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Racconti Inediti

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I versi che la redazione ha scelto di pubblicare in questo numero della rivista appartengono ad una giovane studentessa di una terza classe di un Istituto Superiore di Potenza che ha preso parte alla Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore organizzata dal Circolo culturale Gocce d’autore lo scorso 23 aprile. Il componimento è il frutto di un laboratorio svolto nel corso dell’anno scolastico e poi approdato ai festeggiamenti del libro con il reading di letture.

La felicità nel volto di un bambino

e nello sguardo

la bellezza dell’innocenza.

La freschezza del mare

con le sue onde allegre

infrangersi al sole della battigia.

Le ore luminose del mattino

rotte dal suono delle campane

della domenica in festa.

Il fieno

ruvido d’estate,

come la pelle da lungo esposta al sole

degli anziani,

dediti instancabilmente al lavoro dei campi.

Sacchi di frumento,

il grano ormai colto

e la terra inaridita

ma pronta al prossimo ciclo di vita.

Chiara Bovino

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Pubblichiamo la poesia composta da una studentessa di una terza classe di un Istituto Superiore di Potenza che ha preso parte alla Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore organizzata dal Circolo culturale Gocce d’autore lo scorso 23 aprile. La poesia è il frutto di un laboratorio svolto nel corso dell’anno scolastico e poi approdato ai festeggiamenti del libro con il reading di letture.

Immagino la libertà

e la serenità dell’infanzia,

la delicatezza della mia

pelle fresca.

Nel paesaggio della mia vita

tristezza e sofferenza

mi hanno cresciuta.

Ma con fiducia scartai

l’asperità e la durezza

del temporale passato.

Sagge furono le parole di una nonna,

per raggiungere i miei sogni

pieni di dolcezza e allegria.

Tradizioni e feste,

l’odore di pulito,

dolci ripieni di crema,

pranzi golosi occuparono

nuovamente le mie giornate.

Alzando la testa verso il soffice

cielo, ricordo le onde amare

del passato.

E un brivido che vola

nei miei ricordi

per sempre.

Maria Chiara Calvello

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Imelda

Scritto da

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Nel lontano 1959, all’età di quindici anni, Imelda, rimasta orfana di madre, fu accolta nell’orfanatrofio gestito dalla Congregazione religiosa delle Imeldine, un Istituto situato a metà strada dal Santuario dedicato alla Madonna Nera in San Luca. Aveva conosciuto l’ordine religioso fondato da  Padre Pio Giocondo Lorgna, ispirato alla figura della Beata Imelda Lambertini, giovane aristocratica che desiderava talmente tanto l’Eucarestia, da essere premiata; durante la Celebrazione della Santa Messa, ad un certo punto l’ostia consacrata si staccò dalla Pisside e si posò sul suo capo, costringendo il celebrante a porla nel suo palato. Al tempo della Beata, nel 1300, non era infatti consentita la Comunione in giovanissima età.

La nostra Imelda affascinata dalle suore dell’ordine, sentì un forte richiamo che lei definì vocazione; nonostante il rifiuto del padre e la derisione dei suoi fratelli, entrò in Noviziato, un edificio antico posto sui colli della città di Bologna. Contemporaneamente frequentava la scuola per diventare maestra, e trascorreva i suoi pomeriggi nella biblioteca del convento fra i libri che amava tanto.

Spesso si recava nel boschetto adiacente al fabbricato e contemplava i fiori che sbocciavano sugli alberi da frutta e nelle aiuole ben curate. Il suo fiore preferito era la violetta le piaceva il colore l’odore, ma soprattutto il vederla sbocciare nascosta ai piedi degli alberi e fra i cespugli, diceva sempre che la viola è come una persona virtuosa: discreta, silenziosa. Un giorno Imelda fu condotta dal medico di fiducia della Madre superiora; al termine della visita, Imelda seppe che la vita monastica non le si addiceva a causa di una salute insufficiente ad affrontare le rigorose regole del convento.

Era delusa e rattristata in più non seppe mai la ragione vera e quale fosse il limite della sua salute che non le avrebbe permesso di realizzare quello che sembrava il suo sogno. Era innamorata dell’amore, il suo sentimento rendeva felice tutto quel che viveva pur nella povertà assoluta. Continuò a studiare e completò conseguendo il diploma per insegnare. Conobbe un giovane uomo del quale si innamorò perdutamente e forse ad essere amato ancora una volta era l’amore.

Dal matrimonio nacquero figli, tanti, ma lei amava tutti e tutto quel che accadeva nella sua vita percorsa da tante gioie ma anche da eventi dolorosissimi che misero a dura prova la sua salute, e allora Imelda pensava alle parole di quel dottore: “Non può fare la suora perché non ha salute”… e si chiedeva se fosse una spiegazione adeguata quella… forse non ne occorrerebbe tanta anche da madre, da moglie?

Interrogativi senza risposta.

Un giorno, tanto tempo dopo, durante un incontro con una donna eccezionale Imelda fu colpita dalla frase espressa da lei: “La vita mi è venuta incontro” .La frase rulla nella sua testa… si chiede: Quando la vita va incontro e quando no? E cosa succede quando è no?

Imelda ama i bambini, ama scrivere, leggere, giocare, preparare i dolci; trascorre le sue giornate a rincorrere la salute, a sfidarla, perché lei ama la vita e tutto quel che in essa accade.

Tina 

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raccontoinedito rosa 1

Gian Marco Gallo del Corvo portava un nome ingombrante per un quattordicenne.

Se poi questo nobile cognome era stroppiato in Della Cornacchia dal professor Giovanni Pinto, docente di lettere nella quarta ginnasiale del Liceo Classico Giosuè Carducci di Fanopoli, paesone agricolo della provincia di Foggia, l'imbarazzo del povero Gian Marco saliva alle stelle.

Gian Marco, quattordicenne grassottello e brufoloso, si chiedeva perché il professor Pinto insistesse a interrogarlo su un argomento che risaliva alla prima media e cioè le voci della prima declinazione del latino.

Il ragazzo era fermo lì col gesso che strideva sulla lavagna dopo un perentorio ordine del professore “scrivila sulla lavagna la declinazione, Della Cornacchia” cosi faticosamente arrivato al genitivo Rosae: della Rosa si era bloccato.

Il professore aveva sollecitato con un “andiamo” ma il povero Gian Marco il dativo non se lo ricordava proprio.

In realtà a Giovanni Pinto che l'allievo conoscesse o no la prima declinazione non interessava, lo tormentava un' altra cosa, una strana ossessione per il colore rosa, vedeva tutto di quel colore e ne coglieva sfumature minute che sfuggivano ad altri.

Colleghi ed amici avevano rinunciato a chiedergli, per esempio, di che colore preferiva una macchina, un pullover, un costume da bagno, lui immancabilmente rispondeva rosa.

In realtà questa ossessione aveva una sua motivazione, all'inizio dell'anno scolastico, aveva preso servizio al liceo Carducci una nuova collega, l'insegnante di scienze Rosa Maria Calvi, costei era una splendida giovane bellezza ed il suo corpo, pressoché perfetto, era esaltato dal colore rosa di cui erano abiti e accessori che abitualmente indossava.

Tutto ciò, insieme al roseo della sua delicata e morbida carnagione, aveva ,praticamente, fulminato il professore , che si era perdutamente innamorato della bella Rosa Maria.

Il Professor Giovanni Pinto aveva circa 40 anni era alto, robusto ma non grasso, capelli folti e neri sempre ben acconciati, sguardo vivo e penetrante, era sempre ben vestito e godeva di un certo successo tra le colleghe e a volte con le proprie allieve, ma in vent'anni non si era mai lasciato coinvolgere, applicando un sano principio morale “niente miele sul posto di lavoro”.

Però stavolta era scattato qualcosa di diverso

Forse proprio questa anomalia del comportamento unita alla mania monocromatica recentemente dimostrata, non era sfuggita all'interessata, agli altri professori, né tantomeno alla dirigente del Liceo.

E proprio quel giorno la Professoressa Mastrogiovanni, preside, che reggeva con polso di ferro l'istituto lo convocò a colloquio.

Alfredo il bidello entrò sogghignando e disse “professore la preside la desidera... urgentemente”; la pausa tra “desidera” e “urgentemente“ era a significare che la convocazione era veramente urgente.

Il giovane Gian Marco lanciò un sospiro di sollievo e il professore “torna a posto, ma non finisce qui” e presa la giacca si avviò verso la presidenza.

La preside, professoressa Mastrogiovanni era una donna di statura media di circa 55 anni ed era piuttosto in carne e in genere indossava completini di colori tenui.

Il professor Pinto entrò in presidenza e salutò con deferenza il capo dell'istituto, che lo invitò ad accomodarsi si informo sulla salute sua e dei suoi congiunti e poi cominciò un discorso che prese alla lontana l'argomento che lo interessava.

“Caro professore, abbiamo tutti e due l'onore di insegnare in uno degli istituti superiori più vecchi di questa regione, su questa scrivania e sulla sua cattedra sono passati insigni umanisti e letterati, anche illustri prelati di cui uno, come lei saprà, è quasi arrivato al soglio di San Pietro. Ora noi dobbiamo dimostrare di essere degni di queste cattedre, di coloro che ci hanno preceduto nella formazione di generazioni di professionisti e studiosi. Ora tocca a noi quest'opera di formazione e dobbiamo essere in grado di farlo senza esporre il fianco a critiche da parte di genitori e colleghi....

Il professor Pinto era sovrappensiero quasi in catalessi e ad un certo punto si rese conto che le pareti della presidenza erano di un bel color rosa pallido e che la preside aveva un bellissimo tailleur rosa shoking. Assunse un sorriso beato e la preside accortasi che il professor Pinto non seguiva più il suo pistolotto, gli si rivolse direttamente e gli chiese “professore cosa c'è di divertente nel mio discorso?”

“no no, sig.ra preside, non è per ciò che dice che sono contento ma perchè vedo che lei è vestita del colore che preferisco e che ha fatto ridipingere le pareti della presidenza nello stesso colore.

La Preside allibita “Così le pare professore? E lui  “Si si è tutto rosa!!”

La preside sorrise e poi riprese il suo eloquio: “caro professore quello che vorrei dirle, che questa sua mania del rosa mi sta causando qualche problema, ma sbaglio a dire a me, a tutta la nostra istituzione. Lei continua a parlare del rosa, ormai interroga i suoi allievi solo sulla prima declinazione del latino e nelle classi in cui insegna italiano parla solo di una poesia “Rosa fresca aulentissima”.

La professoressa Calvi, peraltro da poco sposa e già in lieta attesa, mi ha più volte sollecitato ad intervenire, dicendo che se non lo avessi fatto io sarebbe stata lei a rivolgersi al provveditorato. Caro professore io ho pensato, al fine di evitare lo scandalo di trasferirla”.

Il professor Pinto impallidì, la vista si offusco, e lo stomaco si contrasse con un violento spasmo.

Era decisamente frastornato, non capiva che cosa avesse fatto di male, oltre far avere alla collega, qualche rosa, cuscini rosa, qualche scatola di cioccolatini a forma di cuore di colore rosa, una bottiglia di rosolio con l'etichetta rosa, uno scialle di seta rosa e poi qualche altra cosetta sempre di colore rosa, l'aveva poi abbonata ad una serie di romanzi rosa scritti da tale Liala ed altre scrittrici specializzate nel genere.

E la preside continuò “professore guardi che è venuto anche il marito peraltro ex allievo di questo liceo, per esprimere perplessità sul suo stato mentale. Pertanto professor Pinto ho deciso, con il consenso del nostro provveditore, di inviarla a Litri, dove c'è una sede distaccata del nostro liceo a sostituire un altra collega in puerperio. Ma non si preoccupi la cosa durerà solo tre mesi, sino alla fine dell'anno scolastico. Poi andrà in puerperio la Calvi e così lei non la vedrà per oltre un anno e forse le passerà dalla mente questa follia rosa.

Il professor Pinto ormai era più che frastornato, gli mancava il respiro, ed il battito cardiaco balzò alle stelle,  un mondo rosa gli girava intorno, mentre stava per cadere a terra esanime udì la preside “lì in montagna potrà fare una vita sana, senza tentazioni, io mi auguro che passi il suo a tempo a....” e poi più niente. La preside non concluse il discorso perchè Giovanni Pinto professore di lettere, era caduto a terra e rantolava e pronunciava frasi senza senso inintelligibili, si capiva solo una parola Rosa, rosa...;fu subito portato all'ospedale zonale e poi trasferito in un centro specializzato nel capoluogo di regione. A poco a poco cominciò a recuperare e dopo circa un anno, molto dimagrito, ritornò in paese, era imbottito di farmaci antidepressivi, tipo Prozac e aveva quella particolare espressione sorridente, che hanno tutti quelli che sono quasi usciti da un trauma psichiatrico.

Il  Ministero lo aveva posto in congedo e un collega generoso aveva collaborato con la vecchia madre per istruire la pratica per la pensione di invalidità e così Giovanni Pinto ex professore di lettere al liceo Carducci di Fanopoli passava le mattinate in estate e primavera ai giardini comunali.

In inverno lo si vedeva alla ”caffetteria del centro” seduto davanti a un cappuccino, che in genere lasciava a metà.

Qualcuno nei primi tempi lo salutava e gli faceva qualche domanda così, quelle che si fanno tanto per, avviare una conversazione bel tempo eh? Ma quest'anno l'estate non vuole proprio arrivare ?

Ma poi un po' spaventati dal fatto che parlava da solo facendo strani discorsi e che su un taccuino vergava scritti con un pennarello di colore rosa, i paesani si limitavano a salutarlo e poi nemmeno più quello, cominciarono ad evitarlo, addirittura al parco le mamme richiamavano i bimbi che gli si avvicinavano.

Il professor Giovanni Pinto morì da solo in una notte di febbraio.

Il medico non riuscì a ricondurre la sua dipartita ad una causa precisa, forse un influenza curata male. Le solite male lingue di paese dissero che si era suicidato; alcuni, i più maligni, addirittura dissero che aveva bevuto vernice rosa.

Al suo funerale pochissime persone oltre la vecchia madre, nemmeno i suoi fratelli, che non avevano ritenuto di venire da dove abitavano.

Tra i pochissimi fiori spiccava però una coroncina di garofani rosa con un nastro rosa anche quello, e una scritta “Caro Giovanni addio, Rosa Maria”.

Edoardo Angrisani

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ilmuroverde

Era lì che mi recavo ogni giorno. Nei pressi del muro verde che il calcare e l’umidità avevano creato negli anni. Proprio il verde, che in natura non può prosperare in assenza di luce solare – che incredibile mistero mi era sempre parsa la fotosintesi clorofilliana! – in quel luogo era tanto più intenso e vivo quanto più l’ombra regnava incontrastata. E poi, ogni volta che la guardavo, quella conformazione spontanea così strana e cangiante mi riportava con la mente ad un’immagine diversa. Un giorno mi sembrava di contemplare le maestose cascate del Niagara, paradigma di grandezza e di violenza, il giorno dopo mi sentivo un esploratore penetrato avventurosamente nella lussureggiante Amazzonia, sulle rapide che scorrevano tumultuose nel fitto della vegetazione tropicale, quello dopo ero nel bel mezzo della tundra artica a parecchi gradi sotto lo zero, in cerca di muschi e licheni che mi tenessero in vita in quelle condizioni estreme. Una volta mi sorpresi perfino a piangere, pensando al mio caro papà, che ogni anno verso la fine di Novembre mi portava con lui nel bosco a raccogliere il muschio fresco - sì proprio quello di cui mi nutrivo durante le mie immaginarie spedizioni polari – per farci il Presepe. Che poi mi ero sempre chiesto se ci fosse davvero tutto quel verde in Palestina, senza mai riuscire a darmi una risposta convincente. Quel rito familiare era comunque per me un tenero ricordo, ahimè così lontano!

Ogni volta era un viaggio, nella fantasia o nella memoria, ma quelle suggestioni erano così forti che mi appagavano come un’esperienza vissuta col corpo e non solo con la mente. Un pomeriggio mi parve di vedere, nitide davanti ai miei occhi in tutto il loro sorprendente splendore, le stalattiti che tanto mi avevano impressionato tanti anni prima, in gita di quinta elementare, alle grotte di Castellana. Di tanto in tanto mi capitava anche di ridere, ridere come un pazzo, proprio a crepapelle, senza un apparente motivo. Allora mi voltavo di scatto e mi guardavo intorno con fare circospetto, nel timore che qualcuno mi vedesse e pensasse che pazzo lo fossi davvero. La verità è che se ridevo avevo i miei buoni motivi, come quel giorno che mi tornarono in mente le alghe dell’Adriatico e quella disgustosa sensazione che provai nel ritrovarmele in bocca, mentre giocavo a domare i cavalloni, la prima volta che i miei genitori mi portarono al mare a Rimini. All’inizio erano state urla e conati di vomito trattenuti a stento ma poi la situazione si era fatta divertente: mi era venuto da pensare a tutte le storie che facevo puntualmente per mangiare gli spinaci preparati da mia madre, certamente molto più saporiti di quelle erbacce di mare, e a quella volta che avevo rifiutato diecimila lire pur di non assaggiare il minestrone di verdure.

Che fossero risa o lacrime, sarei rimasto per delle ore davanti a quel muro, seduto a terra con le gambe incrociate alla maniera degli yogi o sdraiato a pancia in giù con il palmo della mano a sostenere il mento, come se stessi leggendo un libro, disteso su un fianco come uno che sta per appisolarsi o supino con le braccia dietro la desta leggermente sollevata dal suolo, nella posizione del sognatore. Solo in quel luogo mi sentivo ancora vivo, capace di provare emozioni, tutt’uno con me stesso, in sintonia col mio passato, con il bambino che ero stato e con l’uomo che ero. Tutt’intorno non c’era altro che sofferenza, squallore, negazione dell’umano e morte cerebrale. Lontano da quel muro il tempo si fermava e io desideravo che la fine arrivasse rapida e indolore. Come tutti, nel braccio della morte del penitenziario di San Quintino, dov’ero entrato un numero imprecisato di anni prima per una brutta storia di sballo e di amicizia tradita. L’alba del sogno americano era tramontata troppo presto per me, come nel peggiore degli incubi, e avevo dovuto dire addio per sempre al mio zaino da globetrotter, sepolto insieme a migliaia di altri oggetti senza memoria in uno scantinato buio e maleodorante. Quanto a me, ero rimasto sospeso a mezz’aria come gli altri, affacciato sull’abisso che separa la vita dalla morte. Ma io – questa è la verità - continuavo a scegliere la vita. Almeno nella mezz’ora d’aria passata lontano da tutti, nell’angolo più in ombra del cortile, davanti al mio bel muro verde.

Vito Daniele Cuccaro

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raccontoinedito cielo 1

Il cielo oggi è magnifico. Vi sono dei giorni in cui la natura incanta e sa essere dolce come miele, lasciandosi inseguire fino all’ orizzonte tra i pendii della sua dolcezza. Non credo che essa sia stata voluta e creata da qualcuno dal nulla. Mi riferisco a Dio. Penso piuttosto che si sia sempre gestita e continua a gestirsi da se stessa, cioè da tutto ciò che nel corso del tempo ha contenuto e continua a contenere, me compresa che oggi vi faccio parte. Ed io, per esserci oggi,  sono in qualche modo sempre esistita anche nel passato. Il mistero che avvolge origini e destino fa parte della sua bellezza. Me ne sto lontana da chi rivendica la conoscenza del segreto. I segreti sono segreti. Dobbiamo sfidarli ma anche umilmente accettare. Sotto il misterioso cielo in cui vivo non c’è niente e nessuno che sta fermo. C’è gente che va, gente che viene, e dappertutto fermenti di vita che nascono dall’attimo prima che è morto. Anch’io gioco la mia parte. Chissà di cosa è capace l’ottanta per cento dell’antimateria che è nell’universo, quindi anche tra i liquidi del mio corpo e di ciò che mi circonda, e di cui si sa solo che esiste, e nient’altro. Niente. Il mistero è una sfida. A volte magnificamente gioiosa, a volte crudele. 

-      Ciao Rosy, ciao.

-      Torno per pranzo, va bene?

-      Ok. Va bene. Stai attenta.

Una farfalla rossa, gialla e blu mi vola intorno. Le farfalle non parlano. Solo gli uomini lo fanno: questi esseri che nella loro vita costruiscono idee. Nelle quali navigano. Chiedendo, correndo, interrogandosi e rompendo l’anima al prossimo. Al mondo delle idee del prossimo.

Le farfalle volano e basta. La scienza delle parole dell’uomo lo sa il perché ma a loro, alle farfalle, non gliene frega niente. Non se ne interessano. Continuano a volare e a fare quello che sanno fare senza chiedere nient’altro a se stesse e al mondo intero. Sono sagge le farfalle. Ce n’è una, la più grande del mondo, che rilascia nell’aria il suo feromone per richiamare il maschio compagno, questo la raggiunge, anche a distanza di chilometri riesce a sentirla e a raggiungerla, si accoppiano e poi tutte e due muoiono. Vivono pochi giorni e nascono senza bocca e senza apparato digerente perché non si cibano, nascono solo per accoppiarsi e poi morire. Sono essenziali le farfalle: la vita è solo riproduzione della specie.

Rosy mi ha regalato un libro. Lo sto leggendo. Tra un capitolo e un altro mi alzo dalla sdraio e cammino a piedi scalzi sul prato di casa. Non ho paura di farmi male. Lo tengo pulitissimo. Ogni tanto mi fermo, pensando ad una frase appena letta oppure allungando la mano a misurare la ciccia che trasborda dai miei fianchi e mi dico Ah! prima o poi dovrò decidermi ad andare in palestra, poi ritorno sulla mia sdraio, prendo in mano il libro e ricomincio a leggerlo.

C’è una quercia stupenda in giardino: alta e possente. E’ il mio totem. A volte, andando su e giù sull’erba, mi fermo vicino a lei, allungo le mani sulla sua pelle rugosa e l’abbraccio e le mie braccia si allargano come ali fino a metà della sua circonferenza. E’ da tanto tempo che ci conosciamo: da quando ero bambina. All’epoca era già grande e affascinante. E’ sempre stata molto bella.

La casa nella quale abito è a pochi metri dalla quercia, è bianca e ha gli infissi di legno che ho dipinto di celeste. Mi piace molto il celeste. Ma li avrei potuto dipingere anche di rosso. Anche il rosso sta molto bene con il bianco: colore che può essere invaso e percorso da qualsiasi racconto cromatico, dal tragico al romantico.

Adesso la casa avrebbe bisogno di un po’ di manutenzione, è malandata. Non molto, ma lo è. Un giorno mi dedicherò completamente ai lavoretti di cui necessita. Quel giorno andrò anche in palestra. Inizierò la nuova stagione della mia vita facendo entrambe le cose con inizio nello stesso giorno. Waoo! A volte mi meraviglio di me stessa: di quanti bei propositi è strapiena la mia testa. Senza parlare poi del cuore, sempre pulsante di passione per qualcosa o per qualcuno. Non si ferma un attimo. A volte scappa così forte da non riuscire a raggiungerlo. E così succede che dopo un po’ ci perdiamo per strada, lungo percorsi differenti. 

Verrà un giorno in cui una delle mie due figlie, Rosy o l’latra, quando non ci sarò più, forse in questa stessa casa che avrà di nuovo bisogno di un po’ d’ordine e cambiamento, metterà una mia foto, sagomandone i bordi per adattarla, in una cornice che poserà  poi su un ripiano. E quando entrerà  nella stanza alzerà lo sguardo e  mi guarderà, ricordando.

Abito alla periferia della città. Il mio vicino di casa è un signore anziano e corpulento che nella stagione estiva veste quasi sempre con sgargianti camicie a quadroni. Ha una pancia pronunciata anche lui e una cinta di capelli lungo il cranio che gli formano una naturale aureola, simile a quella che i pittori dipingono sulla testa dei santi.

Anche casa sua ha un piccolo giardino intorno. Qui dove io abito tutte le case hanno un piccolo giardino. E anche il vicino di casa, come me, ama passeggiarvi dentro. E anche lui come me, camminando, ogni tanto si ferma e si guarda intorno, come a cercare qualcosa o qualcuno. Ma non si ferma con un libro in mano. Lui si ferma senza libro in mano. Si ferma e basta. E scruta il cielo come a cercare qualcosa. Ma io lo so che non cerca niente. Lo conosco dai tempi della quercia antica. Da sempre si guarda intorno, a volte con aria perplessa, a volte rassegnata, a volte felice, a volte triste. Non so cosa cerca ma so che cerca. Non mi meraviglio più quando lo vedo portare sugli occhi la mano a visiera, per proteggersi lo sguardo dal bagliore della luce, mentre scruta nell’orizzonte il niente che ha preso una qualche forma nella sua mente.

Una volta uscì di casa dopo averne aperto perentoriamente la porta, si piazzò a piedi larghi sul cancelletto di fronte alla strada, si guardò intorno prima da un lato e poi dall’altro, poi tornò indietro, riaprì la porta e, guardandovi dentro, gridò che adesso ci andava lui a vedere che era successo. Quindi richiuse con forza la porta, ritornò sui suoi passi e si avviò lungo la strada. Ma in casa non c’era nessuno. Lo sapevo bene. Era vedovo da più di vent’anni e non abitava con nessuno. Ed io  erano quasi vent’anni che per tre volte alla settimana gliel’andavo a pulire.

Un’altra volta, appena entrai a casa sua per le solite pulizie infrasettimanali, lo trovai a distanza di qualche metro dirimpetto alla porta, vestito in tuta da ginnastica, col collo proteso in avanti  e le gambe e le braccia allungate e immobili. Erra irrigidito nella posizione di chi per la fretta cammina allungando il passo e guarda dritto davanti a sé. Gli chiesi cosa stesse facendo. Non mi rispose subito. All’inizio pensai che non mi avesse neanche vista. Poi lentamente girò lo sguardo verso di me e disse: Mi sto preparando ad andare. – Per dove?, gli chiesi. - Non so, ma devo andare. E’ giunta l’ora-. Poi non disse più nulla, e ritornò a puntare lo sguardo in quel luogo indefinito che si trovava in fondo all’orizzonte del suo mondo. E che solo lui vedeva.

Canio Franculli, 2016

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ragna tela

Era lì. Fermo. Tutto nero e, se visto da vicino, anche peloso. I contorni definiti con nitidezza, illuminati dalla luce del sole solo lievemente filtrata dal vetro della finestra. Si trovava in quella casa ormai da giorni. Almeno, questo era quanto si poteva immaginare. Non c’era nessuna prova del contrario. Non si sapeva nient’altro. Nessuno, in quella casa, poteva essere in grado di dire come e quando fosse entrato. D’altra parte, saperlo non importava a nessuno. Era un essere insignificante. Tranne che per Kevin. A Kevin importava. Infinitesimo nel mondo degli adulti, dei normali, quel particolare assumeva grande importanza nel suo mondo. Era una interessante variazione al tema della sua vita. Quando si è costretti a stare immobili, soffrendo per il lento trascorrere di minuti, ore, giorni e settimane, ogni disturbo è il benvenuto. Lui, nonostante tutto, era lì. Ora si muoveva lentamente, in modo quasi impercettibile. Forse era solo un ripetuto sincronismo delle fauci o delle zampe, chissà. E Kevin, per quanto si sforzasse, non riusciva a vederle. Ma sapeva bene come era fatto, lui. Lo aveva ammirato su un libro. Un libro regalatogli per il compleanno, il mese scorso. Kevin aveva un grande passione per insetti e animali. Di loro, sapeva tutto a memoria. Ne aveva memorizzato ogni dettaglio fissando foto e disegni, e nemmeno sapeva spiegare come ci fosse riuscito. Della natura, in quel libro, aveva imparato uno dei meravigliosi aspetti: la varietà. Intanto, piccole vibrazioni scuotevano le zampette di quell’essere. Dovevano essere otto. Erano otto. Ma solo sette erano poggiate saldamente sul vetro. Una sembrava quasi penzolare, come fosse un ramo d’albero non del tutto staccatosi dal tronco. Che scherzi fa la vita… Un po’ lui gli assomigliava, tranne che in una cosa. Riusciva a muoversi, lui. Kevin, invece, riusciva a muovere a malapena le braccia e la testa. Kevin osservò ancor più attentamente. Dal momento in cui lo aveva notato, quel piccolo coso era diventato il suo passatempo principale. E così, quel minuscolo essere era diventato Lui. Kevin non aveva ritenuto necessario affibbiargli un nome. Come per le entità soprannaturali. Lui non era un semplice essere vivente. Era il significato di quei giorni. Più del mangiare, del bere, del dormire. Kevin aveva compiuto tredici anni il mese scorso. Quasi metà li aveva trascorsi su una sedia a rotelle. Dai sei anni in poi la vita di Kevin aveva assunto un aspetto diverso. Ed era già fortunato che ci fosse ancora una vita e ancora un aspetto. L’unico diletto, nei lunghi momenti trascorsi da solo, era quello di fissarsi su qualcosa, anche la più insignificante. E cosa c’è di più insignificante di osservare (quasi) tutto il giorno un corpicino peloso a otto zampe che si sposta su un vetro, su una parete o su un davanzale? O mentre tesse la sua tela? O si muove su e giù a volte rapido e a scatti, a volte lento, quasi svogliato? Ma forse era proprio questo il fascino di tutta la situazione. Osservare un essere vivente che rasentava la perfezione in tutto quello che faceva. Dovrò vivere così, in questo modo?, avrebbe potuto continuare a chiedersi Kevin, ma era da tempo che non si poneva più questa domanda. Ci provavano tutti, a scuoterlo. Gli amici, i compagni di scuola, gli zii, i cugini e, su tutti, i genitori; in tanti avevano tentato di stimolarlo, ma risultati non se ne erano visti. No, forse no. Quella passione per insetti e animali era l’unica soddisfazione che Kevin era riuscito a dare agli altri. E a sè stesso. Non era molto, ma a lui bastava. Il sole aveva inondato la stanza. C’erano pochi angoli bui. Fuori era una splendida giornata. Fra non molto sarebbe venuto suo padre a prepararlo per uscire. La passeggiata quotidiana nel parco. Almeno quando il clima lo permetteva. E quella era una gran bella giornata. Come il mattino prima, quando padre e figlio erano stati per ore nel parco, e avevano riso di quel poco che c’era da ridere. Gli amici quel giorno non sarebbero venuti a trovarlo. Col tempo, ognuno di loro si era ritagliato un modo di vivere. Il gioco, lo studio, i primi timidi contatti con le ragazzine. Cose loro, Kevin lo aveva capito. Lui era diverso. Doveva essere diverso. Forse migliore. Forse peggiore. Ma sicuramente diverso. I silenzi, i cambiamenti di tono che i grandi assumevano quando parlavano di lui, non gli erano mai sfuggiti. La sensibilità di Kevin si era accentuata. Inevitabile. E più si accentuava e più il ragazzo si rinchiudeva in un altro mondo. Il suo mondo. Intanto, nella stanza non si udiva alcun rumore, tranne il ticchettio delle lancette dell’orologio che scandivano l’incessante trascorrere del tempo. …Tic tac tic tac tic tac tic tac… Quel ticchettare testimoniava l’immobilità dell'ambiente. La stanza appariva immobile e inespressiva come certe parti del suo corpo. Il corpo era lì, come inchiodato; la fantasia no, quella non gliela poteva immobilizzare nessuno. Le lancette scorrevano. Quella dei secondi, coll’incessante tic tac tic tac tic tac, scandiva il ritmo ossessivo di una monotona colonna sonora. Intanto, dove era finito Lui? Ah, eccolo lì, in basso a destra. Sul legno della finestra. Si muoveva rapido, come in preda a un impulso irrefrenabile. Kevin non riusciva a capire cosa inducesse tale rapido spostamento. Cambiando di poco la visuale, l’occhio gli cadde sulla pila di numeri accuratamente accatastati dei fumetti di Spiderman, i suoi preferiti. Zia Evelyn non gliene faceva mai mancare una copia. Quando leggeva le avventure del suo idolo, si immergeva nel colore degli albi, nel profumo della carta stampata. Kevin, in quei momenti, riusciva davvero a evadere. E se Lui, mordendolo, gli avesse fatto acquistare i superpoteri di Peter Parker? Ma no. Non era possibile. Assolutamente... Che bello, però, se fosse potuto uscire liberamente, arrampicarsi sui muri, saltare da un palazzo all’altro, stendendo ovunque i fili della sua tela d’acciaio. Era un sogno. Desolatamente un sogno. Che però lo faceva stare bene... Cavolo! Che distratto! Un attimo solo aveva distolto lo sguardo e Lui era sparito. Non c’era sul vetro. Non era sul legno. Nemmeno sulla tenda, né sul muro. Dove ti sei cacciato, amico?, pensò Kevin. Una punta di stizza lo ghermì e un quintale di panico gli venne addosso, opprimendolo. Si era abituato, a Lui. Doveva per forza essere finito da qualche parte. Non poteva essersi volatilizzato. Intanto, Kevin cominciò ad avvertire una grande stanchezza. Non si era ancora ripreso dalla passeggiata del giorno prima. O meglio, aveva riposato poco e male quella notte. Il calore dei raggi del sole lo avvolse. Un tepore piacevole lo cullò. Le palpebre si fecero più pesanti e, nel silenzio ovattato rotto solo dal familiare tic tac dell’orologio, Kevin si assopì. Il tempo subì allora una disgregazione, perdendo ogni significato e consistenza, come è tipico di quando si dorme di sasso. In quel frangente cominciarono a raggrumarsi i sogni. E gli incubi. Kevin era al solito posto, nella propria stanza. Osservava impietrito il vetro della finestra. Era sporco, una macchia piccola ma visibile rompeva la nitidezza ineffabile della superficie trasparente. A guardarla meglio, si capiva che era Lui. Col corpicino spiaccicato sul vetro. Una poltiglia mucosa, giallastra, da cui emergevano residui nerastri del corpo che fu. Kevin vide il suo amico così ridotto e una lacrima gli rigò il volto. Era molto tempo che non piangeva. Chi era stato? Chi gli aveva sottratto quell’amicizia così strana eppur così bella? Si svegliò tutto sudato e agitato. Era un incubo? Kevin si rese conto che sul vetro della finestra la macchia non c’era. Era sparita? Oppure non c’era mai stata? Un essere poco consistente come Lui, in mezzo agli umani, non avrebbe mai potuto avere vita lunga. Soprattutto in una casa come quella, piena di gente maniaca della pulizia. Un colpo di scopa, un foglio di carta assorbente, e via. Lui non c’era più. Finito. Cancellato. Ora Kevin avrebbe dovuto inventarsi qualcosa di nuovo. Un amico nuovo. Ma Lui era stato troppo importante. Rabbia... Impotenza... La vita tornava alla sua monotonia. Nonostante l’ottimismo degli altri, era inevitabile. I sogni erano così brevi… l’entusiasmo per qualcosa svaniva così, da un momento all’altro… Kevin sentì d’esser messo proprio male. Vagando con lo sguardo per la stanza, il ragazzo tornò sconsolato a fissare il ripiano del vetro. Una macchiolina scura era ora appena visibile. A un occhio allenato come il suo bastò. Era impossibile sfuggirgli. Incredulo, Kevin aguzzò lo sguardo. Sì, non c’erano dubbi! Era Lui! Era proprio Lui! Una vampata di calore seguì la gioia che all’improvviso si era impadronita del cuore del ragazzo. Poi, di colpo, un dubbio. C’era qualcosa di strano. Kevin si avvicinò al vetro, per vedere meglio. Ma certo! Lui era di fuori! Ecco cosa c’era di strano. Kevin non riuscì spiegarsi come diavolo avesse fatto a uscire, ma Lui era posato sulla facciata esterna del vetro. E zampettava rapidamente verso l’alto della finestra. Lui sembrava aver riacquistato di colpo anche la completa mobilità dell’arto offeso. O meglio, della zampa offesa. Lui era bello da vedersi, con tutta quell’energia. Ed era libero, soprattutto. Una lacrima traboccò dagli occhi di Kevin, scivolando poi sul volto imberbe. Ma questa volta era gioia. Gioia vera.

Enzo D’Andrea

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racconto dichiarazione 1

Sola, dietro i vetri appannati dal mio respiro, vedo la tua immagine riflessa. I tuoi occhi nei miei, le punte del naso che si sfiorano appena, le labbra appena socchiuse…con le dita disegno il tuo contorno e la condensa si scioglie in una lacrima che riga il vetro.

Sento il salato in bocca.

Mi manchi e intanto ripenso all’ultima volta che ci siamo visti, alla paura di partire e di lasciarti. Mi hai guardata, mi hai sorriso, una carezza e poi un saluto. Fosti così tenero e accogliente da desiderare il calore del tuo abbraccio. Tante cose mi avresti detto con quell’abbraccio e io le avrei capite tutte, lasciandomi avvolgere inerte e impotente.

Non c’è posto più bello al mondo dove stare.

Senti la forza pulsare delle braccia possenti, senti il profumo della pelle che spunta appena dalla camicia aperta, senti il respiro che segue il ritmo del cuore, senti il calore di quel corpo che è tutta vita. Ti senti al sicuro dentro quell’abbraccio.

Mi manchi ora che sei lontano da me e il desiderio di averti accanto è così intenso che sento il cuore schiantarsi in mille frammenti acuminati. Ti ho cercato questa mattina tra i mille sguardi che ho incrociato, mi sono voltata pensando di sentire la tua voce.

Ho sperato.   

Ho sperato fino alla fine che tu venissi da me col primo treno.

Ho atteso ed ho sperato.

Ho sperato ed ho atteso.

Quale morbo sta divorando la mia anima? Sono entrata in una libreria, il luogo dove ci siamo incontrati la prima volta. Ricordi? Mi sfiorasti la mano sfogliando quel libro che stavo per prendere io. Un brivido lungo la schiena e dentro la pancia.

E poi: scusi, mi dicesti.

Ed io: di nulla! E mi porgesti il libro fissandomi dritto negli occhi. Non dimenticherò mai quello sguardo indagatore che in un attimo si è infilato nella mia intimità e poi è riaffiorato. Che belli i tuoi occhi, scuri e impenetrabili, contornati da folte e lunghe ciglia arrotondate alle punte. 

Che trastullo ricordare quel momento. Sarà così anche per te? Questa sofferenza atroce che rischia di farmi impazzire, che mi ha tolto il sonno e la fame, che mi ha annientato ogni volontà. Quale morbo sta divorando le mie viscere?

Sarà forse amore? Questo tormento che brucia come un fuoco la mia anima e che rende vacua la mia esistenza? Se amore è tutto questo, se è patimento e smarrimento, se è angoscia e disperazione allora si, io ti amo.

Io ti amo così tanto da accettare di vivere nella smania di rivederti. Rinchiusa in questo collegio, sogno di tornare da te e di sprofondare nelle tue tenerezze. Sono quasi grata a questa forma di reclusione, quasi mi piace questa sofferenza che rende più piacevole il pensiero di te e di me insieme.

Ti amo amore mio, senza pudore e senza vergogna. Ti amo tutto e tutte le mie fibre urlano il tuo amore. Vieni a prendermi, non farmi aspettare, non potrei resistere una altro giorno di più. Non farmi aspettare, ti prego!

Attendo e spero.

Spero e attendo.

Il mio fiato ha appannato di nuovo la finestra, vedo la mia immagine riflessa. Sono sola dietro i vetri. Una lacrima riga il mio viso.

Sento il salato in bocca.

Eva Bonitatibus

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