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Racconti Inediti

ragna tela

Era lì. Fermo. Tutto nero e, se visto da vicino, anche peloso. I contorni definiti con nitidezza, illuminati dalla luce del sole solo lievemente filtrata dal vetro della finestra. Si trovava in quella casa ormai da giorni. Almeno, questo era quanto si poteva immaginare. Non c’era nessuna prova del contrario. Non si sapeva nient’altro. Nessuno, in quella casa, poteva essere in grado di dire come e quando fosse entrato. D’altra parte, saperlo non importava a nessuno. Era un essere insignificante. Tranne che per Kevin. A Kevin importava. Infinitesimo nel mondo degli adulti, dei normali, quel particolare assumeva grande importanza nel suo mondo. Era una interessante variazione al tema della sua vita. Quando si è costretti a stare immobili, soffrendo per il lento trascorrere di minuti, ore, giorni e settimane, ogni disturbo è il benvenuto. Lui, nonostante tutto, era lì. Ora si muoveva lentamente, in modo quasi impercettibile. Forse era solo un ripetuto sincronismo delle fauci o delle zampe, chissà. E Kevin, per quanto si sforzasse, non riusciva a vederle. Ma sapeva bene come era fatto, lui. Lo aveva ammirato su un libro. Un libro regalatogli per il compleanno, il mese scorso. Kevin aveva un grande passione per insetti e animali. Di loro, sapeva tutto a memoria. Ne aveva memorizzato ogni dettaglio fissando foto e disegni, e nemmeno sapeva spiegare come ci fosse riuscito. Della natura, in quel libro, aveva imparato uno dei meravigliosi aspetti: la varietà. Intanto, piccole vibrazioni scuotevano le zampette di quell’essere. Dovevano essere otto. Erano otto. Ma solo sette erano poggiate saldamente sul vetro. Una sembrava quasi penzolare, come fosse un ramo d’albero non del tutto staccatosi dal tronco. Che scherzi fa la vita… Un po’ lui gli assomigliava, tranne che in una cosa. Riusciva a muoversi, lui. Kevin, invece, riusciva a muovere a malapena le braccia e la testa. Kevin osservò ancor più attentamente. Dal momento in cui lo aveva notato, quel piccolo coso era diventato il suo passatempo principale. E così, quel minuscolo essere era diventato Lui. Kevin non aveva ritenuto necessario affibbiargli un nome. Come per le entità soprannaturali. Lui non era un semplice essere vivente. Era il significato di quei giorni. Più del mangiare, del bere, del dormire. Kevin aveva compiuto tredici anni il mese scorso. Quasi metà li aveva trascorsi su una sedia a rotelle. Dai sei anni in poi la vita di Kevin aveva assunto un aspetto diverso. Ed era già fortunato che ci fosse ancora una vita e ancora un aspetto. L’unico diletto, nei lunghi momenti trascorsi da solo, era quello di fissarsi su qualcosa, anche la più insignificante. E cosa c’è di più insignificante di osservare (quasi) tutto il giorno un corpicino peloso a otto zampe che si sposta su un vetro, su una parete o su un davanzale? O mentre tesse la sua tela? O si muove su e giù a volte rapido e a scatti, a volte lento, quasi svogliato? Ma forse era proprio questo il fascino di tutta la situazione. Osservare un essere vivente che rasentava la perfezione in tutto quello che faceva. Dovrò vivere così, in questo modo?, avrebbe potuto continuare a chiedersi Kevin, ma era da tempo che non si poneva più questa domanda. Ci provavano tutti, a scuoterlo. Gli amici, i compagni di scuola, gli zii, i cugini e, su tutti, i genitori; in tanti avevano tentato di stimolarlo, ma risultati non se ne erano visti. No, forse no. Quella passione per insetti e animali era l’unica soddisfazione che Kevin era riuscito a dare agli altri. E a sè stesso. Non era molto, ma a lui bastava. Il sole aveva inondato la stanza. C’erano pochi angoli bui. Fuori era una splendida giornata. Fra non molto sarebbe venuto suo padre a prepararlo per uscire. La passeggiata quotidiana nel parco. Almeno quando il clima lo permetteva. E quella era una gran bella giornata. Come il mattino prima, quando padre e figlio erano stati per ore nel parco, e avevano riso di quel poco che c’era da ridere. Gli amici quel giorno non sarebbero venuti a trovarlo. Col tempo, ognuno di loro si era ritagliato un modo di vivere. Il gioco, lo studio, i primi timidi contatti con le ragazzine. Cose loro, Kevin lo aveva capito. Lui era diverso. Doveva essere diverso. Forse migliore. Forse peggiore. Ma sicuramente diverso. I silenzi, i cambiamenti di tono che i grandi assumevano quando parlavano di lui, non gli erano mai sfuggiti. La sensibilità di Kevin si era accentuata. Inevitabile. E più si accentuava e più il ragazzo si rinchiudeva in un altro mondo. Il suo mondo. Intanto, nella stanza non si udiva alcun rumore, tranne il ticchettio delle lancette dell’orologio che scandivano l’incessante trascorrere del tempo. …Tic tac tic tac tic tac tic tac… Quel ticchettare testimoniava l’immobilità dell'ambiente. La stanza appariva immobile e inespressiva come certe parti del suo corpo. Il corpo era lì, come inchiodato; la fantasia no, quella non gliela poteva immobilizzare nessuno. Le lancette scorrevano. Quella dei secondi, coll’incessante tic tac tic tac tic tac, scandiva il ritmo ossessivo di una monotona colonna sonora. Intanto, dove era finito Lui? Ah, eccolo lì, in basso a destra. Sul legno della finestra. Si muoveva rapido, come in preda a un impulso irrefrenabile. Kevin non riusciva a capire cosa inducesse tale rapido spostamento. Cambiando di poco la visuale, l’occhio gli cadde sulla pila di numeri accuratamente accatastati dei fumetti di Spiderman, i suoi preferiti. Zia Evelyn non gliene faceva mai mancare una copia. Quando leggeva le avventure del suo idolo, si immergeva nel colore degli albi, nel profumo della carta stampata. Kevin, in quei momenti, riusciva davvero a evadere. E se Lui, mordendolo, gli avesse fatto acquistare i superpoteri di Peter Parker? Ma no. Non era possibile. Assolutamente... Che bello, però, se fosse potuto uscire liberamente, arrampicarsi sui muri, saltare da un palazzo all’altro, stendendo ovunque i fili della sua tela d’acciaio. Era un sogno. Desolatamente un sogno. Che però lo faceva stare bene... Cavolo! Che distratto! Un attimo solo aveva distolto lo sguardo e Lui era sparito. Non c’era sul vetro. Non era sul legno. Nemmeno sulla tenda, né sul muro. Dove ti sei cacciato, amico?, pensò Kevin. Una punta di stizza lo ghermì e un quintale di panico gli venne addosso, opprimendolo. Si era abituato, a Lui. Doveva per forza essere finito da qualche parte. Non poteva essersi volatilizzato. Intanto, Kevin cominciò ad avvertire una grande stanchezza. Non si era ancora ripreso dalla passeggiata del giorno prima. O meglio, aveva riposato poco e male quella notte. Il calore dei raggi del sole lo avvolse. Un tepore piacevole lo cullò. Le palpebre si fecero più pesanti e, nel silenzio ovattato rotto solo dal familiare tic tac dell’orologio, Kevin si assopì. Il tempo subì allora una disgregazione, perdendo ogni significato e consistenza, come è tipico di quando si dorme di sasso. In quel frangente cominciarono a raggrumarsi i sogni. E gli incubi. Kevin era al solito posto, nella propria stanza. Osservava impietrito il vetro della finestra. Era sporco, una macchia piccola ma visibile rompeva la nitidezza ineffabile della superficie trasparente. A guardarla meglio, si capiva che era Lui. Col corpicino spiaccicato sul vetro. Una poltiglia mucosa, giallastra, da cui emergevano residui nerastri del corpo che fu. Kevin vide il suo amico così ridotto e una lacrima gli rigò il volto. Era molto tempo che non piangeva. Chi era stato? Chi gli aveva sottratto quell’amicizia così strana eppur così bella? Si svegliò tutto sudato e agitato. Era un incubo? Kevin si rese conto che sul vetro della finestra la macchia non c’era. Era sparita? Oppure non c’era mai stata? Un essere poco consistente come Lui, in mezzo agli umani, non avrebbe mai potuto avere vita lunga. Soprattutto in una casa come quella, piena di gente maniaca della pulizia. Un colpo di scopa, un foglio di carta assorbente, e via. Lui non c’era più. Finito. Cancellato. Ora Kevin avrebbe dovuto inventarsi qualcosa di nuovo. Un amico nuovo. Ma Lui era stato troppo importante. Rabbia... Impotenza... La vita tornava alla sua monotonia. Nonostante l’ottimismo degli altri, era inevitabile. I sogni erano così brevi… l’entusiasmo per qualcosa svaniva così, da un momento all’altro… Kevin sentì d’esser messo proprio male. Vagando con lo sguardo per la stanza, il ragazzo tornò sconsolato a fissare il ripiano del vetro. Una macchiolina scura era ora appena visibile. A un occhio allenato come il suo bastò. Era impossibile sfuggirgli. Incredulo, Kevin aguzzò lo sguardo. Sì, non c’erano dubbi! Era Lui! Era proprio Lui! Una vampata di calore seguì la gioia che all’improvviso si era impadronita del cuore del ragazzo. Poi, di colpo, un dubbio. C’era qualcosa di strano. Kevin si avvicinò al vetro, per vedere meglio. Ma certo! Lui era di fuori! Ecco cosa c’era di strano. Kevin non riuscì spiegarsi come diavolo avesse fatto a uscire, ma Lui era posato sulla facciata esterna del vetro. E zampettava rapidamente verso l’alto della finestra. Lui sembrava aver riacquistato di colpo anche la completa mobilità dell’arto offeso. O meglio, della zampa offesa. Lui era bello da vedersi, con tutta quell’energia. Ed era libero, soprattutto. Una lacrima traboccò dagli occhi di Kevin, scivolando poi sul volto imberbe. Ma questa volta era gioia. Gioia vera.

Enzo D’Andrea

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racconto dichiarazione 1

Sola, dietro i vetri appannati dal mio respiro, vedo la tua immagine riflessa. I tuoi occhi nei miei, le punte del naso che si sfiorano appena, le labbra appena socchiuse…con le dita disegno il tuo contorno e la condensa si scioglie in una lacrima che riga il vetro.

Sento il salato in bocca.

Mi manchi e intanto ripenso all’ultima volta che ci siamo visti, alla paura di partire e di lasciarti. Mi hai guardata, mi hai sorriso, una carezza e poi un saluto. Fosti così tenero e accogliente da desiderare il calore del tuo abbraccio. Tante cose mi avresti detto con quell’abbraccio e io le avrei capite tutte, lasciandomi avvolgere inerte e impotente.

Non c’è posto più bello al mondo dove stare.

Senti la forza pulsare delle braccia possenti, senti il profumo della pelle che spunta appena dalla camicia aperta, senti il respiro che segue il ritmo del cuore, senti il calore di quel corpo che è tutta vita. Ti senti al sicuro dentro quell’abbraccio.

Mi manchi ora che sei lontano da me e il desiderio di averti accanto è così intenso che sento il cuore schiantarsi in mille frammenti acuminati. Ti ho cercato questa mattina tra i mille sguardi che ho incrociato, mi sono voltata pensando di sentire la tua voce.

Ho sperato.   

Ho sperato fino alla fine che tu venissi da me col primo treno.

Ho atteso ed ho sperato.

Ho sperato ed ho atteso.

Quale morbo sta divorando la mia anima? Sono entrata in una libreria, il luogo dove ci siamo incontrati la prima volta. Ricordi? Mi sfiorasti la mano sfogliando quel libro che stavo per prendere io. Un brivido lungo la schiena e dentro la pancia.

E poi: scusi, mi dicesti.

Ed io: di nulla! E mi porgesti il libro fissandomi dritto negli occhi. Non dimenticherò mai quello sguardo indagatore che in un attimo si è infilato nella mia intimità e poi è riaffiorato. Che belli i tuoi occhi, scuri e impenetrabili, contornati da folte e lunghe ciglia arrotondate alle punte. 

Che trastullo ricordare quel momento. Sarà così anche per te? Questa sofferenza atroce che rischia di farmi impazzire, che mi ha tolto il sonno e la fame, che mi ha annientato ogni volontà. Quale morbo sta divorando le mie viscere?

Sarà forse amore? Questo tormento che brucia come un fuoco la mia anima e che rende vacua la mia esistenza? Se amore è tutto questo, se è patimento e smarrimento, se è angoscia e disperazione allora si, io ti amo.

Io ti amo così tanto da accettare di vivere nella smania di rivederti. Rinchiusa in questo collegio, sogno di tornare da te e di sprofondare nelle tue tenerezze. Sono quasi grata a questa forma di reclusione, quasi mi piace questa sofferenza che rende più piacevole il pensiero di te e di me insieme.

Ti amo amore mio, senza pudore e senza vergogna. Ti amo tutto e tutte le mie fibre urlano il tuo amore. Vieni a prendermi, non farmi aspettare, non potrei resistere una altro giorno di più. Non farmi aspettare, ti prego!

Attendo e spero.

Spero e attendo.

Il mio fiato ha appannato di nuovo la finestra, vedo la mia immagine riflessa. Sono sola dietro i vetri. Una lacrima riga il mio viso.

Sento il salato in bocca.

Eva Bonitatibus

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racconto unamoreaparigi

Mary e Johnny si incontrarono per caso in una notte d'estate, dopo una telefonata, in un luogo incantevole sulla riva della Senna a Parigi. Andarono incontro al loro destino che segnò per sempre la loro vita.

Ma ritorniamo indietro a questo primo momento. Mary e Johnny, due studenti che vivevano a Parigi, erano stati mandati dalle loro famiglie a vivere fuori per fare esperienza. Una coincidenza li ha fatti incontrare, una telefonata fatta per sbaglio e da quel momento è iniziata una storia di amicizia e di amore che per lungo tempo non si è mai spezzata.

Dopo tanti anni, seduti accanto al caminetto, si trovano a raccontare la loro storia ai loro nipoti e sembra una favola proprio perché vissuta a Parigi in un luogo in cui tutti sognano di andare a vivere un periodo della propria vita. Sognare e creare parole, forme nuove di un nuovo romanzo.

Così è stato per i nostri protagonisti. In quella notte d'estate, ricorda Johnny, Mary aveva gli occhi che le brillavano, lunghe trecce bionde e indossava un vestito rosa fiorito come un campo di fiori in primavera.

I suoi ricordi continuano, rammentando le prime parole che si scambiarono. Soprattutto la dichiarazione di amore fatta alla sua Mary quando le chiese di sposarlo:

- Mary quando ho incontrato i tuoi occhi nei miei mi sono perso per un attimo, ma poi la tua semplicità, la tua ingenuità mi hanno dato coraggio. Ci siamo conosciuti e poi  innamorati, così, giorno per giorno tu sei stata il mio sole, la mia luna che mi ha guidato lontano nella mia vita fino a raggiungere questo traguardo dove ora io vorrei chiederti di sposarci e costruire il nostro futuro.

Lei gli rispose con un lungo e tenero bacio a suggellare la loro promessa di amore!

Immacolata Venturi

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RossoDancalia

Marco aprì gli occhi, ma li richiuse subito abbagliato dalla luce del sole. Era steso supino e sentiva colargli sul viso qualcosa di caldo. Cercò istintivamente di alzare un braccio per schermarsi dal sole, ma un atroce dolore alla spalla lo costrinse a rinunziare.

Poi ritentò con la mano sinistra, riuscì a ripararsi gli occhi e vide che la mano era rossa di sangue. Era ferito... cercò gli orli della ferita, senti uno squarcio nella parte superiore della fronte, la testa gli pulsava e come provò a sollevarla la pulsazione si trasformò in un intenso dolore. In qualche modo riuscì a sedersi e ad appoggiarsi ad un masso di arenaria rossa, non lontano da un cespuglio di acacie. Quel tratto del deserto della Dancalia, era caratterizzato da antiche rocce di color ruggine, tutto quel rosso gli rendeva sempre più difficile tenere gli occhi aperti, anche il sangue che veniva giù dalla ferita alla fronte lo accecava. Guardò la spalla e si accorse che era lussata ma non ferita.

Cercò di tergersi la fronte con la mano sana, poi pensò che aveva bisogno di qualcosa per tamponare la ferita. Si guardò intorno, e cercò di valutare la situazione, vedeva dei mucchietti di stracci e qualcosa che saltellava tra di essi, sentiva anche un verso strano, un gracchiare stridulo e minaccioso. Poi si si accorse, inorridito, che si trattava dei corpi dei soldati della sua squadra e degli avvoltoi che si apprestavano alla loro festa di morte.

Il sangue delle ferite dei morti era secco ed era evidente sulle rocce porpora. A poco a poco cominciò a ricordare, con i suoi uomini era alla ricerca di un gruppo di banditi che avevano assalito un convoglio di salmerie diretto al sud per rifornire postazioni al confine somalo uccidendo autisti e scorta. Al tramonto del giorno prima era toccato a loro. Erano stati assaliti da un gruppo di guerrieri con mantelli rossi che urlando “Allah è grande”, “viva il Madhi” avevano sterminato tutti, solo armati di lunghi coltelli, perché i “jhadisti” consideravano che era cosa da vigliacchi ed infedeli l'uso delle armi da fuoco, mentre chi combatteva per Dio, doveva macchiarsi del sangue dei nemici.

E così in un turbinio di rosso e porpora, luce del tramonto, mantelli, daghe insanguinate, colore delle rocce, si era consumata la strage. Ora tutto era finito e il silenzio era rotto solo dal gracchiare dei becchini alati.

Marco pensò, alla sua famiglia e che non era quello il tempo giusto per morire, in quel deserto rosso e senza aver ancora visto suo figlio, nato appena dopo la sua partenza per l'Africa. Poi scorse in lontananza qualcuno che si muoveva come si stesse orientando verso qualcosa, poi si inchinò per terra e cominciò a recitare la sua preghiera. Marco penso che forse era il momento giusto di pregare e cominciò a recitare il padre nostro. L'altro si accorse di lui e si avvicinò, gli bendò la testa con una striscia di tessuto con cui aveva stretto la tunica, gli diede da bere e poi strattonandogli il braccio gli fece tornare a posto l'articolazione. Poi lo sconosciuto disse: “oggi voglio salvare la vita ad un crociato, perché racconti che il Madhi, il prediletto di Allah, è capace di atti generosi verso i cristiani venuti da lontano a prendere una terra che non gli appartiene, và in pace cristiano e racconta ai tuoi che chi ha il sostegno di dio non può essere vinto”. Marco si addormentò quasi subito, stremato dal calore e dall'emorragia, il suo buon “samaritano” sparì nel deserto.

Si risvegliò nel bianco candido del letto di un ospedale militare; chi lo aveva soccorso narrò di un dancalo vestito con un mantello rosso che aveva avvertito i soldati di un avanposto nel deserto ed era immediatamente scomparso confondendosi con i colori dell'arenaria e del tramonto.

Edoardo Angrisani

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racconti labaitarossa 1

In un borgo abitato da poche famiglie, viveva Valentino, un ragazzo dall’aspetto scanzonato: alto, muscoloso, sempre ben vestito come se fosse in procinto di accompagnare una bella fanciulla alla festa del paese.

Valentino viveva con i nonni, i suoi genitori erano emigrati in America per via del lavoro del padre medico-ricercatore.

La casa dei nonni era immersa in un castagneto, gli abeti fiancheggiavano la strada che conduceva alla baita. In ogni stagione la scena che si presentava era romantica, carica di affettività, di fascino.

Valentino non amava studiare, preferiva aiutare il nonno nel lavoro dei campi, nella raccolta delle castagne durante l’autunno; trascorreva molto tempo all’aperto, amava la natura e preferiva approfondire le sue conoscenze attraverso le conversazioni con gli anziani abitanti del luogo, amici dei suoi nonni: quanto imparava!

Un giorno camminando nel viale e affondando le sue lunghe gambe nella neve, incontrò una fanciulla, non era del luogo.

Si fermò ad osservarla a lungo lei era in difficoltà non riusciva proprio ad affrontare tutta quella neve e Valentino si offrì di aiutarla, le prese la mano, la condusse nella baita del nonno per offrirle del vino caldo, davanti al camino acceso.

La legna ardeva e crepitava e le fiamme, come tante lingue intente ad accendere conversazioni infuocate, si alzavano verso la cappa e poi sparivano.

Agnese, questo era il nome della fanciulla, si sentì a suo agio, raccontò a Valentino di essersi smarrita, e gli espresse riconoscenza per averla ospitata nella sua casa.

Fra i due nacque un grande amore, i loro incontri si fecero più frequenti, fino al giorno in cui Valentino la presentò ai suoi nonni: era il giorno di Natale, nella baita, in un angolo accanto al camino, c’era un piccolo albero addobbato con arance, castagne, noci e fichi, i rami di questo albero erano quelli caduti dagli abeti a causa del carico nevoso.

Non c’erano lucine intermittenti, solo la luce infuocata dalle fiamme nel camino.

Agnese era piccola di statura, tutto il suo fisico faceva immaginare la delicatezza che traspariva dai suoi occhi, il suo cuore ardeva come le fiamme nel camino, era innamorata di Valentino, il loro amore prorompente fu coronato dall’arrivo di Cecilia, accolta nelle due famiglie,

Se un giorno vorrete raggiungere quel piccolo borgo di un piccolo paese in montagna, troverete ancora la baita e in essa il camino, i semplici arredi e sulle pareti quadri un po’ sbiaditi e i ritratti dei personaggi di questo semplice racconto.

Tina

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racconto magia 1

Nello spazio dedicato ai racconti questa volta abbiamo deciso di inserire una delle poesie più belle di Gianni Rodari, scrittore, pedagogista, giornalista e poeta italiano, specializzato in testi per bambini e ragazzi e tradotto in moltissime lingue. Il magico Natale è la poesia che abbiamo scelto e che vogliamo dedicare a tutti i bambini del mondo perché possano vivere un Natale di vera felicità. Auguri in poesia!

S'io fossi il mago di Natale

farei spuntare un albero di Natale

in ogni casa, in ogni appartamento

dalle piastrelle del pavimento,

ma non l'alberello finto,

di plastica, dipinto

che vendono adesso all'Upim:

un vero abete, un pino di montagna,

con un po' di vento vero

impigliato tra i rami,

che mandi profumo di resina

in tutte le camere,

e sui rami i magici frutti: regali per tutti.

Poi con la mia bacchetta me ne andrei

a fare magie

per tutte le vie.

In via Nazionale

farei crescere un albero di Natale

carico di bambole

d'ogni qualità,

che chiudono gli occhi

e chiamano papà,

camminano da sole,

ballano il rock an'roll

e fanno le capriole.

Chi le vuole, le prende:

gratis, s'intende.

In piazza San Cosimato

faccio crescere l'albero

del cioccolato;

in via del Tritone

l'albero del panettone

in viale Buozzi

l'albero dei maritozzi,

e in largo di Santa Susanna

quello dei maritozzi con la panna.

Continuiamo la passeggiata?

La magia è appena cominciata:

dobbiamo scegliere il posto

all'albero dei trenini:

va bene piazza Mazzini?

Quello degli aeroplani

lo faccio in via dei Campani.

Ogni strada avrà un albero speciale

e il giorno di Natale

i bimbi faranno

il giro di Roma

a prendersi quel che vorranno.

Per ogni giocattolo

colto dal suo ramo

ne spunterà un altro

dello stesso modello

o anche più bello.

Per i grandi invece ci sarà

magari in via Condotti

l'albero delle scarpe e dei cappotti.

Tutto questo farei se fossi un mago.

Però non lo sono

che posso fare?

Non ho che auguri da regalare:

di auguri ne ho tanti,

scegliete quelli che volete,

prendeteli tutti quanti.

Gianni Rodari

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racconto scatola 1

Il giorno della Befana Nelly, la graziosa bambina dagli occhi color del cielo, trovò accanto alla calza ricolma di caramelle e dolcetti, una scatola di latta piena di fragranti biscotti al burro. La sua attenzione fu attirata subito dalla scatola rotonda perché sul coperchio era raffigurata la scena della favola che lei amava più di tutte, la Regina delle nevi. Vuotò del contenuto l’elegante cofanetto e lo riempì dei suoi segreti più preziosi.

Chiusa nella sua stanza dove i sogni corrono leggeri, cominciò a frugare nei cassetti del suo bianco comò, rivestito di delicati fiori color ciclamino e piccoli bucaneve che spuntavano qua e la come piccole nuvole ordinate. Vi trovò i suoi segreti: un chicco di grano, una mollichina di pane e una monetina da un centesimo. Per tutto il giorno Nelly tenne la scatola di latta sotto il braccio, la guardava, ne accarezzava il coperchio, ne fissava le immagini e la conservava meticolosamente sotto lo scialletto di morbida lana che la nonna le aveva regalato.

Quando venne la sera e giunse il momento di andare a dormire, pose la scatola sul suo comodino, accanto al letto, lasciando socchiuso il coperchio perché i suoi segreti di notte potessero volare leggeri nel cielo della sua stanza e ritornare nella scatola con le prime luci del giorno.

Il primo ad uscire fuori fu il chicco di grano. Cominciò a volteggiare nell’aria placido e tranquillo, pareva un fiocco di neve impegnato in una danza leggiadra. Andò a posarsi su un abete, in un bosco ammantato di silenzio, cullato dalle forti braccia di una montagna alta e maestosa. Qui il chicco di grano scivolò dalla cima dell’albero giù in terra, sprofondò nel manto nevoso, e baciò la nuda terra. Lì, proprio in quel punto dove l’amore incontrò l’inerte terreno, si levò un filo d’erba rigoglioso e forte. “Ovunque io vada, disse il chicco di grano, sorge una nuova alba. Io sono il seme della vita e chi mi possiede sarà fortunato per sempre. Dov’è gelo io porto calore, dov’è inverno io porto primavera, dov’è aridità io porto ricchezza.” Detto questo il chicco di grano tornò nella scatola di latta.

Venne la volta della mollichina di pane che cominciò a lievitare nell’aria, diffondendo il profumo del pane appena sfornato. Il suo odore portò la piccola Nelly nella cucina della nonna, dove un grosso forno a legna ospitava le forme di pane che le sapienti mani impastavano con amore tutte le settimane. Una pioggia di farina, nata dal chicco di grano, che assicurava quotidianamente il nutrimento di Nelly, che le scaldava il cuore e la faceva sentire la bambina più felice del mondo. Tutte le volte la piccina conservava una mollichina del pane appena sfornato e lo depositava nel cassetto del suo comò perché nei momenti di grande tristezza le avrebbe riportato il sorriso e la levità. “Ti basterò io, disse la mollichina di pane, per saziare la tua fame di serenità, per sedare il tuo senso di smarrimento, per colmare il vuoto che alle volte ti assale. Quando il cielo nei tuoi occhi si oscura, tu fruga nella scatola, non andare altrove, socchiudi gli occhi e inspira con le narici ben aperte, ritroverai la tranquillità spazzata via dalla tempesta e il tuo cuore si quieterà. Non servirà cercare diamantini o gemme preziose, ti basterà una piccola mollichina di pane per ritrovare il senso della vita”. Detto questo anche la mollichina di pane tornò nella scatola.

Toccò alla monetina da un centesimo. Cominciò a tintinnare producendo un dolce suono che subito riempì la stanza della dolce Nelly. Presto si trovò catapultata nella stanza del tesoro di un ricco sultano: scrigni traboccanti di collane preziose, sacchi pieni di monete d’oro, calici incastonati di pietre scintillanti e bracciali anelli corone tempestate di rari diamanti. Il sultano, circondato di schiavi, non sapeva più che farne di tanta ricchezza, continuava a cumularne senza mai elargire doni al alcuno e soprattutto senza saper godere dei benefici. Ben presto il sentimento dell’odio prese il sopravvento tra coloro che lo conoscevano e la solitudine lo avvolse come un gelido mantello. “A cosa serve tutto questo avere, disse la monetina da un centesimo, se non se ne comprendono i valori della condivisione e della generosità? Un centesimo contro l’infelicità, un centesimo per la libertà! Quando ti senti oppresso, pesca una monetina dai tuoi danari e donali a coloro che non possiedono nulla. Il loro sorriso ti ripagherà ben più che un tesoro nascosto gelosamente”. Detto questo anche la monetina tornò nella scatola di latta seguita dal suo delicato tintinnio.

L’indomani mattina, quando Nelly si svegliò, avvertì un senso di stordimento. Il bosco innevato, la cucina della nonna, il tesoro del sultano, le sembrò di aver vagato per tutta la notte rincorrendo i suoi segreti preziosi in giro per lo spazio dei sogni. Li ritrovò lì dove li aveva sistemati, il chicco di grano, la mollichina di pane e la monetina da un centesimo. Li accarezzò con le sue piccole mani calde e li ringraziò con il suo tenero sguardo color del cielo. Sentì in cuor suo di aver ricevuto il dono più grande, quello che trovi percorrendo la via delle nuvole e del cielo, delle stelle e della luna, del giorno e della notte, dell’inverno e della primavera sospinta dal vento leggero dei pensieri. Non c’è regalo più grande di un chicco di grano che dona la vita, di una mollichina di pane che dona la pienezza, di una monetina da un centesimo che dona la ricchezza. Tre piccoli grandi doni che Nelly continuò a custodire nella sua scatola di latta dal coperchio disegnato con la Regina delle nevi.

Eva Bonitatibus

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Mosce Rino

Scritto da

Mosce Rino

racconti moscerino 1

La calura di questo pazzo Luglio mi ha spinta a cercare refolo di vento su una panchina del parco di Montereale.

Addosso una maglietta bianca come la pelle che il sole non ha potuto rendere bella come l’ebano. Nel parco le foglie degli alberi mi fanno da ventaglio come ai tempi della regina Cleopatra. Passa un anziano signore che posa un casto sguardo sul mio seno senza prendere niente, così… per un tenero ritorno al passato.

Ehi… tu… cosa  ci fai sulla mia collinetta  sinistra.  Te ne stai comodamente spaparanzato in un posto del mio corpo molto corteggiato direi ricercato, e fai anche finta  di niente.

Ti avrà attratto il bianco della mia maglietta. Voi moscerini appena vedete bianco non capite più niente. Il perché francamente lo ignoro. A pensarci bene, però, tu sei più intelligente dei tuoi simili: hai saputo  unire l’utile al dilettevole.

Non hai considerato, però, che un piccolo gesto della mia mano ti potrebbe scaraventare altrove in men che non si dica. Devo, però, riconoscere che sei intraprendente e audace.  E questo ti rende simpatico.

Resta quanto vuoi. Se solo ti potessi vedere! Un puntino nero su una immensa distesa di bianco, manco tanto distesa, considerato che sei collocato sul mio seno sinistro, una delle due collinette, per intenderci. Sai, gli uomini amano moltissimo le collinette delle donne.  Spesso ne parlano e, soprattutto le usano dimenticando i “ pensieri” che solo mani accorte sanno cogliere. Pensieri che nascono dal cuore, figli di un “ti voglio bene”, bellissimi nella loro spontaneità, autenticità e rispetto. 

Mio caro Rino, ti chiamerò con il diminutivo, voglio farti una confidenza che non mi sarei mai sognata di fare a un moscerino: non mi sono mai, dico mai, ubriacata di vita… ahhh!  l’ho detto… finalmente! 

Possiedo tutti i colori dell’arcobaleno e i profumi  dei fiori, sono anche gradevole non più o non meno di altre, ma sicuramente in maniera unica.

Eppure ho navigato in un mare di grigio quasi  perenne. Scusa,  sbaglio o hai parlato? Nooo… Non è possibile!...

Non mi sono mai ubriacata  di vita, però a pensarci bene,  a pranzo ho bevuto un rosato fresco frizzantino che scendeva giù da solo. Che goduria!!!…e pensare che sono astemia… Sarà per questo che  continuo a sentire una vocina… boh!…

“Quanto devo gridare per farmi ascoltare da te? Che fatica!… Avvicina l’orecchio  alla collinetta, mi sposterò verso la tua ” ciliegina” così sentirai meglio…

Non ti sei mai chiesta perché i fiori stanno nei prati?  Non certo per perdere tempo. Non ti sei mai chiesta a che servono i  colori della natura, i suoi profumi, le vesti di corolla ognuna diversa dalle altre? Per poter consumare la  vita nella gioia del prato.

 Se il tuo corpo non partecipa alle gioie della vita e dell’amore la tua primavera sarà sempre triste e grigia, cara la mia collinetta...

Vorrei anche io chiamarti con il diminutivo “Tetta” ma non oso… Pensi che abbia detto una fregnaccia? Mi guardi con certi occhi!… non mi credi perché sono piccolo e nero?  Rifletti… mia cara Tett …oh!  scusa… Collinetta.  Ora devo lasciarti… sono sicuro che presto ci rincontreremo sul prato. Ciaooo!...

Quella mia maglietta fina, cantata da Baglioni, non la riposi più nell’armadio. La conservai nel tiretto del comodino e di notte, la tenevo sotto il cuscino. Era il pigiama  del mio risveglio di donna. La guardavo controluce, si vedeva chiara l’immagine di Rino, quasi un monito: se sul mio seno non si fosse disteso il mio uomo, Rino sarebbe venuto ad occuparlo con uno sciame di moscerini.

Ma l’uomo c’era. Doveva solo avere il coraggio e l’audacia di Rino.

Carmen Cangi

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