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Martedì, 04 Aprile 2017 15:53

Eterno presente

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Ritratto e autoritratto sono stati nel tempo della storia dell’arte, tramiti attraverso i quali gli artisti hanno sperimentato, sperimentano e, di sicuro, sperimenteranno cambiamenti di stile.

Nuove fasi concettuali, diverse impostazioni mentali per rimanere però sempre fedeli a sé stessi, a quella immagine enigmatica e incorruttibile del proprio volto, così come di quello del rappresentato, in una sorta di doppio ruolo di rifrangenze e riflessi, dove a volte, soprattutto nel contemporaneo, diventa sempre più difficile legittimare il rappresentato dal rappresentante. Un volto, un corpo, non sempre associati, un concetto creativo, il media artistico e il se stesso riprodotto nel segno dell’arte, tanto da arrivare alla Vera Icon, “vera immagine”, alla quale guardare e dalla quale lasciarsi guardare. E il volto e il corpo dell’artista diventano specchio del Sé e dell’arte, ma anche doppio, più o meno esplicitato, riflesso e alter ego, di modo che l’opera finisce appunto per diventare volto e corpo dell’arte. Nel dipinto di Caravaggio, il Narciso si proietta fuori di sé e ama ciò che è dentro di lui, anche oltre i limiti del proprio stesso corpo e quindi del proprio Sé. Non solo quindi allo specchio ma nello specchio stesso. Narciso, precipitato oltre lo specchio dell’acqua, trova inaspettatamente davanti a sé un altro specchio nel quale è riflessa la propria immagine, e così di seguito, all’infinito. Allo specchio, che sa comunque distinguere la propria maschera d’obbligo dal proprio io, non si guarda: si vede. Nell’arte moderna l’autoritratto è morto. Liquidato insieme con la più ampia idea di genere, è tra quei soggetti che non ci si aspetta più di vedere. Kozloff, infatti, sviluppa il suo saggio, al contrario dell’incipit, intorno alla teoria della rinascita dell’autoritratto stesso in ambito però performativo (primi anni Sessanta), con l’esposizione e manipolazione in diretta, dal vivo, del corpo degli stessi artisti, in modo da divenire esso stesso “corpo” dell’arte contemporanea. E ancora, come nel caso di Gilbert & George, qualcosa d’altro da Sé, per divenire appunto il doppio artistico di sé stessi. Un doppio banale, stereotipato e omologato, per outfit e atteggiamento, rispetto all’immagine tipica, usuale, alla quale gli artisti si ispirano già dalla fine degli anni Sessanta, concentrando la loro attenzione direttamente sul loro corpo. Nella creazione della loro performance continua, però, è soprattutto negli anni Settanta, che inizia a rivelarsi il senso stesso della messa in scena del proprio Sé corporale, lo ripetiamo, specificatamente diverso da quello reale della loro quotidianità. Rappresentazione di Narciso al contrario? E comunque di un rovesciamento del mito si tratta, stigmatizzato proprio dal loro volto e dal loro corpo in scena. Del resto, nel corso degli anni Sessanta-Settanta, sempre più esplicito diviene il gioco performativo degli artisti intorno e/o per mezzo del proprio corpo e volto, in una sorta di esaltante e a volte pericoloso autoritratto vivo e continuo, con pratiche diffuse che implicano la stessa manipolazione fisica del loro corpo. Dall’automutilazione ai ferimenti, con prove di resistenza fisica ai limiti del masochismo, a volte fino a rischiare la morte dell’artista stesso. Si continua così a ricercare, esprimere il proprio Io attraverso la sua stessa iconizzazione, anzi, che sembra ormai circoscrivere fatalmente il nostro presente. Anche sul piano virtuale  come avviene con la pratica del selfie, nella sua totale invasione del mondo sociale, culturale e, in parte, anche artistico contemporaneo tanto che il nostro rapporto con lo specchio e con l’Io è andato profondamente mutando in un lampo cronologico. Il riflesso che lo smartphone il tab, l’iphone, ecc., rimanda di noi all’esterno, dall’intimità dei nostri spazi quotidiani al clangore dei social, ha fatto in modo, come scrive Douglas Coupland, «di vedere come si guardano gli altri allo specchio facendo la faccia fascinosa quando non c’è nessuno se non fosse che di questi tempi c’è sempre qualcuno, in ogni posto e in ogni momento», trasformandoci così in prodotto. Più o meno esplicito, più o meno veritiero, ma comunque prodotto da postare, esporre, guardare e da spingere a guardarlo, in una vera e propria “istigazione” alla visione. La questione quindi, lo ripetiamo, è sempre e soprattutto sociale, se non socio-culturale, nel momento in cui assistiamo al passaggio da un ruolo passivo a un ruolo attivo del pubblico, rispetto alla riproduzione e diffusione del volto e del corpo nella società. Tornare quindi ad analizzare il volto e il corpo nell’arte contemporanea, con focus sul volto e il corpo dell’artista che si auto-rappresenta e/o, a sua volta, è rappresentato, diventa anche un modo per approfondire e dimostrare, nel concreto dell’arte stessa, quella che storicamente è definita come “pittura di genere”, con riferimento appunto all’autoritratto e al ritratto e, se vogliamo ampliare la denominazione attualizzandola, al selfie. L’artista contemporaneo, proprio tramite il suo auto-rappresentarsi, si pone, nei confronti della realtà personale, come il ri-guardante, così come, da parte di quella del pubblico, il guardato. Per non essere più quello che è ma per quello che vuole essere, o meglio quello che decide di essere, di porsi, nei confronti dell’esterno del Sé. Come scrive Nietzsche, alle origini della visione egocentrica del mondo occidentale contemporaneo, «Dunque si infrange lo specchio, e si gode poi la nuova immagine del proprio io».

Serena Gervasio

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