendere il fuoco, per cuocere i cibi. Sono simili ai vecchi sassi che si trovano fotografati a volte nei libri di storia antica.

Amina ed Elina sono curiose e insistono tanto con i genitori da ottenere il permesso di curiosare nei dintorni. Le bimbe sono al colmo della gioia, e incominciano a curiosare tra alberi e piante. Vengono ben presto rapite dal fascino della natura. Gli insetti, i vermi, le farfalle, gli scoiattoli, gli uccelli, i fiori. Non fanno in tempo a posare gli occhi su una cosa che subito trovano altro che attrae la loro attenzione. A bocca spalancata trascorrono un tempo imprecisato, alla scoperta di un mondo nuovo cui non sono abituate.

All’improvviso, Amina nota qualcosa muoversi fra i cespugli. Chiede allora alla sorella: ‹Secondo te, esistono davvero gli gnomi dei boschi?››

La domanda coglie di sorpresa Elina, che risponde: ‹‹Perché me lo chiedi?››

‹‹Così… Mi era sembrato di aver visto qualcosa muoversi…››

‹‹Dove?››

‹‹Lì… In quel cespuglio…››.

Le due bimbe si avvicinano per guardare meglio. All’improvviso, come un temporale d’estate, un piccolo uomo alto al massimo quanto un dito pollice, spicca un balzo fuori dal cespuglio per sgattaiolare via.

‹‹Dove scappi? ›› gli urlano le due bimbe.

Il piccoletto, uno gnomo tutto vestito di verde e con un berretto dello stesso colore, si gira sorpreso, le guarda e poi chiede: ‹‹Eh? Come avete fatto a vedermi?››

Le bimbe rispondono in coro, con la massima naturalezza: ‹‹Certo che ti vediamo… Sei piccolo, ma non sei mica invisibile…››

‹‹No, no… Solo che non mi riesce mai benissimo di sparire… Mannaggia, e purtroppo non è la prima volta che mi capita!››

Amina ed Elina scoppiano a ridere: ‹‹Ci dispiace… Ma questa volta la mimetizzazione non ti è riuscita per niente!››

‹‹Pazienza… Ora me ne vado e voi fate finta di non aver visto nessuno, vero?››

‹‹Certo che no!›› rispondono in coro le bimbe, che non sono tanto sprovvedute. Poi Amina prosegue: ‹‹Tu ora ci dici chi sei, come ti chiami, e ci racconti un po’ di cose e noi ci presentiamo a nostra volta. Io sono Amina e lei è mia sorella Elina. Siamo in questo bosco per una scampagnata…››

‹‹E va bene… Ci ho provato… Immaginavo che non avreste accettato… Io mi chiamo Din, sono uno gnomo e vivo con la mia gente in questo bosco. Noi facciamo di tutto per proteggere il bosco e gli animali che ci vivono. Spesso però ci troviamo a combattere con voi umani, che riuscite sempre a rovinare tutto. Non so se anche voi siete così, ma ho visto i vostri simili appiccare il fuoco senza una ragione, abbattere decine e decine di fratelli alberi, cacciare gli animali solo per la loro pelliccia…››

Amina e la sorella fissano lo gnomo un po’ indignate, anche se forse in cuor loro sanno che quell’ometto non ha tutti i torti.

‹‹Non tutti gli uomini sono così, sai? ›› protesta Amina, ‹‹io e mia sorella Elina non siamo così, noi amiamo gli animali e la natura, e poi noi siamo due bambine…››

‹‹Mi fa molto piacere saperlo! Ma non sono tutti come voi….›› insiste Din, raccogliendo un fardello di rametti, bacche e more per portarselo, ‹‹…io adesso devo andare, che si fa tardi…››

‹‹Senti, Din…›› dice all’improvviso Amina, ‹‹ci fai vedere il tuo villaggio? Ti aiutiamo a portare quella roba che deve essere assai pesante…››

‹‹No… Non ci è permesso fare amicizia con gli uomini…›› risponde severo lo gnomo.

I bambini, quando davvero vogliono qualcosa, l’ottengono. Iniziano a fare moine e a pregarlo, tanto che lo gnomo acconsente. Le bambine, a questo punto, urlano insieme un festoso: ‹‹Evviva!››.

inedito CasettaGnomiDin inizia a saltellare di qua e di là, ben attento che le bambine lo seguano e non si perdano nel bosco. Dopo aver percorso un certo tragitto, i tre arrivano al villaggio.

Nascosto in mezzo a grandi alberi e cespugli intricati, le bambine scoprono un particolarissimo villaggio. A dire la verità bisogna concentrarsi e prestare molta attenzione perché non è così facile scorgerlo.

Le case sono scavate nei tronchi o nella roccia e immerse nel verde. In giro ci sono tanti gnomi indaffarati. Indossano vestiti verdi – come quello di Din - o marrone.

Gli uomini hanno tutti la barba fluente, pantaloni e camicia con un bel panciotto; le donne indossano invece gonne lunghe - marroni o verdi – e graziose camicine colorate e impreziosite da fiori e merletti. I bambini si distinguono per i pantaloncini e le gonnelline corte.

Le due bimbe, sorprese da tale spettacolo, tacciono. La piccola gente, alla vista delle bimbe, si ferma in preda al dubbio. Din si affretta a chiarire l’equivoco: ‹‹Un momento d’attenzione, prego!›› Alla sua richiesta, tutti prestano attenzione a ciò che dice: ‹‹Queste bambine molto astutamente mi hanno scoperto e mi hanno chiesto di visitare il nostro villaggio. Amano la natura e vorrebbero vedere come si fa a viverci proteggendola››.

Un brusio crescente si alza fra gli gnomi. Din si avvicina agli altri, per partecipare. Alla fine uno gnomo dice: ‹‹Noi non possiamo decidere… Che lo faccia il capo del villaggio, il vecchio gnomo Eno!››.

Tutti si mostrano concordi e si recano verso la casa del vecchio Eno.

Al centro del villaggio, dove sorge un’immensa quercia secolare, in basso s’intravede una porticina, alla quale uno degli gnomi bussa, un po’ timoroso.

Una voce cavernosa dice: ‹‹Entra pure, Not››. Lo gnomo entra.

Poco dopo, esce accompagnato da un vecchissimo gnomo con lunghi capelli e barba tutti bianchi. Lo gnomo si avvicina alle bambine, un po’ timorose; si siede su una specie di trono intagliato nel legno e, con un gran sorriso, dice: ‹‹Che siate le benvenute! Io sono Eno, il capo del villaggio.›› ‹‹Buongiorno…›› rispondono in coro le bambine.

‹‹Mi hanno riferito la vostra richiesta… Non dovreste esser qui ma, visto che sembrate delle bambine giudiziose, faremo un’eccezione. Dovete sapere che la cosa più importante per gli gnomi è rispettare la natura in cui vivono. Se la trattassimo male anche noi ci perderemmo. Tutto ciò che facciamo deve seguire questa semplice regola. Ma forse non è poi così semplice: molti umani non la conoscono o fanno finta di non conoscerla. Noi non tagliamo gli alberi, raccogliamo solo i rami caduti a causa del vento. Noi non uccidiamo gli animali per toglier loro la pelliccia, nemmeno per nutrirci, poiché ci nutriamo solo di quello che la natura ci regala, come bacche e frutti. Le piante ci danno le sostanze per fare decotti, tisane e anche medicine. Non esiste nessun segreto, basta aiutare la natura con il rispetto e la cura. Come se stessimo curando noi stessi. In questo modo la natura ci ricompensa con i suoi frutti. Gli animali ci sono amici e ci proteggono. E noi li curiamo quando si feriscono a causa delle trappole seminate dai cacciatori. Come vedete, si tratta di un segreto che poi non è un segreto…››

Amina ed Elina si guardano in volto, contente per aver afferrato il semplice ma fondamentale insegnamento da un essere così piccolo e così saggio. Hanno appena imparato a conoscere la natura, ma già sanno che non cadranno mai negli errori commessi da quelli più grandi di loro.

Dicono in coro: ‹‹Che bello sarebbe se gli uomini tutti vivessero in sintonia con la natura, come gli gnomi! Grazie per quello che ci avere detto… Cercheremo di fare anche noi così, costringendo anche i grandi ad amare e rispettare di più la natura e gli animali››.

‹‹è ora di andare…››, dice il vecchio gnomo.

Alle timide proteste delle gemelle, risponde con un semplice: ‹‹è necessario. Ora dormirete e vi risveglierete nei pressi del vostro accampamento…››

Le due bimbe precipitano in un sonno profondo prima che possano dire “Ahi!”.

Come vengono trasportate? Si sa che gli gnomi sono esseri magici, per cui perché fare queste domande?

Le bimbe ritornano al campo del picnic, senza ricordare nulla, giusto in tempo per rimproverare zio Beppe che sta gettando una lattina vuota nell’erba.

Manuela Telesca

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