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Racconti Inediti

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Alle donne della mia memoria

“Annalisa…. a  nonna,  io racconto, tu scrivi….scrivi”

Non l’ho fatto, perché ero giovane, perché credevo forse nell’immortalità dei ricordi degli altri.  Così, tutte le sue meravigliose storie mia nonna le ha portate con sé. Per questa ragione, ora, il mio fermo  immagine si posa su nuove storie intrise delle precedenti, non per questo meno meravigliose raccontate da Elisa, mia zia.

E così,  “tu racconti ed io scrivo”.

LA MEMORIA

Non era difficile raggiungere il centro di Potenza a piedi anche se si viveva in periferia. Si poteva poi attraversarlo tutto in poco tempo. Non si udiva il rumore delle cose, ma solo silenzio e parole quasi mai urlate. Il frastuono lo si udiva nei luoghi di aggregazione, o al mercato, dove esili, rugose donne vendevano uova, verdure di campo, polli, e tutto ciò che allora la terra sapeva donare. Lungo via Pretoria ci si incontrava tutti. Le ragazze abbassavano lo sguardo se incontravano un uomo e ci si fidanzava “da lontano”. A dominare sullo scorrere quotidiano delle vite, il campanile della S.S. Trinità, imponente, austero, mosso solo da veloci e improvvisi passaggi di stormi. Stridule macchie che all’improvviso oscuravano il cielo, proiettando ombre come di aeroplani sul terreno. Rondini, tortore, a volte cornacchie che vi trovavano riparo tra le tegole e i comignoli. Lento e naturale lo scorrere delle giornate. Il sole, con le sue ombre, dettava le ore. Nei cortili i bambini giocavano tra la terra, e nelle loro mani oggetti insignificanti prendevano vita, diventando sogni. In questo tempo i protagonisti meravigliosi di questo racconto muovono le loro storie e intrecciano le loro anime, dando vita a quella straordinaria famiglia di cui faccio parte. E’ quindi il ricordo, il racconto, l’unico mezzo attraverso il quale non si perde la memoria di certi avvenimenti, che per quanto chiari a chi li ha vissuti, man mano possono svanire nel tempo; perché le parole raccontate hanno la vita di chi le racconta, dentro, svaniti i narratori, svanirebbero i fatti.

I personaggi di questa storia prendono vita attraverso le parole e i ricordi a volte stentati, di chi li racconta adesso. E così, tra un ricordo e l’altro, prende vita la “storia”, la mia storia ed in particolare quella di Isabella, mia zia, Elisa. A volte cerca nel vuoto i particolari, a volte guarda oltre la finestra, come a voler cercare invece nel cielo le parole giuste, i pezzi di una vita da rimettere insieme. E così, tra un lampo e l’altro di ricordi, prendono vita i personaggi, incominciano a muoversi. Posso vederli, immaginare le loro voci, i loro occhi, posso immaginare gli scorci polverosi dove si muovevano, e tutto questo è meraviglioso.

L’AMORE DI ROSARIA

L’aveva conosciuto e subito le era sembrato bello, il suo Flavio, bello, come Rodolfo Valentino. Pazza d’amore per lui, dal primo istante, tanto da sopportare il peso di una famiglia difficile da capire ed una suocera impossibile da spiegare. Una donna senza tatto, che non conosceva nessuna forma d’amore ma soltanto voglia di “possedere”. Quella donna si sentiva la padrona di ogni parte di quel figlio, dall’aspetto fisico all’anima. Rosaria lo amava da impazzire, si perdeva a fissare i suoi occhi, che cambiavano colore a seconda del tempo. Quando lui le parlava lei amava guardargli le labbra, perfette, e il suono delle sue parole lasciava il posto all’incanto del loro movimento. Oh, quanto l’amava. Fu da quell’immenso amore che nacque, per prima, la piccola Isabella, un nome dolce per una donna forte, quella che Isabella sarà poi destinata a diventare. Ma a rompere ogni volta la magica atmosfera di questo amore, arrivavano puntuali le parole dure della suocera, i suoi imperativi, il suo egoismo. Quanto erano insormontabili ! Tanto da costringerla ad una scelta dura, una scelta da lei stessa ritenuta inimmaginabile. Lasciarlo, andare lontano, via da lui e da quella donna troppo curiosa che li sovrastava, e che a lei guardava fisso dentro, come a voler carpire ogni mistero contenuto nella sua immensa anima. Così decise di lasciarlo, lasciare quella casa che non sentiva affatto sua. Dopo un distacco di quasi due anni, che a lei parvero interminabili, l’assenza d’amore che riempiva il suo cuore portò Rosaria a ricominciare lì da dove l’amore era stato interrotto, acceso ancor più dalla supplica di un uomo perso nel nulla della solitudine. Un amore che poche volte si vede nella vita, che pochi possono raccontare, il suo…l’amore grande che solo lei sentiva. Ricominciarono tutto di nuovo, ma con una specifica richiesta di Rosaria, vivere lontani da Potenza, per non soffrire più, per una speranza, perché per lei la sua famiglia erano Flavio e i suoi figli. Così per Flavio, che lavorava con un azienda di trasporti turistici che serviva la costiera Amalfitana, fu semplice trovare una soluzione. Decise di partire e di stabilirsi a Ravello. Quei luoghi furono la favola dell’infanzia di Isabella. Il lungomare di Salerno, la splendida Ravello, il mare, il sole, le distese di alberi di limone. Luoghi di serenità, di gioia, che videro anche l’arrivo di nuove vite, quattro sorelle ed un fratello, prima dell’inizio della guerra, che di li a poco avrebbe cambiato le vite di tutti, ed in particolare la sua.

LA GUERRA

Aveva solo otto anni quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale. Da gennaio a maggio del 1943 ci furono interminabili incursioni aeree sul  Golfo di Napoli. Isabella, da lontano vedeva gli aerei, e sentiva che non era qualcosa di bello quello che stava per accadere. Così Flavio decise di proteggere la sua famiglia, partendo per  Petruro, un paese molto all’interno rispetto alla Costiera Amalfitana, quasi nascosto tra le montagne. Fu la guerra la vera compagna d’infanzia di Elisa, delle sue sorelline, Nicolina, Teresa, Piera, Rita e di suo fratello Rocco. I bombardamenti si susseguivano e Flavio continuava il suo lavoro, ma fu proprio a giugno, sotto le bombe che cadevano come pioggia sul terreno, che fece l’ultimo dei suoi viaggi. Il giorno prima, felice, aveva portato alla sua Rosaria una enorme cassetta di patate, perché diceva, ne avrebbero certamente avuto bisogno data la difficoltà a reperire cibo degli ultimi giorni. Per fortuna, perché fu quello l’unico sostentamento della famiglia per i giorni che seguirono. Per otto giorni  Rosaria aspettò invano il ritorno di suo marito, disperata e incinta percorse a piedi tutta la costiera amalfitana, ogni fermata d’autobus, ogni paesino, ma nulla, nessuno sapeva dove fosse il suo Flavio. Tutto all’improvviso le fu chiaro, nessuna illusione, non c’era più, era morto, e lei era rimasta sola con sei figli da sfamare e quella maledetta guerra che le mordeva l’anima.

Con quel dolore nel cuore che nulla, nulla avrebbe potuto lenire, impietrita, immobilizzata si guardò nell’anima. Le avevano levato il suo amore,  glielo avevano rubato le bombe, la guerra, e uomini folli dalle folli idee. Solo una decisione da prendere al più presto, restare o andare via. Tornare alla sua città, alla sua vecchia vita, cercare di sopravvivere a tutto quell’odio, o restare lì in quel luogo dove tutto le era stato tolto.  In un attimo prese i suoi bambini, raccolse le ultime cose, cuscini, scialletti di lana, qualche coperta e con loro si avviò verso Salerno, da dove in qualche modo avrebbe raggiunto Potenza. Mentre scendevano giù verso la costa, le venne in mente di aver dimenticato una coperta imbottita e le lacrime cominciarono a scender giù come cascate. La voleva disperatamente quella coperta, come una bimba vuole la sua bambola, forse per un ricordo d’amore, forse perché in tutta quella follia a qualcosa doveva pur appoggiare quella sua anima disperata, le doveva pur piangere quelle lacrime fino ad allora soffocate. Così la piccola e veloce Isabella, toccata nel profondo da quella immagine, tornò su a riprendergliela, tra le macerie, la paura e le urla della guerra. Quando tornò sembrava tutto svanito, svanito come le lacrime della mamma e per di più un rimprovero. Non era necessario quel suo gesto eroico, non doveva andare via. Così la piccola capì che il dolore è qualcosa di strano, qualcosa che rende piccoli, a volte, anche i grandi. Per fortuna, nonostante quel trambusto, riuscì a salire sul treno che portava a Battipaglia e, successivamente, presero quello per Potenza. Avrebbe rivisto i suoi cari, avrebbe avuto ricovero per se e i suoi bambini. I bombardamenti continuavano, e le pareva che se li fosse trascinati dietro come le sue poche cose. Allora c’era un rito che Rosaria faceva per proteggersi dalle bombe.   Diceva ai suoi piccoli di mettere il cuscino in testa, coprirsi con uno scialle nero le spalle, così da non essere visti dall’alto, e pronunciava una frase, una sorta di nenia che serviva  per scacciare il nemico. Rosaria allungava il braccio verso il cielo e dondolando un rosario pronunciava la frase: ”fuggite schiere nemiche …ecco la croce del signore”. Ma gli uomini della guerra non sapevano ascoltare le preghiere disperate di una madre. Finalmente arrivarono a Potenza. Avrebbe chiesto ai parenti come sistemarsi, come proteggere da quella follia i suoi bambini. Posò quelle poche cose per terra, prese fiato ed incominciò a camminare con quel nugolo di bambini al seguito verso la sua nuova vita.

GLI EROI

Avevano cominciato a vivere a casa di uno zio, al centro di Potenza in via Manhes. Il bambino non era nato, e a pensarci bene, forse, era stato fortunato a non conoscere quel mondo. Si sentivano a casa, lì c’era spazio perché lo zio non aveva figli, aveva anche delle galline sul balcone e una certa disponibilità economica. Era difficile però riuscire  a procurarsi da mangiare. Per il pane e per il latte Isabella faceva file di ore. A volte ci andava con alcune cuginette, ma spesso da sola. Si avviava di buon ora, verso le quattro del mattino, usciva e raggiungeva il centro di Via Pretoria dove di solito venivano distribuiti in piccoli locali seminterrati. Spesso, dopo aver preso il latte,  scendeva giù velocemente a casa per poi risalire e fare un'altra fila, con la speranza di riuscire a portare ai suoi cari entrambi gli alimenti. Un mattino, si recava nei pressi della Piazza Mario Pagano con la sua cuginetta Teresa, erano arrivate  alla chiesa della S.S. Trinità, vicine ad uno di quei locali nei quali si distribuiva pane. Erano  lì quando ad un certo punto quel ronzio sempre più forte, che conoscevano bene, le fece sussultare. Man mano il ronzio diventava più forte, quasi assordante e quella tipica luce del mattino venne oscurata da ombre che sembravano di uccelli ma che non emettevano suoni naturali, ma terribili sibili che uccidono. Così, le due ragazze, senza neanche rendersene conto, furono investite da una pioggia di proiettili e tutto intorno fu confusione e paura. Non si erano rese conto che con un balzo un soldato, forse solo di pochi anni più grande, le aveva raggiunte e protette da quella terribile pioggia di morte. Un gesto coraggioso di un giovane soldato, in una terra che non gli apparteneva, pronto a morire, senza indugio per due piccole sconosciute. Eroi senza nome, che nessun libro di storia mai ricorderà. Sconosciuti, pronti a donare la propria vita in nome di un idea, di un sogno, che non era sicuramente il loro. Uomini e donne che anteposero il cuore alla ragione. Scossa da questo avvenimento, con la cugina Teresa scese giù di corsa verso casa per raccontare tutto alla sua mamma. Scorrevano così le giornate, sempre così, tra un bombardamento e l’altro, tra una fila per il pane ed una per il latte. E così anche la sua innocenza, la sua spensieratezza, man mano con l’aumentare delle sue responsabilità, parevano svanire, dissolversi. Ricordava quando in costiera, d’estate, si svegliava e passeggiando per il lungomare vedeva i bar aperti, ed i garzoni fare le pulizie. Sorride pensando a quelle sedie raccolte sui tavoli che adorava far venire giù, con un solo dito, passando velocemente tra i tavoli, ed i garzoni che con le scope da lontano la “maledivano”. Dispettosa,  dispettosissima la piccola Isabella. Ora è tutto così diverso…….. Le viene in mente la fila di soldati che in campagna dagli zii vide risalire dai Piani del Mattino. Tutti quei soldati…alcuni portavano strani turbanti in testa, altri erano biondissimi, altri scuri come la notte. Provò un nuovo sentimento che non sapeva descrivere, quella guerra, quanto la odiava quella guerra! Carri armati, camionette, moto, polvere, tanta polvere e fame, una fame che mai aveva provato prima.

GLI AMERICANI

Avevano riempito le strade polverose di Potenza con la loro euforia, le loro canzoni, i loro capelli biondo rossastri, i cappelli messi sulle ventitré, le gomme da masticare… le cioccolate. Così, spesso, per le strade del centro, risuonavano musiche dove prima si sentivano urla e pianto. Canti che coprivano la disperazione e la desolazione di una guerra che aveva tolto tutto a tutti. Che aveva lasciato il vuoto dove c’era la vita. Così da lontano non era difficile intravedere assembramenti di bambini e donne in trepidante attesa ai piedi di camion e carri armati o trovarsi a volte ad ascoltare note di canzoni che  le ragazze intonavano ai soldati…..“Se chiudo gli occhi il viso tuo m'appar come quella sera nel cerchio del fanal. Tutte le notti sogno allor di ritornar, di riposar, con te, Lili Marleen …..Prendi una rosa da tener sul cuor legala col filo dei tuoi capelli d'or….Forse domani piangerai, ma dopo tu sorriderai. A chi, Lili Marleen?”  Spesso questa era la canzone che Isabella  provava ad intonare per racimolare qualcosa da mangiare per lei e i suoi fratellini. Così correva sotto quei giganti di ferro prendeva fiato e coraggio ed incominciava a cantare. Di fronte a lei, gli americani. Anime commosse dentro divise tutte uguali. Applausi e pioggia di cioccolate, dalle bocche spalancate dei loro camion. E saltava su Isabella, più in alto di tutti la magrissima Isabella. Il fiocco che le teneva su i capelli, mai al loro  posto,  le ricadeva davanti al viso e dopotutto questo la faceva sempre sorridere. “Sono sicura di averne prese per tutti, basteranno per tutti, si” e via, veloce come il vento verso casa. Distruzione, fame,  polvere, camion e carri armati i compagni del suo cammino . “Ho cantato proprio bene”, si diceva alzando gli occhi al cielo come se il più importante degli spettatori l’avesse ascoltata da li. Papà, il suo bellissimo papà, morto con un biglietto nella mano, tra le macerie dei bombardamenti, senza fucile, senz’armi, solo con un biglietto stretto nella mano. Correva, correva, correva verso casa, e appena dentro..“Cioccolata, cioccolata arriva la cioccolata” e incontro a lei saltellanti corpicini vestiti a malapena ma intrisi di un inebriante profumo di dignità. Una dignità che neanche la guerra aveva intaccato, quella  guerra brutta, che le aveva tolto la casa, i vestiti …i sogni. E così, custoditi come reliquie si erano conservati i pezzi di cose sopravvissute ai bombardamenti: una cristalliera, alcuni piatti, pochi stracci e un collo di pelliccia che poteva sempre tornare utile, come in quei momenti, quando i piccoli cominciavano a litigare per ottenere il pezzo più grande di cioccolata. Così Isabella, correva nell’armadio della mamma a prendere quell’unico ricordo rimasto di una passata eleganza. Il collo di volpe, con tanto di testa coda e zampette nere, con occhi di vetro marroncini, il muso ancora lucido e la coda vaporosa  Lo mette sulla testa come un cappello, ed incomincia una danza, una danza che immobilizza tutti. I loro occhi  grandi, restavano spalancati, fissi su di lei, ma per lo più su quella spaventosa, spaventosissima testa di volpe. Così Isabella teneva a bada le loro euforie, con quelle sue rocambolesche storie di volpi e lupi…di montagne e valli ma anche con chiare minacce di morsi e agguati al loro primo cenno di impazienza. Quello era il suo modo di tenerli a bada, poco più che una bambina, scura “nera come uno scarafaggio” lei si descriveva, ma già con un immenso peso sulle spalle, un dolore, e tanta solitudine perché si è soli quando bisogna diventare grandi, quando bisogna fare da mamma e da papà. E così ripensa al giorno che portò via suo padre, ai bombardamenti, e lui con il suo autobus di linea, pieno come solo la disperazione della guerra può riempire. Sua madre era finalmente riuscita a raccontarle come fossero andate le cose. Lui, per un incursione aerea, fermò il suo autobus per ripiegare in un rifugio, ma quello più vicino era solo uno scantinato, sul quale, come un castello di carte, crollarono i palazzi circostanti. Pensa al dolore del suo papà Isabella, a quanta paura dentro quel buio, vivo, sepolto con tutti gli altri. E ricorda sua mamma, che  lo cercò per giorni e giorni. Qualcuno poi le disse che lì dove era stato trovato, in quello scantinato, c’erano tante persone e che sui muri c’erano scritte le date di morte dei suoi sfortunati compagni. Confuse, sparse qua e là a ricordare un inimmaginabile terrore. Ma il suo eroe, avevano detto, nella mano stringeva un biglietto, consumato dalla morsa del pugno, sul quale c’era scritto:-“Ci avete abbandonati. Italiani, siete degli assassini”. Così il cuore di Isabella iniziava a battere più forte, gli occhi rivolti al cielo per dirgli il suo amore, per dirgli che mamma lo aveva disperatamente cercato. Che avevano fatto un viaggio lungo tristissimo, e che anche se lei non aveva mai detto niente….loro lo avevano capito, che lui era morto, perché quella luce che mamma aveva negli occhi ora non c’era più.

Fuori dai suoi pensieri, il rumore degli Americani, della loro strana lingua, dei loro camion e delle loro motociclette. Le ragazze grandi amavano gli americani, e gli lanciavano fiori, fazzoletti ricamati, baci e li stringevano in forti abbracci. Gli americani che ci hanno salvati... che ci hanno salvati.

I ricordi della narratrice si fermano qui, confusi, fanno rocamboleschi salti fra presente e passato. Ma inconfondibile nello sguardo mentre racconta, cercando disperatamente nelle parti più profonde della memoria, gli occhi di mia zia brillavano di luce diversa, a volte gioiosa, a volte meno, ma molto più spesso “meno”. Madri, sorelle nonne, piegate fino all’inverosimile dai dolori della vita, ma mai, mai arrese o sconfitte. Donne di altri tempi, che si sono private di tutto, di ogni cosa per arrivare a noi, a ciò che siamo adesso.

Se si riflette, da quelle bombe a noi non è passato poi così tanto tempo, non sono lontane così tanto Isabella e le sue sorelle. Ora le vediamo così, con i loro orecchini colorati in tinta con  le collane ed i vestiti, con i loro capelli radi, i loro occhiali spessi, e le corporature modificate dal tempo, ma dietro ognuna di loro c’era una splendida ragazza  piena di sogni da  realizzare. Avevano tutte meravigliosi occhi che davano dal verde all’azzurro, grandi e bellissimi occhi, corporature da sogno, eleganza e intelligenza. Avevano sogni, che la guerra stroncò, che il tempo vanificò, ma nessuna mai ha rinnegato il suo passato, cancellato i ricordi denigrato il presente, mai nessuna ha ritenuto un “obbligo” essere madre ma solo un piacere ed un privilegio.  Di tutte, Elisa, fu il pilastro fondante, la roccia, “atlante che regge il mondo”. Fu madre delle sue sorelle a soli 15 anni, punto cardine e di unione tra tutte.

Siamo cresciuti come fratelli, non cugini, e quei valori e quella sensibilità d’animo che ci contraddistingue è dovuta a loro. Spero di poter attingere ancora alla fonte della loro memoria, spero di poter raccontare le loro vite il più verosimilmente possibile.

Il  tempo, gli anni, non sono gentili con la memoria ed i ricordi, è bene dunque fermarli, fissarli con la scrittura per renderli immortali, almeno per noi.

Annalisa Ascoli

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inedito c1Che prepotente quel sole di primavera. Penetrante quasi fosse dentro l’estate. Al mio corpo di bambina sembrava arrogante, mentre accompagnavo mio padre che lavorava all’Inps. Dal rione Santa Maria, dove abitavamo, saliva in Via Pretoria, sempre a piedi, tutti i santi giorni. Era bello in quel suo incedere pellegrino. Abitavamo in una casa alla quale allora aggiungevano sempre l’aggettivo “popolare”, con tono un tantino dispregiativo. Per noi era una reggia, come la definiva mia madre.

Per lungo tempo avevamo abitato in un buco di casa a piano terra in Vico Addone, in cinque. Mio fratello, mia sorella ed io eravamo piccoli e avevamo voglia di spazio...tanto spazio...di aria...tanta aria...Mio padre arrotondava lo stipendio facendo ore di straordinario anche quando non erano giornate di rientro. A volte lavorava di domenica mattina: voleva darci spazio, aria, gioia di esistere.

Ogni pomeriggio, anche se era la controra, lo accompagnavo per un breve tratto di strada, dal portone di casa al piazzale della chiesa di S. Maria del Sepolcro. Mi inebriava l’aria dolce e profumata di primavera. Era il preludio di una stagione rassicurante: sapeva regalarmi spensieratezza e libertà a piene mani.

L’accompagnavo non proprio per amore...o non solo per amore.

Il mio amore finiva davanti al bar “La Rocca” di fronte alla chiesa, esattamente innanzi al contenitore dei cornetti “Algida”. Il gelato che ogni bambino desiderava. 

Una novità. Una ghiottoneria che non tutti potevano permettersi.  

Il suo impasto era di mandorle cioccolato e panna, immersi in un cono croccante. Alla punta il piacere di un pezzettino di cioccolato fondente: si scioglieva lentamente nella bocca che diveniva una piccola cioccolateria.

Una vera goduria!...

Uscivo dal bar con il gelato in mano. Papà aspettava che attraversassi la strada, anche se le automobili passavano ogni morto di papa, e  proseguiva verso l’ufficio. E ora eravamo solo io e lui. Io e Algida pronti a vivere un piacere che ogni giorno aveva una sfumatura diversa. Ed era la ricerca di queste sfumature che rallentavano il movimento delle lancette del tempo. inedito 2

Quei momenti, riti indimenticati e indimenticabili, sono ancora oggi impressi dentro me insieme ai profumi, ai sapori, che mi riportano magicamente in via Ciccotti, quando la nostalgia di Algida mi assale.

Un giorno questa magia finì per sempre. Mia sorella, più grande di me di due anni, e più scaltra, mi chiese perché tornassi ogni giorno a casa con il gelato. E a cosa fosse dovuta la generosità di papà.

Aveva intuito che c’era qualcosa di strano. Era convinta che il gelato fosse una contropartita a qualcosa che le sfuggiva. Le dissi tutta la verità: papà mi chiedeva quanto tempo dedicava allo studio mio fratello, che frequentava il quarto ginnasio... a che ora usciva di casa e, se quando rientrava riprendeva a studiare. Mia sorella brutalmente mi disse: “Sei una spia! Ti vendi per un gelato e non ti rendi conto che se Franco non dovesse essere promosso, papà lo punirà pesantemente. Tutto per colpa delle tue soffiate”.

Ero sconcertata. Non potevo crederci: io una spia?...  Avvertii un senso di colpa troppo grande per  i miei cinque anni.  Non sapevo cosa fare, con chi confidarmi. Di notte iniziai ad avere degli incubi. Ero agitata. Mi giravo e rigiravo nel letto e a volte gridavo. Mamma spesso mi svegliava; cercava di  rassicurarmi senza capire il motivo del mio malessere. Avvertivo un peso alla bocca dello stomaco di cui non riuscivo a liberarmi. Ricordo che facevo fatica a mangiare. Io che ero un’ingorda.

Si sa: i bambini ingigantiscono ogni cosa nel male e nel bene. Ed io vedevo una montagna enorme davanti i mie occhi che  impediva la soluzione al mio problema. Mio fratello era tanto affettuoso con me. Mi dava dei pizzicotti sulla parte esterna delle mani cicciottelle, poi  me le baciava con una tenerezza infinita. Come avevo potuto tradirlo per un cornetto Algida? Rinunziai al gelato. Soffrivo spesso di mal di pancia, il medico mi aveva diagnosticato l’appendice infiammata. La scusa funzionò. Ogni sera comunque si ripeteva il rito del rapporto su mio fratello. A mio padre cominciai a raccontare bugie. A qualcuno dovevo pur  mentire.

Per quanto la mia testolina  fosse confusa, una cosa mi era chiara: un fratello va difeso sempre e comunque. Con il passare dei giorni mi convinsi che sarebbe stato giusto confessare  le mie inquietudini a padre Daniele, parroco della chiesa del di Santa Maria prima dell’inizio del catechismo. Era un monaco che ispirava tanta fiducia ed era molto amato dai più piccoli. E così feci.

Un pomeriggio di mezza estate, lo aspettai in sacrestia. Ero tesa. Mi venne incontro con un sorriso che spazzò di botto i  miei sensi di colpa. Una carezza sui capelli e il rosario che mi regalò dopo il primo accenno di confessione restituirono la serenità ai miei anni. Quel momento è rimasto scolpito nel mio cuore.

Quell’anno mio fratello fu promosso. Mio padre gli concesse la sua prima vacanza al mare. Partì per dieci giorni con il camper del padre di Tanino, il suo amico del cuore, alla volta di Ginosa Marina. Tornò felice e abbronzato. Ed io ero felice più di  lui.

L’estate sembrava non voler cedere il passo all’autunno. Il mio primo giorno di scuola era a pieno sole. La mattina, non lo dimenticherò mai, mio fratello, mi regalò una penna  sfera “Bic”. Un regalo  che mi fece sentire importante. La prima  parola che imparai a scrivere fu il suo nome: Franco.Quella penna, ancora oggi  è il segnalibro dei miei pensieri.

Carmen Cangi

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inedito 1

L’odore della pioggia era ovunque. Fuori e dentro casa. Lo vedevi da dietro i vetri salire su verso il cielo e lo sentivi adagiarsi sulla pelle ormai umida. Al mare è così. Quando piove avverti le sue particelle umide dappertutto, anche d’estate. E il profumo di bagnato penetra le narici fino a farle bruciare.

Quel giorno era cominciato bene, il sole riscaldava già l’alba lasciando presagire il caldo torrido che sarebbe esploso di lì a poco. Un’aria indolente si abbatté su tutti nelle ore successive, rallentando gesti e azioni. Persino i bambini erano svogliati. Il mare accennava qualche onda, anche lui appiattito dalla calura. La mattinata si lasciò fluire così, senza emozioni, solo qualche gelato e un pò di movimento. Quel tanto che bastava per raggiungere la battigia e farsi inghiottire lentamente dall’acqua.

Un acquazzone improvviso scrosciò sul mare cogliendo alla sprovvista la folla che popolava la spiaggia. In un lampo tutto ammutolì. Gli ombrelloni e le sdraio rimanevano l’ultimo baluardo di un’umanità che fino a pochi istanti prima aveva colorato il paesaggio.

Lo spettacolo del mare bagnato dalla pioggia è uno dei più belli.

Ferma davanti al balcone aperto osservavo il mutare del colore del mare che sembrava assecondare la forza del temporale. Era sparita anche la leggera increspatura sotto gli schiaffi dell’acqua che scendevano vigorosi dal cielo cupo. Entrò nella stanza una folata di aria fresca, l’avevo desiderata tutto il giorno, e alcuni schizzi di pioggia mi bagnarono. Non mi scansai, la sensazione fu piacevole, e lasciai che le piccole gocce d’acqua scivolassero lentamente sul mio viso. 

Ero seduta sulla sabbia con lo sguardo rivolto all’orizzonte. Accanto a me il mio piccolo bambino nella stessa posizione. A noi piaceva stare così. In silenzio ad ascoltare il mare. Lo sguardo perso nell’azzurro del mare e del cielo, i pensieri che vagavano a briglie sciolte, liberi di volare sulle onde e andare lontano. Ogni tanto un gabbiano sorvolava le nostre teste e planava leggero pochi metri più in là. Erano bellissimi, bianchi e sinuosi. In un attimo erano già in volo, alla ricerca di chissà cosa.

Dove vanno, mamma?

Mi chiese Lorenzo rompendo il silenzio con la sua vocina squillante.

Da nessuna parte, tesoro. Giocano a rincorrersi, ma restano qui, sempre. Questa è la loro casa.

Si alzò in piedi e cominciò ad inseguire un gabbiano che aveva appena toccato terra. Aprì le sue piccole braccia e prese a correre lungo la spiaggia. I suoi piedini lasciavano orme sul bagnasciuga che le onde del mare cancellavano subito dopo.

Dai mamma, vieni anche tu!

Mi alzai senza farmelo ripetere e imitando il mio bambino cominciai a volare anche io. Corremmo lungo la spiaggia a perdifiato, spiccammo il volo e dopo un po’ ci ritrovammo a dorso di un gabbiano. Salimmo verso il cielo, oltrepassammo la linea dell’orizzonte e ci ritrovammo in un luogo mai visto. Fiori colorati ci accolsero con il loro profumo e un suono dolce riempiva lo spazio. Un grande senso di pace aleggiava dappertutto, e un fascio di luce si apriva come un ampio sorriso verso di noi. 

Dove siamo mamma?

Nel luogo dei nostri pensieri.

Quelli che facciamo quando guardiamo il mare?

Si, proprio quelli.

Che belli mamma!

Tu quale hai fatto?

Quello dei fiori colorati. Vedi come sono belli? Sono tutti diversi, ognuno ha una forma, chi ha il gambo più lungo e chi più corto, chi ha i petali che protendono verso l’alto chi verso il basso. Tutti formano una distesa colorata e si uniscono laddove rimane uno spazio bianco. Mi fanno allegria ed io mi tufferei in mezzo a loro. E qual è il tuo pensiero?

Quello lì in fondo, lo vedi? Quella distesa azzurrina, la calma, la ricerca della tranquillità. Hai presente quando i funamboli camminano su un filo sospeso? Ecco, io mi sento come quegli uomini lì che si muovono lentamente, un piede davanti all’altro, gambe flesse e schiena dritta, per cercare di non cadere nel vuoto. Guardare il mare mi restituisce questo: un senso di pace che nessun altro posto mi offre. Mi ci cullerei in questo luogo di serenità. Prenderei i tuoi fiori e farei un grande cuscino su cui affondare la mia testa pesante. Mi addormenterei lasciandomi sopraffare dal loro profumo intenso.     

Lorenzo mi strinse la mano e ci avviammo verso il fascio di luce che ci invitava ad entrare. La luce ci abbagliava e non riuscivamo a vedere cosa ci fosse oltre quel sorriso. Continuammo a camminare e notammo una presenza accanto a noi. Era il gabbiano che ci aveva condotto in quel luogo sconosciuto. Ci guardò e ci invitò a proseguire accanto a lui, ora non volava più, camminava come noi sulle sue lunghe zampe. Ci inoltrammo in questo luogo affascinante, una dolce melodia ci accolse e non senza sorpresa vedemmo altre figure muoversi a ritmo di musica. Danzavano abbracciati un valzer delicato, eseguito al pianoforte da un musicista in bianco e nero seduto al centro della luce. Tutti gli roteavano intorno e volteggiavano felici. Erano figure senza contorni di cui potevo però distinguere i loro sorrisi beati. La musica cominciò ad accelerare e le coppie a muoversi più velocemente, il ritmo incalzava e le gambe diventarono frenetiche e anche le dita del pianista presero a rincorrersi su e giù sulla tastiera senza sosta. Fu un vortice. Le dita. Le gambe. Le note. Le dita le gambe le note. Leditalegambelenote. Leditalegambelenoteleditalegambelenote.

inedito 2Un lampo improvviso ruppe l’incanto. L’immagine dei ballerini e del pianista si fece in mille pezzi che schizzarono nel cielo e finirono nel mare illuminandolo. Un’onda lunga prodotta dal boato giunse fino a riva bagnando i nostri piedi mentre assorti contemplavano il mare e l’orizzonte. Perduti nei nostri pensieri che ripresero a volare come ali di gabbiano.

 

Eva Bonitatibus  

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inediti 1

E’ una giornata di mezza estate a Capriolo, un paesino di montagna, dove d’inverno i fiocchi di neve cadono grandi come pastiglie di menta.

Nella strada che scende dal bosco, lontano, si intravede un anziano signore che si dirige al piccolo bar all’angolo della piazza. Lo accoglie una sedia di quelle impagliate a mano accanto a un tavolino traballante.

“Mi chiamo Ettore”, risponde al barista impiccione negli occhi.

E’ un po’ trasandato. Gli occhi si illuminano quando vede un pugno di bambini. I loro giochi, fatti di grida e sorrisi, danno una spolverata ai suoi ricordi antichi.

Quando si è vecchi, si sa, questi fanno compagnia più di quelli freschi. Ed ecco tornare prepotenti alla mente le luci e le voci del “Circo Bel”, dove aveva lavorato come clown-giocoliere per quarant’anni. E con esse il desiderio – molto più di un sogno nel cassetto – di cercare l’Isola del Sorriso.

Nei quattordicimila ottocento giorni di attività aveva cercato di portare la luce della gioia nell’animo di grandi e piccini. Lo aveva fatto fino a quando, un brutto giorno, il circo andò a fuoco, mentre faceva il suo numero. Sulla tanica di benzina di Beppe il mangiatore di fuoco era caduto il mozzicone di sigaretta di un inserviente distratto.

Furono pochi i superstiti tra uomini e animali e lui fu costretto a vagabondare per il mondo alle prese con mille disavventure.

Viaggiò tanto, convinto, con la tenera fede di un bambino, che da qualche parte del mondo tra Oriente e Occidente potesse esistere un posto bello come il Paradiso, allietato dal sorriso di Dio.

inediti 2

Lo immagina situato tra boschi e valli, dove il profumo dei fiori era tanto intenso da provocare un piacevole stordimento.

Parla con i suoi pensieri, quando alcuni ragazzi disabili, spinti su sedie a rotelle,  sbucano da un vicolo. Occupano i pochi tavoli del bar e ordinano delle bibite.

Uno degli accompagnatori accende una radiolina con l’antenna come quelle di una volta e, nel giro di pochi minuti si diffonde nell’aria una musica che rimanda a sensazioni passate…

Lo sguardo di Ettore corre su un ragazzo dal viso squadrato e con le braccia rigide. Muove il capo per quanto gli è possibile al ritmo della canzone che gli piace tanto e il suo sguardo plana su una compagna, anch’essa in carrozzella, che gli sorride.

Lei ricambia lo sguardo del ragazzo in un modo da togliere il fiato. Non fa caso alle sue movenze spezzate, lo guarda negli occhi, con la semplicità che annienta ogni ostacolo sulla strada del cuore.

A volte la vita ti viene incontro con dei piccoli pezzi di te che avevi dimenticato. Ettore, senza volerlo, si trova coinvolto in questo gioco di sguardi. Lui ci mette il suo che ha conservato il candore dello zucchero filato. Si sente uno come loro. E vuole che lo percepiscano. Con il cuore, prima che con le mani, apre il sacco variopinto, pieno di colori, la memoria fresca del suo passato. Tira fuori tante palline colorate: una rossa amore; una gialla  vita; una verde  primavera; una azzurra  cielo; una marrone terra ... Le butta in aria e roteando tra le sue mani formano un arcobaleno tascabile. Ricorda che questo dell’arcobaleno era il numero che emozionava  di più il pubblico.

Ettore intanto lancia uno sguardo a quei ragazzi, con il quale sembra voler dire loro che la vita è un arcobaleno per chi sa cogliere la purezza di qualsiasi cosa, l’intensità di ogni batticuore, la bellezza di ciascuna sensazione.

Hanno capito e gli rispondono con un caldo applauso mentre una scia di colori riempie il cielo. Ettore in quel momento prova l’emozione, incomprensibile, di toccare Dio e di ringraziarlo per avergli dato mani d’arcobaleno.

Ha finalmente trovato “L’Isola del Sorriso”.

Carmen Cangi

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Ancora un racconto ispirato alle poesie studiate durante il laboratorio di scrittura “La bottega dello scrittore” tenuto a Potenza da Luciana Gallo Moles. Un esercizio di scrittura che ha previsto la trasposizione della poesia in prosa. Buona lettura!!

L’inverno aveva gelato ogni cosa.

Passeggiavamo io e Victor, per il vecchio parco solitario complice dei periodi spensierati della nostra giovinezza. Avevo guardato il cielo, era grigio come lui, e anche come me. I nostri paltò neri si toccavano leggermente, e… come per incanto, i ricordi riaffiorarono, spintonandosi l’un l’altro. “Victor ricordi la nostra estasi di un tempo? Vedi ancora in sogno la mia anima?” “Ti sogno spesso, Iris. Sogno la tua risata quando eri felice, sogno l’emozione che mi davano i tuoi capelli , due trecce di grano tra le mie mani e i tuoi occhi interminabili. Sogno il modo in cui spostavi l’aria quando mi passavi vicino, sogno la tua voce, la grazia con cui pronunciavi la r quel modo così sofisticato ed elegante, sogno la tua ingenuità bambina e il tuo essere adulta in ogni situazione importante.

“Sono trascorsi lenti, gli anni Victor. I nostri cuori hanno camminato insieme per sentieri tortuosi, hanno saputo digerire le spine. Intuivi l’intensità del mio batticuore, il momento del mio sfinimento e, mi prendevi in braccio… Ricordi Victor, la casa della nonna a Neige, che ti accolse bambino dopo la morte dei tuoi genitori per un fatale incidente stradale? Quanto l’hai amata!“. “Sì… Iris, a casa di nonna Irene, trovai la serenità. Mi bastava che lei fosse lì. La sua presenza era rassicurante, come le nostre anime che ora si accompagnano nel silenzio del parco. Ogni suo gesto era una parola di affetto, un pezzo della sua storia che affidava con discrezione a me, suo unico nipote, perché ne avessi memoria, quando lei ci avrebbe lasciato per trasferirsi sull’altra faccia della luna…

Ricordo l’odore caldo del pane che cuoceva dentro il forno. Nonna impastava con colpi decisi, come il carattere che doveva esprimere per mandare la casa avanti; teneri come i pensieri di mamma e moglie. Era rimasta vedova a soli trentatré anni. Le sue mani erano la voce della sua vita. Delicate e forti, a seconda delle circostanze, ma sempre belle come una carezza data. O desiderata. A questo mi faceva pensare quando impastava per fare il pane. Io ero lì, come al cinema, a godermi lo spettacolo di cui non capivo il messaggio di vita. Mi accontentavo di seguire la trama… ma mi sfuggiva l’idea dell’autrice, nonna Irene. Poi sei arrivata tu nella mia vita, e nel cuore di quella casa.” Divenne il nostro nido d’amore per molti anni. Nonna Irene, fu anche per me la mamma che non conobbi mai. Le sue braccia accoglienti, il sorriso affettuoso che spalancava porte e finestre, tutto di lei mi affascinava. L’ho amata da subito. Mi piaceva osservarla mentre parlava animatamente di ricordi antichi, mentre aspettava il suo turno al forno in compagnia delle altre donne. L’attesa della cottura del pane faceva si che il mio sguardo seguisse le panelle, finché non sparivano nella profonda bocca del forno per poi ricomparire magicamente del colore dell’oro delle spighe mature. Di ritorno a casa nonna Irene tagliava un pezzo di pane e mi diceva: “mangialo ora che è fresco! Il pane è fresco quando è caldo!” Quanta saggezza nelle sue parole. Luna2

E i riti della domenica! Che meraviglia! Meravigliarsi delle piccole cose che fanno domenica. Ci svegliava il profumo del ragù, in uno al canto del gallo nel pollaio. E poi la tovaglia nuova sulla tavola apparecchiata sin dalla mattina, era di fiandra bianca come l’ostia consacrata. Il suono delle campane della chiesa del convento. Io e te innamorati come due colombi che tubavano sul tetto. Indossavamo il vestito della festa e andavamo alla messa di mezzogiorno. La primavera lasciava aperta al tiepido sole la porta di casa, le tendine bianche si muovevano al vento, come onde solleticate da un mare giocoso.

Lungo il viale della chiesa, i mandorli erano in fiore, i bambini giocavano al cerchio, le fanciulle vendevano viole, le fontane erano aperte nei giardini del convento. Si respirava tutta la meraviglia della primavera.

L’estate ci vide genitori. Nacque la nostra primogenita. Avresti preferito un maschio, volevi chiamarlo come tuo padre: Guglielmo. Quando ti convinsi che quel nome era bello anche al femminile, i tuoi occhi ritornarono a sorridere. La chiamammo Guglielmina. Con lei, nella nostra vita entrò il sole, entrarono le stelle, l’universo intero. Cresceva allegra, vivace e piena di vita. Amava giocare con una trombettina di latta azzurra e verde, che nonna Irene le aveva comprato ad una festa paesana. Era ormai diventata parte di lei. Ovunque andassimo, la trombettina ci seguiva. La nonna, ormai in là con gli anni, si ammalò, e per quanto la presenza di Guglielmina la riempisse di vita, un brutto giorno ci lasciò. Ma non del tutto. Nei giorni successivi alla sua morte, nostra figlia trovò il regalo, tanto atteso, per il suo sesto compleanno, nella panca accanto al camino. Il libro che desiderava tanto: La casa delle farfalle. L’eredità di nonna Irene. Gli anni trascorsero veloci. Altre due perle vennero a fare compagnia a Guglielmina: Martino e Irene. Le nostre vite scorsero serene, nonostante le foglie dei viali dì ippocastano cominciavano a cadere. E poi e poi e poi e poi… com’è lungo narrare le cose…

“Sono stanca Victor, avverto lo stesso sfinimento di un tempo… E’ giunta l’ora di ritornare sull’altra metà della luna”. “Ti prendo in braccio Iris… come facevo allora”.

Carmen Cangi

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ine colloquio1

Paul Verlaine scrisse nel 1869 una poesia intitolata “Colloquio sentimentale”, versi struggenti che parlano di un amore che fu e che non è più. Il laboratorio di scrittura “La bottega dello scrittore” di Potenza si è divertito a trasformarla in prosa che così è diventato un breve racconto. Buona lettura! 

Sono da solo. Io e la mia coscienza. Lei mi parla e io non sempre l'ascolto. C'è  solo il silenzio a far da compagnia a me e alla mia coscienza.

E' buio e fa freddo qui nel vecchio parco solitario dove un tempo anche le foglie tremavano della nostra stessa passione. Il ricordo del fuoco di allora sembra disgelare il ghiaccio che ammutolisce le aiuole ferme in fila come un muto plotone a scrutare la mia figura oscura che si aggira come un'ombra.

Quanto brucia...che dolore questo ricordo di te...un languore nello stomaco che mi scava mi scava e mi asciuga anche la bocca.

- Ricordi la nostra estasi di un tempo?

Mi trovo a pronunciare queste parole rimaste ferme nell'aria gelida della notte cui non fa eco nessuna risposta. Come imbambolato mi fermo a guardare l'evoluzione del fiato bianco che mi è uscito dalla bocca e che come una spirale sale verso l'alto per poi disperdersi del tutto. Del mio fiato non c'è più traccia. Anche della mia anima.

L'ho perduta qui, da qualche parte, una sera di tanti anni fa. Devo cercarla, forse è sotto questi alberi, dovrei scavarne le radici, si sarà impigliata li, perché non la trovo più. Mi inginocchio sulla terra gelida e comincio a scavare con le mani. Tolgo la terra che non viene via perché è tutta un blocco, provo ad affondare le unghia e sento che qualcosa viene via. Frugo, frugo intorno ai piedi del l'albero. Ogni tanto mi giro per vedere se qualcuno mi guarda, ma non c'è nessuno a quest'ora. Proseguo indisturbato la mia ricerca.

Era un giorno di primavera. L'aria era tiepida e profumava di gelsomini. Farfalle gioiose giocavano a rincorrersi tra distese di minuscole margheritine bianche.

A te piacevano tanto le margherite. Dicevi che era il tuo fiore preferito perché significava il candore e la semplicità.

ine colloquio2

E tu eri candore e semplicità.

Per questo ti ho amata e ti amo più della mia vita.

Mi stanco a tirar via la terra umida. Mi fermo con le mani sulle ginocchia ormai bagnate e la testa china. Ho gli occhi spenti, sento le labbra senza lena. Ti urlo nel vuoto della notte e resto in attesa di una sua risposta.

- Ti batte ancora il cuore al solo mio nome? Vedi ancora in sogno la mia anima?

Nulla. Mi alzo lentamente aiutandomi con le mani e mi allontano dall'albero. Mi dirigo verso una panchina, mi si paralizzano le gambe. È lì che ti ho vista la prima volta. Eri seduta a leggere un libro e il sole ti colpiva alle spalle attraversando tutto il tuo corpo.

Mi guardasti appena. Sollevasti gli occhi dal libro e poi subito riprendesti la lettura. Come avrei voluto essere io quel libro che in quel momento riceveva tutte le tue attenzioni.

Ogni pomeriggio eri li, puntuale, con il tuo bel cappellino di paglia.

Eri sola.

Anche tu.

Mi avvicino alla panchina ed è più forte di me. Mi chino. La sfioro. Chiudo gli occhi e con le mani traccio il tuo profilo, lo accarezzo. Sto per baciarti di nuovo. Ma non trovo più la dolce sostanza nella quale sprofondava tutto me stesso.

- Ah, i bei giorni di felicità indicibile che univamo le nostre bocche!

Tutte le notti sognavo di sederti accanto mentre leggevi concentrata il tuo libro. Osservavo da vicino le espressioni del tuo viso che cambiavano man mano che procedeva la lettura.

Guardandoti così da vicino potevo capire cosa stessi leggendo.

Mi lascio cadere sulla panchina. Le braccia flosce sulle cosce. Poi mi volto e ti vedo. Sei qui, mi sei seduta accanto. Oh dolce visione...i tuoi occhi profondi e grandi ora mi guardano di nuovo.

Mi sento una statua. Non fa più freddo e...

- Che cielo azzurro, che speranza infinita!

Mi sporgo verso di te, voglio abbracciarti. Apro le braccia e ... sconfitta. Verso il cielo è sfuggita.

Così andava per le avene incolte la mia anima e le parole, che udì solo la notte.

Eva Bonitatibus

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Questa volta ospitiamo nella sezione dedicata ai racconti inediti una pagina di diario scritta da uno studente di Terza media al termine del percorso scolastico. Ad essa affida i patimenti e le avventure vissute in tre anni di scuola. Buona lettura! P.S. la vignetta è di Giulio Laurenzi.

Caro diario,

sono arrivato alla fine! Ogni volta che finivo un anno scolastico sfogliavo le tue pagine ingiallite e ci scrivevo tutto quello che mi era capitato, le mie emozioni e le mie disavventure. Ma questa volta è diverso amico mio, perché ora si avvicinano le scuole superiori e questo non è un normale addio. Perché tutte le volte che ti ho tra le mani comincio a pensare a quanto sia cambiato il mio modo di vedere le cose rispetto a qualche anno fa. Ed è appunto per questo che ogni anno scrivo questo “monologo”, sperando di non annoiarti troppo. Ma tu devi resistere ancora cinque anni, poi potrai riposarti ed io mi divertirò a leggere tutte queste “fandonie”, si, fandonie, perché così le considererò quando sarò grande.

Quindi, cominciamo dall’inizio, quando il primo giorno di scuola di terza media entrai in classe ansioso di vedere eventuali cambiamenti nella ormai tribù-classe. Entusiasmo subito spento dal consueto svolgersi della giornata: cinque ore di francese, matematica, geografia, italiano e storia (con annessa ricreazione) mi diede la percezione che nulla fosse cambiato! Un motivo in fondo c’è, ma tu non dirlo a nessuno, mi raccomando. Io con questa classe non ho mai familiarizzato, anzi, diciamola tutta, ne avrei fatto volentieri a meno. Che vuoi…non ho i loro gusti, sono una testa di rapa che non cambia mai ideale, ho un carattere forte e non mi modifico per il semplice fatto di farmi accettare. Mah…comunque sia mi sono trovato molto a disagio con i miei compagni di classe che non si sono risparmiati cattiverie e dispetti nei miei riguardi. Purtroppo è successo che alcuni di loro si sono lasciati trascinare dagli altri nella pratica del fumo e del bere e quando io ho dimostrato non solo disinteresse per queste due cose, ma anche disgusto, mi hanno preso in giro. Risultato? Nessuno vuole avermi più come amico. Tranne qualcuno ovviamente. Questo perché ho detto chiaramente al mio amico, o almeno lo ritenevo tale, che a furia di frequentare certa gente era diventato stupido come loro. Sapessi quante me ne ha dette! Non te lo ripeto perché è stato un vero e proprio turpiloquio. Ma a parte ciò, in classe ho assistito a vere messinscene sullo studio presunto di altri “colleghi” di classe che, sopravvalutati dagli insegnanti, si erano dati al più strafottente uso dell’inganno. Il più bravo della classe, colui che prendeva sempre 10, in realtà usava un metodo: leggere durante le interrogazioni e farsi passare i compiti prima che cominciassero le lezioni. Bravo, davvero! Un campione dello sbircio! (inedito scuola2

Io, per aver espresso il mio punto di vista ed essermi sottratto alla punizione collettiva di 100 frasi generiche, sono stato appellato dalla Prof. di italiano una “repubblica indipendente”. Boh! Ne vado fiero, in ogni caso. Soprattutto sono contento di non avere fatto parte della schiera di lecchini, perfidi, adulatori e falsi amici che hanno invaso le mie giornate per tre anni consecutivi. Una vitaccia, amico mio. Anche perché ho dovuto spesso fare buon viso a cattivo gioco e non è stato sempre facile. Per questo non ho fatto particolari esperienze, neanche la tanto agognata gita di terza media. Quanta differenza con gli anni della scuola elementare. Lì si che mi sono divertito!

Ora ti saluto, mio caro diario, scusami se ti ho annoiato, ma ti assicuro che neanche io mi sono divertito a scriverti queste cose e sono molto contento che questa scuola sia finita. A presto amico mio!

Uno studente anonimo

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usignolo1

Pubblichiamo il giallo di Carmen Cangi, frutto del laboratorio di scrittura “La bottega dello scrittore” organizzato a Potenza dal Circolo culturale Gocce d’autore e tenuto dall’insegnante Luciana Gallo Moles.

Mary Blach era la persona più in vista della vita notturna di New York. La sua notorietà era dovuta in parte ad alcune relazioni amorose con personaggi politici importanti, ma soprattutto al successo di una famosa commedia musicale “Il volo dell’Usignolo”. Nel balletto ambientato nel mondo degli uccelli, lei era stata la protagonista. Il costume sottolineava l’oro luccicante dei capelli. Esaltava il colore del suo carnato. Rendeva prorompente il suo fascino di creatura. Un fascino che le altre ballerine incorniciavano. Senza saperlo. Senza volerlo. Gli uomini se la mangiavano con gli occhi mentre volteggiava leggera. Per tutti era “L’Usignolo”. Quel ruolo l’aveva fatta diventare una stella di prima grandezza. Lo era anche nella vita di tutti i giorni, ma... La sua luce si proiettava sugli altri in maniera così pronunciata da farla sembrare una stella alla quale piaceva far giocare gli uomini: “Stella, stellina, la notte si avvicina....”. Non era alta, ma abbastanza snella, quando bastava per aggiungere centimetri a un corpo sinuoso, poggiato su vertiginosi tacchi a spillo.  Le labbra carnose, il volto sensuale, l’abbigliamento appariscente facevano il resto.

Aveva lasciato il mondo dello spettacolo dopo la fine di un amore travolgente ma breve. Come il tramonto. Anche la stagione teatrale si era conclusa nello stesso periodo. Due colpi del destino che l’avevano depressa. E in maniera tanto pesante  da farla scivolare, quasi per inerzia, nel mondo della prostituzione, dell’amore effimero.

Abitava in un quartiere lacero e  malfamato di New York, un tempo signorile. Qua e là erano rimasti alcuni palazzi con porticati ampi, muri rivestiti da tegole piatte daibordi arrotondati. Tra edifici vecchi e alberghi fatiscenti  sorgevano trattorie infestate dalle mosche e case da affittare a buon mercato. Trafficava gente che non somigliava a niente e lo sapeva benissimo.

In una notte, una delle tante, Mary intravide, mentre rincasava, un gattino nero dallo sguardo triste e malinconico come il suo. Si era nascosto tra i bidoni dei rifiuti,. Fu amore a prima vista. Con un  animale? Ma certo che sì, lei, negli incontri che di notte consumavano il suo corpo, aveva capito che un animale poteva essere più umano di tanti uomini. Era diventato il suo unico amore. L’aveva seguita miagolando fino al portone. Mary se lo portò a casa, sfidando le ire della signora Gibson, la proprietaria dell’ appartamento e portinaia dello stabile, che odiava gli animali . Lo aveva chiamato Smeraldo per via dei suoi occhi di un verde puro tanto simili ai suoi. usignolo2

Il piccolo appartamento, composto da due soli vani e un buco di bagno, era tutto il suo mondo. L’arredamento della camera da letto era essenziale, con in bella evidenza  un orologio  del primo 800 il cui disco cilindrico poggiava su due colonnine con piedistalli in  capitelli di bronzo. Le lancette segnavano sempre la stessa ora: le nove e tredici. Era l’unico legame con la sua famiglia d’origine. Lo aveva ereditato dal nonno, medico condotto. Sin da piccola aveva condiviso con lui l’idea del tempo a servizio della gente e non il contrario. L’orologio ne era un complice testimone: viveva due volte al giorno: quella del mattino era l’ora della morte della nonna, l’altra quella del primo incontro d’amore.

Sulla controsoffittatura della camera da letto Mary aveva fatto dipingere da un suo ammiratore, pittore di strada, un pezzo di cielo, pagando con il denaro di un cliente particolarmente generoso. E nel cielo Mary aveva fatto disegnare uno spicchio di luna in mezzo a tante stelle luminose. Al centro un grande occhio, al quale confidava tutti i suoi segreti. Stesa sul letto, con accanto Smeraldo acciambellato su un cuscino, trascorreva ore a guardare il soffitto con vista sul cielo. Era il suo universo con cui dialogava e con quell’occhio in particolare, che sapeva rassicurarla come un papà.. Lei non ricordava di avere avuto un papà.

Smeraldo, aveva intuito l’immenso bisogno d’amore della padroncina. Era affettuoso all’inverosimile,  con la presunzione di volerla proteggere da tutto e da tutti, anche a costo della  vita. Gli animali sono capaci di  sentimenti forti. 

Di fronte alla signora Gibson Smeraldo mostrava paura, quasi avvertisse in lei qualcosa di oscuro, malvagio, cattivo. 

usignolo3 Nel letto del suo universo Mary trovò la morte. E lì il procuratore distrettuale della Squadra omicidi  di New York, Max Torry, vide per la prima volta “l’usignolo” di cui conosceva la fama.

La proprietaria dell’appartamento, Ethel Gibson, aveva avvertito la Polizia  a causa di un lezzo pesante che proveniva dall’appartamento di Mary. Il procuratore osservò attentamente la scena del delitto: la vittima era stata strangolata con un cavo elettrico, probabilmente da qualcuno che conosceva. Non si evidenziavano segni di colluttazione. L’appartamento era apparentemente in ordine: una scarpa di colore rosso lacca con il tacco a spillo giaceva inopportunamente al centro della stanza. Nella piccola cucina un frigorifero litigava con la corrente e la fontana del lavandino gocciolava per stanchezza. Nel bagno la doccia era coperta da una tenda in plastica; un accappatoio era appeso ad un chiodo e un pezzo di specchio era poggiato su una mensola. Su questa si faceva notare una boccetta di profumo con lo spruzzatore di gomma con nappetta gialla; il lavabo, minuscolo, sembrava più adatto ad una bambola che a una persona.

La signora Ethel Gibson, proprietaria dell’appartamento di Mary, era una donna  acida, pettegola, logorroica e soprattutto nervosa. Rovesciò addosso al Procuratore una valanga di parole: conosceva gli spostamenti di tutti gli inquilini e nella sua veste di portinaia spiava nella posta di ognuno e  di conseguenza nelle loro vite. Parlò delle frequenti visite notturne di Mark Grent, noto banchiere amante e vecchio conoscente di Mary e delle sue scenate rumorose. E parlò anche dei vari spasimanti,  persone poco affidabili, a  suo giudizio.

Il procuratore Torry  infastidito dai pettegolezzi della donna  tagliò  corto e le chiese  di stilare un elenco dei frequentatori di Mary con l’aiuto di un agente.

Di ritorno al Distretto consegnò l’elenco al suo collaboratore il sergente Har, un uomo con l’istinto di un segugio di razza e una notevole capacità di penetrazione psicologica, invitandolo a  convocare tutti i potenziali indiziati .

Gli interrogatori cominciarono con Lilly Smith, amica di Mary ex ballerina. La sua testimonianza offrì al procuratore e al sergente il quadro desolante dell’adolescenza di Mary: la ricerca dell’amore che non aveva trovato nella sua famiglia.

Fu poi la volta del signor Carr, inquilino dell’appartamento al piano sottostante. Lavorava come elettricista in una impresa di costruzioni.  Uomo schivo e scontroso, noto a tutti per la sua misoginia. Confessò di essere stato molto attratto da Mary, pur sapendo che non l’avrebbe mai avvicinata.usignolo4

Quindi il banchiere  Frederick Grent, uomo distinto, pieno di rancore misto a rabbia, che ammise di  nutrire  per  Mary un amore passionale, senza speranza.

Ancora, i vari spasimanti di Mary: tutti spregiudicati e dal cuore molto molto distratto.

Il procuratore distrettuale - dopo le prime indagini - sospettò del banchiere per via delle numerose visite notturne nell’appartamento di Mary, per le frequenti scenate di gelosia confermate dai vicini, e soprattutto per le consistenti somme di denaro prestate a Mary e mai restituite. Un lettera a firma del signor Grent, nascosta in fondo al cassetto del comodino della stanza di Mary,  rivelava l’esasperazione di un uomo ormai al limite di ogni tolleranza.

  Nuovamente convocato dal procuratore,  il banchiere per allontanare i sospetti sulla sua persona, riferì che Mary, da tempo, era  molto preoccupata a causa di una “presenza inquietante” che avvertiva in casa a cui non sapeva dare una spiegazione razionale. Grazie alla  sua perspicacia il banchiere Grent aveva rintracciato una telecamera nascosta  nell’occhio del controsoffitto.  Secondo la sua ipotesi, condivisa da Mary, ad istallarla era stato il misogino. Il signor Grent, anche in mancanza di prove concrete, lo aveva affrontato e smascherato, ma Carr, aveva minacciati di denunciarli alla polizia.

Come può interessare una donna a un uomo che le odia?  Questa domanda martellava la mente del procuratore, il quale decise di tornare sul luogo del delitto insieme al sergente Har.

Mentre pensava e ripensava, gli si avvicinò il gatto: sembrava quello che aveva regalato alla figlia per il compleanno. Lo accarezzò ripetutamente, mentre il sergente ispezionava meticolosamente ogni punto dell’appartamento. Smeraldo  voleva attirare l’attenzione del procuratore: gli faceva le fusa, dimenava la coda, gli leccava la mano... Gli mancava la parola come alla cavallina storna per smascherare il colpevole. Dalla morte  di Mary, rifiutava di mangiare: il suo unico desiderio era quello di ricongiungersi alla sua amata padrona. Il procuratore, casualmente, sentì nel pelo del felino la presenza di tracce di qualcosa che sembrava sangue. Chiamò la polizia scientifica e dispose gli esami del caso. Era sangue: gruppo 0RH negativo.  Fece convocare nuovamente tutti gli indagati al distretto, avvisandoli che sarebbero stati sottoposti ad esami ematici.

Il giorno dopo furono accompagnati al Saint Raphael Hospital, eccetto il signor Carr che per  un improvviso malore,  era già ricoverato lì.

Tornato a casa,  la moglie   gli chiese notizie sulle indagini: “Povera ragazza ...A che punto sei? Hai scoperto il colpevole?... e se succedesse a nostra figlia?...”

Telegiornale in sottofondo. Il giornalista lanciò un annuncio: “Serve urgentemente sangue di gruppo 0RH negativo al Saint Raphael Hospital per salvare la vita di un paziente”.

Lo stesso gruppo sanguigno nelle tracce di sangue trovate sul gatto, pensò il procuratore... Si recò  in ospedale. Forse aveva trovato una prova al suo indizio, e di conseguenza, alla scoperta dell’assassino di Mary.

Al Saint Raphael Hospital chiese ai poliziotti in servizio le generalità del paziente a cui serviva quel gruppo  sanguigno. Il suo intuito gli aveva dato ragione: si trattava di John Carr. Non era possibile parlargli.  Era in terapia intensiva e la sua vita era appesa a un filo.

Chiese ai medici di potergli parlare. Gli dissero di sì, ma lo invitarono a non trattenersi più di due minuti. A causa di una  brutta caduta, avevano scoperto un grave tumore al cervello ed era in attesa di trasfusione per essere sottoposto a intervento chirurgico urgente.

Procuratore Torry - parlò con un filo di voce Carr - non so quanto mi resta da vivere. Forse uscirò morto dalla sala operatoria. E allora voglio morire senza portarmi appresso il peso di un delitto che è come se avessi commesso. Ero entrato nell’appartamento di Mary, in piena notte, procurandomi le chiavi in un momento di distrazione della Signora Gibson. L’amavo pazzamente e l’amore per lei aveva quasi annullato la mia misoginia ma sapevo che  mi odiava  per via della telecamera che avevo istallato nella sua camera da letto. Non riuscivo più a vivere. Pensai  di strangolarla nel sonno. Non avrebbe amato più nessuno. Il gatto mi aggredì  graffiandomi fino a farmi sanguinare le mani e la faccia. Così scappai via portando con me una sola scarpa rossa  con il tacco a spillo come ...”

 Un rantolo e il signor Carr morì senza finire la sua confessione.

Il procuratore ritornò sul luogo del delitto. Nell’appartamento di Carr, in un vaso da fiori, trovò l’altra scarpa rossa con il tacco a spillo.  La  sua confessione  lo aveva convinto. Il caso non era risolto… Ma chi aveva ucciso Mary? 

In preda a questi pensieri, rientrò alla Centrale e raccontò l’accaduto al sergente Har, il quale rimase impassibile come se già sapesse che il colpevole non era il signor Carr. Con la calma che lo contraddistingueva, invitò il suo capo a seguire il filo del suo ragionamento e, a considerare l’ipotesi che il colpevole potesse essere la signora Gibson. Il movente - seppure apparentemente futile - era avvalorato dalla patologia di cui la signora era affetta da anni, su cui il sergente aveva indagato  procurandosi una consistente documentazione.

 Anni di ricoveri in diverse strutture psichiatriche;  la diagnosi, sempre la stessa: “soggetto psicopatico con manie di persecuzione, avversione maniacale per gli animali”. Ciò che aveva spinto il sergente Har ad indagare sulla portinaia era il comportamento anormale della stessa per il gatto di Mery. Nell’abitazione, infatti,  aveva trovato tracce di veleno  che la Gibson usava normalmente per i topi che infestavano i sottoscala e il cortile del fabbricato. Un veleno non più in commercio da molti anni per la sua alta tossicità. Lo stesso che la Gibson conservava sotto chiave in un piccolo locale accanto alla sua abitazione. Non essendo riuscita ad uccidere il gatto, la sua mente contorta aveva deciso di eliminare la padrona del gatto e con lei, di conseguenza, anche l’animale avrebbe fatto una brutta fine.

Nello stesso locale il sergente aveva rinvenuto del filo elettrico identico a quello utilizzato per strangolare Mary.

La prova certa della colpevolezza della signora Gibson il sergente Har l’aveva reperita nell’ultima ispezione nell’abitazione di Mary insieme al procuratore Torry: un lembo piccolissimo del grembiule, incastrato nello spigolo del letto, del quale la Gibson non si era accorta. usignolo5

 Indossava  lo stesso grembiule al momento dell’arresto.

Nei giorni successivi alla conclusione del caso, Maximilian Hare il pittore di strada che  aveva dipinto il soffitto della stanza da letto di Mary, ignaro dell’accaduto, si era recato a casa di Mary, con un quadro dipinto ad acquerello di cui voleva farle dono. Rimase sconvolto dalla notizia della sua orribile morte. Nutriva per Mary un affetto tenero e delicato,  come i colori della sua tela. Il dipinto raffigurava il mondo di Mary:  la sua immagine  con in braccio il suo amato gatto, sfumata in un velo di nebbia, un orologio con le lancette ferme alle ore nove e tredici, una scarpa rosso lacca con tacco a spillo e sullo sfondo un cielo di stelle luminose con uno spicchio di luna, e al centro un  grande occhio dalla luce rassicurante.

Il giorno successivo Maximilian si recò al Reparto Investigativo del Dipartimento della Polizia di New York. Alla presenza del procuratore Torry mostrò il suo dipinto, rimase per un attimo in estasi davanti alla sua opera e senza staccare gli occhi dal quadro, pallido e tremante  disse:

“Questa è stata la vera Vita di Mary!”

Quel dipinto venne deposto sulla tomba dell’Usignolo.

Carmen Cangi

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