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Racconti Inediti

racconto scatola 1

Il giorno della Befana Nelly, la graziosa bambina dagli occhi color del cielo, trovò accanto alla calza ricolma di caramelle e dolcetti, una scatola di latta piena di fragranti biscotti al burro. La sua attenzione fu attirata subito dalla scatola rotonda perché sul coperchio era raffigurata la scena della favola che lei amava più di tutte, la Regina delle nevi. Vuotò del contenuto l’elegante cofanetto e lo riempì dei suoi segreti più preziosi.

Chiusa nella sua stanza dove i sogni corrono leggeri, cominciò a frugare nei cassetti del suo bianco comò, rivestito di delicati fiori color ciclamino e piccoli bucaneve che spuntavano qua e la come piccole nuvole ordinate. Vi trovò i suoi segreti: un chicco di grano, una mollichina di pane e una monetina da un centesimo. Per tutto il giorno Nelly tenne la scatola di latta sotto il braccio, la guardava, ne accarezzava il coperchio, ne fissava le immagini e la conservava meticolosamente sotto lo scialletto di morbida lana che la nonna le aveva regalato.

Quando venne la sera e giunse il momento di andare a dormire, pose la scatola sul suo comodino, accanto al letto, lasciando socchiuso il coperchio perché i suoi segreti di notte potessero volare leggeri nel cielo della sua stanza e ritornare nella scatola con le prime luci del giorno.

Il primo ad uscire fuori fu il chicco di grano. Cominciò a volteggiare nell’aria placido e tranquillo, pareva un fiocco di neve impegnato in una danza leggiadra. Andò a posarsi su un abete, in un bosco ammantato di silenzio, cullato dalle forti braccia di una montagna alta e maestosa. Qui il chicco di grano scivolò dalla cima dell’albero giù in terra, sprofondò nel manto nevoso, e baciò la nuda terra. Lì, proprio in quel punto dove l’amore incontrò l’inerte terreno, si levò un filo d’erba rigoglioso e forte. “Ovunque io vada, disse il chicco di grano, sorge una nuova alba. Io sono il seme della vita e chi mi possiede sarà fortunato per sempre. Dov’è gelo io porto calore, dov’è inverno io porto primavera, dov’è aridità io porto ricchezza.” Detto questo il chicco di grano tornò nella scatola di latta.

Venne la volta della mollichina di pane che cominciò a lievitare nell’aria, diffondendo il profumo del pane appena sfornato. Il suo odore portò la piccola Nelly nella cucina della nonna, dove un grosso forno a legna ospitava le forme di pane che le sapienti mani impastavano con amore tutte le settimane. Una pioggia di farina, nata dal chicco di grano, che assicurava quotidianamente il nutrimento di Nelly, che le scaldava il cuore e la faceva sentire la bambina più felice del mondo. Tutte le volte la piccina conservava una mollichina del pane appena sfornato e lo depositava nel cassetto del suo comò perché nei momenti di grande tristezza le avrebbe riportato il sorriso e la levità. “Ti basterò io, disse la mollichina di pane, per saziare la tua fame di serenità, per sedare il tuo senso di smarrimento, per colmare il vuoto che alle volte ti assale. Quando il cielo nei tuoi occhi si oscura, tu fruga nella scatola, non andare altrove, socchiudi gli occhi e inspira con le narici ben aperte, ritroverai la tranquillità spazzata via dalla tempesta e il tuo cuore si quieterà. Non servirà cercare diamantini o gemme preziose, ti basterà una piccola mollichina di pane per ritrovare il senso della vita”. Detto questo anche la mollichina di pane tornò nella scatola.

Toccò alla monetina da un centesimo. Cominciò a tintinnare producendo un dolce suono che subito riempì la stanza della dolce Nelly. Presto si trovò catapultata nella stanza del tesoro di un ricco sultano: scrigni traboccanti di collane preziose, sacchi pieni di monete d’oro, calici incastonati di pietre scintillanti e bracciali anelli corone tempestate di rari diamanti. Il sultano, circondato di schiavi, non sapeva più che farne di tanta ricchezza, continuava a cumularne senza mai elargire doni al alcuno e soprattutto senza saper godere dei benefici. Ben presto il sentimento dell’odio prese il sopravvento tra coloro che lo conoscevano e la solitudine lo avvolse come un gelido mantello. “A cosa serve tutto questo avere, disse la monetina da un centesimo, se non se ne comprendono i valori della condivisione e della generosità? Un centesimo contro l’infelicità, un centesimo per la libertà! Quando ti senti oppresso, pesca una monetina dai tuoi danari e donali a coloro che non possiedono nulla. Il loro sorriso ti ripagherà ben più che un tesoro nascosto gelosamente”. Detto questo anche la monetina tornò nella scatola di latta seguita dal suo delicato tintinnio.

L’indomani mattina, quando Nelly si svegliò, avvertì un senso di stordimento. Il bosco innevato, la cucina della nonna, il tesoro del sultano, le sembrò di aver vagato per tutta la notte rincorrendo i suoi segreti preziosi in giro per lo spazio dei sogni. Li ritrovò lì dove li aveva sistemati, il chicco di grano, la mollichina di pane e la monetina da un centesimo. Li accarezzò con le sue piccole mani calde e li ringraziò con il suo tenero sguardo color del cielo. Sentì in cuor suo di aver ricevuto il dono più grande, quello che trovi percorrendo la via delle nuvole e del cielo, delle stelle e della luna, del giorno e della notte, dell’inverno e della primavera sospinta dal vento leggero dei pensieri. Non c’è regalo più grande di un chicco di grano che dona la vita, di una mollichina di pane che dona la pienezza, di una monetina da un centesimo che dona la ricchezza. Tre piccoli grandi doni che Nelly continuò a custodire nella sua scatola di latta dal coperchio disegnato con la Regina delle nevi.

Eva Bonitatibus

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Mosce Rino

Scritto da

Mosce Rino

racconti moscerino 1

La calura di questo pazzo Luglio mi ha spinta a cercare refolo di vento su una panchina del parco di Montereale.

Addosso una maglietta bianca come la pelle che il sole non ha potuto rendere bella come l’ebano. Nel parco le foglie degli alberi mi fanno da ventaglio come ai tempi della regina Cleopatra. Passa un anziano signore che posa un casto sguardo sul mio seno senza prendere niente, così… per un tenero ritorno al passato.

Ehi… tu… cosa  ci fai sulla mia collinetta  sinistra.  Te ne stai comodamente spaparanzato in un posto del mio corpo molto corteggiato direi ricercato, e fai anche finta  di niente.

Ti avrà attratto il bianco della mia maglietta. Voi moscerini appena vedete bianco non capite più niente. Il perché francamente lo ignoro. A pensarci bene, però, tu sei più intelligente dei tuoi simili: hai saputo  unire l’utile al dilettevole.

Non hai considerato, però, che un piccolo gesto della mia mano ti potrebbe scaraventare altrove in men che non si dica. Devo, però, riconoscere che sei intraprendente e audace.  E questo ti rende simpatico.

Resta quanto vuoi. Se solo ti potessi vedere! Un puntino nero su una immensa distesa di bianco, manco tanto distesa, considerato che sei collocato sul mio seno sinistro, una delle due collinette, per intenderci. Sai, gli uomini amano moltissimo le collinette delle donne.  Spesso ne parlano e, soprattutto le usano dimenticando i “ pensieri” che solo mani accorte sanno cogliere. Pensieri che nascono dal cuore, figli di un “ti voglio bene”, bellissimi nella loro spontaneità, autenticità e rispetto. 

Mio caro Rino, ti chiamerò con il diminutivo, voglio farti una confidenza che non mi sarei mai sognata di fare a un moscerino: non mi sono mai, dico mai, ubriacata di vita… ahhh!  l’ho detto… finalmente! 

Possiedo tutti i colori dell’arcobaleno e i profumi  dei fiori, sono anche gradevole non più o non meno di altre, ma sicuramente in maniera unica.

Eppure ho navigato in un mare di grigio quasi  perenne. Scusa,  sbaglio o hai parlato? Nooo… Non è possibile!...

Non mi sono mai ubriacata  di vita, però a pensarci bene,  a pranzo ho bevuto un rosato fresco frizzantino che scendeva giù da solo. Che goduria!!!…e pensare che sono astemia… Sarà per questo che  continuo a sentire una vocina… boh!…

“Quanto devo gridare per farmi ascoltare da te? Che fatica!… Avvicina l’orecchio  alla collinetta, mi sposterò verso la tua ” ciliegina” così sentirai meglio…

Non ti sei mai chiesta perché i fiori stanno nei prati?  Non certo per perdere tempo. Non ti sei mai chiesta a che servono i  colori della natura, i suoi profumi, le vesti di corolla ognuna diversa dalle altre? Per poter consumare la  vita nella gioia del prato.

 Se il tuo corpo non partecipa alle gioie della vita e dell’amore la tua primavera sarà sempre triste e grigia, cara la mia collinetta...

Vorrei anche io chiamarti con il diminutivo “Tetta” ma non oso… Pensi che abbia detto una fregnaccia? Mi guardi con certi occhi!… non mi credi perché sono piccolo e nero?  Rifletti… mia cara Tett …oh!  scusa… Collinetta.  Ora devo lasciarti… sono sicuro che presto ci rincontreremo sul prato. Ciaooo!...

Quella mia maglietta fina, cantata da Baglioni, non la riposi più nell’armadio. La conservai nel tiretto del comodino e di notte, la tenevo sotto il cuscino. Era il pigiama  del mio risveglio di donna. La guardavo controluce, si vedeva chiara l’immagine di Rino, quasi un monito: se sul mio seno non si fosse disteso il mio uomo, Rino sarebbe venuto ad occuparlo con uno sciame di moscerini.

Ma l’uomo c’era. Doveva solo avere il coraggio e l’audacia di Rino.

Carmen Cangi

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inedito isa 1

Alle donne della mia memoria

“Annalisa…. a  nonna,  io racconto, tu scrivi….scrivi”

Non l’ho fatto, perché ero giovane, perché credevo forse nell’immortalità dei ricordi degli altri.  Così, tutte le sue meravigliose storie mia nonna le ha portate con sé. Per questa ragione, ora, il mio fermo  immagine si posa su nuove storie intrise delle precedenti, non per questo meno meravigliose raccontate da Elisa, mia zia.

E così,  “tu racconti ed io scrivo”.

LA MEMORIA

Non era difficile raggiungere il centro di Potenza a piedi anche se si viveva in periferia. Si poteva poi attraversarlo tutto in poco tempo. Non si udiva il rumore delle cose, ma solo silenzio e parole quasi mai urlate. Il frastuono lo si udiva nei luoghi di aggregazione, o al mercato, dove esili, rugose donne vendevano uova, verdure di campo, polli, e tutto ciò che allora la terra sapeva donare. Lungo via Pretoria ci si incontrava tutti. Le ragazze abbassavano lo sguardo se incontravano un uomo e ci si fidanzava “da lontano”. A dominare sullo scorrere quotidiano delle vite, il campanile della S.S. Trinità, imponente, austero, mosso solo da veloci e improvvisi passaggi di stormi. Stridule macchie che all’improvviso oscuravano il cielo, proiettando ombre come di aeroplani sul terreno. Rondini, tortore, a volte cornacchie che vi trovavano riparo tra le tegole e i comignoli. Lento e naturale lo scorrere delle giornate. Il sole, con le sue ombre, dettava le ore. Nei cortili i bambini giocavano tra la terra, e nelle loro mani oggetti insignificanti prendevano vita, diventando sogni. In questo tempo i protagonisti meravigliosi di questo racconto muovono le loro storie e intrecciano le loro anime, dando vita a quella straordinaria famiglia di cui faccio parte. E’ quindi il ricordo, il racconto, l’unico mezzo attraverso il quale non si perde la memoria di certi avvenimenti, che per quanto chiari a chi li ha vissuti, man mano possono svanire nel tempo; perché le parole raccontate hanno la vita di chi le racconta, dentro, svaniti i narratori, svanirebbero i fatti.

I personaggi di questa storia prendono vita attraverso le parole e i ricordi a volte stentati, di chi li racconta adesso. E così, tra un ricordo e l’altro, prende vita la “storia”, la mia storia ed in particolare quella di Isabella, mia zia, Elisa. A volte cerca nel vuoto i particolari, a volte guarda oltre la finestra, come a voler cercare invece nel cielo le parole giuste, i pezzi di una vita da rimettere insieme. E così, tra un lampo e l’altro di ricordi, prendono vita i personaggi, incominciano a muoversi. Posso vederli, immaginare le loro voci, i loro occhi, posso immaginare gli scorci polverosi dove si muovevano, e tutto questo è meraviglioso.

L’AMORE DI ROSARIA

L’aveva conosciuto e subito le era sembrato bello, il suo Flavio, bello, come Rodolfo Valentino. Pazza d’amore per lui, dal primo istante, tanto da sopportare il peso di una famiglia difficile da capire ed una suocera impossibile da spiegare. Una donna senza tatto, che non conosceva nessuna forma d’amore ma soltanto voglia di “possedere”. Quella donna si sentiva la padrona di ogni parte di quel figlio, dall’aspetto fisico all’anima. Rosaria lo amava da impazzire, si perdeva a fissare i suoi occhi, che cambiavano colore a seconda del tempo. Quando lui le parlava lei amava guardargli le labbra, perfette, e il suono delle sue parole lasciava il posto all’incanto del loro movimento. Oh, quanto l’amava. Fu da quell’immenso amore che nacque, per prima, la piccola Isabella, un nome dolce per una donna forte, quella che Isabella sarà poi destinata a diventare. Ma a rompere ogni volta la magica atmosfera di questo amore, arrivavano puntuali le parole dure della suocera, i suoi imperativi, il suo egoismo. Quanto erano insormontabili ! Tanto da costringerla ad una scelta dura, una scelta da lei stessa ritenuta inimmaginabile. Lasciarlo, andare lontano, via da lui e da quella donna troppo curiosa che li sovrastava, e che a lei guardava fisso dentro, come a voler carpire ogni mistero contenuto nella sua immensa anima. Così decise di lasciarlo, lasciare quella casa che non sentiva affatto sua. Dopo un distacco di quasi due anni, che a lei parvero interminabili, l’assenza d’amore che riempiva il suo cuore portò Rosaria a ricominciare lì da dove l’amore era stato interrotto, acceso ancor più dalla supplica di un uomo perso nel nulla della solitudine. Un amore che poche volte si vede nella vita, che pochi possono raccontare, il suo…l’amore grande che solo lei sentiva. Ricominciarono tutto di nuovo, ma con una specifica richiesta di Rosaria, vivere lontani da Potenza, per non soffrire più, per una speranza, perché per lei la sua famiglia erano Flavio e i suoi figli. Così per Flavio, che lavorava con un azienda di trasporti turistici che serviva la costiera Amalfitana, fu semplice trovare una soluzione. Decise di partire e di stabilirsi a Ravello. Quei luoghi furono la favola dell’infanzia di Isabella. Il lungomare di Salerno, la splendida Ravello, il mare, il sole, le distese di alberi di limone. Luoghi di serenità, di gioia, che videro anche l’arrivo di nuove vite, quattro sorelle ed un fratello, prima dell’inizio della guerra, che di li a poco avrebbe cambiato le vite di tutti, ed in particolare la sua.

LA GUERRA

Aveva solo otto anni quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale. Da gennaio a maggio del 1943 ci furono interminabili incursioni aeree sul  Golfo di Napoli. Isabella, da lontano vedeva gli aerei, e sentiva che non era qualcosa di bello quello che stava per accadere. Così Flavio decise di proteggere la sua famiglia, partendo per  Petruro, un paese molto all’interno rispetto alla Costiera Amalfitana, quasi nascosto tra le montagne. Fu la guerra la vera compagna d’infanzia di Elisa, delle sue sorelline, Nicolina, Teresa, Piera, Rita e di suo fratello Rocco. I bombardamenti si susseguivano e Flavio continuava il suo lavoro, ma fu proprio a giugno, sotto le bombe che cadevano come pioggia sul terreno, che fece l’ultimo dei suoi viaggi. Il giorno prima, felice, aveva portato alla sua Rosaria una enorme cassetta di patate, perché diceva, ne avrebbero certamente avuto bisogno data la difficoltà a reperire cibo degli ultimi giorni. Per fortuna, perché fu quello l’unico sostentamento della famiglia per i giorni che seguirono. Per otto giorni  Rosaria aspettò invano il ritorno di suo marito, disperata e incinta percorse a piedi tutta la costiera amalfitana, ogni fermata d’autobus, ogni paesino, ma nulla, nessuno sapeva dove fosse il suo Flavio. Tutto all’improvviso le fu chiaro, nessuna illusione, non c’era più, era morto, e lei era rimasta sola con sei figli da sfamare e quella maledetta guerra che le mordeva l’anima.

Con quel dolore nel cuore che nulla, nulla avrebbe potuto lenire, impietrita, immobilizzata si guardò nell’anima. Le avevano levato il suo amore,  glielo avevano rubato le bombe, la guerra, e uomini folli dalle folli idee. Solo una decisione da prendere al più presto, restare o andare via. Tornare alla sua città, alla sua vecchia vita, cercare di sopravvivere a tutto quell’odio, o restare lì in quel luogo dove tutto le era stato tolto.  In un attimo prese i suoi bambini, raccolse le ultime cose, cuscini, scialletti di lana, qualche coperta e con loro si avviò verso Salerno, da dove in qualche modo avrebbe raggiunto Potenza. Mentre scendevano giù verso la costa, le venne in mente di aver dimenticato una coperta imbottita e le lacrime cominciarono a scender giù come cascate. La voleva disperatamente quella coperta, come una bimba vuole la sua bambola, forse per un ricordo d’amore, forse perché in tutta quella follia a qualcosa doveva pur appoggiare quella sua anima disperata, le doveva pur piangere quelle lacrime fino ad allora soffocate. Così la piccola e veloce Isabella, toccata nel profondo da quella immagine, tornò su a riprendergliela, tra le macerie, la paura e le urla della guerra. Quando tornò sembrava tutto svanito, svanito come le lacrime della mamma e per di più un rimprovero. Non era necessario quel suo gesto eroico, non doveva andare via. Così la piccola capì che il dolore è qualcosa di strano, qualcosa che rende piccoli, a volte, anche i grandi. Per fortuna, nonostante quel trambusto, riuscì a salire sul treno che portava a Battipaglia e, successivamente, presero quello per Potenza. Avrebbe rivisto i suoi cari, avrebbe avuto ricovero per se e i suoi bambini. I bombardamenti continuavano, e le pareva che se li fosse trascinati dietro come le sue poche cose. Allora c’era un rito che Rosaria faceva per proteggersi dalle bombe.   Diceva ai suoi piccoli di mettere il cuscino in testa, coprirsi con uno scialle nero le spalle, così da non essere visti dall’alto, e pronunciava una frase, una sorta di nenia che serviva  per scacciare il nemico. Rosaria allungava il braccio verso il cielo e dondolando un rosario pronunciava la frase: ”fuggite schiere nemiche …ecco la croce del signore”. Ma gli uomini della guerra non sapevano ascoltare le preghiere disperate di una madre. Finalmente arrivarono a Potenza. Avrebbe chiesto ai parenti come sistemarsi, come proteggere da quella follia i suoi bambini. Posò quelle poche cose per terra, prese fiato ed incominciò a camminare con quel nugolo di bambini al seguito verso la sua nuova vita.

GLI EROI

Avevano cominciato a vivere a casa di uno zio, al centro di Potenza in via Manhes. Il bambino non era nato, e a pensarci bene, forse, era stato fortunato a non conoscere quel mondo. Si sentivano a casa, lì c’era spazio perché lo zio non aveva figli, aveva anche delle galline sul balcone e una certa disponibilità economica. Era difficile però riuscire  a procurarsi da mangiare. Per il pane e per il latte Isabella faceva file di ore. A volte ci andava con alcune cuginette, ma spesso da sola. Si avviava di buon ora, verso le quattro del mattino, usciva e raggiungeva il centro di Via Pretoria dove di solito venivano distribuiti in piccoli locali seminterrati. Spesso, dopo aver preso il latte,  scendeva giù velocemente a casa per poi risalire e fare un'altra fila, con la speranza di riuscire a portare ai suoi cari entrambi gli alimenti. Un mattino, si recava nei pressi della Piazza Mario Pagano con la sua cuginetta Teresa, erano arrivate  alla chiesa della S.S. Trinità, vicine ad uno di quei locali nei quali si distribuiva pane. Erano  lì quando ad un certo punto quel ronzio sempre più forte, che conoscevano bene, le fece sussultare. Man mano il ronzio diventava più forte, quasi assordante e quella tipica luce del mattino venne oscurata da ombre che sembravano di uccelli ma che non emettevano suoni naturali, ma terribili sibili che uccidono. Così, le due ragazze, senza neanche rendersene conto, furono investite da una pioggia di proiettili e tutto intorno fu confusione e paura. Non si erano rese conto che con un balzo un soldato, forse solo di pochi anni più grande, le aveva raggiunte e protette da quella terribile pioggia di morte. Un gesto coraggioso di un giovane soldato, in una terra che non gli apparteneva, pronto a morire, senza indugio per due piccole sconosciute. Eroi senza nome, che nessun libro di storia mai ricorderà. Sconosciuti, pronti a donare la propria vita in nome di un idea, di un sogno, che non era sicuramente il loro. Uomini e donne che anteposero il cuore alla ragione. Scossa da questo avvenimento, con la cugina Teresa scese giù di corsa verso casa per raccontare tutto alla sua mamma. Scorrevano così le giornate, sempre così, tra un bombardamento e l’altro, tra una fila per il pane ed una per il latte. E così anche la sua innocenza, la sua spensieratezza, man mano con l’aumentare delle sue responsabilità, parevano svanire, dissolversi. Ricordava quando in costiera, d’estate, si svegliava e passeggiando per il lungomare vedeva i bar aperti, ed i garzoni fare le pulizie. Sorride pensando a quelle sedie raccolte sui tavoli che adorava far venire giù, con un solo dito, passando velocemente tra i tavoli, ed i garzoni che con le scope da lontano la “maledivano”. Dispettosa,  dispettosissima la piccola Isabella. Ora è tutto così diverso…….. Le viene in mente la fila di soldati che in campagna dagli zii vide risalire dai Piani del Mattino. Tutti quei soldati…alcuni portavano strani turbanti in testa, altri erano biondissimi, altri scuri come la notte. Provò un nuovo sentimento che non sapeva descrivere, quella guerra, quanto la odiava quella guerra! Carri armati, camionette, moto, polvere, tanta polvere e fame, una fame che mai aveva provato prima.

GLI AMERICANI

Avevano riempito le strade polverose di Potenza con la loro euforia, le loro canzoni, i loro capelli biondo rossastri, i cappelli messi sulle ventitré, le gomme da masticare… le cioccolate. Così, spesso, per le strade del centro, risuonavano musiche dove prima si sentivano urla e pianto. Canti che coprivano la disperazione e la desolazione di una guerra che aveva tolto tutto a tutti. Che aveva lasciato il vuoto dove c’era la vita. Così da lontano non era difficile intravedere assembramenti di bambini e donne in trepidante attesa ai piedi di camion e carri armati o trovarsi a volte ad ascoltare note di canzoni che  le ragazze intonavano ai soldati…..“Se chiudo gli occhi il viso tuo m'appar come quella sera nel cerchio del fanal. Tutte le notti sogno allor di ritornar, di riposar, con te, Lili Marleen …..Prendi una rosa da tener sul cuor legala col filo dei tuoi capelli d'or….Forse domani piangerai, ma dopo tu sorriderai. A chi, Lili Marleen?”  Spesso questa era la canzone che Isabella  provava ad intonare per racimolare qualcosa da mangiare per lei e i suoi fratellini. Così correva sotto quei giganti di ferro prendeva fiato e coraggio ed incominciava a cantare. Di fronte a lei, gli americani. Anime commosse dentro divise tutte uguali. Applausi e pioggia di cioccolate, dalle bocche spalancate dei loro camion. E saltava su Isabella, più in alto di tutti la magrissima Isabella. Il fiocco che le teneva su i capelli, mai al loro  posto,  le ricadeva davanti al viso e dopotutto questo la faceva sempre sorridere. “Sono sicura di averne prese per tutti, basteranno per tutti, si” e via, veloce come il vento verso casa. Distruzione, fame,  polvere, camion e carri armati i compagni del suo cammino . “Ho cantato proprio bene”, si diceva alzando gli occhi al cielo come se il più importante degli spettatori l’avesse ascoltata da li. Papà, il suo bellissimo papà, morto con un biglietto nella mano, tra le macerie dei bombardamenti, senza fucile, senz’armi, solo con un biglietto stretto nella mano. Correva, correva, correva verso casa, e appena dentro..“Cioccolata, cioccolata arriva la cioccolata” e incontro a lei saltellanti corpicini vestiti a malapena ma intrisi di un inebriante profumo di dignità. Una dignità che neanche la guerra aveva intaccato, quella  guerra brutta, che le aveva tolto la casa, i vestiti …i sogni. E così, custoditi come reliquie si erano conservati i pezzi di cose sopravvissute ai bombardamenti: una cristalliera, alcuni piatti, pochi stracci e un collo di pelliccia che poteva sempre tornare utile, come in quei momenti, quando i piccoli cominciavano a litigare per ottenere il pezzo più grande di cioccolata. Così Isabella, correva nell’armadio della mamma a prendere quell’unico ricordo rimasto di una passata eleganza. Il collo di volpe, con tanto di testa coda e zampette nere, con occhi di vetro marroncini, il muso ancora lucido e la coda vaporosa  Lo mette sulla testa come un cappello, ed incomincia una danza, una danza che immobilizza tutti. I loro occhi  grandi, restavano spalancati, fissi su di lei, ma per lo più su quella spaventosa, spaventosissima testa di volpe. Così Isabella teneva a bada le loro euforie, con quelle sue rocambolesche storie di volpi e lupi…di montagne e valli ma anche con chiare minacce di morsi e agguati al loro primo cenno di impazienza. Quello era il suo modo di tenerli a bada, poco più che una bambina, scura “nera come uno scarafaggio” lei si descriveva, ma già con un immenso peso sulle spalle, un dolore, e tanta solitudine perché si è soli quando bisogna diventare grandi, quando bisogna fare da mamma e da papà. E così ripensa al giorno che portò via suo padre, ai bombardamenti, e lui con il suo autobus di linea, pieno come solo la disperazione della guerra può riempire. Sua madre era finalmente riuscita a raccontarle come fossero andate le cose. Lui, per un incursione aerea, fermò il suo autobus per ripiegare in un rifugio, ma quello più vicino era solo uno scantinato, sul quale, come un castello di carte, crollarono i palazzi circostanti. Pensa al dolore del suo papà Isabella, a quanta paura dentro quel buio, vivo, sepolto con tutti gli altri. E ricorda sua mamma, che  lo cercò per giorni e giorni. Qualcuno poi le disse che lì dove era stato trovato, in quello scantinato, c’erano tante persone e che sui muri c’erano scritte le date di morte dei suoi sfortunati compagni. Confuse, sparse qua e là a ricordare un inimmaginabile terrore. Ma il suo eroe, avevano detto, nella mano stringeva un biglietto, consumato dalla morsa del pugno, sul quale c’era scritto:-“Ci avete abbandonati. Italiani, siete degli assassini”. Così il cuore di Isabella iniziava a battere più forte, gli occhi rivolti al cielo per dirgli il suo amore, per dirgli che mamma lo aveva disperatamente cercato. Che avevano fatto un viaggio lungo tristissimo, e che anche se lei non aveva mai detto niente….loro lo avevano capito, che lui era morto, perché quella luce che mamma aveva negli occhi ora non c’era più.

Fuori dai suoi pensieri, il rumore degli Americani, della loro strana lingua, dei loro camion e delle loro motociclette. Le ragazze grandi amavano gli americani, e gli lanciavano fiori, fazzoletti ricamati, baci e li stringevano in forti abbracci. Gli americani che ci hanno salvati... che ci hanno salvati.

I ricordi della narratrice si fermano qui, confusi, fanno rocamboleschi salti fra presente e passato. Ma inconfondibile nello sguardo mentre racconta, cercando disperatamente nelle parti più profonde della memoria, gli occhi di mia zia brillavano di luce diversa, a volte gioiosa, a volte meno, ma molto più spesso “meno”. Madri, sorelle nonne, piegate fino all’inverosimile dai dolori della vita, ma mai, mai arrese o sconfitte. Donne di altri tempi, che si sono private di tutto, di ogni cosa per arrivare a noi, a ciò che siamo adesso.

Se si riflette, da quelle bombe a noi non è passato poi così tanto tempo, non sono lontane così tanto Isabella e le sue sorelle. Ora le vediamo così, con i loro orecchini colorati in tinta con  le collane ed i vestiti, con i loro capelli radi, i loro occhiali spessi, e le corporature modificate dal tempo, ma dietro ognuna di loro c’era una splendida ragazza  piena di sogni da  realizzare. Avevano tutte meravigliosi occhi che davano dal verde all’azzurro, grandi e bellissimi occhi, corporature da sogno, eleganza e intelligenza. Avevano sogni, che la guerra stroncò, che il tempo vanificò, ma nessuna mai ha rinnegato il suo passato, cancellato i ricordi denigrato il presente, mai nessuna ha ritenuto un “obbligo” essere madre ma solo un piacere ed un privilegio.  Di tutte, Elisa, fu il pilastro fondante, la roccia, “atlante che regge il mondo”. Fu madre delle sue sorelle a soli 15 anni, punto cardine e di unione tra tutte.

Siamo cresciuti come fratelli, non cugini, e quei valori e quella sensibilità d’animo che ci contraddistingue è dovuta a loro. Spero di poter attingere ancora alla fonte della loro memoria, spero di poter raccontare le loro vite il più verosimilmente possibile.

Il  tempo, gli anni, non sono gentili con la memoria ed i ricordi, è bene dunque fermarli, fissarli con la scrittura per renderli immortali, almeno per noi.

Annalisa Ascoli

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inedito c1Che prepotente quel sole di primavera. Penetrante quasi fosse dentro l’estate. Al mio corpo di bambina sembrava arrogante, mentre accompagnavo mio padre che lavorava all’Inps. Dal rione Santa Maria, dove abitavamo, saliva in Via Pretoria, sempre a piedi, tutti i santi giorni. Era bello in quel suo incedere pellegrino. Abitavamo in una casa alla quale allora aggiungevano sempre l’aggettivo “popolare”, con tono un tantino dispregiativo. Per noi era una reggia, come la definiva mia madre.

Per lungo tempo avevamo abitato in un buco di casa a piano terra in Vico Addone, in cinque. Mio fratello, mia sorella ed io eravamo piccoli e avevamo voglia di spazio...tanto spazio...di aria...tanta aria...Mio padre arrotondava lo stipendio facendo ore di straordinario anche quando non erano giornate di rientro. A volte lavorava di domenica mattina: voleva darci spazio, aria, gioia di esistere.

Ogni pomeriggio, anche se era la controra, lo accompagnavo per un breve tratto di strada, dal portone di casa al piazzale della chiesa di S. Maria del Sepolcro. Mi inebriava l’aria dolce e profumata di primavera. Era il preludio di una stagione rassicurante: sapeva regalarmi spensieratezza e libertà a piene mani.

L’accompagnavo non proprio per amore...o non solo per amore.

Il mio amore finiva davanti al bar “La Rocca” di fronte alla chiesa, esattamente innanzi al contenitore dei cornetti “Algida”. Il gelato che ogni bambino desiderava. 

Una novità. Una ghiottoneria che non tutti potevano permettersi.  

Il suo impasto era di mandorle cioccolato e panna, immersi in un cono croccante. Alla punta il piacere di un pezzettino di cioccolato fondente: si scioglieva lentamente nella bocca che diveniva una piccola cioccolateria.

Una vera goduria!...

Uscivo dal bar con il gelato in mano. Papà aspettava che attraversassi la strada, anche se le automobili passavano ogni morto di papa, e  proseguiva verso l’ufficio. E ora eravamo solo io e lui. Io e Algida pronti a vivere un piacere che ogni giorno aveva una sfumatura diversa. Ed era la ricerca di queste sfumature che rallentavano il movimento delle lancette del tempo. inedito 2

Quei momenti, riti indimenticati e indimenticabili, sono ancora oggi impressi dentro me insieme ai profumi, ai sapori, che mi riportano magicamente in via Ciccotti, quando la nostalgia di Algida mi assale.

Un giorno questa magia finì per sempre. Mia sorella, più grande di me di due anni, e più scaltra, mi chiese perché tornassi ogni giorno a casa con il gelato. E a cosa fosse dovuta la generosità di papà.

Aveva intuito che c’era qualcosa di strano. Era convinta che il gelato fosse una contropartita a qualcosa che le sfuggiva. Le dissi tutta la verità: papà mi chiedeva quanto tempo dedicava allo studio mio fratello, che frequentava il quarto ginnasio... a che ora usciva di casa e, se quando rientrava riprendeva a studiare. Mia sorella brutalmente mi disse: “Sei una spia! Ti vendi per un gelato e non ti rendi conto che se Franco non dovesse essere promosso, papà lo punirà pesantemente. Tutto per colpa delle tue soffiate”.

Ero sconcertata. Non potevo crederci: io una spia?...  Avvertii un senso di colpa troppo grande per  i miei cinque anni.  Non sapevo cosa fare, con chi confidarmi. Di notte iniziai ad avere degli incubi. Ero agitata. Mi giravo e rigiravo nel letto e a volte gridavo. Mamma spesso mi svegliava; cercava di  rassicurarmi senza capire il motivo del mio malessere. Avvertivo un peso alla bocca dello stomaco di cui non riuscivo a liberarmi. Ricordo che facevo fatica a mangiare. Io che ero un’ingorda.

Si sa: i bambini ingigantiscono ogni cosa nel male e nel bene. Ed io vedevo una montagna enorme davanti i mie occhi che  impediva la soluzione al mio problema. Mio fratello era tanto affettuoso con me. Mi dava dei pizzicotti sulla parte esterna delle mani cicciottelle, poi  me le baciava con una tenerezza infinita. Come avevo potuto tradirlo per un cornetto Algida? Rinunziai al gelato. Soffrivo spesso di mal di pancia, il medico mi aveva diagnosticato l’appendice infiammata. La scusa funzionò. Ogni sera comunque si ripeteva il rito del rapporto su mio fratello. A mio padre cominciai a raccontare bugie. A qualcuno dovevo pur  mentire.

Per quanto la mia testolina  fosse confusa, una cosa mi era chiara: un fratello va difeso sempre e comunque. Con il passare dei giorni mi convinsi che sarebbe stato giusto confessare  le mie inquietudini a padre Daniele, parroco della chiesa del di Santa Maria prima dell’inizio del catechismo. Era un monaco che ispirava tanta fiducia ed era molto amato dai più piccoli. E così feci.

Un pomeriggio di mezza estate, lo aspettai in sacrestia. Ero tesa. Mi venne incontro con un sorriso che spazzò di botto i  miei sensi di colpa. Una carezza sui capelli e il rosario che mi regalò dopo il primo accenno di confessione restituirono la serenità ai miei anni. Quel momento è rimasto scolpito nel mio cuore.

Quell’anno mio fratello fu promosso. Mio padre gli concesse la sua prima vacanza al mare. Partì per dieci giorni con il camper del padre di Tanino, il suo amico del cuore, alla volta di Ginosa Marina. Tornò felice e abbronzato. Ed io ero felice più di  lui.

L’estate sembrava non voler cedere il passo all’autunno. Il mio primo giorno di scuola era a pieno sole. La mattina, non lo dimenticherò mai, mio fratello, mi regalò una penna  sfera “Bic”. Un regalo  che mi fece sentire importante. La prima  parola che imparai a scrivere fu il suo nome: Franco.Quella penna, ancora oggi  è il segnalibro dei miei pensieri.

Carmen Cangi

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inedito 1

L’odore della pioggia era ovunque. Fuori e dentro casa. Lo vedevi da dietro i vetri salire su verso il cielo e lo sentivi adagiarsi sulla pelle ormai umida. Al mare è così. Quando piove avverti le sue particelle umide dappertutto, anche d’estate. E il profumo di bagnato penetra le narici fino a farle bruciare.

Quel giorno era cominciato bene, il sole riscaldava già l’alba lasciando presagire il caldo torrido che sarebbe esploso di lì a poco. Un’aria indolente si abbatté su tutti nelle ore successive, rallentando gesti e azioni. Persino i bambini erano svogliati. Il mare accennava qualche onda, anche lui appiattito dalla calura. La mattinata si lasciò fluire così, senza emozioni, solo qualche gelato e un pò di movimento. Quel tanto che bastava per raggiungere la battigia e farsi inghiottire lentamente dall’acqua.

Un acquazzone improvviso scrosciò sul mare cogliendo alla sprovvista la folla che popolava la spiaggia. In un lampo tutto ammutolì. Gli ombrelloni e le sdraio rimanevano l’ultimo baluardo di un’umanità che fino a pochi istanti prima aveva colorato il paesaggio.

Lo spettacolo del mare bagnato dalla pioggia è uno dei più belli.

Ferma davanti al balcone aperto osservavo il mutare del colore del mare che sembrava assecondare la forza del temporale. Era sparita anche la leggera increspatura sotto gli schiaffi dell’acqua che scendevano vigorosi dal cielo cupo. Entrò nella stanza una folata di aria fresca, l’avevo desiderata tutto il giorno, e alcuni schizzi di pioggia mi bagnarono. Non mi scansai, la sensazione fu piacevole, e lasciai che le piccole gocce d’acqua scivolassero lentamente sul mio viso. 

Ero seduta sulla sabbia con lo sguardo rivolto all’orizzonte. Accanto a me il mio piccolo bambino nella stessa posizione. A noi piaceva stare così. In silenzio ad ascoltare il mare. Lo sguardo perso nell’azzurro del mare e del cielo, i pensieri che vagavano a briglie sciolte, liberi di volare sulle onde e andare lontano. Ogni tanto un gabbiano sorvolava le nostre teste e planava leggero pochi metri più in là. Erano bellissimi, bianchi e sinuosi. In un attimo erano già in volo, alla ricerca di chissà cosa.

Dove vanno, mamma?

Mi chiese Lorenzo rompendo il silenzio con la sua vocina squillante.

Da nessuna parte, tesoro. Giocano a rincorrersi, ma restano qui, sempre. Questa è la loro casa.

Si alzò in piedi e cominciò ad inseguire un gabbiano che aveva appena toccato terra. Aprì le sue piccole braccia e prese a correre lungo la spiaggia. I suoi piedini lasciavano orme sul bagnasciuga che le onde del mare cancellavano subito dopo.

Dai mamma, vieni anche tu!

Mi alzai senza farmelo ripetere e imitando il mio bambino cominciai a volare anche io. Corremmo lungo la spiaggia a perdifiato, spiccammo il volo e dopo un po’ ci ritrovammo a dorso di un gabbiano. Salimmo verso il cielo, oltrepassammo la linea dell’orizzonte e ci ritrovammo in un luogo mai visto. Fiori colorati ci accolsero con il loro profumo e un suono dolce riempiva lo spazio. Un grande senso di pace aleggiava dappertutto, e un fascio di luce si apriva come un ampio sorriso verso di noi. 

Dove siamo mamma?

Nel luogo dei nostri pensieri.

Quelli che facciamo quando guardiamo il mare?

Si, proprio quelli.

Che belli mamma!

Tu quale hai fatto?

Quello dei fiori colorati. Vedi come sono belli? Sono tutti diversi, ognuno ha una forma, chi ha il gambo più lungo e chi più corto, chi ha i petali che protendono verso l’alto chi verso il basso. Tutti formano una distesa colorata e si uniscono laddove rimane uno spazio bianco. Mi fanno allegria ed io mi tufferei in mezzo a loro. E qual è il tuo pensiero?

Quello lì in fondo, lo vedi? Quella distesa azzurrina, la calma, la ricerca della tranquillità. Hai presente quando i funamboli camminano su un filo sospeso? Ecco, io mi sento come quegli uomini lì che si muovono lentamente, un piede davanti all’altro, gambe flesse e schiena dritta, per cercare di non cadere nel vuoto. Guardare il mare mi restituisce questo: un senso di pace che nessun altro posto mi offre. Mi ci cullerei in questo luogo di serenità. Prenderei i tuoi fiori e farei un grande cuscino su cui affondare la mia testa pesante. Mi addormenterei lasciandomi sopraffare dal loro profumo intenso.     

Lorenzo mi strinse la mano e ci avviammo verso il fascio di luce che ci invitava ad entrare. La luce ci abbagliava e non riuscivamo a vedere cosa ci fosse oltre quel sorriso. Continuammo a camminare e notammo una presenza accanto a noi. Era il gabbiano che ci aveva condotto in quel luogo sconosciuto. Ci guardò e ci invitò a proseguire accanto a lui, ora non volava più, camminava come noi sulle sue lunghe zampe. Ci inoltrammo in questo luogo affascinante, una dolce melodia ci accolse e non senza sorpresa vedemmo altre figure muoversi a ritmo di musica. Danzavano abbracciati un valzer delicato, eseguito al pianoforte da un musicista in bianco e nero seduto al centro della luce. Tutti gli roteavano intorno e volteggiavano felici. Erano figure senza contorni di cui potevo però distinguere i loro sorrisi beati. La musica cominciò ad accelerare e le coppie a muoversi più velocemente, il ritmo incalzava e le gambe diventarono frenetiche e anche le dita del pianista presero a rincorrersi su e giù sulla tastiera senza sosta. Fu un vortice. Le dita. Le gambe. Le note. Le dita le gambe le note. Leditalegambelenote. Leditalegambelenoteleditalegambelenote.

inedito 2Un lampo improvviso ruppe l’incanto. L’immagine dei ballerini e del pianista si fece in mille pezzi che schizzarono nel cielo e finirono nel mare illuminandolo. Un’onda lunga prodotta dal boato giunse fino a riva bagnando i nostri piedi mentre assorti contemplavano il mare e l’orizzonte. Perduti nei nostri pensieri che ripresero a volare come ali di gabbiano.

 

Eva Bonitatibus  

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inediti 1

E’ una giornata di mezza estate a Capriolo, un paesino di montagna, dove d’inverno i fiocchi di neve cadono grandi come pastiglie di menta.

Nella strada che scende dal bosco, lontano, si intravede un anziano signore che si dirige al piccolo bar all’angolo della piazza. Lo accoglie una sedia di quelle impagliate a mano accanto a un tavolino traballante.

“Mi chiamo Ettore”, risponde al barista impiccione negli occhi.

E’ un po’ trasandato. Gli occhi si illuminano quando vede un pugno di bambini. I loro giochi, fatti di grida e sorrisi, danno una spolverata ai suoi ricordi antichi.

Quando si è vecchi, si sa, questi fanno compagnia più di quelli freschi. Ed ecco tornare prepotenti alla mente le luci e le voci del “Circo Bel”, dove aveva lavorato come clown-giocoliere per quarant’anni. E con esse il desiderio – molto più di un sogno nel cassetto – di cercare l’Isola del Sorriso.

Nei quattordicimila ottocento giorni di attività aveva cercato di portare la luce della gioia nell’animo di grandi e piccini. Lo aveva fatto fino a quando, un brutto giorno, il circo andò a fuoco, mentre faceva il suo numero. Sulla tanica di benzina di Beppe il mangiatore di fuoco era caduto il mozzicone di sigaretta di un inserviente distratto.

Furono pochi i superstiti tra uomini e animali e lui fu costretto a vagabondare per il mondo alle prese con mille disavventure.

Viaggiò tanto, convinto, con la tenera fede di un bambino, che da qualche parte del mondo tra Oriente e Occidente potesse esistere un posto bello come il Paradiso, allietato dal sorriso di Dio.

inediti 2

Lo immagina situato tra boschi e valli, dove il profumo dei fiori era tanto intenso da provocare un piacevole stordimento.

Parla con i suoi pensieri, quando alcuni ragazzi disabili, spinti su sedie a rotelle,  sbucano da un vicolo. Occupano i pochi tavoli del bar e ordinano delle bibite.

Uno degli accompagnatori accende una radiolina con l’antenna come quelle di una volta e, nel giro di pochi minuti si diffonde nell’aria una musica che rimanda a sensazioni passate…

Lo sguardo di Ettore corre su un ragazzo dal viso squadrato e con le braccia rigide. Muove il capo per quanto gli è possibile al ritmo della canzone che gli piace tanto e il suo sguardo plana su una compagna, anch’essa in carrozzella, che gli sorride.

Lei ricambia lo sguardo del ragazzo in un modo da togliere il fiato. Non fa caso alle sue movenze spezzate, lo guarda negli occhi, con la semplicità che annienta ogni ostacolo sulla strada del cuore.

A volte la vita ti viene incontro con dei piccoli pezzi di te che avevi dimenticato. Ettore, senza volerlo, si trova coinvolto in questo gioco di sguardi. Lui ci mette il suo che ha conservato il candore dello zucchero filato. Si sente uno come loro. E vuole che lo percepiscano. Con il cuore, prima che con le mani, apre il sacco variopinto, pieno di colori, la memoria fresca del suo passato. Tira fuori tante palline colorate: una rossa amore; una gialla  vita; una verde  primavera; una azzurra  cielo; una marrone terra ... Le butta in aria e roteando tra le sue mani formano un arcobaleno tascabile. Ricorda che questo dell’arcobaleno era il numero che emozionava  di più il pubblico.

Ettore intanto lancia uno sguardo a quei ragazzi, con il quale sembra voler dire loro che la vita è un arcobaleno per chi sa cogliere la purezza di qualsiasi cosa, l’intensità di ogni batticuore, la bellezza di ciascuna sensazione.

Hanno capito e gli rispondono con un caldo applauso mentre una scia di colori riempie il cielo. Ettore in quel momento prova l’emozione, incomprensibile, di toccare Dio e di ringraziarlo per avergli dato mani d’arcobaleno.

Ha finalmente trovato “L’Isola del Sorriso”.

Carmen Cangi

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luna1

Ancora un racconto ispirato alle poesie studiate durante il laboratorio di scrittura “La bottega dello scrittore” tenuto a Potenza da Luciana Gallo Moles. Un esercizio di scrittura che ha previsto la trasposizione della poesia in prosa. Buona lettura!!

L’inverno aveva gelato ogni cosa.

Passeggiavamo io e Victor, per il vecchio parco solitario complice dei periodi spensierati della nostra giovinezza. Avevo guardato il cielo, era grigio come lui, e anche come me. I nostri paltò neri si toccavano leggermente, e… come per incanto, i ricordi riaffiorarono, spintonandosi l’un l’altro. “Victor ricordi la nostra estasi di un tempo? Vedi ancora in sogno la mia anima?” “Ti sogno spesso, Iris. Sogno la tua risata quando eri felice, sogno l’emozione che mi davano i tuoi capelli , due trecce di grano tra le mie mani e i tuoi occhi interminabili. Sogno il modo in cui spostavi l’aria quando mi passavi vicino, sogno la tua voce, la grazia con cui pronunciavi la r quel modo così sofisticato ed elegante, sogno la tua ingenuità bambina e il tuo essere adulta in ogni situazione importante.

“Sono trascorsi lenti, gli anni Victor. I nostri cuori hanno camminato insieme per sentieri tortuosi, hanno saputo digerire le spine. Intuivi l’intensità del mio batticuore, il momento del mio sfinimento e, mi prendevi in braccio… Ricordi Victor, la casa della nonna a Neige, che ti accolse bambino dopo la morte dei tuoi genitori per un fatale incidente stradale? Quanto l’hai amata!“. “Sì… Iris, a casa di nonna Irene, trovai la serenità. Mi bastava che lei fosse lì. La sua presenza era rassicurante, come le nostre anime che ora si accompagnano nel silenzio del parco. Ogni suo gesto era una parola di affetto, un pezzo della sua storia che affidava con discrezione a me, suo unico nipote, perché ne avessi memoria, quando lei ci avrebbe lasciato per trasferirsi sull’altra faccia della luna…

Ricordo l’odore caldo del pane che cuoceva dentro il forno. Nonna impastava con colpi decisi, come il carattere che doveva esprimere per mandare la casa avanti; teneri come i pensieri di mamma e moglie. Era rimasta vedova a soli trentatré anni. Le sue mani erano la voce della sua vita. Delicate e forti, a seconda delle circostanze, ma sempre belle come una carezza data. O desiderata. A questo mi faceva pensare quando impastava per fare il pane. Io ero lì, come al cinema, a godermi lo spettacolo di cui non capivo il messaggio di vita. Mi accontentavo di seguire la trama… ma mi sfuggiva l’idea dell’autrice, nonna Irene. Poi sei arrivata tu nella mia vita, e nel cuore di quella casa.” Divenne il nostro nido d’amore per molti anni. Nonna Irene, fu anche per me la mamma che non conobbi mai. Le sue braccia accoglienti, il sorriso affettuoso che spalancava porte e finestre, tutto di lei mi affascinava. L’ho amata da subito. Mi piaceva osservarla mentre parlava animatamente di ricordi antichi, mentre aspettava il suo turno al forno in compagnia delle altre donne. L’attesa della cottura del pane faceva si che il mio sguardo seguisse le panelle, finché non sparivano nella profonda bocca del forno per poi ricomparire magicamente del colore dell’oro delle spighe mature. Di ritorno a casa nonna Irene tagliava un pezzo di pane e mi diceva: “mangialo ora che è fresco! Il pane è fresco quando è caldo!” Quanta saggezza nelle sue parole. Luna2

E i riti della domenica! Che meraviglia! Meravigliarsi delle piccole cose che fanno domenica. Ci svegliava il profumo del ragù, in uno al canto del gallo nel pollaio. E poi la tovaglia nuova sulla tavola apparecchiata sin dalla mattina, era di fiandra bianca come l’ostia consacrata. Il suono delle campane della chiesa del convento. Io e te innamorati come due colombi che tubavano sul tetto. Indossavamo il vestito della festa e andavamo alla messa di mezzogiorno. La primavera lasciava aperta al tiepido sole la porta di casa, le tendine bianche si muovevano al vento, come onde solleticate da un mare giocoso.

Lungo il viale della chiesa, i mandorli erano in fiore, i bambini giocavano al cerchio, le fanciulle vendevano viole, le fontane erano aperte nei giardini del convento. Si respirava tutta la meraviglia della primavera.

L’estate ci vide genitori. Nacque la nostra primogenita. Avresti preferito un maschio, volevi chiamarlo come tuo padre: Guglielmo. Quando ti convinsi che quel nome era bello anche al femminile, i tuoi occhi ritornarono a sorridere. La chiamammo Guglielmina. Con lei, nella nostra vita entrò il sole, entrarono le stelle, l’universo intero. Cresceva allegra, vivace e piena di vita. Amava giocare con una trombettina di latta azzurra e verde, che nonna Irene le aveva comprato ad una festa paesana. Era ormai diventata parte di lei. Ovunque andassimo, la trombettina ci seguiva. La nonna, ormai in là con gli anni, si ammalò, e per quanto la presenza di Guglielmina la riempisse di vita, un brutto giorno ci lasciò. Ma non del tutto. Nei giorni successivi alla sua morte, nostra figlia trovò il regalo, tanto atteso, per il suo sesto compleanno, nella panca accanto al camino. Il libro che desiderava tanto: La casa delle farfalle. L’eredità di nonna Irene. Gli anni trascorsero veloci. Altre due perle vennero a fare compagnia a Guglielmina: Martino e Irene. Le nostre vite scorsero serene, nonostante le foglie dei viali dì ippocastano cominciavano a cadere. E poi e poi e poi e poi… com’è lungo narrare le cose…

“Sono stanca Victor, avverto lo stesso sfinimento di un tempo… E’ giunta l’ora di ritornare sull’altra metà della luna”. “Ti prendo in braccio Iris… come facevo allora”.

Carmen Cangi

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ine colloquio1

Paul Verlaine scrisse nel 1869 una poesia intitolata “Colloquio sentimentale”, versi struggenti che parlano di un amore che fu e che non è più. Il laboratorio di scrittura “La bottega dello scrittore” di Potenza si è divertito a trasformarla in prosa che così è diventato un breve racconto. Buona lettura! 

Sono da solo. Io e la mia coscienza. Lei mi parla e io non sempre l'ascolto. C'è  solo il silenzio a far da compagnia a me e alla mia coscienza.

E' buio e fa freddo qui nel vecchio parco solitario dove un tempo anche le foglie tremavano della nostra stessa passione. Il ricordo del fuoco di allora sembra disgelare il ghiaccio che ammutolisce le aiuole ferme in fila come un muto plotone a scrutare la mia figura oscura che si aggira come un'ombra.

Quanto brucia...che dolore questo ricordo di te...un languore nello stomaco che mi scava mi scava e mi asciuga anche la bocca.

- Ricordi la nostra estasi di un tempo?

Mi trovo a pronunciare queste parole rimaste ferme nell'aria gelida della notte cui non fa eco nessuna risposta. Come imbambolato mi fermo a guardare l'evoluzione del fiato bianco che mi è uscito dalla bocca e che come una spirale sale verso l'alto per poi disperdersi del tutto. Del mio fiato non c'è più traccia. Anche della mia anima.

L'ho perduta qui, da qualche parte, una sera di tanti anni fa. Devo cercarla, forse è sotto questi alberi, dovrei scavarne le radici, si sarà impigliata li, perché non la trovo più. Mi inginocchio sulla terra gelida e comincio a scavare con le mani. Tolgo la terra che non viene via perché è tutta un blocco, provo ad affondare le unghia e sento che qualcosa viene via. Frugo, frugo intorno ai piedi del l'albero. Ogni tanto mi giro per vedere se qualcuno mi guarda, ma non c'è nessuno a quest'ora. Proseguo indisturbato la mia ricerca.

Era un giorno di primavera. L'aria era tiepida e profumava di gelsomini. Farfalle gioiose giocavano a rincorrersi tra distese di minuscole margheritine bianche.

A te piacevano tanto le margherite. Dicevi che era il tuo fiore preferito perché significava il candore e la semplicità.

ine colloquio2

E tu eri candore e semplicità.

Per questo ti ho amata e ti amo più della mia vita.

Mi stanco a tirar via la terra umida. Mi fermo con le mani sulle ginocchia ormai bagnate e la testa china. Ho gli occhi spenti, sento le labbra senza lena. Ti urlo nel vuoto della notte e resto in attesa di una sua risposta.

- Ti batte ancora il cuore al solo mio nome? Vedi ancora in sogno la mia anima?

Nulla. Mi alzo lentamente aiutandomi con le mani e mi allontano dall'albero. Mi dirigo verso una panchina, mi si paralizzano le gambe. È lì che ti ho vista la prima volta. Eri seduta a leggere un libro e il sole ti colpiva alle spalle attraversando tutto il tuo corpo.

Mi guardasti appena. Sollevasti gli occhi dal libro e poi subito riprendesti la lettura. Come avrei voluto essere io quel libro che in quel momento riceveva tutte le tue attenzioni.

Ogni pomeriggio eri li, puntuale, con il tuo bel cappellino di paglia.

Eri sola.

Anche tu.

Mi avvicino alla panchina ed è più forte di me. Mi chino. La sfioro. Chiudo gli occhi e con le mani traccio il tuo profilo, lo accarezzo. Sto per baciarti di nuovo. Ma non trovo più la dolce sostanza nella quale sprofondava tutto me stesso.

- Ah, i bei giorni di felicità indicibile che univamo le nostre bocche!

Tutte le notti sognavo di sederti accanto mentre leggevi concentrata il tuo libro. Osservavo da vicino le espressioni del tuo viso che cambiavano man mano che procedeva la lettura.

Guardandoti così da vicino potevo capire cosa stessi leggendo.

Mi lascio cadere sulla panchina. Le braccia flosce sulle cosce. Poi mi volto e ti vedo. Sei qui, mi sei seduta accanto. Oh dolce visione...i tuoi occhi profondi e grandi ora mi guardano di nuovo.

Mi sento una statua. Non fa più freddo e...

- Che cielo azzurro, che speranza infinita!

Mi sporgo verso di te, voglio abbracciarti. Apro le braccia e ... sconfitta. Verso il cielo è sfuggita.

Così andava per le avene incolte la mia anima e le parole, che udì solo la notte.

Eva Bonitatibus

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