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Lunedì, 17 Luglio 2017 17:30

If these walls could talk

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osservare 1

C’è qualcosa intorno a noi e spesso nemmeno ce ne accorgiamo: è l’esigenza di un comunicare diverso, magari un po’ ribelle, lontano da internet, distante dai social network. Sono le scritte sui muri dove si erge qualcosa di più profondo, qualcosa che va oltre la politica e l’antipolitica, lo sport e l’ordine.

 

Se i muri potessero parlare racconterebbero della voglia di rinascere, di cambiare, di lottare, di evadere. La scrittura, quella incisa sui muri, si va ad aggiungere a tutte quelle pratiche del quotidiano a cui dà voce l’eroe di tutti i giorni. Un’esposizione sicura o assicurata, anche se quasi sempre illegale. È illegale il supporto, perché è illegale il luogo. E viceversa. Il supporto è di solito una superficie urbana, un muro di un edificio, la parete di un bagno pubblico: una superficie in cui si può incidere o graffiare. L’elemento persistente e spiazzante è che si tratta di un tipo di scrittura che libera la voce, una voce potente. E lo fa senza mediazione. Ti coglie. Non ti coglie. Ma comunque la devi oltrepassare, attraversare perché è parte dei luoghi. La scritta è nella città. Ognuno vi incrocia il suo sguardo. Una voce si rinnova nel graffito perché si sente un timbro. A volte è un urlo graffiante ai limiti dello squarcio, uno spasimo di dolore o di amore; a volte il tono è della confessione, sussurrato, delicato e inerte. E questa voce incisa, tra ciò che è visibile e ciò che è udibile, abita lo stesso tempo del desiderio. Le scritte sono anonime, non sono firmate. È come se l’iper-esposizione cancellasse la necessità di un soggetto, o di un autore. E questo le fa divenire di tutti, di chiunque. Un coro.

osservare 2

Chi ci sta dietro queste frasi, questa infilata di parole spesso mal scritte, sproporzionate, volontariamente o involontariamente scorrette, oppure precise, sintetiche, scelte o, ancora, storte, minute, titaniche, accurate o invadenti...non lo possiamo sapere. Non c'è autore in queste voci, né spesso alcun intento autoriale o artistico. Chi decide di incidere parole su un muro lo fa per non parlare solo a se stesso, perchè quel muro è anche suo ma non solo suo. Lo fa per mettere nero su bianco quel raggio di pensiero o l'intera costellazione di un discorso nel suo passaggio dal privatamente stridente al pubblicamente invadente, per disturbare, richiamare l'attenzione su qualcosa che non vuole riguardi solo lui. Qualcosa che spesso suona come già sentito, che ripete, che è contro o a favore, qualcosa che spesso non ha alcuna pretesa in più dell'essere lì, su quel muro, qualcosa che spesso assume più valore per chi legge. Per chi scrive è nel gesto l'essenza prima del segno, è nell'atto del fare più che del dire. È il grado zero della rivolta, l'urgenza di lasciare un segno. Una sorta di diario metropolitano, memoria domestica per esprimere un’idea che abbia una vita più lunga di un appunto o un post-it. Oppure semplicemente: scrivere una frase sulla prima superficie a portata di mano, e poco importa che sia una parete, un ciottolo, il pavimento o il muro di cinta di una villa. Le immagini che testimoniano quest’atto sono immagini poetiche, una vera e propria forma d’arte che affascina, ci fa soffermare, popola le città di dediche, versi, storie di cemento e asfalto. La scritta sul muro, questo atto che nasconde ragioni diverse ma che trova nella forma e nel contesto l'urgenza e la rapidità di un gesto comune che varca il confine tra l'individuo e la comunità a cui la scritta si rivolge, ha dunque radici in un passato che va molto lontano nel tempo e non accenna ad esaurirsi. Artisti, registi, scrittori...continuano a farsi ispirare da questi enunciati che nel loro stato spontaneo e liberatorio fungono da specchio del cambiamento in corso.

osservare 3

Manca un minuto perché un giorno finisca. In un minuto si possono fare tantissime cose. Ribaltare il mondo o almeno esprimere su una superficie il desiderio di farlo o una strategia per farlo.

Serena Gervasio

 

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