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Lunedì, 20 Luglio 2015 11:12

I fuorilegge della gravità, uno.

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È stato allora, quando il Principe dei cantautori italiani, chiamato fuori per la terza volta dalla platea della Cavea in piedi e festante, ha ricominciato a cantare con contentezza evidente, e la band con lui a musicare, in una serata in cui gli arrangiamenti freschi, gli spunti inusitati, personali, diretti, emotivi e liberi s’incaricavano di mandare allegramente in pezzi la composizione autorevolmente autorale della sua tradizione, è stato allora che tra i giochi delle luci sul palco di fronte alla calda sera romana coccolata tra le architetture morbide dei volumi di Renzo Piano, e le luci di segnalazione di un aereo basso e lento nel cielo che verosimilmente s’accomodava per l'atterraggio, è stato allora che mi è tornato alla mente lo Chagall che avevo ammirato settimane prima al Chiostro del Bramante, ed è stato quello il momento in cui credo d'aver compreso qualcosa di entrambi. Tele di Marc Chagall ne avevo ammirate per la prima volta da ragazzo a Parigi, al Beaubourg, altra splendida creatura di Renzo Piano, tranquillamente rivolta verso il quartiere di Les Halles. Semplicemente mi avevano già allora incantato l’intensità intima dei colori, il tratto bambinesco, la composizione da compito di disegno di quel che vedevo, che pareva volesse metter vicine diverse figurine care all’artista, racchiudendole in un orizzonte onirico, romantica come sono romantici soltanto i discorsi dei matti. Questi innamorati, queste donnine vestite col vestito buono, e questi viandanti che volano, e poi i fiori, i fiori... Ora, qui, al Chiostro del Bramante a Roma, in una esposizione intitolata Love and Life, dal 16 marzo ed ancora fino al 26 luglio 2015, avevo ritrovato il suo tratto e i suoi colori, e con essi l'immediatezza della narrazione. Chagall l'ebreo, Chagall il russo, Chagall lo sposo innamorato della sua Bella Rosenfeld, con lui ritratta, come sempre sospesa nell'aria. L'allestimento presenta poche tele, e però documenta efficacemente lo Chagall illustratore della Bibbia, l’illustratore delle fiabe di La Fontaine, l’illustratore delle Anime morte di Nikolaj Gogol’, facendoci quasi toccare con mano la passione che prese l'artista per le tecniche dell'acquaforte e della litografia. In tutte queste illustrazioni il tema e la cifra emotiva dominanti rimangono la gioia per le cose del mondo, ricondotto ai termini primi dei costumi – della povertà? – rurali, del paesaggio russo a lui tanto caro, della natura, e dei riti della tradizione ebraica.image1 Quanto a me, mi son ritrovato a tornare sui miei passi fino ad una delle prime tele in esposizione, quella superba Sopra Vicebsk, gouache e matita colorata su cartone, davanti alla quale credevo finalmente d’avere intuito. Il viandante che sta a mezz’aria sulle strade innevate del paese è, certamente, un richiamo al mito leggenda dell’ebreo errante, e però, in buona compagnia con le spose dei militari o dei contadini, o delle caprette, o di altri animali da cortile, o degli amanti, è simbolo della levità, della gioia, che non s’ha modo più efficace – e tenero, mi si passi – di tradurre in immagine che quello di renderla vittoriosa sulla gravità. Questi esseri son sospesi in aria perché sono felici, sul punto anche il didascalico commento alle opere in mostra mi dava poi ragione. C'è un colore anche per il dolore, per la nostalgia ed anche certamente per l'assenza, e per la mancanza, ma lo stare al mondo ed il farne esperienza, senza farsi per questo schiacciare al suolo, non certo senza dare peso alle cose, anzi considerandole, tutto questo vince la gravità.  Così, come nel gioco allestito in una saletta della mostra, dove con dei magneti si ritrovano sospesi alle pareti, e variamente componibili dal visitatore, l'animale da cortile, e i fiori, e il preferito agnello, e il torrione, la sposa, il viandante, i simboli stessi dello Chagall conosciutissimo pittore, così come i versi già perfetti,image2 oggi disarticolati in baldanzosi contrasti ritmici e metrici delle canzoni di Francesco de Gregori, pur toccando – come non si potrebbe? – anche le più dure asperità del mondo, così si può vincere la gravità suonando e dipingendo non in battere, ma in levare. E il non disambiguare, ancora una volta, a chi scrive è grato.

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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