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Domenica, 09 Ottobre 2016 22:37

Prima e dopo l’Arte

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osservare «L’arte non è più possibile in quanto evoluzione storica progressiva»,

scrive Arthur Danto nel suo saggio filosofico-artistico “Dopo la fine dell'arte” che, secondo l’autore, avvenne quando la Pop Art reputò ogni oggetto ed ogni forma comunicativa degna di essere considerata arte, riproducendola in ogni suo particolare, tanto simile all'originale che era quasi impossibile a volte comprendere quale era l'oggetto di uso comune e quale invece il pezzo d'arte.  Da fonte esclusiva di piacere visivo ed intellettuale, l’arte è diventata un campo di ricerca fine a se stessa e anziché essere regolata da precetti canonici, oggi come oggi non ha più precetti fissi. In poche parole, tutto è arte o per lo meno tutto può divenire oggetto di ricerche estetiche. Una volta non era così: per decine di secoli, infatti, l'arte era prima di tutto fonte di comunicazione. Poi, grazie al primo storico dell'arte, il Vasari, gli esecutori di opere visive iniziarono ad essere considerati artisti a tutti gli effetti, ad iniziare da Giotto e la pittura e la scultura iniziarono ad essere valutate massimamente, quali origini di piacere intellettuale, senza mai dimenticare però, il loro scopo comunicativo. Fu solo con l'avvento degli Impressionisti che i filosofi e gli esteti ne decretarono la fine imminente dato che la pittura stava rinunciando al suo ruolo di narrazione e al suo posto i loro autori creavano opere fini a se stesse. Fu soprattutto Hegel ad annunciarne, ma solo in parte, la fine nelle sue lezioni di estetica: “Per tutti questi riguardi l'arte, dal lato della sua suprema destinazione, è e rimane per noi tutti un passato. La considerazione di cosa è arte dev'essere riformulata completamente”. Non si tratta più per il filosofo e critico d'arte statunitense di arte cultuale e comunicativa come la si intendeva nel Rinascimento, non si tratta più di arte da contemplare come la intendevano i filosofi del '700 e tanto meno non si tratta più di arte a sfondo filosofico concettuale in cui l'opera era da considerare solo rispetto a se stessa. Si tratta ormai di una nuova e libera maniera di fare arte senza più assurde barriere fra generi artistici, ogni artista può, da ormai trent'anni abbondanti, produrre ogni tipo di oggetto artistico: dall'installazione al video, dalla pittura con oggetti tridimensionali al suo interno, alla land art e così via, senza più vincoli costitutivi. Oggi l'arte attraversa una profonda crisi di identità e
si è andata progressivamente definendo una frattura tra individui che parlano linguaggi incomprensibili l'uno all'altro, gli artisti ed il loro pubblico, con uno scollamento tra mondo dell'arte e realtà sociale che oggi, sotto molti aspetti, rende l'arte estranea all'uomo al quale non è più in grado di dare risposte.  Pur nella confusione linguistica che ci circonda, è facile capire che in realtà ciò che oggi va messo in discussione non è l'arte, ma il criterio di giudizio con il quale affrontarla.
Qualunque cosa sia l'arte, non è più fatta per essere soprattutto guardata. Forse scrutata ma non soltanto guardata e, con la liquidazione della cornice e del concetto di bellezza, qualunque oggetto rischia di essere considerato un’opera artistica. Eppure mai come oggi l'arte ha avuto libertà di esprimersi e mezzi per farsi conoscere, mai come oggi l'arte è stata tanto presente nelle nostre vite, almeno quantitativamente, e mai come oggi è stata inutile: probabilmente ha ragione Alessandro Tempi  quando dice che "L'arte è come la tecnologia: oltre un certo limite, essa si impadronisce dei bisogni che l'hanno fatta nascere e non li serve più, ma al contrario se ne serve per continuare ad esistere solo per se stessa."

La differenza fondamentale fra strumenti tradizionali ad impronta artigianale, e i nuovi mezzi digitali, è costituita sostanzialmente dal fatto che questi ultimi possiedono una loro "intelligenza", che si attiva attraverso l'applicazione di programmi di funzionamento anche molto complessi, con i quali l'utente, in questo caso l'artista digitale, si deve relazionare: non è necessario "conoscere" i segreti del programma, basta saperlo "usare". Una delle caratteristiche principali di queste nuove tecnologie è la loro base visiva, poiché esse pongono al centro della comunicazione e della elaborazione l'immagine addirittura favorendo l'espressione e le comprensione dell'opera d'arte visiva: in tal modo non decreterebbero la fine dell'arte, ma semplicemente la fine del concetto di arte al quale sino ad oggi abbiamo fatto riferimento. Ma, nel momento in cui un apparato tecnico si sostituisce alla mano dell'artista nel produrre immagini, questa visione dell'arte viene radicalmente messa in dubbio. L'unico mezzo per riaffermarla consiste nella negazione dell'attributo di "arte" a queste nuove forme di rappresentazione. Ma se esse non sono arte, e se d'altra parte la loro diffusione sociale è inarrestabile, allora è l'arte stessa ad essere prossima all'estinzione o meglio al superamento della sua concezione idealistica. Probabilmente vedremo nelle gallerie, invece di quadri, monitor su cui i collezionisti alterneranno la propria raccolta di files, come conservarli, come se ne può fruire, che fine farà il concetto di esclusività per qualcosa che può essere copiato molto facilmente. D’altronde, la modernità è tensione, curiosità, aspirazione in grado di trasformare un momento di cambiamento in un momento di crescita e di rinnovamento attraverso una società che "fa della crisi un valore" e prima o poi anche l'arte digitale avrà il suo.

Serena Gervasio

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