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Racconti Inediti

inedito scuola1

Questa volta ospitiamo nella sezione dedicata ai racconti inediti una pagina di diario scritta da uno studente di Terza media al termine del percorso scolastico. Ad essa affida i patimenti e le avventure vissute in tre anni di scuola. Buona lettura! P.S. la vignetta è di Giulio Laurenzi.

Caro diario,

sono arrivato alla fine! Ogni volta che finivo un anno scolastico sfogliavo le tue pagine ingiallite e ci scrivevo tutto quello che mi era capitato, le mie emozioni e le mie disavventure. Ma questa volta è diverso amico mio, perché ora si avvicinano le scuole superiori e questo non è un normale addio. Perché tutte le volte che ti ho tra le mani comincio a pensare a quanto sia cambiato il mio modo di vedere le cose rispetto a qualche anno fa. Ed è appunto per questo che ogni anno scrivo questo “monologo”, sperando di non annoiarti troppo. Ma tu devi resistere ancora cinque anni, poi potrai riposarti ed io mi divertirò a leggere tutte queste “fandonie”, si, fandonie, perché così le considererò quando sarò grande.

Quindi, cominciamo dall’inizio, quando il primo giorno di scuola di terza media entrai in classe ansioso di vedere eventuali cambiamenti nella ormai tribù-classe. Entusiasmo subito spento dal consueto svolgersi della giornata: cinque ore di francese, matematica, geografia, italiano e storia (con annessa ricreazione) mi diede la percezione che nulla fosse cambiato! Un motivo in fondo c’è, ma tu non dirlo a nessuno, mi raccomando. Io con questa classe non ho mai familiarizzato, anzi, diciamola tutta, ne avrei fatto volentieri a meno. Che vuoi…non ho i loro gusti, sono una testa di rapa che non cambia mai ideale, ho un carattere forte e non mi modifico per il semplice fatto di farmi accettare. Mah…comunque sia mi sono trovato molto a disagio con i miei compagni di classe che non si sono risparmiati cattiverie e dispetti nei miei riguardi. Purtroppo è successo che alcuni di loro si sono lasciati trascinare dagli altri nella pratica del fumo e del bere e quando io ho dimostrato non solo disinteresse per queste due cose, ma anche disgusto, mi hanno preso in giro. Risultato? Nessuno vuole avermi più come amico. Tranne qualcuno ovviamente. Questo perché ho detto chiaramente al mio amico, o almeno lo ritenevo tale, che a furia di frequentare certa gente era diventato stupido come loro. Sapessi quante me ne ha dette! Non te lo ripeto perché è stato un vero e proprio turpiloquio. Ma a parte ciò, in classe ho assistito a vere messinscene sullo studio presunto di altri “colleghi” di classe che, sopravvalutati dagli insegnanti, si erano dati al più strafottente uso dell’inganno. Il più bravo della classe, colui che prendeva sempre 10, in realtà usava un metodo: leggere durante le interrogazioni e farsi passare i compiti prima che cominciassero le lezioni. Bravo, davvero! Un campione dello sbircio! (inedito scuola2

Io, per aver espresso il mio punto di vista ed essermi sottratto alla punizione collettiva di 100 frasi generiche, sono stato appellato dalla Prof. di italiano una “repubblica indipendente”. Boh! Ne vado fiero, in ogni caso. Soprattutto sono contento di non avere fatto parte della schiera di lecchini, perfidi, adulatori e falsi amici che hanno invaso le mie giornate per tre anni consecutivi. Una vitaccia, amico mio. Anche perché ho dovuto spesso fare buon viso a cattivo gioco e non è stato sempre facile. Per questo non ho fatto particolari esperienze, neanche la tanto agognata gita di terza media. Quanta differenza con gli anni della scuola elementare. Lì si che mi sono divertito!

Ora ti saluto, mio caro diario, scusami se ti ho annoiato, ma ti assicuro che neanche io mi sono divertito a scriverti queste cose e sono molto contento che questa scuola sia finita. A presto amico mio!

Uno studente anonimo

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usignolo1

Pubblichiamo il giallo di Carmen Cangi, frutto del laboratorio di scrittura “La bottega dello scrittore” organizzato a Potenza dal Circolo culturale Gocce d’autore e tenuto dall’insegnante Luciana Gallo Moles.

Mary Blach era la persona più in vista della vita notturna di New York. La sua notorietà era dovuta in parte ad alcune relazioni amorose con personaggi politici importanti, ma soprattutto al successo di una famosa commedia musicale “Il volo dell’Usignolo”. Nel balletto ambientato nel mondo degli uccelli, lei era stata la protagonista. Il costume sottolineava l’oro luccicante dei capelli. Esaltava il colore del suo carnato. Rendeva prorompente il suo fascino di creatura. Un fascino che le altre ballerine incorniciavano. Senza saperlo. Senza volerlo. Gli uomini se la mangiavano con gli occhi mentre volteggiava leggera. Per tutti era “L’Usignolo”. Quel ruolo l’aveva fatta diventare una stella di prima grandezza. Lo era anche nella vita di tutti i giorni, ma... La sua luce si proiettava sugli altri in maniera così pronunciata da farla sembrare una stella alla quale piaceva far giocare gli uomini: “Stella, stellina, la notte si avvicina....”. Non era alta, ma abbastanza snella, quando bastava per aggiungere centimetri a un corpo sinuoso, poggiato su vertiginosi tacchi a spillo.  Le labbra carnose, il volto sensuale, l’abbigliamento appariscente facevano il resto.

Aveva lasciato il mondo dello spettacolo dopo la fine di un amore travolgente ma breve. Come il tramonto. Anche la stagione teatrale si era conclusa nello stesso periodo. Due colpi del destino che l’avevano depressa. E in maniera tanto pesante  da farla scivolare, quasi per inerzia, nel mondo della prostituzione, dell’amore effimero.

Abitava in un quartiere lacero e  malfamato di New York, un tempo signorile. Qua e là erano rimasti alcuni palazzi con porticati ampi, muri rivestiti da tegole piatte daibordi arrotondati. Tra edifici vecchi e alberghi fatiscenti  sorgevano trattorie infestate dalle mosche e case da affittare a buon mercato. Trafficava gente che non somigliava a niente e lo sapeva benissimo.

In una notte, una delle tante, Mary intravide, mentre rincasava, un gattino nero dallo sguardo triste e malinconico come il suo. Si era nascosto tra i bidoni dei rifiuti,. Fu amore a prima vista. Con un  animale? Ma certo che sì, lei, negli incontri che di notte consumavano il suo corpo, aveva capito che un animale poteva essere più umano di tanti uomini. Era diventato il suo unico amore. L’aveva seguita miagolando fino al portone. Mary se lo portò a casa, sfidando le ire della signora Gibson, la proprietaria dell’ appartamento e portinaia dello stabile, che odiava gli animali . Lo aveva chiamato Smeraldo per via dei suoi occhi di un verde puro tanto simili ai suoi. usignolo2

Il piccolo appartamento, composto da due soli vani e un buco di bagno, era tutto il suo mondo. L’arredamento della camera da letto era essenziale, con in bella evidenza  un orologio  del primo 800 il cui disco cilindrico poggiava su due colonnine con piedistalli in  capitelli di bronzo. Le lancette segnavano sempre la stessa ora: le nove e tredici. Era l’unico legame con la sua famiglia d’origine. Lo aveva ereditato dal nonno, medico condotto. Sin da piccola aveva condiviso con lui l’idea del tempo a servizio della gente e non il contrario. L’orologio ne era un complice testimone: viveva due volte al giorno: quella del mattino era l’ora della morte della nonna, l’altra quella del primo incontro d’amore.

Sulla controsoffittatura della camera da letto Mary aveva fatto dipingere da un suo ammiratore, pittore di strada, un pezzo di cielo, pagando con il denaro di un cliente particolarmente generoso. E nel cielo Mary aveva fatto disegnare uno spicchio di luna in mezzo a tante stelle luminose. Al centro un grande occhio, al quale confidava tutti i suoi segreti. Stesa sul letto, con accanto Smeraldo acciambellato su un cuscino, trascorreva ore a guardare il soffitto con vista sul cielo. Era il suo universo con cui dialogava e con quell’occhio in particolare, che sapeva rassicurarla come un papà.. Lei non ricordava di avere avuto un papà.

Smeraldo, aveva intuito l’immenso bisogno d’amore della padroncina. Era affettuoso all’inverosimile,  con la presunzione di volerla proteggere da tutto e da tutti, anche a costo della  vita. Gli animali sono capaci di  sentimenti forti. 

Di fronte alla signora Gibson Smeraldo mostrava paura, quasi avvertisse in lei qualcosa di oscuro, malvagio, cattivo. 

usignolo3 Nel letto del suo universo Mary trovò la morte. E lì il procuratore distrettuale della Squadra omicidi  di New York, Max Torry, vide per la prima volta “l’usignolo” di cui conosceva la fama.

La proprietaria dell’appartamento, Ethel Gibson, aveva avvertito la Polizia  a causa di un lezzo pesante che proveniva dall’appartamento di Mary. Il procuratore osservò attentamente la scena del delitto: la vittima era stata strangolata con un cavo elettrico, probabilmente da qualcuno che conosceva. Non si evidenziavano segni di colluttazione. L’appartamento era apparentemente in ordine: una scarpa di colore rosso lacca con il tacco a spillo giaceva inopportunamente al centro della stanza. Nella piccola cucina un frigorifero litigava con la corrente e la fontana del lavandino gocciolava per stanchezza. Nel bagno la doccia era coperta da una tenda in plastica; un accappatoio era appeso ad un chiodo e un pezzo di specchio era poggiato su una mensola. Su questa si faceva notare una boccetta di profumo con lo spruzzatore di gomma con nappetta gialla; il lavabo, minuscolo, sembrava più adatto ad una bambola che a una persona.

La signora Ethel Gibson, proprietaria dell’appartamento di Mary, era una donna  acida, pettegola, logorroica e soprattutto nervosa. Rovesciò addosso al Procuratore una valanga di parole: conosceva gli spostamenti di tutti gli inquilini e nella sua veste di portinaia spiava nella posta di ognuno e  di conseguenza nelle loro vite. Parlò delle frequenti visite notturne di Mark Grent, noto banchiere amante e vecchio conoscente di Mary e delle sue scenate rumorose. E parlò anche dei vari spasimanti,  persone poco affidabili, a  suo giudizio.

Il procuratore Torry  infastidito dai pettegolezzi della donna  tagliò  corto e le chiese  di stilare un elenco dei frequentatori di Mary con l’aiuto di un agente.

Di ritorno al Distretto consegnò l’elenco al suo collaboratore il sergente Har, un uomo con l’istinto di un segugio di razza e una notevole capacità di penetrazione psicologica, invitandolo a  convocare tutti i potenziali indiziati .

Gli interrogatori cominciarono con Lilly Smith, amica di Mary ex ballerina. La sua testimonianza offrì al procuratore e al sergente il quadro desolante dell’adolescenza di Mary: la ricerca dell’amore che non aveva trovato nella sua famiglia.

Fu poi la volta del signor Carr, inquilino dell’appartamento al piano sottostante. Lavorava come elettricista in una impresa di costruzioni.  Uomo schivo e scontroso, noto a tutti per la sua misoginia. Confessò di essere stato molto attratto da Mary, pur sapendo che non l’avrebbe mai avvicinata.usignolo4

Quindi il banchiere  Frederick Grent, uomo distinto, pieno di rancore misto a rabbia, che ammise di  nutrire  per  Mary un amore passionale, senza speranza.

Ancora, i vari spasimanti di Mary: tutti spregiudicati e dal cuore molto molto distratto.

Il procuratore distrettuale - dopo le prime indagini - sospettò del banchiere per via delle numerose visite notturne nell’appartamento di Mary, per le frequenti scenate di gelosia confermate dai vicini, e soprattutto per le consistenti somme di denaro prestate a Mary e mai restituite. Un lettera a firma del signor Grent, nascosta in fondo al cassetto del comodino della stanza di Mary,  rivelava l’esasperazione di un uomo ormai al limite di ogni tolleranza.

  Nuovamente convocato dal procuratore,  il banchiere per allontanare i sospetti sulla sua persona, riferì che Mary, da tempo, era  molto preoccupata a causa di una “presenza inquietante” che avvertiva in casa a cui non sapeva dare una spiegazione razionale. Grazie alla  sua perspicacia il banchiere Grent aveva rintracciato una telecamera nascosta  nell’occhio del controsoffitto.  Secondo la sua ipotesi, condivisa da Mary, ad istallarla era stato il misogino. Il signor Grent, anche in mancanza di prove concrete, lo aveva affrontato e smascherato, ma Carr, aveva minacciati di denunciarli alla polizia.

Come può interessare una donna a un uomo che le odia?  Questa domanda martellava la mente del procuratore, il quale decise di tornare sul luogo del delitto insieme al sergente Har.

Mentre pensava e ripensava, gli si avvicinò il gatto: sembrava quello che aveva regalato alla figlia per il compleanno. Lo accarezzò ripetutamente, mentre il sergente ispezionava meticolosamente ogni punto dell’appartamento. Smeraldo  voleva attirare l’attenzione del procuratore: gli faceva le fusa, dimenava la coda, gli leccava la mano... Gli mancava la parola come alla cavallina storna per smascherare il colpevole. Dalla morte  di Mary, rifiutava di mangiare: il suo unico desiderio era quello di ricongiungersi alla sua amata padrona. Il procuratore, casualmente, sentì nel pelo del felino la presenza di tracce di qualcosa che sembrava sangue. Chiamò la polizia scientifica e dispose gli esami del caso. Era sangue: gruppo 0RH negativo.  Fece convocare nuovamente tutti gli indagati al distretto, avvisandoli che sarebbero stati sottoposti ad esami ematici.

Il giorno dopo furono accompagnati al Saint Raphael Hospital, eccetto il signor Carr che per  un improvviso malore,  era già ricoverato lì.

Tornato a casa,  la moglie   gli chiese notizie sulle indagini: “Povera ragazza ...A che punto sei? Hai scoperto il colpevole?... e se succedesse a nostra figlia?...”

Telegiornale in sottofondo. Il giornalista lanciò un annuncio: “Serve urgentemente sangue di gruppo 0RH negativo al Saint Raphael Hospital per salvare la vita di un paziente”.

Lo stesso gruppo sanguigno nelle tracce di sangue trovate sul gatto, pensò il procuratore... Si recò  in ospedale. Forse aveva trovato una prova al suo indizio, e di conseguenza, alla scoperta dell’assassino di Mary.

Al Saint Raphael Hospital chiese ai poliziotti in servizio le generalità del paziente a cui serviva quel gruppo  sanguigno. Il suo intuito gli aveva dato ragione: si trattava di John Carr. Non era possibile parlargli.  Era in terapia intensiva e la sua vita era appesa a un filo.

Chiese ai medici di potergli parlare. Gli dissero di sì, ma lo invitarono a non trattenersi più di due minuti. A causa di una  brutta caduta, avevano scoperto un grave tumore al cervello ed era in attesa di trasfusione per essere sottoposto a intervento chirurgico urgente.

Procuratore Torry - parlò con un filo di voce Carr - non so quanto mi resta da vivere. Forse uscirò morto dalla sala operatoria. E allora voglio morire senza portarmi appresso il peso di un delitto che è come se avessi commesso. Ero entrato nell’appartamento di Mary, in piena notte, procurandomi le chiavi in un momento di distrazione della Signora Gibson. L’amavo pazzamente e l’amore per lei aveva quasi annullato la mia misoginia ma sapevo che  mi odiava  per via della telecamera che avevo istallato nella sua camera da letto. Non riuscivo più a vivere. Pensai  di strangolarla nel sonno. Non avrebbe amato più nessuno. Il gatto mi aggredì  graffiandomi fino a farmi sanguinare le mani e la faccia. Così scappai via portando con me una sola scarpa rossa  con il tacco a spillo come ...”

 Un rantolo e il signor Carr morì senza finire la sua confessione.

Il procuratore ritornò sul luogo del delitto. Nell’appartamento di Carr, in un vaso da fiori, trovò l’altra scarpa rossa con il tacco a spillo.  La  sua confessione  lo aveva convinto. Il caso non era risolto… Ma chi aveva ucciso Mary? 

In preda a questi pensieri, rientrò alla Centrale e raccontò l’accaduto al sergente Har, il quale rimase impassibile come se già sapesse che il colpevole non era il signor Carr. Con la calma che lo contraddistingueva, invitò il suo capo a seguire il filo del suo ragionamento e, a considerare l’ipotesi che il colpevole potesse essere la signora Gibson. Il movente - seppure apparentemente futile - era avvalorato dalla patologia di cui la signora era affetta da anni, su cui il sergente aveva indagato  procurandosi una consistente documentazione.

 Anni di ricoveri in diverse strutture psichiatriche;  la diagnosi, sempre la stessa: “soggetto psicopatico con manie di persecuzione, avversione maniacale per gli animali”. Ciò che aveva spinto il sergente Har ad indagare sulla portinaia era il comportamento anormale della stessa per il gatto di Mery. Nell’abitazione, infatti,  aveva trovato tracce di veleno  che la Gibson usava normalmente per i topi che infestavano i sottoscala e il cortile del fabbricato. Un veleno non più in commercio da molti anni per la sua alta tossicità. Lo stesso che la Gibson conservava sotto chiave in un piccolo locale accanto alla sua abitazione. Non essendo riuscita ad uccidere il gatto, la sua mente contorta aveva deciso di eliminare la padrona del gatto e con lei, di conseguenza, anche l’animale avrebbe fatto una brutta fine.

Nello stesso locale il sergente aveva rinvenuto del filo elettrico identico a quello utilizzato per strangolare Mary.

La prova certa della colpevolezza della signora Gibson il sergente Har l’aveva reperita nell’ultima ispezione nell’abitazione di Mary insieme al procuratore Torry: un lembo piccolissimo del grembiule, incastrato nello spigolo del letto, del quale la Gibson non si era accorta. usignolo5

 Indossava  lo stesso grembiule al momento dell’arresto.

Nei giorni successivi alla conclusione del caso, Maximilian Hare il pittore di strada che  aveva dipinto il soffitto della stanza da letto di Mary, ignaro dell’accaduto, si era recato a casa di Mary, con un quadro dipinto ad acquerello di cui voleva farle dono. Rimase sconvolto dalla notizia della sua orribile morte. Nutriva per Mary un affetto tenero e delicato,  come i colori della sua tela. Il dipinto raffigurava il mondo di Mary:  la sua immagine  con in braccio il suo amato gatto, sfumata in un velo di nebbia, un orologio con le lancette ferme alle ore nove e tredici, una scarpa rosso lacca con tacco a spillo e sullo sfondo un cielo di stelle luminose con uno spicchio di luna, e al centro un  grande occhio dalla luce rassicurante.

Il giorno successivo Maximilian si recò al Reparto Investigativo del Dipartimento della Polizia di New York. Alla presenza del procuratore Torry mostrò il suo dipinto, rimase per un attimo in estasi davanti alla sua opera e senza staccare gli occhi dal quadro, pallido e tremante  disse:

“Questa è stata la vera Vita di Mary!”

Quel dipinto venne deposto sulla tomba dell’Usignolo.

Carmen Cangi

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Danza

Nella rubrica dedicata ai racconti inediti del nuovo numero della rivista ospitiamo la poesia. Sono versi in rima, deliziosi e divertenti inviatici da una giovane danzatrice che mettono in risalto il suo sentire l’arte tersicorea. Occhi che sanno ascoltare il mondo circostante, orecchie che vedono gli atteggiamenti della gente, animo determinato che afferma il proprio volere. Grazie alla giovane ballerina e poetessa. Buona lettura!

Esistono vari tipi di danza: hip-hop, moderna e classica

è un po’ come una materia scolastica.

Però è più elegante e precisa

peccato che a volte venga un po’ derisa;

beh su questo fatto ci soffermiamo

tutti noi che la danza amiamo.

Non da tutti è considerata un’attività

anche se ci vuole molta elasticità.

Voglio concludere questa poesia

affermando che per me la danza è una vera mania.

Anna Maria Urgesi

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Pubblichiamo su questo numero il racconto di Leonardo Pisani elaborato nel corso del laboratorio di scrittura “La bottega dello scrittore” tenuto dall’insegnante Luciana Gallo Moles ed organizzato dal Circolo culturale Gocce d’autore a Potenza. Esso rientra nell’ambito della lezione sugli archetipi letterari e sulla funzione ispiratrice di tali figure.

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Giove splendeva, da anni non l’aveva mai osservato così luminoso; era in trigono con Mercurio e transitava nella costellazione della Lira. Ottimo auspicio per un Leone con ascendente Scorpione come lui; significava felicità e benessere. Di solito non sbagliava quando gli chiedevano oroscopi ed aruspici; bastava andare nel vago e promettere qualcosa di buono. Sì; mentiva e sapeva di mentire, però donava un attimo di serenità e infondeva fiducia perché tutto era scritto nelle stelle.

Le Stelle, Le stelle, le stelle. Quante volte le osserva da piccolo, affascinato dalle geometrie celesti e sognava di scappare da quel convento di benedettini. Ora et Labora; pregava poco ma in compenso lavorava molto. La curiosità era sempre stata la sua virtù ed anche il suo castigo. Leggeva, imparava, lavorava nell’orto e poi portava le erbe nel laboratorio di Fra Giuseppe, lo speziale del convento che gli insegnava i segreti della medicina e del preparare farmaci. Le stelle, le stelle, le stelle. Quella notte segnavano presagi di fausti avvenimenti in futuro. Peccato che le dure sbarre troncavano ogni illusione anche se era tutto scritto nella volta celeste.

Alessandro, dalla chioma nera e pelle olivastra; orfano delle terre di Calabria poi divenuto colto nella biblioteca di quei santi benedettini che fece impazzire con le sue marachelle e deliziare per il suo ingegno precoce. Ritornò a sdraiarsi su quel nudo e rozzo tavolaccio che doveva essere il giaciglio su cui dormire, una stanza buia e stretta per i criminali pericolosi. Unica compagnia un ratto veloce ed un topo lento e grasso, che si cibava di quell’orrendo pane nero maleodorante. Unico pasto per il condannato. Alessandro pensò alla sua vita. Beh, ne aveva viste tante e anche si era divertito. La fuga dal convento; il viaggio a piedi dalla Calabria alla Capitale; era la prima volta che vedeva una grande città. Napoli, l’antica Pertenope della quale avevo solo letto; anche se in greco ed in latino. Sorrise, pensando quanto sia strano il destino; proprio per lui il veggente, il mago, il savio, l’illuminato. Ora stregone. Rise anche pensando che fuggi dall’Ora et Labora di Sanctus Benedictus perché la vocazione di monaco non l’aveva. Lui che aveva studiato la Kabala per interpretare numeri e parole ora era chiamato Papista. Stregone e Satanista Non aveva bisogno di scrutare i segni del terreno secondo le regole della geomanzia. Sapeva quale era in suo destino. Non sapeva però perché e non sapeva come avrebbe finito la sua mortale vita.

Il sole pallido, come pallido sa essere in quelle terre della Pomerania però lo illuminò: sbirciando fuori vide il tarocco 12: l’impiccato. Una forca. Ora sapeva come sarebbe finito. La porta si aprì, entrarono due gendarmi e due vestiti di nero; lugubri e tetri. Lo guardarono con odio; rancore; gelidi ma con occhi di fuoco. “Hai finito di peccare e portare malefici ai timorati di Dio; maledetto satanista”.

Alessandro Profumo, conoscitore di 8 lingue e di cento tra Stati, Ducati e Principati rimase sorpreso; aveva avuto tante accuse in passato ma Satanista mai. In uno stentato tedesco chiese “ Mai avuta accusa così infamante e assurda. Come osate di chiamarmi adoratore del diavolo. E perché mi avete imprigionato. Il vostro Lutero vi è apparso nei sogni oppure avete avuto visioni causate dalla pessima dieta e dal vostro ancor peggiore cibo?”.

“Taci Papista, hai avvelenato Frau Anne, moglie del rispettabile Maximilian Papke. Sarai impiccato all’imbrunire. Come giusto che sia per un adoratore delle tenebre”. Nulla altro; condannato e senza un processo. Ma era arrivato da pochi giorni in quel villaggio di cui non sapeva neanche il nome. Doveva andare a Cracovia, invitato da un Marchese appassionato di Alchimia. Un pollo inghirlandato da spennare con la  scusa della Pietra Filosofale. Ed invece no, imprigionato e senza neanche sapere chi era questa Frau Anne, consorte dell’ancor più sconosciuto Papke.

Certo in passato, specie nei primi anni di Napoli aveva usato la destrezza per rubare; ma doveva mangiare. In giro per L’Europa aveva raggirato con la sua abilità di prestigiatore uomini di tutti i ceti; dal popolino alla nobildonna, al cardinale che in segreto voleva un oroscopo per meglio districarsi nel potere della Città Santa, meno santa di quello che molti credevano. inedito2

Si sedette; i pensieri diventavano sempre più assillanti, i ricordi combattevano la logica, la logica cozzava con l’irreale. Fatto sta che dopo Londra, Parigi, Cordoba, Praga, Vienna, Roma, Venezia; Rouen e mille e mille altri Posti: il divino Alessandro da Montefeltro come si faceva chiamare; avrebbe terminato le sue avventure di mago, alchimista, scienziato, Kabalista, letterato e filosofo naturale in uno sconosciuto villaggio prussiano del quel non ricordava neppure il nome.

La porta si riaprì; 3 gendarmi ed i due lugubri pastori luterani; non una parola. Fu soltanto immobilizzato mentre gli legavano le mani dietro la schiena. Poi fuori in quella piazzetta sporca, con il fango dove sguazzavano i maiali. Tutto il villaggio presente che lo fissavano mentre gridavano contro l’assassino papista avvelenatore satanista. Alessandro vide un uomo che lo fissava con un ghigno quello sì malefico, due occhietti segni di una fisionomia da essere meschino gridando “è lui,assassino, stregone ” , accanto a lui una donna; che un tempo doveva essere una bella donna. Bionda ma dall’aria melanconica, vestita con gusto seppur con semplicità; risaltava tra quella plebe di Pomerania. Non l’aveva mai vista prima ma lei con un sussurro disse ai due pastori luterani “ E’ lui, l’altra sera era vicino la nostra casa e faceva strani gesti verso il cielo e poi disegnava sul terreno. Un Maleficio”  Bastarono pochi minuti per chi aveva passato la propria esistenza a conoscere i segreti delle erbe, si certo era un cialtrone ed imbroglione ma la medicina la conosceva, ed aveva esplorato  troppo il mondo e l’umanità , si accorse  che quella donna stava male. Una pelle delicata, che un tempo doveva essere rosea ora era gialla; un colore innaturale. Montefeltro capì tutto; la Frau Anne aveva i segni di un avvelenamento; evidentissimi. Ma fu la prima ed ultima volta che la vide. Poi penzolò come l’arcano maggiore numero 12, una carta che amava perche era il simbolo della decisione e della ricerca di nuove strade, dell’intuizione e del sapere esoterico.

L’impiccagione dell’Alessandro di Montefeltro, senza processo rimase nelle carte di quel piccolo villaggio poi custodite in un archivio statale, nel passaggio delle ere ed dei regni ora sono in Polonia. Il caso incuriosì uno storico polacco, riuscì a ricostruire la vicenda. Anne fu realmente avvelenata ma non dall’avventuriero italiano, ma dallo stesso marito Papke, un commerciante che aveva sposato Anne Neusel, figlia unica di un ricco possidente  per la sua ricca dote ed ereditò anche l’intero  patrimonio . Passarono pochi mesi che il Papke sposò una altra donna, guarda caso anche lei di famiglia benestante, conosciuta nei suoi viaggi di affari. Insieme ordirono l’avvelenamento di Anne, procurandosi un veleno incolore ma potentissimo a Danzica; l’arrivo dello sconosciuto italiano fu l’occasione per trovare un colpevole, del resto gli italiani erano odiati in quella valle luterana; tutti papisti, corrotti e figlie della meretrice Babilonese. In qualche modo riuscì a convincere la ormai debole volontà di Anne, che il suo crescente malore era colpa di quello stregone arrivato da chissà dove. 

Leonardo Pisani

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Paola e’ un’orfana alloggiata presso un istituto del centro urbano della città di Bologna. I suoi occhi neri rivelano un vissuto doloroso, ama tanto leggere e lavorando presso i mercati, nel ruolo di contabile, decide di rimettersi a studiare per diventare maestra.

Quanti libri deve acquistare, e quante materie da studiare! Non si scoraggia, a sostenerla in questa impresa una compagna di collegio anch’essa studentessa magistrale.

Per esprimerle la sua solidarietà, spesso le fa trovare piccole sorprese. In inverno, nelle notti gelide e innevate, per alleggerire il carico della sua vita Serena infila la borsa dell’acqua calda fra le lenzuola per farle sentire un po’ di calore.

Entrambe dividono una camera da letto posta nel sottotetto dell’ultimo piano. Accanto, una fornitissima biblioteca, dove ogni sera prima di addormentarsi scelgono e leggono  romanzi di ogni genere.

Si avvicina nel tempo il giorno del diploma, Paola e Serena sono emozionate, ciascuna per una ragione diversa.

Conversano fra loro, si scambiano le proprie emozioni, poi… gli esami di tutte quelle materie…tutte; infine il più importante: l’esame di tirocinio. Ci sono tanti bambini nella sala dove la commissione osserva il comportamento di Paola e valuta  la sua abilità didattica.

inedito Ilviaggio2Per un momento tutti quei piccoli le sembrano nemici, ma l’argomento a lei affidato è: “Come stimoli i bambini alla lettura”.

Paola sa come affrontare la prova; infatti si reca nella biblioteca dell’infanzia, prende alcuni libri illustrati e non, fa accomodare  i bambini sulle panchine circolari e inizia.

Intanto rivolge loro alcune domande per esplorare le loro conoscenze, i bimbi ne hanno in quantità qualitativamente diverse, grazie alle sollecitazioni dei propri genitori.

“Che cos’è un libro?” chiede Paola.

“E’ una cosa dove giri le pagine e vedi le figure”.

“E’ il regalo che mi fa la nonna al mio compleanno”.

“E’ quello che mamma prende quando vado a dormire e mi  legge sempre i tre porcellini”.

“Io non ho libri”.

“Il mio quando lo apro, suona una musica”.

E poi altre parole, pensieri di quei piccoli bambini, affidati nel loro presente e nel loro futuro agli adulti!

Paola si rese conto di quanto fosse urgente e necessario approfondire e acquisire le competenze per avvicinare sempre più l’infanzia alla lettura.

Fu così che una volta diplomata, cominciò il suo viaggio nelle biblioteche della sua città ed in quelle dove l’attenzione per il libro era già considerevole.

Intanto era riuscita a diventare insegnante vincendo un concorso, e fu così che Paola inventò un percorso didattico e condusse i suoi alunni come in un viaggio dal luogo di estrazione della carta, alla cartiera, nelle stanze impolverate di alcuni scrittori, dagli editori, dalla tipografia e infine nei nelle librerie ben fornite di libri di tutte le specie.

Quanto vociare allegro fra gli scaffali, sembrava che le voci dei piccoli si confondessero con quelle dei personaggi ben chiusi fra le pagine dei numerosi libri, pronti a fare capolino e giocare con quei piccoli incuriositi da tanta varietà.

Ora Paola e’ in pensione, il suo lavoro è stato impegnativo e incessante, ma ancora viaggia fra gli scrittori un po’ per diletto un po’ per stupore. inedito Ilviaggio3

Tina

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Terza puntata dei racconti inediti dedicati al ritrovamento della Agfa Billy Clak, la vecchia macchina fotografica che custodiva ancora un rollino che sviluppato ha restituito tre foto in bianco e nero. Dal laboratorio “La bottega dello scrittore” il racconto elaborato da Eva Bonitatibus.

inedito ric1E’ successo tutto un bianco giorno di gennaio. Era inverno e il freddo entrava fin dentro le ossa. Ma non avrei rinunciato per nulla al mondo a quel viaggio che sognavo fin da bambina.

Visitare Vienna. La capitale dell’Austria in questa stagione dell’anno è un vero spettacolo!

Da gennaio infatti Vienna si veste a festa e comincia la stagione dei Balli. Io ero lì per quello dei fiori che si svolge nel salone delle feste del maestoso Municipio in stile neogotico il 16 gennaio di ogni anno. L’antico palazzo dalle 1500 stanze si trasforma in un immenso giardino colorato e l’allegria che si respira è contagiosa.

Ero giunta nella capitale austriaca nel pomeriggio inoltrato, dopo un lungo ma piacevole viaggio in compagnia di mio figlio. Scegliemmo il treno per godere appieno del panorama che sfilava davanti ai finestrini in corsa. Attraversammo tutta l’Italia, assaporammo i colori dei paesaggi che mutavano rapidamente. Ci stupimmo nell’osservare il digradare della natura. Pianura, mare, laghi, montagne. In quasi due giorni di viaggio vedemmo tutta la geografia che compone il nostro territorio.   

La neve ci accolse. Imbiancava tutte le strade e l’aria sembrava ferma in attesa della vita che sarebbe esplosa di lì a poco. Non c’era anima viva e le poche orme impresse nel soffice manto lasciavano intuire che la gran parte delle persone preferiva stare al calduccio davanti ad un caminetto acceso con una tazza di te bollente tra le mani. Ma io amavo sentire quell’aria pungente sul viso. Camminare nel silenzio della neve mi faceva star bene. Passeggiai mano nella mano con mio figlio non so per quanto tempo. Ci fermammo davanti ad una vetrina piena zeppa di cioccolatini che scendevano a cascata da alzatine di porcellana bianca disposte su vari livelli. Le famose “palle di Mozart” erano uno spettacolo! Le avevo viste su un portale web, quando cercavo informazioni su quel viaggio che stavo organizzando da tempo, ma vederle dal vivo era tutt’altra cosa.

Le luci dei lampioni illuminavano le strade del centro storico della città e dai caffè disseminati lungo il grande viale proveniva un invitante profumo di dolci allo zenzero. Camminavamo con il naso all’insù guardando la maestosità di queste strutture che raccontavano la loro storia regale e sontuosa. Raggiungemmo presto il nostro albergo, che si trovava in una viuzza della parte antica della città, e dopo aver sistemato i bagagli ci preparammo ad uscire di nuovo per visitare Vienna di notte.

Ai piedi del Municipio, la cui facciata era illuminata da fasci di luci colorati, si apriva una grande piazza occupata da tanti mercatini disposti uno accanto all’altro per la festa del giorno dopo. Lunghi banchetti all’aperto con coperture in legno piene di piccole lucine che si riflettevano nella neve facendola brillare.  

La mia attenzione fu attirata da un banchetto di oggetti vintage e in particolare da una vecchia Agfa Billy Clack. Si trattava di una macchina fotografica a soffietto dei primi anni del ‘900, la stessa che aveva usato mio nonno durante la guerra e che ora chissà dov’era finita.

La Billy Clack che avevo davanti era in ottimo stato. Rivestita in similpelle, aveva il pannello frontale interamente decorato con smalto nero lucido e listelli cromati. Chiesi di poterla vedere meglio e notai qualche segno di ruggine lungo i bordi. Ci passai il dito sopra e sentii la ruvidità del tempo che ne aveva solcato la superficie. inedito ricordi2

Guarda qui, vedi come è bella.

Cosa?

Questa macchina fotografica. Vedi?

E’ tua?

Una volta lo era.

Perché nonno, non ce l’hai più?

No, l’ho perduta per sempre.

Dove nonno?

In guerra…

Mio nonno mi teneva sulle gambe mentre mi sfogliava un libro sulla storia delle macchine fotografiche e c’era l’immagine dell’Agfa Billy Clack, la stessa che aveva usato durante la guerra. Gli si inumidivano gli occhi tutte le volte che mi parlava del prezioso oggetto che era stato il suo compagno di viaggio.  Mi raccontava come cambiava il rullino al buio per non bruciarlo, della luce del mattino per lo scatto perfetto, mi spiegava tutte le caratteristiche di questo modello. Un po’ alla volta mi instillò l’amore per la fotografia che in fondo era un modo non solo per realizzare immagini ma soprattutto per fermare i ricordi. Riponeva poi con cura il libro nella libreria e si rimetteva sulla poltrona a fumare la pipa guardando un punto imprecisato della stanza.

Quella macchina fotografica era molto simile a quella del nonno. Decisi di acquistarla, così chiesi al venditore quanto costasse. L’uomo dall’altro lato del banchetto mi scrutò dal bordo del cappello di lana grigio calato fin sopra gli occhi color ghiaccio.

Una profonda ruga tra le sopracciglia e la pelle solcata ai lati degli occhi mi fece capire che non si trattava di un mercante alle prime armi. Poteva avere all’incirca sessant’anni. Dalla folta barba brizzolata che gli ricopriva il viso spuntò inaspettato un largo sorriso che mostrò una dentatura perfetta e bianchissima. Uno strano contrasto che gli conferiva un certo fascino. Si sporse lentamente verso l’Agfa, la sollevò delicatamente, cominciò a ruotarla per osservarla meglio, come se a comprarla dovesse essere lui. Aveva un paio di guanti di lana neri senza dita e una pesante giacca di panno scuro. Non andava di fretta. Sembrava non temere il freddo che a stare fermi bloccava pure il respiro.

-          E’ un buon affare signora.

Uscì una nuvola di vapore bianca dalla sua bocca.

-          Da dove viene?

Gli chiesi provando un certo imbarazzo per la domanda forse inopportuna per quel tipo di commercio.

-          Me l’ha venduta un signore che aveva bisogno di soldi. E’ un pezzo originale ed è conservata bene.

Mi mostrò l’Agfa. Effettivamente era in buone condizioni e la macchina, tranne la ruggine ai bordi, era veramente perfetta.

-          La prendo, dissi senz’altro aggiungere.

Non provai neanche a tirare sul prezzo. Volevo a tutti costi quell’oggetto che mi aveva brutalmente riportato nel passato facendomi quasi dimenticare il motivo del mio viaggio. Il mercante senza farselo dire una seconda volta ripose la macchina fotografica nella custodia, l’avvolse in una carta da imballaggio marrone e me la porse. Pagai, lo ringraziai e soddisfatta per l’acquisto volsi le spalle e mi allontanai.            

                     

Non aprire mai il rullino alla luce, capito?

Perché nonno?

Perché si brucia la pellicola. Ricorda di fare questa operazione al buio, se vuoi salvare l’immagine.

Ero nella stanza oscura che avevo allestito nel mio appartamento. Di ritorno dal mio magnifico viaggio, maneggiando l’Agfa scoprii che dentro c’era un rullino. Immersa nel buio del mio rifugio preferito lo estrassi e sviluppai le stampe. Comparvero tre immagini in bianco e nero che ritraevano un uomo e una donna in un bosco nei pressi di un corso d’acqua.

inedito ric3Nonno mi racconti quando sei scappato dai campi di concentramento? E’ vero che sei tornato a casa a piedi? Ma non ti sei mai fermato?

No piccola, vieni qui che ti racconto. Riuscii a scappare dai tedeschi che ci tenevano prigionieri insieme a tantissimi altri soldati. Ne approfittai un giorno che un camion che portava  cibo andava via. Salii nel cassone, mi nascosi tra i pacchi e così riuscii a fuggire. Dopo ore di viaggio, prima di un posto di blocco, mi catapultai dal camion in corsa. Mi ritrovai in una campagna sperduta, camminai a lungo inoltrandomi in un bosco, trovai una casetta. Entrai, ma non c’era nessuno. Avevo fame e sete, aprii le scansie, rovistai nelle dispense ma non trovai nulla. Era una casa disabitata chissà da quanto tempo. Trascorsi la notte lì dentro. L’indomani mattina decisi che non potevo andare in giro con quella divisa ormai logora e sporca. Trovai degli abiti, li indossai anche se mi stavano un po’ larghi, e quando sollevai lo sguardo alla ricerca di un berretto vidi una Billy Clack sul ripiano più alto dell’armadio. La presi con me e fuggii.

Mi rigiravo quelle foto tra le mani.

Chi sono? Continuavo a chiedermi. Osservai meglio i loro visi ma le foto, sebbene fossero uscite bene, non erano così nitide. Avvicinai le immagini, le scrutai con la lente d’ingrandimento alla ricerca di qualche dettaglio che mi aiutasse a capire l’identità dei due personaggi. Mi tornava la voce di mio nonno.  

Incontrai una donna. Era bella ed elegante. Aveva la voce soave e la pelle delle mani bianca e morbida. Ero ancora molto lontano da casa, mi mancava la mia famiglia e questa donna mi faceva sentire ancora più forte la loro lontananza. Un giorno che ero particolarmente triste mi invitò a fare una gita ad un lago lì vicino. Voleva aiutarmi a distrarmi regalandomi una giornata di svago. Io portai con me la mia ormai inseparabile Agfa e mi divertii a scattarle qualche foto e ad insegnarle come si facessero. Una bomba esplosa nel villaggio lì vicino ci colse di sorpresa, cominciammo a correre senza sapere dove, e io sopraffatto dalla paura lasciai la mia Agfa a terra.

Non ci potevo credere. Avevo davvero trovato la macchina fotografica di mio nonno? Davvero era lui ritratto in quelle foto? Il cuore cominciò a tumultuare nel petto. Grossi lacrimoni si affollarono negli occhi e non riuscii più a distinguere quei corpi che ora si deformavano senza contorni precisi. La mia gioia era enorme, non ero sicura che fosse proprio lui, ma in quel momento volevo credere di averlo ritrovato. Forse mi ero riappropriata di un frammento della mia storia. O forse no, era solo suggestione mista al desiderio di rimettermi sulle tracce della vecchia Agfa. Tutto mi sembrava  incredibile. Vienna si era rivelata magica e questo ritrovamento aveva trasformato il mio viaggio in una fiaba a lieto fine. In ogni caso.     

Eva Bonitatibus

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inediti ricordo 1

Secondo racconto sul misterioso ritrovamento dell’Agfa in un mercatino di Vienna. In questo numero della Rivista pubblichiamo quello di Polpografo 2015, allievo de “La bottega dello scrittore”, il laboratorio di scrittura organizzato dal Circolo culturale Gocce d’autore a Potenza. Lui comincia così…

Io sono Ismael. Non quell' Ismael,  lui fu più fortunato di me scampò solo al leviatano. Io sono Ismael l'ebreo, scampato a Treblinka dove ho visto atrocità tali da far sembrare una grande balena dei mari australi, che affonda una nave con capitano e equipaggio, solo un episodio da romanzo.

Oggi ho 91 anni e vivo in una grande città europea, dove ci sono migliaia e migliaia di cittadini di tutti i colori e le razze che non devono portare stelle, triangoli o bandierine. perché di fronte al governo di questa civilissima nazione tutti sono apparentemente eguali e con gli stessi diritti.

Io sono un ebreo. Ho 91 anni, e si vede che sono ebreo.

Ho scelto io di portare la Kephia, di digiunare al sabato e di andare a pregare il mio Dio in sinagoga.

Oggi è un giorno importante, è l'ultimo giorno di apertura del mio negozietto di antiquariato, situato ad un angolo della Via dei Carbonai con un vicolo che porta direttamente alla cattedrale di Santo Stefano, non lontano dall'antica Pasticceria Demel. Qui io e Hanna, il mio amore, prima della grande tragedia, spesso prendevamo il tè con una fetta di torta.

Un giorno del 1938, Hanna sparì e non la vidi mai più.

Ormai non ho più la forza di andare avanti, sono decisamente vecchio per il commercio e quindi ho deciso di dare via tutto e vendere il negozio ad una società edilizia che vuol istallare nel mio, e in altri negozietti vicini, uno di quegli orrendi fast food americani.

Ho resistito per molto tempo.  Adesso basta! la cifra che mi è stata offerta è buona e un ottima sanità pubblica mi ha offerto un posto in un buon ospizio per anziani dove trascorrere gli ultimi anni o forse gli ultimi mesi della mia vita.

Ma dove sono rimasto...?  a volte mi capita di perdere il filo del discorso.

 Sono vecchio. Ho 91 anni. Sono ebreo, sono scampato a Treblinka e ho perso praticamente tutti quelli che conoscevo, anche Hanna il mio amore.

Oggi vendo tutto, tutto quello che ho in negozio, anche quella piccola Agfa... quella che ho trovato in un cassetto di un vecchio comodino, a casa mia. La usavo da giovane mi pare, ma non ricordo bene...adesso, però, vi lascio, vedo due persone davanti alla porta... stanno guardando con interesse il cartello che in cinque lingue dice “svendita per chiusura definitiva”.

Sono Marco, vengo da una cittadina del Sud dell'Italia, ho fatto il bancario per trentacinque anni, poi ho deciso di dire basta e di fare altre cose, come  curare maggiormente i miei hobby: la scrittura e la fotografia.  Da qualche mese ho anche un amore, Adriana.

Questo è il primo viaggio che facciamo insieme. Siamo  rapiti dall'atmosfera di questa stupenda città, anche se è un po' fredda, ci piace camminare per le vie del centro cercando di arrivare senza fretta alla grande cattedrale.

Ed eccoci qui, dopo aver preso una cioccolata ed una fetta di torta dalla antica pasticceria Demel, camminiamo sulla Kaltbrunner Strasse (Via dei Carbonai).  Abbiamo deciso di prendere un vicoletto per tagliare fino alla Grande Cattedrale di Santo Stefano,  quando all'angolo vedo la vecchia bottega.

Mi attira il cartello in cinque lingue, di colore rosso, “svendita per chiusura definitiva”, do un occhiata dentro,  guardo il vecchio: è un po' curvo,  magro molto magro, lo osservo meglio, sul cranio ossuto porta la Kephia.

Sussurro ad Adriana “è ebreo!” , lei mi risponde  “....e allora?”.

Io non la ascolto nemmeno ed entro.... classica domanda da turista “parla Italiano?” e lui “un po'” E poi “siete turisti?” e io  dico tra me: ma non si vede? Penso alla mia Nikon che denota, ballonzolando sul giaccone, la mia identità,appunto, di turista.

“si turisti italiani” e lui “gentili, turisti italiani”

“Si gentili turisti italiani” penso ad uno sfottò,  mi irrita un po' la cosa

Mi guardo in giro, e la vedo la piccola Agfa Billy Clapp, gli chiedo quanto la macchina, lui 40 euro

Io sono troppi 40 euro, e lui posso fare 30 e io meglio 25...

E lui “ va bene tu sei contento, io sono contento che Dio ci benedica”  Annuisco sorridendo e  poi gli chiedo “parla bene l'italiano perché?”

Cambia espressione si rabbuia all'improvviso,“ho conosciuto un italiano nel campo...è stato tanto tempo fa, ma adesso basta, andate, sono brutti ricordi...inediti ricordo 2

Sono Ismael, l'ebreo, ho 91 anni, sono sopravvissuto a Treblinka, non ho più nessuno. Non ho più un amore, stasera ho venduto la piccola Agfa,  non ricordo bene, ma forse è la macchina con cui ho fatto le ultime foto alla mia Hanna.

E' venuto il momento di chiudere per l'ultima volta bottega, ho fretta, devo fare le valige, domani mattina un assistente sociale mi verrà a prendere per portarmi in un bel posto al limite di un bosco, confesso di avere un po' di paura, l'ultimo viaggio non è stato così divertente.

Io sono Marco ex bancario e innamorato di Adriana.

Sono tornato a casa, dopo 4 giorni passati a Vienna.

Sorpresa!  Ho trovato un rullino nella macchina.  L’ho tolto nella camera oscura, residuo della passione per fotografia analogica, che ho da più di trenta anni...

Ho ottenuto 4 fotografie.  Ritraevano un uomo e una donna in un posto al limite di un bosco  vicino a uno specchio d'acqua.

Non so chi siano queste persone. Di che razza fossero. Non so se sono morte o vive, ma voglio rendere testimonianza a loro e a tutti quelli che perdono la vita o sono comunque discriminati, rinchiusi, a quelli che fuggono attraversando mari e continenti perché giudicati di razza inferiore.

Polpografo 2015

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inediti agfa i20 1Il ritrovamento di una vecchia macchina fotografica anni ’30. La stampa di vecchie foto contenute nel rullino ancora chiuso raffiguranti un uomo e una donna vicini ad un lago. La città di Vienna come sfondo della storia. Questi gli elementi sui quali hanno lavorato gli allievi del laboratorio di scrittura “La bottega dello scrittore” di Potenza per la redazione di un racconto in cui fantasia e realtà si sono intrecciati mirabilmente, portando ciascuno in luoghi remoti del proprio passato. Oggi vi proponiamo il primo di questa nuova serie intitolato “Frammenti di memoria” scritto da Carmen Cangi.

Natale 2006. Volai per Vienna in compagnia di Elisa, la mia amica di sempre.  Finalmente, dopo tanto tempo, si realizzava il sogno di due adolescenti ormai donne mature. Vienna continuava ad essere la meta agognata di due ragazze romantiche e sognatrici alle quali il tempo aveva aggiunto un tocco di grigio sui capelli. Elisa aveva organizzato il viaggio nei minimi dettagli.

Partimmo di pomeriggio inoltrato. Il volo  durò un batter di ciglia. Vienna  si presentò ai nostri occhi con un  cielo chiuso da grandi nuvole. L’aria era fredda e pungente, ma i nostri cuori erano due fiamme ardenti. Un taxì ci portò all’Hotel prenotato da Elisa. Un palazzone d'un rossiccio sbiadito, dalla forma quasi quadrata, movimentato da tanti piccoli porticati. 

La mattina seguente decidemmo di visitare la città in carrozzella. Eravamo entusiaste! Il cocchiere, con un gesto di tenera attenzione ci passò una coperta che suggellò il nostro affiatamento. E… via alla scoperta della città:  i giardini imperiali, i sontuosi palazzi barocchi, il castello della Principessa Sissi, il bel Danubio, quello blu. Vienna era un museo a cielo aperto. Di tanto in tanto ci fermavamo nei tipici caffè, tutti caratteristici e tutti uguali nel modo di presentarsi:  il tavolino in marmo,  il giornale e un bicchiere d’acqua. Luoghi dove si consumava il tempo e lo spazio,  ma solo il caffè compariva sul conto. Le note di Mozart, Beethoven, Strauss in sottofondo rendevano la sosta ancora più piacevole.

Eravamo ormai immerse in un’atmosfera da sogno, che i profumi del punch fruttato con il vino, del pan di zenzero e  delle mandorle tostate rendevano dolce.  A Natale, di sera, Vienna si trasformava in un incanto stupefacente, con pittoreschi mercatini all’aperto illuminati da luci abbaglianti.  Le bancarelle creavano un vero e proprio labirinto: passarvi in mezzo era una goduria per tutti i sensi. Scegliemmo di visitare inediti vienna 2 il Villaggio di Natale al castello  Belvedere, barocco sia  nell’artigianato che nello stile di vita.  Ci aggirammo quasi smarrite tra le  tante bancarelle  che esponevano  oggetti  d'una bellezza mozzafiato: mobili di fine Settecento intarsiati e decorati a mano, orologi preziosi del XIX secolo con incisioni d’oro, teiere, tazzine e vassoi di  fine porcellana...

La mia attenzione venne catturata , però, da una macchina fotografica carica d’anni. Il venditore sembrava  uscito dal libro “Cuore”; masticava un sigaro spento, come i suoi occhi. La mia presenza sembrava averlo incuriosito. La sua mano vissuta andò decisa verso la macchina fotografica... l’accarezzò... un gesto che per incanto riaccese i ricordi suoi e miei.

Il viso attraversato da profonde rughe sotto una barba incolta accennò  un sorriso, da me subito ricambiato: qualcosa ci accomunava. Ma cosa?…

Scusi… quanto costa quella macchina fotografica” gli chiesi con apparente disinvoltura in un timido inglese.

E lui di rimando: “Secondo lei  quanto può valere?”

Mi rispose in un  italiano perfetto, sorridendomi come una casa che spalanca finestre e balconi.

E’ italiano!... Che fortunata che sono! “ gli dissi con un entusiasmo, pari al suo. ”Lo sono anche io”.

“Lo avevo intuito”, mi rispose e continuò parlandomi di lui.

Sono un fotografo sempre in giro a raccontare le cose belle e brutte con il mio obiettivo. E’ l’occhio del mio cuore. Mio padre, quando mi regalò la prima macchina fotografica, mi disse che avrei dovuto far parlare e suonare le foto...

“ Come è possibile? lo interrupi con evidente stupore:

Se la natura, uomini e cose si esprimono per suoni e parole, mi spiegòcome si fa ad una scolaretta, perchè devono diventare mute in una fotografia? Se si capisce questo, si è in grado di fotografare tutto”.

Ho capito”.. . commentai convinta. “ Lei con il suo obiettivo riesce a cogliere le magie della vita che non sempre sono spettacolari, appariscenti!… A volte si nascondono nelle sfumature di gesti quotidiani... Grazie... grazie, per avermi svelato un segreto sconosciuto ai più”.

Questo dialogo aveva creato un’intesa complice tra noi due, che mi permise di azzardare: “Allora...me la vende la macchina?

E lui: “Come posso dirle di no? La macchina è un pezzo di me e non potrò portarla nella tomba. Lei è entrata nel mio cuore con le sue parole che vengono da molto lontano... Parole mai sentite prima, che hanno colpito quel pezzo di me che la macchina rappresenta...

Arrossii di gioia..io che avevo sempre pensato di non saper entrare nei pensieri degli altri, mentre l’anziano signore dopo un sospiro più lungo del Danubio, continuò a parlarmi.

Mi aveva chiesto quanto potesse valere!... Certe cose sono come i sentimenti...Può dire quanto costa un ti voglio bene? ...No. Questa macchina è un sentimento che, ne sono certo, lei saprà continuare a far parlare. I miei occhi, le mie mani saranno con lei tutte le volte che l’obiettivo la spingerà a fotografare..

A questo punto pensai: “O sono matta, oppure stò vivendo una fiaba..”

Con un gesto solenne mi consegnò la macchina fotografica dicendomi: “è sua!”

Ma...allora...non ero matta!...allora stavo vivendo una fiaba vera?

Mezza intontita gli chiesi: “Quanto... le... devo?...”

Pagherebbe uno che le desse il suo amore? Certamente no... Come si pagano i sentimenti?...

Risposi alla sua domanda con un bacio sulla guancia, caldo come la ceralacca quando chiude una busta contenente parole preziose.

Lo lasciai, ma non del tutto.

La passione per la fotografia l’avevo ereditata da mio nonno materno. Nelle sue fotografie sembrava quasi possibile leggere il pensiero delle persone.

Un giorno gli chiesi: ”Nonno sai fotografare anche i sogni?”

“ Si, certo “ mi rispose con la più grande naturalezza.

Come si fa?” replicai incuriosita.

Lui guardandomi negli occhi disse: “ Bambina mia, per fotografare i sogni basta pensarli uno per uno così come vivono ammucchiati nella tua testolina bionda. Per te sarà più facile perché i tuoi capelli riccioluti impediranno loro di cadere e di allontanarsi da te. Un clic li fisserà per sempre sulle tue mani, perché possa farne cibo quotidiano.”

Custodiva, come una reliquia,  la sua macchina fotografica sul comò tanto caro a nonna. Nessuno dei  nipoti poteva sfiorarla.  Il privilegio di  spolverarla, di tanto in tanto,  lo concedeva solo a me; probabilmente aveva intuito che il mio interesse per la fotografia era autentico. 

Un giorno la macchina scomparve dal comò. Scoprimmo, dopo la sua morte, che l’aveva regalata al figlio del fotografo del paese, emigrato per  lavoro in Austria . Quei pensieri mi accompagnano per un lungo tratto di strada.  Per caso mi accorsi che  la macchina fotografica  conteneva ancora  la pellicola, e,  notai che era una ”AGFA Billy Clack”  come quella  di  mio nonno. Strano! mi dissi.

Entrai nel  primo negozio fotografico che trovai lungo la strada.  Elisa mi seguì, senza parlare: aveva capito che stava succedendo qualcosa di importante. Pregai il proprietario  di sviluppare  subito la pellicola . Capì la mia apprensione e  si diresse spedito nella camera oscura. Poco dopo uscì con tre fotografie. Le guardai con trepidazione, senza capire il perché.  Erano tre immagini  di un uomo e una donna in un bosco nei pressi di un fiume.inediti lago 3 Non erano sfuocate ma volti e paesaggio sfumavano in un velo di nebbia. Un brivido mi pervase tutta: stava accadendo un piccolo grande miracolo.  In ogni foto c’era un ricordo custodito, l’ombra del viso sorridente di mio nonno era ormai svanita, ma era parte di me. 

E lì in quella pellicola ricca di sfumature,  magicamente si  stava ricostruendo  il tempo della memoria passata. Le foto ritraevano chi era entrato ed uscito dalla mia vita e chi aveva lasciato una traccia nel mio cuore. L’uomo sembrava farmi un occhiolino complice, la donna era la fotocopia di mia madre: erano  nonno Michele e nonna Filomena!... Non capivo più niente! Il mio cuore era diventato un affluente del Danubio.   La macchina fotografica era quella di mio nonno e…  Vienna me l’aveva restituita. 

Il filo della memoria è pieno di nodi, rimandi, grovigli.  Ci sono dei momenti in cui resiste a tutte le sollecitazioni, altri in cui si srotola tutto sul pavimento, svelando i segreti che una pellicola  aveva conservato a lungo, al riparo di cuori e pensieri estranei. Fu ciò che accade in quel viaggio. Ritornammo a casa felici ed appagate.

Quella vecchia macchina fotografica non aveva mai lasciato nonno Michele di cui era diventata corpo, pensieri e desideri.

Carmen Cangi    

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