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Racconti Inediti

Anni fa lessi una citazione che recitava: “Se vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, uno di questi ci avrai azzeccato”. Mi fece una grande impressione, e da quel momento, ogni giorno mi guardavo allo specchio e mi chiedevo: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?” E ogni volta la mia risposta era un NO!

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raccontiinediti quellaporta 1

“La porta verde non la devi attraversare”. Mi ripeteva incessantemente la mia coscienza, alla quale prestavo ascolto in maniera intermittente. A volte mi infastidiva quella voce perentoria che da dentro mi saliva fin dentro le orecchie bombardandole senza sosta. Altre volte l’attendevo invano, ma lei ammutoliva proprio quando ne avevo più bisogno. Più tardi capii che dovevo interrogarla anche nei momenti di pienezza e che le risposte alle mie suppliche le avevo già nell’alba del mio pensiero.

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racconto anima 1

Ogni città ha un’anima, anche la mia, che talvolta viene dimenticata dal resto del mondo. Anche la mia città ha un’anima, basta solo cercarla.

Era una tiepida mattina di maggio, e il sole non era ancora alto, il cielo era di un azzurro intenso e qua e là c’erano delle nuvolette bianche, dalle forme bizzarre. Una giovane donna era appena uscita di casa e, respirando a pieni polmoni l’aria di primavera, si fermò per un attimo a osservare il panorama che si stagliava di fronte: le strade e i palazzi sembravano arrampicarsi lungo il dorsale dell’Appennino, invece quelli di recente costruzione staticamente occupavano la valle. Lei viveva in quella zona che, impropriamente, ancora si chiama periferia, nonostante fosse brulicante di uffici, negozi , parchi e abitazioni.

Prese un bel respiro, si lisciò le pieghe della gonna e con passo incerto e goffo si avviò alla ricerca di chissà quale tesoro.

Le auto sfrecciavano veloci, e i pochi passanti sembravano non accorgersi di quella ragazzina che, rivolgendo lo sguardo a un edificio o a un altro, sgranava gli occhi, spalancava la bocca e con aria meravigliata pronunciava un estasiato “Oh!”.

Passeggiava lungo il fiume, quando ad un tratto un anziano signore seduto su di una panchina la chiamò.

-       Signorina, signorina! –

La giovane abbassò lo sguardo per incrociare quello del vecchietto. L’uomo indossava un logoro pantalone di fustagno, una camicia bianca e un gilet nero, in una mano stringeva la pipa e nell’altra un bastone fatto di canna, in testa una coppola che faceva ombra sugli occhi grigi e stanchi. La ragazza inclinò la testa da un lato e poi dall’altro, ancora incerta sul da farsi, l’uomo le sorrise e a lei parve di riconoscerlo, quegli occhi un tempo dovevano essere stati azzurri proprio come quel cielo, e quelle braccia dovevano aver lavorato la terra su cui ora sorgeva la sua città. L’uomo non parlò e mentre aspettava che quella, che sembrava una bambina in confronto alla sua età, le rispondesse, si portò la pipa alla bocca. Mentre gustava il fumo caldo, la giovane gli porse la mano, egli annuì come se quella fosse stata la giusta decisione e, alzandosi, la prese sotto braccio e s’incamminarono.

Costeggiarono il fiume in silenzio, per poi giungere nei pressi di un antico ponte romano.

     Tocca queste pietre - disse l’uomo – puoi sentirle vibrare… è il loro modo di narrarti una storia.-

La giovane accettò quell’invito e non appena pose la mano venne trasportata in un'altra epoca.

Schiavi stanchi, sotto il sole cocente di un lontano luglio, erano intenti a spaccare, trasportare e impilare pietre, per dargli la forma di un ponte. Lei era lì, ma non nel suo corto abitino colorato, ma in una lunga tunica bianca, i capelli raccolti e l’aria preoccupata per le condizioni di quei uomini piegati dalla fatica, dal caldo e dalla frusta. Il ponte che avrebbe unito costava sangue e sudore. Quando venne sera e gli stanchi uomini cercavano ristoro, ella vi passò accanto, ma questi sembrarono non accorgersi di nulla, se non di una flebile voce nel vento che prometteva loro libertà e riscatto.

La ragazza si ritrasse mentre un turbinio di emozioni la travolse, era spaventata ma allo stesso tempo euforica, era sì timorosa ma anche incuriosita.

Il vecchio le prese la mano, c’era ancora molta strada da fare, ancora molte cose da scoprire.

Mentre salivano verso il centro, nuovo e antico si fondevano in una bizzarra unione di stili, colori e forme si accostavano in inaspettate combinazioni, e quello che poteva sembrare caos e disordine era solo il segno di una città cresciuta in maniera inaspettata per tenere il passo con i tempi. Scale mobili e ascensori avrebbero potuto essere d’ausilio, ma non quel giorno nel qual bisognava vedere e toccare con mano la propria città, la propria storia.

Giunsero dove erano ancora visibili le antiche mura, la pietra qua e la era ricoperta da graffiti variopinti, fatti da ragazzi arrabbiati con tutti, e con nessuno in particolare. Era in questo modo che i giovani cittadini ripagavano la loro città, imbrattando ogni superficie, così dicevano gli adulti, senza comprendere che anche quella era arte, e, come ogni arte, anche quella raccontava la storia. La fanciulla fece qualche passo indietro per poter ammirare in tutta la sua interezza quello che a prima vista poteva sembrare uno scarabocchio.

Davanti a lei, l’enorme disegno prese vita, su uno sfondo arancione e violaceo, simile alla luce del vespro, due sagome nere abbracciate danzavano su di una scogliera che scendeva a picco su di un mare fatto di mille parole, e quella che maggiormente spiccava tra il blu cobalto e il verde acqua di tutte quelle scritte era una parola in primo piano, bordata di nero e d’argento, ed era “Speranza”.

Il disegno tornò a essere immobile e la fanciulla si chiese se quella voce impressa sul muro sarebbe stata ascoltata. Quell’appello, in realtà, era già stato accolto, proprio da lei, che circondata da una città talvolta spoglia e grigia non si era abbattuta, anzi, credeva che tutto sarebbe ancora potuto cambiare, che quella città poteva ancora dare molto.

Dopo aver fiancheggiato le mura, entrarono nel cuore del centro abitato, passando per una delle sei porte ancora in piedi. La ragazzina si sentì stanca e assonnata, il cielo divenne nero e il sole lasciò il posto alla luna e alle sue sorelle stelle. La porta era chiusa con un pesante portone di legno e al lato vi era una guardia con l’elmo e la lancia, e in trepida attesa guardava a destra e a sinistra, cercando di captare un movimento.

Quando ormai sembrava essersi arreso, nel silenzio della notte si udì un canto straniero. Il soldato drizzò le orecchie per captare la direzione dalla quale giungesse quella voce angelica, che intanto diveniva sempre più vicina, per poi tornare a essere muta. A un tratto dai cespugli venne fuori una donna col volto coperto da un velo, rimanevano scoperti solo gli occhi vispi e innamorati, che lei rivolse al giovane soldato. Lo raggiunse vicino la porta e, mentre si scopriva il viso, lui le cinse la vita. Che cosa crudele era l’intolleranza, il timore di ciò che è diverso, il pregiudizio nei confronti di chi non si conosce. Soraya era una fanciulla turca dagli occhi color cioccolato. Non si sa bene quando e perché erano giunti in Italia, ma a pochi piacevano i musulmani e uno di questi era il soldato Michele. Si erano conosciuti nei pressi del fiume e da allora s’incontravano di nascosto. Si amavano, le differenze poco contavano. Dopo quella notte nessuno vide più Michele e nessuno dentro le mura conobbe Soraya, fuggirono lontano in quella notte di luna piena per vivere insieme il resto delle loro vite.

Tornò il giorno, e la fanciulla si sentì avvilita e amareggiata. Il vecchio, che si era appoggiato alla parete per riposarsi, si avvicinò e le disse – Bambina mia, cosa c’è che ti turba? Alla fine Michele e Soraya hanno vissuto felici e contenti. – La ragazza rivolgendo il viso all’anziano amico rispose – Ma tanti altri hanno dovuto rinunciare all’amore, per via di stupidi pregiudizi, per leggi razziste -. L’anziano sospirò – Erano altri tempi, piccola mia. - Ma la ragazza non era convinta e con le lacrime agli occhi, pensando a tutti i cuori infranti e alle amicizie mai nate, aggiunse – Non importa che anno fosse, la gente può essere, e deve essere migliore di così.- I singhiozzi le impedirono di parlare e come un vecchio nonno, l’uomo la abbracciò per consolarla.

Ripresero il cammino, ma il calore del sole alto nel cielo e la stanchezza cominciavano a farsi sentire. Camminarono per i vicoli e le viuzze del centro storico, quasi deserto, senza nemmeno parlare.

-       Perché non andiamo a visitare la torre?- disse il nonnino, ma la ragazza ancora rattristata non rispose, comunque seguì il vecchio fino alla sua nuova meta.

racconto anima 2

 

Una torre solitaria si ergeva sull’estremità est del centro storico, lì in un tempo non troppo lontano era ubicato un castello, dimora di signorotti che facevano in quel borgo il bello e il cattivo tempo. La fanciulla toccò la pietra, ma questa non vibrò come aveva fatto quella del ponte romano. Si voltò per chiedere spiegazione alla sua guida, che, sorridendo, la invitò a salire fino in cima. La ragazza tentò di aprire la porta ma questa era chiusa con un grande lucchetto; ancora una volta si girò per chiedere aiuto al suo accompagnatore e questi, nuovamente senza parlare, le indicò la tasca della gonna, stranamente rigonfia. La fanciulla mise la bianca mano nella tasca e vi estrasse esterrefatta una chiave, con cui poté aprire la porta e giungere sulla cima.

Il cielo era azzurro, le nuvole erano sparite, dall’alto si poteva ammirare la città intera con le migliaia di abitazioni che custodivano storie e persone. E d’un tratto ebbe luogo un'altra magia: intorno alla torre si eresse nuovamente il castello, con le sue torri e le sue spesse mura terminanti con delle merlature, con il cortile brulicante di domestici indaffarati a sbrigare ogni tipo di faccenda. C’era chi strigliava i cavalli e chi faceva ritorno dal pozzo con secchi ricolmi d’acqua, c’era la balia che rincorreva i birbanti signorini. In cima alla torre oltre alla fanciulla travestita da dama vi era la signorina Beatrice Guevara.

-  Presto dovrò sposarmi. - disse la contessina

- Non ne siete felice?- ribatté senza nemmeno accorgersene la fanciulla travestita da dama seicentesca.

Per la prima volta in quella giornata oltre ad assistere alle epoche passate, poteva farne pienamente parte.

-       Oh certo, il mio futuro sposo, a dire di mia madre, è buono e gentile. E inoltre per me è un onore fare il volere di mio padre. Ma se a me fosse riservato un altro destino, se avessi la possibilità di percorrere un'altra strada…?-

A tale domanda per la contessina non vi fu risposta, il futuro è qualcosa d’incerto e misterioso che prende forma minuto dopo minuto, diventando presto passato. Se la giovane non si fosse sposata, l’intera città avrebbe avuto un’altra storia. E mentre la figura della Guevara svaniva, ai piedi del castello il popolo insorgeva stanco dei soprusi dei potenti, spagnoli o francesi che fossero. E passarono i secoli, e giunsero tempi nuovi per la vita cittadina. La giovane scese dalla torre e ritornò sulla sua strada; se la sua città avesse avuto un passato differente ora, lei sarebbe stata lì? –Si!- rispose il vecchio, ma la fanciulla non aveva parlato ad alta voce, com’era possibile allora? L’uomo proseguì – Tu saresti stata qui comunque, magari non con quest’aspetto e con questi abiti, ma ci saresti stata- La fanciullina aprì la bocca, ma il vecchio la fermò prima che potesse parlare –Non chiedermi il perché. Quello tocca a te scoprirlo. - Allungò il passo e prese le distanze, affinché la ragazzina non gli ponesse altre domande.

Arrivarono nei pressi del palazzo cittadino, dove all’ingresso vi era un leone in tutta la sua fierezza, la ragazza si avvicinò e concentrò lo sguardo sugli occhi di quel leone che, come d’incanto, prese vita, salutando con un ruggito la ragazza, che, tremante, indietreggiò.

- Non spaventarti mia piccola amica, io sono come te parte di questa piccola città.

- Sei l’anima di questa città?

- Oh no, quel ruolo non mi appartiene, io la rappresento solamente, ma ti dirò una cosa: Se l’anima vuoi trovare, dentro il cuore devi cercare.-

Un vento leggero scompigliò la bionda criniera del leone e i lunghi capelli della fanciulla. Bastò un secondo e il leone s’immobilizzò ritornando di ferro. La giovane si girò in cerca dell’anziano nonnino, ma questo si stava allontanando.

-       Dove vai? Aspetta…aspetta- gridò rincorrendolo lungo la discesa che portava al muraglione. Il vecchietto giunse vicino alla statua del Santo patrono e si sedette sulla panchina lì accanto, riaccese la pipa e, chiudendo gli occhi alla luce del sole pomeridiano, prese una bella boccata. Poi cominciò a parlare.

- Questa è terra di contadini, scottati dal sole nelle vigne, che producono il buon vino che disseta i lavoratori alla fine delle lunghe fatiche negli orti. Questa è la terra delle donne, prima figlie, poi mogli e poi madri, che governano le famiglie con grande amore. Questa è la terra di gente che è stata troppo a lungo assoggettata. La terra di briganti fuggiti nei boschi, che hanno difeso con le armi la terra, in cui sono nati e cresciuti e nella quale volevano metter su famiglia.

Questa è la terra di operai, emigrati in ogni parte dell’Italia e del resto del mondo come la Germania, il Belgio e l’America. Questa è la terra di giovani che non sanno cosa fare in questa terra desolata, che vorrebbero solo andar via, ma questa terra, la tua terra, ha bisogno di tutti voi.-

Il sole stava per tramontare e lasciare il posto alla regina della notte, la bianca luna, con le sue stelle ancelle. Anche il caldo vento si era trasformato in un freddo soffio, che scuoteva gli alberi in fiore facendo cadere i loro petali rosa e bianchi.

Il vecchio si alzò, si levò la coppola e, chinando il capo, salutò la giovane, e poi se ne andò fischiettando una tarantella mentre faceva roteare il suo bastone di canna.

La fanciulla, affaticata dalla lunga camminata, si avviò verso la sua casa ai bordi della città. Il passo non era più goffo o incerto, ma sicuro e deciso. Ora non solo guardava la città: riusciva a vederla per com’era veramente. Alcuni bambini giocavano con un pallone, mentre le sorelline e i fratellini più piccoli erano spinti sull’altalena dai loro genitori, stanchi dopo una lunga giornata di lavoro, ma felici. I giovani passeggiavano chiacchierando e ridendo, sperando presto che finisse la scuola per uscire tutti i giorni. Gli anziani erano seduti qua e là sulle panchine di quello che un tempo era stato un orto botanico e che ora era un parco. Parlavano del passato, di come prima, nonostante tutto, nonostante la guerra e la povertà, si stesse meglio. Alla fanciulla sembrava di aver vissuto anche quel tempo, di aver pianto i suoi fratelli morti, i cui nomi erano incisi sulla facciata della caserma militare. La strada era ancora lunga verso casa, ma cosa importava se avesse dovuto camminare ancora. Le diverse vie non erano mai state così magiche e affascinanti, brulicanti di vita e di storia. E intanto ripensò all’indovinello di quel leone parlante: in quale cuore avrebbe dovuto cercare? Ogni risposta le pareva troppo sciocca o banale, ma, ad un tratto il mondo si fermò, come se tutti si fossero congelati eccetto lei, che, stupefatta, si guardò intorno. Forse la risposta era più semplice di quanto credesse, in quale altro cuore avrebbe potuto guardare, se non nel suo?

Chiuse gli occhi, trasse un profondo respiro e fu presa in un vortice veloce e disordinato, che la riportò indietro nel tempo, quando quella città non era solo che un piccolo villaggio. Poi cominciarono a esser costruite altre case, e di conseguenza delle strade, poi i ponti per unire e le piazze per essere animate dalla vita quotidiana e dalle feste. La gente eresse chiese, proclamò santi. Alzò le mura per proteggersi, ma lasciò sei varchi per poter accogliere qualsiasi fratello lontano che tornasse a casa o che giungesse in cerca di una nuova dimora. Accolse principi e signori, dandogli una stabile dimora in un possente castello. Poi, non contenta, cambiò il suo destino e, annettendosi alla nuova Italia, costruiva un nuovo palazzo per il governo cittadino. Visse le guerre e fu privata dei suoi uomini, tornati talvolta in una bara, talvolta disertori.

Conobbe il boom economico e le sue innovazioni e crebbe fino a scendere dalle montagne alla piana del fiume. Aveva accolto, ma aveva dovuto spesso salutare i suoi giovani figli, che partivano in cerca di fortuna, senza più tornare.

Ecco chi era la dolce fanciulla: l’anima di un capoluogo nel cuore del Mezzogiorno, molto spesso dimenticato dal mondo. Non aveva dato i natali a chissà quali personaggi, ma aveva tanti cittadini, gente buona e onesta. Non ha nemmeno tanti monumenti, o un paesaggio mozzafiato, ma è comunque assai speciale per tutti coloro che se ne vanno, e, nonostante una vita migliore, ricordano con un mezzo sorriso le passeggiate il sabato sera in Via Pretoria.

Non è certo la Superba Genova, o la Serenissima Venezia, ma è la Mia Potenza.

Laura Coviello

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raccontiinediti tipenso 1

I versi che la redazione ha scelto di pubblicare in questo numero della rivista appartengono ad un giovane studente di una quarta classe di un Istituto Superiore di Potenza che ha preso parte alla Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore organizzata dal Circolo culturale Gocce d’autore lo scorso 23 aprile. Il componimento è il frutto di un laboratorio svolto nel corso dell’anno scolastico e poi approdato ai festeggiamenti del libro con il reading di letture.

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raccontinediti clipinsequenza 1

I versi che la redazione ha scelto di pubblicare in questo numero della rivista appartengono ad una giovane studentessa di una terza classe di un Istituto Superiore di Potenza che ha preso parte alla Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore organizzata dal Circolo culturale Gocce d’autore lo scorso 23 aprile. Il componimento è il frutto di un laboratorio svolto nel corso dell’anno scolastico e poi approdato ai festeggiamenti del libro con il reading di letture.

La felicità nel volto di un bambino

e nello sguardo

la bellezza dell’innocenza.

La freschezza del mare

con le sue onde allegre

infrangersi al sole della battigia.

Le ore luminose del mattino

rotte dal suono delle campane

della domenica in festa.

Il fieno

ruvido d’estate,

come la pelle da lungo esposta al sole

degli anziani,

dediti instancabilmente al lavoro dei campi.

Sacchi di frumento,

il grano ormai colto

e la terra inaridita

ma pronta al prossimo ciclo di vita.

Chiara Bovino

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raccontiinediti persempre 1

Pubblichiamo la poesia composta da una studentessa di una terza classe di un Istituto Superiore di Potenza che ha preso parte alla Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore organizzata dal Circolo culturale Gocce d’autore lo scorso 23 aprile. La poesia è il frutto di un laboratorio svolto nel corso dell’anno scolastico e poi approdato ai festeggiamenti del libro con il reading di letture.

Immagino la libertà

e la serenità dell’infanzia,

la delicatezza della mia

pelle fresca.

Nel paesaggio della mia vita

tristezza e sofferenza

mi hanno cresciuta.

Ma con fiducia scartai

l’asperità e la durezza

del temporale passato.

Sagge furono le parole di una nonna,

per raggiungere i miei sogni

pieni di dolcezza e allegria.

Tradizioni e feste,

l’odore di pulito,

dolci ripieni di crema,

pranzi golosi occuparono

nuovamente le mie giornate.

Alzando la testa verso il soffice

cielo, ricordo le onde amare

del passato.

E un brivido che vola

nei miei ricordi

per sempre.

Maria Chiara Calvello

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Imelda

Scritto da

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Nel lontano 1959, all’età di quindici anni, Imelda, rimasta orfana di madre, fu accolta nell’orfanatrofio gestito dalla Congregazione religiosa delle Imeldine, un Istituto situato a metà strada dal Santuario dedicato alla Madonna Nera in San Luca. Aveva conosciuto l’ordine religioso fondato da  Padre Pio Giocondo Lorgna, ispirato alla figura della Beata Imelda Lambertini, giovane aristocratica che desiderava talmente tanto l’Eucarestia, da essere premiata; durante la Celebrazione della Santa Messa, ad un certo punto l’ostia consacrata si staccò dalla Pisside e si posò sul suo capo, costringendo il celebrante a porla nel suo palato. Al tempo della Beata, nel 1300, non era infatti consentita la Comunione in giovanissima età.

La nostra Imelda affascinata dalle suore dell’ordine, sentì un forte richiamo che lei definì vocazione; nonostante il rifiuto del padre e la derisione dei suoi fratelli, entrò in Noviziato, un edificio antico posto sui colli della città di Bologna. Contemporaneamente frequentava la scuola per diventare maestra, e trascorreva i suoi pomeriggi nella biblioteca del convento fra i libri che amava tanto.

Spesso si recava nel boschetto adiacente al fabbricato e contemplava i fiori che sbocciavano sugli alberi da frutta e nelle aiuole ben curate. Il suo fiore preferito era la violetta le piaceva il colore l’odore, ma soprattutto il vederla sbocciare nascosta ai piedi degli alberi e fra i cespugli, diceva sempre che la viola è come una persona virtuosa: discreta, silenziosa. Un giorno Imelda fu condotta dal medico di fiducia della Madre superiora; al termine della visita, Imelda seppe che la vita monastica non le si addiceva a causa di una salute insufficiente ad affrontare le rigorose regole del convento.

Era delusa e rattristata in più non seppe mai la ragione vera e quale fosse il limite della sua salute che non le avrebbe permesso di realizzare quello che sembrava il suo sogno. Era innamorata dell’amore, il suo sentimento rendeva felice tutto quel che viveva pur nella povertà assoluta. Continuò a studiare e completò conseguendo il diploma per insegnare. Conobbe un giovane uomo del quale si innamorò perdutamente e forse ad essere amato ancora una volta era l’amore.

Dal matrimonio nacquero figli, tanti, ma lei amava tutti e tutto quel che accadeva nella sua vita percorsa da tante gioie ma anche da eventi dolorosissimi che misero a dura prova la sua salute, e allora Imelda pensava alle parole di quel dottore: “Non può fare la suora perché non ha salute”… e si chiedeva se fosse una spiegazione adeguata quella… forse non ne occorrerebbe tanta anche da madre, da moglie?

Interrogativi senza risposta.

Un giorno, tanto tempo dopo, durante un incontro con una donna eccezionale Imelda fu colpita dalla frase espressa da lei: “La vita mi è venuta incontro” .La frase rulla nella sua testa… si chiede: Quando la vita va incontro e quando no? E cosa succede quando è no?

Imelda ama i bambini, ama scrivere, leggere, giocare, preparare i dolci; trascorre le sue giornate a rincorrere la salute, a sfidarla, perché lei ama la vita e tutto quel che in essa accade.

Tina 

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raccontoinedito rosa 1

Gian Marco Gallo del Corvo portava un nome ingombrante per un quattordicenne.

Se poi questo nobile cognome era stroppiato in Della Cornacchia dal professor Giovanni Pinto, docente di lettere nella quarta ginnasiale del Liceo Classico Giosuè Carducci di Fanopoli, paesone agricolo della provincia di Foggia, l'imbarazzo del povero Gian Marco saliva alle stelle.

Gian Marco, quattordicenne grassottello e brufoloso, si chiedeva perché il professor Pinto insistesse a interrogarlo su un argomento che risaliva alla prima media e cioè le voci della prima declinazione del latino.

Il ragazzo era fermo lì col gesso che strideva sulla lavagna dopo un perentorio ordine del professore “scrivila sulla lavagna la declinazione, Della Cornacchia” cosi faticosamente arrivato al genitivo Rosae: della Rosa si era bloccato.

Il professore aveva sollecitato con un “andiamo” ma il povero Gian Marco il dativo non se lo ricordava proprio.

In realtà a Giovanni Pinto che l'allievo conoscesse o no la prima declinazione non interessava, lo tormentava un' altra cosa, una strana ossessione per il colore rosa, vedeva tutto di quel colore e ne coglieva sfumature minute che sfuggivano ad altri.

Colleghi ed amici avevano rinunciato a chiedergli, per esempio, di che colore preferiva una macchina, un pullover, un costume da bagno, lui immancabilmente rispondeva rosa.

In realtà questa ossessione aveva una sua motivazione, all'inizio dell'anno scolastico, aveva preso servizio al liceo Carducci una nuova collega, l'insegnante di scienze Rosa Maria Calvi, costei era una splendida giovane bellezza ed il suo corpo, pressoché perfetto, era esaltato dal colore rosa di cui erano abiti e accessori che abitualmente indossava.

Tutto ciò, insieme al roseo della sua delicata e morbida carnagione, aveva ,praticamente, fulminato il professore , che si era perdutamente innamorato della bella Rosa Maria.

Il Professor Giovanni Pinto aveva circa 40 anni era alto, robusto ma non grasso, capelli folti e neri sempre ben acconciati, sguardo vivo e penetrante, era sempre ben vestito e godeva di un certo successo tra le colleghe e a volte con le proprie allieve, ma in vent'anni non si era mai lasciato coinvolgere, applicando un sano principio morale “niente miele sul posto di lavoro”.

Però stavolta era scattato qualcosa di diverso

Forse proprio questa anomalia del comportamento unita alla mania monocromatica recentemente dimostrata, non era sfuggita all'interessata, agli altri professori, né tantomeno alla dirigente del Liceo.

E proprio quel giorno la Professoressa Mastrogiovanni, preside, che reggeva con polso di ferro l'istituto lo convocò a colloquio.

Alfredo il bidello entrò sogghignando e disse “professore la preside la desidera... urgentemente”; la pausa tra “desidera” e “urgentemente“ era a significare che la convocazione era veramente urgente.

Il giovane Gian Marco lanciò un sospiro di sollievo e il professore “torna a posto, ma non finisce qui” e presa la giacca si avviò verso la presidenza.

La preside, professoressa Mastrogiovanni era una donna di statura media di circa 55 anni ed era piuttosto in carne e in genere indossava completini di colori tenui.

Il professor Pinto entrò in presidenza e salutò con deferenza il capo dell'istituto, che lo invitò ad accomodarsi si informo sulla salute sua e dei suoi congiunti e poi cominciò un discorso che prese alla lontana l'argomento che lo interessava.

“Caro professore, abbiamo tutti e due l'onore di insegnare in uno degli istituti superiori più vecchi di questa regione, su questa scrivania e sulla sua cattedra sono passati insigni umanisti e letterati, anche illustri prelati di cui uno, come lei saprà, è quasi arrivato al soglio di San Pietro. Ora noi dobbiamo dimostrare di essere degni di queste cattedre, di coloro che ci hanno preceduto nella formazione di generazioni di professionisti e studiosi. Ora tocca a noi quest'opera di formazione e dobbiamo essere in grado di farlo senza esporre il fianco a critiche da parte di genitori e colleghi....

Il professor Pinto era sovrappensiero quasi in catalessi e ad un certo punto si rese conto che le pareti della presidenza erano di un bel color rosa pallido e che la preside aveva un bellissimo tailleur rosa shoking. Assunse un sorriso beato e la preside accortasi che il professor Pinto non seguiva più il suo pistolotto, gli si rivolse direttamente e gli chiese “professore cosa c'è di divertente nel mio discorso?”

“no no, sig.ra preside, non è per ciò che dice che sono contento ma perchè vedo che lei è vestita del colore che preferisco e che ha fatto ridipingere le pareti della presidenza nello stesso colore.

La Preside allibita “Così le pare professore? E lui  “Si si è tutto rosa!!”

La preside sorrise e poi riprese il suo eloquio: “caro professore quello che vorrei dirle, che questa sua mania del rosa mi sta causando qualche problema, ma sbaglio a dire a me, a tutta la nostra istituzione. Lei continua a parlare del rosa, ormai interroga i suoi allievi solo sulla prima declinazione del latino e nelle classi in cui insegna italiano parla solo di una poesia “Rosa fresca aulentissima”.

La professoressa Calvi, peraltro da poco sposa e già in lieta attesa, mi ha più volte sollecitato ad intervenire, dicendo che se non lo avessi fatto io sarebbe stata lei a rivolgersi al provveditorato. Caro professore io ho pensato, al fine di evitare lo scandalo di trasferirla”.

Il professor Pinto impallidì, la vista si offusco, e lo stomaco si contrasse con un violento spasmo.

Era decisamente frastornato, non capiva che cosa avesse fatto di male, oltre far avere alla collega, qualche rosa, cuscini rosa, qualche scatola di cioccolatini a forma di cuore di colore rosa, una bottiglia di rosolio con l'etichetta rosa, uno scialle di seta rosa e poi qualche altra cosetta sempre di colore rosa, l'aveva poi abbonata ad una serie di romanzi rosa scritti da tale Liala ed altre scrittrici specializzate nel genere.

E la preside continuò “professore guardi che è venuto anche il marito peraltro ex allievo di questo liceo, per esprimere perplessità sul suo stato mentale. Pertanto professor Pinto ho deciso, con il consenso del nostro provveditore, di inviarla a Litri, dove c'è una sede distaccata del nostro liceo a sostituire un altra collega in puerperio. Ma non si preoccupi la cosa durerà solo tre mesi, sino alla fine dell'anno scolastico. Poi andrà in puerperio la Calvi e così lei non la vedrà per oltre un anno e forse le passerà dalla mente questa follia rosa.

Il professor Pinto ormai era più che frastornato, gli mancava il respiro, ed il battito cardiaco balzò alle stelle,  un mondo rosa gli girava intorno, mentre stava per cadere a terra esanime udì la preside “lì in montagna potrà fare una vita sana, senza tentazioni, io mi auguro che passi il suo a tempo a....” e poi più niente. La preside non concluse il discorso perchè Giovanni Pinto professore di lettere, era caduto a terra e rantolava e pronunciava frasi senza senso inintelligibili, si capiva solo una parola Rosa, rosa...;fu subito portato all'ospedale zonale e poi trasferito in un centro specializzato nel capoluogo di regione. A poco a poco cominciò a recuperare e dopo circa un anno, molto dimagrito, ritornò in paese, era imbottito di farmaci antidepressivi, tipo Prozac e aveva quella particolare espressione sorridente, che hanno tutti quelli che sono quasi usciti da un trauma psichiatrico.

Il  Ministero lo aveva posto in congedo e un collega generoso aveva collaborato con la vecchia madre per istruire la pratica per la pensione di invalidità e così Giovanni Pinto ex professore di lettere al liceo Carducci di Fanopoli passava le mattinate in estate e primavera ai giardini comunali.

In inverno lo si vedeva alla ”caffetteria del centro” seduto davanti a un cappuccino, che in genere lasciava a metà.

Qualcuno nei primi tempi lo salutava e gli faceva qualche domanda così, quelle che si fanno tanto per, avviare una conversazione bel tempo eh? Ma quest'anno l'estate non vuole proprio arrivare ?

Ma poi un po' spaventati dal fatto che parlava da solo facendo strani discorsi e che su un taccuino vergava scritti con un pennarello di colore rosa, i paesani si limitavano a salutarlo e poi nemmeno più quello, cominciarono ad evitarlo, addirittura al parco le mamme richiamavano i bimbi che gli si avvicinavano.

Il professor Giovanni Pinto morì da solo in una notte di febbraio.

Il medico non riuscì a ricondurre la sua dipartita ad una causa precisa, forse un influenza curata male. Le solite male lingue di paese dissero che si era suicidato; alcuni, i più maligni, addirittura dissero che aveva bevuto vernice rosa.

Al suo funerale pochissime persone oltre la vecchia madre, nemmeno i suoi fratelli, che non avevano ritenuto di venire da dove abitavano.

Tra i pochissimi fiori spiccava però una coroncina di garofani rosa con un nastro rosa anche quello, e una scritta “Caro Giovanni addio, Rosa Maria”.

Edoardo Angrisani

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