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Mercoledì, 22 Gennaio 2020 09:09

Il nulla nell’arte

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osservare 1

Può sembrare una contraddizione in terminis ma non lo è. Il nulla nell’arte rappresenta un concetto che trova nella filosofia il suo fondamento.

 

Da Parmenide a Hegel a Heidegger a Sartre, il tema si pone quale dicotomia tra l’essere e il nulla, ossia tra l’essere e il non essere. Ma secondo la dottrina appena citata il nulla deriva dall'essere stesso e viene all'essere ad opera dell'essere dell'uomo. Dunque la realtà umana, l'Esserci, è il fondamento unico del nulla nel seno dell'essere. Nell’arte il nulla si esplicita attraverso l’azione dell’artista che cerca in essa il fondamento dell’”esserci”. Nella fotografia, nelle arti figurative e nella scultura, la ricerca del nulla corrisponde all’idea di rappresentare ciò che veramente è, eliminando gli eccessi e riportando alla luce il messaggio che l’opera d’arte vuole comunicare. E’ togliere il superfluo, l’ostentazione, ciò che può contaminare. E’ restituire quella eloquente nudità che solo un’immagine ripulita può offrire. E’ sgombrare il campo d’indagine da quegli orpelli ridondanti che distolgono l’attenzione dell’osservatore. E’ insomma il nulla che costruisce il tutto. Diceva Paul Klee che “l'arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”.

Un po’ quello cha faceva con la fotografia Lewis Baltz, tra i maggiori artisti-fotografi contemporanei nord americani. Esponente di spicco del movimento New Topographics della seconda metà degli anni 70, il suo lavoro si concentrava nella ricerca della bellezza nei paesaggi desolati e distrutti. Fotografie in bianco e nero, assolutamente minimaliste, che raccontano l’architettura del paesaggio umano con uffici, fabbriche e parcheggi in primo piano, ma anche l’anonimità, le abitazioni e gli insediamenti. In 84 scatti documentò uno spazio pubblico vicino al Candlestick Park rovinato da detriti naturali e dall’intervento umano. Un lavoro che se da un lato mostrava il declino tecnologico e industriale, dall’altro metteva in evidenza il ruolo e l’obiettivo dell’artista. 

“Non volevo avere uno stile. Volevo che la mia fotografia fosse muta e distante da sembrare la più obiettiva possibile. Ho provato a non mostrare un punto di vista. Pensavo a me stesso come a un antropologo di un diverso sistema solare. Quello che mi interessava di più era il fenomeno del luogo. Non la cosa in sé, ma l’effetto di essa: l’effetto di questo tipo di urbanizzazione, l’effetto di questo tipo di vita, l’effetto di questo tipo di edificio. Che tipo di nuovo mondo veniva costruito?”, scriveva Baltz.

Un lavoro concettuale diretto a cogliere e rappresentare il vero volto del paesaggio fatto di valori, di aspirazioni, di paure, di distillato di umanità. Quella che mostrava era l’essenza vera di un paesaggio, il suo intrinseco significato culturale. Un racconto reale e realistico che affrontava la verità senza timori e offuscamenti: “ogni verità è un percorso tracciato attraverso la realtà” diceva il filosofo Henri Bergson. E sembra che il fotografo Baltz facesse proprio questo.

Scrive di lui Gabriele Drago: “Il nulla strabordante presente nella concretezza degli elementi diventa il soggetto della fotografia sollevato dall’incarico di comunicare qualcosa che non sia la sua inconsistenza.” L’articolo pubblicato sul blog Artwork mette in evidenza proprio questo rapporto tra il fotografo e la fotografia, riprodurre ciò che essa veramente è, la concretezza del suo “essere”, la concretezza del nulla.

Eva Bonitatibus

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Eva Bonitatibus

Giornalista pubblicista

I libri sono la mia perdizione. Amo ascoltare le storie e amo scriverle. Ma il mio sguardo curioso si rivolge ovunque, purché attinga bellezza e raffinatezza.

La musica è il mio alveo, l’arte la mia prospettiva, la danza il mio riferimento. Inguaribile sognatrice, penso ancora che arriverà un domani…