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Racconti Inediti

Raccontiinediti 1

Un  insolito natale

Quel Natale in Lapponia se lo ricordano ancora: un freddo tagliente aveva gelato tutto in maniera spietata. Il paesaggio, uomini e cose sembravano incellofanate nel ghiaccio. Le renne, stremate dal freddo, si  scambiavano boccate d’alito. Babbo Natale, tra un eeeccì e un brrrr, pensava come esaudire le richieste ricevute da milioni di bambini: la fabbrica di giocattoli aveva le macchine bloccate. Nei  magazzini c’erano solo sacchi di polvere di stelle lasciata in cielo la notte di S. Lorenzo. Polvere abituata a vedere come si realizzavano i desideri di tante persone. Lui la raccoglieva ogni anno, ma non sapeva che fosse magica.  Chiamò  Peppiniello e Idarella, i suoi giovani aiutanti, e ordinò loro di partire per paesi e città. Avrebbero sparso la polvere di stelle la notte di Natale. Quella specie di neve d’oro creò ovunque uno stupore indescrivibile. I bambini se ne riempivano le tasche e giocavano a fare palle come fossero di neve che nell’aria divennero i giocattoli che avevano chiesto in dono. Ognuno di loro si senti un piccolo Babbo Natale e la polvere  di stelle continuava a seminare giocattoli lungo le strade. Ogni paese era divenuto una fabbrica di giocattoli nella  quale le macchine erano le mani dei bambini. 

Carmen Cangi

I bambini a Natale

Ho conosciuto e conosco, bambini che attendono il Natale già dal mese di Ottobre di ogni anno; i loro occhietti luminosi già inseguono immagini magiche e letterine sulle quali scrivere le loro richieste di doni. Un tempo si scriveva la letterina al proprio papà e la si metteva sotto il piatto nel giorno di Natale, le parole scritte non erano richieste di giocattoli, bensì frasi di affettuosità e buoni propositi. Col tempo i negozi di dolciumi si sono arricchiti di cioccolatini panettoni…fra questi anche uno specialissimo calendario dell’AVVENTO illustrato con simboli natalizi e ventiquattro finestrelle da aprire dal giorno uno Dicembre fino al ventiquattro, ogni finestrella donava un dolcino dalle svariate forme natalizie. Il quadretto faceva bella mostra di se nelle camerette dei bimbi fortunati che facevano a gara per aprire la finestrella del giorno. Avvenne che, a preparare originali calendari dell’avvento, fosse una bimba che amava esprimere la sua creatività inventando ogni anno un calendario nuovo, con immagini tenere e ricche di atmosfere natalizie. Successe tanto tempo fa che i nonni in una scuola raccontassero i loro alberi di Natale fatti di ramo di pini raccolti nel bosco e addobbati da mandarini, fichi secchi, castagne e noci, e per simulare una magica caduta di neve, l’albero veniva innevato da ciuffi di ovatta. Come erano belli… Ogni idea, del passato e del presente, rallegra tutti noi durante questa festa che dovrebbe durare tutto l’anno.

Nency

Un Babbo nero

Mi chiamo Wendy e vivo in Inghilterra. Tra poco è Natale e in giro c’è tanta soffice neve, la gente canta. Come ogni anno, mio papà mi ha portato davanti ai Grandi Magazzini, dove tanti Babbi Natale erano pronti ad ascoltare le richieste dei bambini come me. Come erano belli, paffuti e con le barbe bianche e i vestiti rossi. I bambini s’azzuffavano per andarci. Andavano ad abbracciarli tutti, meno uno. Quell’unico Babbo Natale se ne stava solo, abbacchiato e sembrava volersene andare via. Aveva la pelle nera. Ho chiesto a papà perché da lui non ci andava nessuno. Mi ha risposto cose che non ho capito bene.

Allora ho deciso, ho mollato la sua mano e sono corsa ad abbracciare quel Babbo nero. Lui mi ha sorriso coi denti bianchissimi  e gli occhi gli sparivano tra cappello e barba.

Sono rimasta così contenta nel vederlo sorridere, che ho dimenticato di dirgli quello che desidero per questo Natale. Sono tornata indietro, ma lui non c’era più.

Nell’aria fatta silenziosa ho sentire uno scampanio lontano.

Sono sicura che comunque si ricorderà di me, e questo sarà un Natale speciale.  

Enzo D’Andrea

Un gran bel Natale

Spesso a Natale accadono cose che non ci aspettiamo e così fu per Toni quel 23 dicembre. “Vieni Toni a papà gli è preso il coccolone, c’ha gli occhi sbarrati e non parla, io vado a chiamare il dottore, tu corri a casa” così gridava Anna entrando al Bar Centrale. Toni, stava chiacchierando, infilandosi ai tavoli di tressette, cercando di scroccare un bicchiere di vino, e c’era quasi riuscito, quando era arrivata la sorella, donna di passata bellezza, ridotta, per sostenere la famiglia, a andare a servizio sottopagata e sfruttata. Attraversò il corso con le luci della festa e i pochi negozi che esponevano oggetti che non poteva comprare. Andando verso casa, pensava sta tirando le cuoia, quel vecchiaccio rancoroso e avaro, uno in meno a criticare e finalmente qualcosa su cui mettere le mani, sarebbe stato un gran bel Natale finalmente. Prese le scale dell’Assunta, pensava al Natale, finalmente, che bel regalo, se n’era andato il vecchiaccio. Correva sui gradini di pietra sconnessi senza badare a dove metteva i piedi. Qualcosa gli attraversò la strada, forse un gatto. Inciampò, e volò tre metri più avanti battendo la testa. Campò, ancora abbastanza, per pensare che scarogna proprio a natale e lui, il vecchiaccio me lo troverò davanti a San Pietro che mi dice “sei in ritardo come al solito, neanche a natale hai rispetto”

Edoardo Angrisani

Lo spirito del Natale

Mancavano due settimane al Natale quando Marta fu svegliata in piena notte dal rumore di stipi a battente aperti e subito richiusi bruscamente di là in cucina. Spaventata, si girò verso il lato del letto occupato da suo marito e si stupì che lui non ci fosse. Poi, dopo un istante di esitazione, capì chi era il responsabile di quel baccano.

“Franco, che stai facendo? Ti sembra l’ora di rovistare nella dispensa?” urlò

“Cerco lo spirito del Natale!” rispose lui senza battere ciglio vedendola comparire in vestaglia, col braccio alzato a ripararsi dall’orribile luce a neon, sulla soglia della zona giorno.

“Eh?” chiese lei con tanto d’occhi.

Che diavolo significava quella frase, detta poi da lui che non era in guerra col Natale solo per aver firmato un patto di non belligeranza con lei, che era invece un’autentica baccante di Santa Claus. Mai però che avesse mosso un dito per aiutarla ad allestire l’albero o a disporre l’infinità di addobbi che intasava ogni angolo libero della casa. Iniziò allora a preoccuparsi seriamente per la salute mentale del suo uomo, ripensando alla settimana che aveva avuto, col posto di lavoro appeso a un filo e il terzo stipendio consecutivo congelato. E che stupida egoista che era stata, tutta affaccendata nei suoi preparativi come se nulla fosse! Tornò a dormire in silenzioso raccoglimento, mentre ancora si sforzava di capire. Il mattino seguente, però, tutto le fu chiaro: trovò Franco che giaceva come svenuto sul divano, col telecomando nella mano sinistra e nell’altra una bottiglia semivuota di quella grappa fortissima che avevano comprato in Trentino ai mercatini un anno prima: lo Spirito del Natale! 

 

di Vito Cuccaro

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racconti inediti

Se ne stava sull’uscio da quando, adolescente, i suoi occhi erano incorniciati da  capelli di grano. Ricci come i capricci delle nuvole assediate da un vento particolarmente corteggiatore, ma non gradito.

Aspettava che qualcuno la invitasse a entrare. O che una mano amica la spingesse dentro. Dolcemente.

Alle spalle aveva il mondo dell’infanzia, caldo e rassicurante. Lo sentiva suo. Si sentiva a casa.

La vestina e le calzettine bianche erano piccole. Piccoli erano il sole, la luna, le nuvole, il vento, le gocce di pioggia e i fiocchi di neve, i fulmini e i tuoni. Anche le stelle erano piccole, che confondeva con quelle disegnate sul cappello di fatina che indossava i giorni di Carnevale.

Si sentiva protetta in quel mondo di lillipuziani, come rondine nel nido.

Se ne stava sull’uscio, come sull’uscio del vicolo, in attesa che l’amichetta rispondesse alla sua domanda: “Regina, reginella, quanti passi mi darai?”.

Non sapeva che la monarchia non c’era più dopo il referendum popolare del 1946. C’era solo nelle favole e in qualche gioco. Con l’adolescenza era arrivata la repubblica. E bisognava abbandonare l’uscio ed entrare nella stagione della democrazia, dove imparare a cercare le risposte, diventando architetti e manovali della propria vita. Non era più tempo di chiedere a qualcuno quanti passi fare, a meno che non volesse affidare ad altri il proprio destino.

Quante volte aveva dovuto accontentarsi di fare passi da lumaca, quando avrebbe voluto farne da gazzella.

L’adolescenza era l’età in cui scegliere se essere lumaca o gazzella, ma soprattutto era l’età dell’ESSERE, dopo l’AVERE dell’infanzia coniugato in tutti i tempi e modi, anche sgrammaticando di qua e di là.

L’uscio era la porta da attraversare per entrare nella vita, nella quale se si È, si HA.

Avere è più facile che essere. Un verbo ingannatore, se coniugato senza quello dell’identità di ognuno.

Sull’uscio sosta il mendicante, che vive di quello e di quanto che gli danno gli altri. Proprio come nel gioco “Regina reginella...”. L’uscio è la casa di chi casa non ha. E’ la casa della solitudine.

Lei è ancora lì sull’uscio. Sono passati tanti anni, ma solo per il calendario. L’anima è rimasta bambina. Non può  andare incontro alla vita,  potrebbe smarrirsi .

Un angelo, per tanto tempo, nel suo andirivieni spesso sostava vicino a lei, per invitarla a oltrepassare l’uscio. Le ha regalato anche mappe perché più facile fosse il suo cammino.

Quell’angelo non sa più come muovere le sue ali. Un ultimo sforzo ed è volato laddove avrebbe voluto portare quella ragazza.

Un giorno la vide china su un foglio di carta. Si sentì chiamare e porre questa domanda: “Di che colore sono io? ”.

L’angelo le rispose: “Ho visto quando Dio ti ha fatta d’arcobaleno. Rimanendo sull’uscio, i colori si sono stinti. Sei diventata di un colore incolore,  anonimo, che manco Lui sa definire.

Il colore del non colore…..

 Il colore delle persone che hanno mani in tasca, pensieri senza voce, ombre di gesti.

L’angelo volò via per sempre.

Nudo è l’arcobaleno,

nude  le emozioni

nude le parole

che fanno sobbalzare i

gesti …

 E poi… e poi… e poi…

l’uscio… dolcemente… si chiuse.

Carmen Cangi

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racconti 1

Novembre. Mese che regala colori meravigliosi. Gli alberi, non ancora spogli, sono ammantati d’oro, le foglie ormai ingiallite, pronte a cadere, indorano il paesaggio.

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Angelo di cartaIn un libro puoi trovare quei tesori che nessun altro luogo possiede. 

Non gli scrigni traboccanti di stucchevoli ricchezze, sepolti dalle polveri del tempo. Ma una storia mai svelata che si spiega sul candore di una pagina, infilando perle di parole e intrecciando con punti e virgole trame di rugiada. Preziose gocce d'acqua che nel disegnare minuscoli arcobaleni colorano di tenui sfumature l'alba di fresche mattine. Quelle che dell'oro del primo apparire si nutrono le più rosee creature progettando nuove avventure.

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racconto 1

Avete mai udito il silenzio, quello che ti fa male dentro, quello che ti fa avvertire il vuoto? Non credo. Eppure quel giorno io l’ho sentito. Nessuna cicala cantava, non si udiva nemmeno una voce, nemmeno la mia, ero diventata muta. Avevo la testa vuota, non riuscivo a pensare, a muovermi, ero paralizzata. Doveva esser chiaro che quello era un segno, quel silenzio che ti corrode non avrebbe portato nulla di buono, era un presagio, ma non potevo rendermene conto, non ero padrona di me stessa, mi ero persa.

Avvertii un brivido, una sensazione strana e nella mia mente si fece spazio un pensiero, uno strano ricordo, sentivo di aver riposto tutta la fiducia in una persona, non ricordavo il nome o le sembianze, ma mi ero appena resa conto che non ne avevo più per me, e di lì a poco mi avrebbe fatto comodo un po’ di coraggio e di prontezza d’animo. Quel ricordo sbiadito era ancora lì nella mia testa, a questo seguì la sensazione, o meglio la certezza di esser stata abbandonata… Dove era quel qualcuno a cui avevo dato tanto di me stessa?

C’era una strana calma nell’aria, il vento aveva smesso di soffiare, le nuvole avevano coperto il sole, l’aria era diventata rovente e il mare era immobile e piatto come una tavola. Non c’era nessuno sulla spiaggia, nonostante fosse luglio inoltrato, le bandiere che segnalavano la pericolosità del mare erano immobili, e le barche erano tutte rientrate nel porto. Era come se tutti sapessero cosa stesse per accadere, tutti si erano rifugiati nelle loro case, sbarrando porte e finestre, tutti eccetto me. Io ero immobile, sul bagnasciuga con le gambe incrociate, non potevo far altro che guardare e prendere atto che di lì a poco quella calma sarebbe stata solo un vago ricordo. Nonostante tutto fosse immobile e rovente, avevo stranamente freddo, un altro brivido mi percorse la schiena, lì di fianco a me c’era una maglietta, che prima non avevo notato, poco importava, avevo freddo e così la indossai, mi andava grande, doveva essere di un ragazzo, mi guardai intorno in cerca di quel qualcuno, ma non vidi nessuno, ero sola. Un gabbiano poggiato sul remo, di una barchetta di legno ormai consumato, spiccò il volo, provai a seguire la sua traiettoria con lo sguardo, ma quando sbattei le palpebre questi era sparito, che stessi sognando? Mi strofinai gli occhi e li sentii bruciare, non mi ero resa conto di avere le mani bagnate dell’acqua di mare, tentai di asciugarli con la maglietta, ma dovetti tenerli chiusi a lungo prima di riuscire a riaprirli, e quando lo feci qualcosa era cambiato.

Il vento aveva ripreso a soffiare, scompigliandomi i capelli, i granelli di sabbia si alzarono sospinti dal forte soffio gelido, creando una nube giallastra che mi impediva la vista. Il mare calmo fino ad un istante prima, divenne leggermente mosso, e poi degli enormi cavalloni si alzarono all’orizzonte e con tutta la violenza che possedevano si diressero verso la riva. Provai ad alzami per tentare di scappare, ma il mio corpo era come pietrificato, non potevo sfuggire a quella tempesta. Quando la prima onda mi travolse caddi distesa sulla sabbia bagnata, era come se una possente frusta mi avesse colpito, non ebbi il tempo di reagire che arrivò la seconda ondata che mi riempì la bocca e le narici di acqua salata, impedendomi di respirare, la terza fu ancora più rapida e violenta e così venni trascinata in acqua. Avevo freddo e respiravo a fatica, la corrente mi stava portando sempre più a largo, tentai di aggrapparmi ad una boa, la mano serrata intorno all’anello, il braccio teso nel tentativo di trattenere tutto il corpo, ma le onde veloci e possenti non mi davano il tempo di riprender fiato, combattevo con un nemico di gran lunga più potente di me. Cominciai a non sentire più il braccio, chiusi gli occhi nel tentativo di concentrarmi e resistere, ma fu un attimo, un dolore secco all’altezza della spalla mi colpì, era come se mi avessero appena amputato il braccio, riaprii gli occhi terrorizzata da quello che avrei visto, ma fortunatamente il braccio era ancora al suo posto, sfortunatamente avevo lasciato la presa, e l’arto stanco non rispondeva più ai miei comandi. La corrente continuava a trascinarmi e ogni tentativo di opporsi era vano. Provai a lottare, a resistere, a gridare aiuto ma era tutto inutile, ero sola in mezzo alla tempesta che impazzava. Ero stanca, disperata e così chiusi gli occhi e lasciai che le onde mi travolgessero, che la marea mi portasse lontano e il vento gelido mi frustasse.

Ad un tratto mi ritornò in mente la persona in cui avevo riposto tutte le mie speranze, era un ragazzo alto, moro, ma la sua immagine nella mia testa era ancora confusa, sbiadita e lontana come la voce che mi ripeteva “Ti starò sempre accanto, nella burrasca io sarò lì a salvarti”. Eppure non era giunto nessuno in mio soccorso, di quel ragazzo rimaneva soltanto quella promessa mancata e la maglietta ormai zuppa e fredda, di molte taglie più grande che mi impediva i movimenti. Nella disperazione e tentando di non inghiottire altra acqua me la tolsi e lasciai che la prendesse il mare, mi sentii subito più libera. Avevo gettato via l’ultimo pezzo che ancora mi legava a quel giovane che chissà dove si trovava in quel momento, probabilmente al sicuro nella sua casa, ma poco importava in quegli attimi non potevo aspettare che qualcuno mi salvasse, e nemmeno lasciare che il mare mi risucchiasse e mi annegasse senza lottare, senza provare a resistere, senza tentare, seppur soffrendo, a salvarmi.

Aveva cominciato anche a diluviare, le onde non accennavano a quietarsi, speravo almeno che non lampeggiasse. Potevo sopportare i cavalloni, il freddo, il vento, la pioggia, ma un fulmine che colpisce l’acqua è mortale. Cominciai a nuotare più veloce che potevo, mi faceva male tutto, ogni due metri tornavo indietro di uno e mezzo, il mare non voleva lasciarmi andare. La riva era lontana, ma pensai a me, alla mia vita e questo bastava a non farmi mollare, meritavo una seconda occasione. Non c’era nessuno a salvarmi, e allora? Non faceva differenza, mi sarei salvata da sola, avevo abbastanza forze, nonostante mi sentissi stanca e debole nel corpo, avevo trovato una spinta più potente, un vigoroso sostegno, la forza di cui avevo bisogno era tutta lì, nel mio cuore.

Sentii il cuore esplodere, tutto il dolore provato non contava più niente, tutte le volte che ero caduta o che ero stata abbandonata mi avevano fortificata. In quel momento che ero sola ad affrontare il nubifragio non provai più paura, non avevo bisogno di qualcuno, perché in realtà sola non ero, avevo me stessa. Continuai a nuotare, nonostante le onde mi riportassero indietro, continuai a nuotare sempre più veloce, con maggiore energia, finché a stancarmi non fui io ma il mare. Pian piano il vento divenne più debole, le onde più piccole e la corrente non era poi così tanto forte da potermi ostacolare. Nonostante le braccia e le gambe indolenzite raggiunsi la riva, distrutta ma felice, avevo vinto, ce l’avevo fatta.

Le nuvole divennero rade, il sole tornò a splendere e il cielo ad essere azzurro. Il vento si era ormai placato, e il mare era nuovamente limpido e piatto. Cominciò ad arrivare la gente, adulti, bambini e ragazzi, tutti ignari di quella tempesta, di quella lotta sia fisica che interiore che avevo dovuto affrontare. Mi avviai verso la pineta, distrutta nel fisico ma rinata nello spirito. Ad un tratto alle mie spalle sentii una voce, la stessa voce che avevo sentito nella mia testa in mezzo al mare, la stessa voce che aveva promesso di essermi sempre accanto. Mi voltai e lo vidi, il ragazzo era alto e snello, gli occhi neri, così come i suoi capelli, la sua pelle era leggermente abbronzata, indossava solo i bermuda, la sua maglietta ormai era in fondo al mare. Mi guardava come se fossi una bambina, ma una bambina va protetta, ed io non ero più una bimba indifesa, ero capace di cavarmela da sola, di sopravvivere o meglio di VIVERE. Biascicava delle scuse, delle giustificazioni per la sua assenza, che non riuscivo a comprendere, aveva visto la burrasca e sapeva che ero stata travolta da quelle onde rabbiose e possenti, ma me l’ero dovuta vedere da sola. Mi voltai e ripresi il mio cammino, non avevo bisogno di scuse, non avevo bisogno di altre promesse che non sarebbero state mantenute. Sapevo esattamente cosa volevo, una persona con cui condividere tutto, giornate di sole splendente e giorni di diluvio universale, finché non avessi trovato quella persona non avrei avuto bisogno di nulla. Avevo me stessa e mi bastava.

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Anni fa lessi una citazione che recitava: “Se vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, uno di questi ci avrai azzeccato”. Mi fece una grande impressione, e da quel momento, ogni giorno mi guardavo allo specchio e mi chiedevo: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?” E ogni volta la mia risposta era un NO!

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raccontiinediti quellaporta 1

“La porta verde non la devi attraversare”. Mi ripeteva incessantemente la mia coscienza, alla quale prestavo ascolto in maniera intermittente. A volte mi infastidiva quella voce perentoria che da dentro mi saliva fin dentro le orecchie bombardandole senza sosta. Altre volte l’attendevo invano, ma lei ammutoliva proprio quando ne avevo più bisogno. Più tardi capii che dovevo interrogarla anche nei momenti di pienezza e che le risposte alle mie suppliche le avevo già nell’alba del mio pensiero.

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racconto anima 1

Ogni città ha un’anima, anche la mia, che talvolta viene dimenticata dal resto del mondo. Anche la mia città ha un’anima, basta solo cercarla.

Era una tiepida mattina di maggio, e il sole non era ancora alto, il cielo era di un azzurro intenso e qua e là c’erano delle nuvolette bianche, dalle forme bizzarre. Una giovane donna era appena uscita di casa e, respirando a pieni polmoni l’aria di primavera, si fermò per un attimo a osservare il panorama che si stagliava di fronte: le strade e i palazzi sembravano arrampicarsi lungo il dorsale dell’Appennino, invece quelli di recente costruzione staticamente occupavano la valle. Lei viveva in quella zona che, impropriamente, ancora si chiama periferia, nonostante fosse brulicante di uffici, negozi , parchi e abitazioni.

Prese un bel respiro, si lisciò le pieghe della gonna e con passo incerto e goffo si avviò alla ricerca di chissà quale tesoro.

Le auto sfrecciavano veloci, e i pochi passanti sembravano non accorgersi di quella ragazzina che, rivolgendo lo sguardo a un edificio o a un altro, sgranava gli occhi, spalancava la bocca e con aria meravigliata pronunciava un estasiato “Oh!”.

Passeggiava lungo il fiume, quando ad un tratto un anziano signore seduto su di una panchina la chiamò.

-       Signorina, signorina! –

La giovane abbassò lo sguardo per incrociare quello del vecchietto. L’uomo indossava un logoro pantalone di fustagno, una camicia bianca e un gilet nero, in una mano stringeva la pipa e nell’altra un bastone fatto di canna, in testa una coppola che faceva ombra sugli occhi grigi e stanchi. La ragazza inclinò la testa da un lato e poi dall’altro, ancora incerta sul da farsi, l’uomo le sorrise e a lei parve di riconoscerlo, quegli occhi un tempo dovevano essere stati azzurri proprio come quel cielo, e quelle braccia dovevano aver lavorato la terra su cui ora sorgeva la sua città. L’uomo non parlò e mentre aspettava che quella, che sembrava una bambina in confronto alla sua età, le rispondesse, si portò la pipa alla bocca. Mentre gustava il fumo caldo, la giovane gli porse la mano, egli annuì come se quella fosse stata la giusta decisione e, alzandosi, la prese sotto braccio e s’incamminarono.

Costeggiarono il fiume in silenzio, per poi giungere nei pressi di un antico ponte romano.

     Tocca queste pietre - disse l’uomo – puoi sentirle vibrare… è il loro modo di narrarti una storia.-

La giovane accettò quell’invito e non appena pose la mano venne trasportata in un'altra epoca.

Schiavi stanchi, sotto il sole cocente di un lontano luglio, erano intenti a spaccare, trasportare e impilare pietre, per dargli la forma di un ponte. Lei era lì, ma non nel suo corto abitino colorato, ma in una lunga tunica bianca, i capelli raccolti e l’aria preoccupata per le condizioni di quei uomini piegati dalla fatica, dal caldo e dalla frusta. Il ponte che avrebbe unito costava sangue e sudore. Quando venne sera e gli stanchi uomini cercavano ristoro, ella vi passò accanto, ma questi sembrarono non accorgersi di nulla, se non di una flebile voce nel vento che prometteva loro libertà e riscatto.

La ragazza si ritrasse mentre un turbinio di emozioni la travolse, era spaventata ma allo stesso tempo euforica, era sì timorosa ma anche incuriosita.

Il vecchio le prese la mano, c’era ancora molta strada da fare, ancora molte cose da scoprire.

Mentre salivano verso il centro, nuovo e antico si fondevano in una bizzarra unione di stili, colori e forme si accostavano in inaspettate combinazioni, e quello che poteva sembrare caos e disordine era solo il segno di una città cresciuta in maniera inaspettata per tenere il passo con i tempi. Scale mobili e ascensori avrebbero potuto essere d’ausilio, ma non quel giorno nel qual bisognava vedere e toccare con mano la propria città, la propria storia.

Giunsero dove erano ancora visibili le antiche mura, la pietra qua e la era ricoperta da graffiti variopinti, fatti da ragazzi arrabbiati con tutti, e con nessuno in particolare. Era in questo modo che i giovani cittadini ripagavano la loro città, imbrattando ogni superficie, così dicevano gli adulti, senza comprendere che anche quella era arte, e, come ogni arte, anche quella raccontava la storia. La fanciulla fece qualche passo indietro per poter ammirare in tutta la sua interezza quello che a prima vista poteva sembrare uno scarabocchio.

Davanti a lei, l’enorme disegno prese vita, su uno sfondo arancione e violaceo, simile alla luce del vespro, due sagome nere abbracciate danzavano su di una scogliera che scendeva a picco su di un mare fatto di mille parole, e quella che maggiormente spiccava tra il blu cobalto e il verde acqua di tutte quelle scritte era una parola in primo piano, bordata di nero e d’argento, ed era “Speranza”.

Il disegno tornò a essere immobile e la fanciulla si chiese se quella voce impressa sul muro sarebbe stata ascoltata. Quell’appello, in realtà, era già stato accolto, proprio da lei, che circondata da una città talvolta spoglia e grigia non si era abbattuta, anzi, credeva che tutto sarebbe ancora potuto cambiare, che quella città poteva ancora dare molto.

Dopo aver fiancheggiato le mura, entrarono nel cuore del centro abitato, passando per una delle sei porte ancora in piedi. La ragazzina si sentì stanca e assonnata, il cielo divenne nero e il sole lasciò il posto alla luna e alle sue sorelle stelle. La porta era chiusa con un pesante portone di legno e al lato vi era una guardia con l’elmo e la lancia, e in trepida attesa guardava a destra e a sinistra, cercando di captare un movimento.

Quando ormai sembrava essersi arreso, nel silenzio della notte si udì un canto straniero. Il soldato drizzò le orecchie per captare la direzione dalla quale giungesse quella voce angelica, che intanto diveniva sempre più vicina, per poi tornare a essere muta. A un tratto dai cespugli venne fuori una donna col volto coperto da un velo, rimanevano scoperti solo gli occhi vispi e innamorati, che lei rivolse al giovane soldato. Lo raggiunse vicino la porta e, mentre si scopriva il viso, lui le cinse la vita. Che cosa crudele era l’intolleranza, il timore di ciò che è diverso, il pregiudizio nei confronti di chi non si conosce. Soraya era una fanciulla turca dagli occhi color cioccolato. Non si sa bene quando e perché erano giunti in Italia, ma a pochi piacevano i musulmani e uno di questi era il soldato Michele. Si erano conosciuti nei pressi del fiume e da allora s’incontravano di nascosto. Si amavano, le differenze poco contavano. Dopo quella notte nessuno vide più Michele e nessuno dentro le mura conobbe Soraya, fuggirono lontano in quella notte di luna piena per vivere insieme il resto delle loro vite.

Tornò il giorno, e la fanciulla si sentì avvilita e amareggiata. Il vecchio, che si era appoggiato alla parete per riposarsi, si avvicinò e le disse – Bambina mia, cosa c’è che ti turba? Alla fine Michele e Soraya hanno vissuto felici e contenti. – La ragazza rivolgendo il viso all’anziano amico rispose – Ma tanti altri hanno dovuto rinunciare all’amore, per via di stupidi pregiudizi, per leggi razziste -. L’anziano sospirò – Erano altri tempi, piccola mia. - Ma la ragazza non era convinta e con le lacrime agli occhi, pensando a tutti i cuori infranti e alle amicizie mai nate, aggiunse – Non importa che anno fosse, la gente può essere, e deve essere migliore di così.- I singhiozzi le impedirono di parlare e come un vecchio nonno, l’uomo la abbracciò per consolarla.

Ripresero il cammino, ma il calore del sole alto nel cielo e la stanchezza cominciavano a farsi sentire. Camminarono per i vicoli e le viuzze del centro storico, quasi deserto, senza nemmeno parlare.

-       Perché non andiamo a visitare la torre?- disse il nonnino, ma la ragazza ancora rattristata non rispose, comunque seguì il vecchio fino alla sua nuova meta.

racconto anima 2

 

Una torre solitaria si ergeva sull’estremità est del centro storico, lì in un tempo non troppo lontano era ubicato un castello, dimora di signorotti che facevano in quel borgo il bello e il cattivo tempo. La fanciulla toccò la pietra, ma questa non vibrò come aveva fatto quella del ponte romano. Si voltò per chiedere spiegazione alla sua guida, che, sorridendo, la invitò a salire fino in cima. La ragazza tentò di aprire la porta ma questa era chiusa con un grande lucchetto; ancora una volta si girò per chiedere aiuto al suo accompagnatore e questi, nuovamente senza parlare, le indicò la tasca della gonna, stranamente rigonfia. La fanciulla mise la bianca mano nella tasca e vi estrasse esterrefatta una chiave, con cui poté aprire la porta e giungere sulla cima.

Il cielo era azzurro, le nuvole erano sparite, dall’alto si poteva ammirare la città intera con le migliaia di abitazioni che custodivano storie e persone. E d’un tratto ebbe luogo un'altra magia: intorno alla torre si eresse nuovamente il castello, con le sue torri e le sue spesse mura terminanti con delle merlature, con il cortile brulicante di domestici indaffarati a sbrigare ogni tipo di faccenda. C’era chi strigliava i cavalli e chi faceva ritorno dal pozzo con secchi ricolmi d’acqua, c’era la balia che rincorreva i birbanti signorini. In cima alla torre oltre alla fanciulla travestita da dama vi era la signorina Beatrice Guevara.

-  Presto dovrò sposarmi. - disse la contessina

- Non ne siete felice?- ribatté senza nemmeno accorgersene la fanciulla travestita da dama seicentesca.

Per la prima volta in quella giornata oltre ad assistere alle epoche passate, poteva farne pienamente parte.

-       Oh certo, il mio futuro sposo, a dire di mia madre, è buono e gentile. E inoltre per me è un onore fare il volere di mio padre. Ma se a me fosse riservato un altro destino, se avessi la possibilità di percorrere un'altra strada…?-

A tale domanda per la contessina non vi fu risposta, il futuro è qualcosa d’incerto e misterioso che prende forma minuto dopo minuto, diventando presto passato. Se la giovane non si fosse sposata, l’intera città avrebbe avuto un’altra storia. E mentre la figura della Guevara svaniva, ai piedi del castello il popolo insorgeva stanco dei soprusi dei potenti, spagnoli o francesi che fossero. E passarono i secoli, e giunsero tempi nuovi per la vita cittadina. La giovane scese dalla torre e ritornò sulla sua strada; se la sua città avesse avuto un passato differente ora, lei sarebbe stata lì? –Si!- rispose il vecchio, ma la fanciulla non aveva parlato ad alta voce, com’era possibile allora? L’uomo proseguì – Tu saresti stata qui comunque, magari non con quest’aspetto e con questi abiti, ma ci saresti stata- La fanciullina aprì la bocca, ma il vecchio la fermò prima che potesse parlare –Non chiedermi il perché. Quello tocca a te scoprirlo. - Allungò il passo e prese le distanze, affinché la ragazzina non gli ponesse altre domande.

Arrivarono nei pressi del palazzo cittadino, dove all’ingresso vi era un leone in tutta la sua fierezza, la ragazza si avvicinò e concentrò lo sguardo sugli occhi di quel leone che, come d’incanto, prese vita, salutando con un ruggito la ragazza, che, tremante, indietreggiò.

- Non spaventarti mia piccola amica, io sono come te parte di questa piccola città.

- Sei l’anima di questa città?

- Oh no, quel ruolo non mi appartiene, io la rappresento solamente, ma ti dirò una cosa: Se l’anima vuoi trovare, dentro il cuore devi cercare.-

Un vento leggero scompigliò la bionda criniera del leone e i lunghi capelli della fanciulla. Bastò un secondo e il leone s’immobilizzò ritornando di ferro. La giovane si girò in cerca dell’anziano nonnino, ma questo si stava allontanando.

-       Dove vai? Aspetta…aspetta- gridò rincorrendolo lungo la discesa che portava al muraglione. Il vecchietto giunse vicino alla statua del Santo patrono e si sedette sulla panchina lì accanto, riaccese la pipa e, chiudendo gli occhi alla luce del sole pomeridiano, prese una bella boccata. Poi cominciò a parlare.

- Questa è terra di contadini, scottati dal sole nelle vigne, che producono il buon vino che disseta i lavoratori alla fine delle lunghe fatiche negli orti. Questa è la terra delle donne, prima figlie, poi mogli e poi madri, che governano le famiglie con grande amore. Questa è la terra di gente che è stata troppo a lungo assoggettata. La terra di briganti fuggiti nei boschi, che hanno difeso con le armi la terra, in cui sono nati e cresciuti e nella quale volevano metter su famiglia.

Questa è la terra di operai, emigrati in ogni parte dell’Italia e del resto del mondo come la Germania, il Belgio e l’America. Questa è la terra di giovani che non sanno cosa fare in questa terra desolata, che vorrebbero solo andar via, ma questa terra, la tua terra, ha bisogno di tutti voi.-

Il sole stava per tramontare e lasciare il posto alla regina della notte, la bianca luna, con le sue stelle ancelle. Anche il caldo vento si era trasformato in un freddo soffio, che scuoteva gli alberi in fiore facendo cadere i loro petali rosa e bianchi.

Il vecchio si alzò, si levò la coppola e, chinando il capo, salutò la giovane, e poi se ne andò fischiettando una tarantella mentre faceva roteare il suo bastone di canna.

La fanciulla, affaticata dalla lunga camminata, si avviò verso la sua casa ai bordi della città. Il passo non era più goffo o incerto, ma sicuro e deciso. Ora non solo guardava la città: riusciva a vederla per com’era veramente. Alcuni bambini giocavano con un pallone, mentre le sorelline e i fratellini più piccoli erano spinti sull’altalena dai loro genitori, stanchi dopo una lunga giornata di lavoro, ma felici. I giovani passeggiavano chiacchierando e ridendo, sperando presto che finisse la scuola per uscire tutti i giorni. Gli anziani erano seduti qua e là sulle panchine di quello che un tempo era stato un orto botanico e che ora era un parco. Parlavano del passato, di come prima, nonostante tutto, nonostante la guerra e la povertà, si stesse meglio. Alla fanciulla sembrava di aver vissuto anche quel tempo, di aver pianto i suoi fratelli morti, i cui nomi erano incisi sulla facciata della caserma militare. La strada era ancora lunga verso casa, ma cosa importava se avesse dovuto camminare ancora. Le diverse vie non erano mai state così magiche e affascinanti, brulicanti di vita e di storia. E intanto ripensò all’indovinello di quel leone parlante: in quale cuore avrebbe dovuto cercare? Ogni risposta le pareva troppo sciocca o banale, ma, ad un tratto il mondo si fermò, come se tutti si fossero congelati eccetto lei, che, stupefatta, si guardò intorno. Forse la risposta era più semplice di quanto credesse, in quale altro cuore avrebbe potuto guardare, se non nel suo?

Chiuse gli occhi, trasse un profondo respiro e fu presa in un vortice veloce e disordinato, che la riportò indietro nel tempo, quando quella città non era solo che un piccolo villaggio. Poi cominciarono a esser costruite altre case, e di conseguenza delle strade, poi i ponti per unire e le piazze per essere animate dalla vita quotidiana e dalle feste. La gente eresse chiese, proclamò santi. Alzò le mura per proteggersi, ma lasciò sei varchi per poter accogliere qualsiasi fratello lontano che tornasse a casa o che giungesse in cerca di una nuova dimora. Accolse principi e signori, dandogli una stabile dimora in un possente castello. Poi, non contenta, cambiò il suo destino e, annettendosi alla nuova Italia, costruiva un nuovo palazzo per il governo cittadino. Visse le guerre e fu privata dei suoi uomini, tornati talvolta in una bara, talvolta disertori.

Conobbe il boom economico e le sue innovazioni e crebbe fino a scendere dalle montagne alla piana del fiume. Aveva accolto, ma aveva dovuto spesso salutare i suoi giovani figli, che partivano in cerca di fortuna, senza più tornare.

Ecco chi era la dolce fanciulla: l’anima di un capoluogo nel cuore del Mezzogiorno, molto spesso dimenticato dal mondo. Non aveva dato i natali a chissà quali personaggi, ma aveva tanti cittadini, gente buona e onesta. Non ha nemmeno tanti monumenti, o un paesaggio mozzafiato, ma è comunque assai speciale per tutti coloro che se ne vanno, e, nonostante una vita migliore, ricordano con un mezzo sorriso le passeggiate il sabato sera in Via Pretoria.

Non è certo la Superba Genova, o la Serenissima Venezia, ma è la Mia Potenza.

Laura Coviello

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