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Mercoledì, 06 Dicembre 2017 14:16

ANIMA MUNDI

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animaMundi

Pirografie di Giusy Busco.

Pur essendo annoverata a tutti gli effetti tra le tecniche incisorie, la pirografia (ovvero la scrittura con il fuoco) non è finalizzata soltanto alla realizzazione di matrici

per la produzione seriale di multipli (mediante pressioni calcografiche, la cosiddetta xilografia) ma rappresenta, essa stessa, una delle forme espressive dell’ornato, nelle arti visive.

La pirografia è il linguaggio creativo adottato da Giusy Busco: giovane artista, originaria di Casamassima, selezionata per la prima edizione della BiBart - Biennale Internazionale di Arte contemporanea di Bari e area Metropolitana che si è svolta a Bari (2016/2017) sul tema “La Ragione dell’uomo”. In quest’occasione - nel gennaio del 2017 - si è aggiudicata il Premio della Giuria Popolare. In precedenza, nell'aprile del 2016, le è stato attribuito, ex aequo, il primo premio nella "Mostra Concorso d'Arte Contemporanea Ritratti dall'Arte" che si è svolta, anch’essa, a Bari. Con l’opera “Anima Mundi” è stata selezionata per la finale del Premio Gian Franco Lupo "Un sorriso alla vita” che si è tenuto a Matera il 28 settembre 2017. Con l’opera intitolata “La disfatta del male” (pirografia su pioppo, 100x80) Giusy Busco si è classificata prima - nella sezione grafica - del “Premio Internazionale Notti Sacre D'arte” che si è svolto a Orta Nova, in provincia di Foggia, l’8 ottobre 2017.

La pirografia è una pratica manuale assai complessa perché non consente ripensamenti da parte dell’autore. Se un segno è tracciato sul legno (che può essere di: abete, acero, agrifoglio, bosso, carpino, castagno, ciliegio, corniolo, faggio, frassino, limone, mogano, noce, pioppo, platano, quercia e tiglio) difficilmente può essere ripreso. La stessa cosa che accade nel suiboku (disegno a inchiostro diluito) che è ampiamente praticato in Giappone, su tradizione dell’antica Cina. Occorre, dunque, calcolare tutto anzi tempo: prima che la mano vada a tracciare il segno all’interno del piano prospettico dell’opera. E bisogna agire di getto. Albrecht Dürer conosceva bene questa tecnica, quale prolungamento della xilografia finalizzata - come si accennava prima - a costruire delle matrici di legno per la produzione di stampe seriali. Nella fattispecie, il pittore, incisore, matematico e trattatista tedesco, realizzò delle opere dedicate al mistico e al sacro; alla stessa maniera di Giusy Busco che a questi temi ha dedicato, ad esempio, le opere intitolate: “Devotio” (pirografia su pioppo, 50x70) e “Eternity” (pirografia su pioppo, 55x75).

Il legno preferito da Giusy Busco, per i suoi lavori, è il pioppo giacché – come lei afferma testualmente – “è un legno morbido, con poche venature”. Questa giovane artista ha iniziato la sua esperienza creativa nel 1994, in una bottega artigiana per il restauro di mobili antichi. La passione vera e propria per la pirografia, quale tecnica espressiva, è nata in lei nel 2008. Da allora ha iniziato una sperimentazione creativa in grado di allargare i suoi orizzonti artistici, svolgendo lo sguardo al senso accademico/classico della forma e all’equilibrio spaziale della composizione. A guardare i temi della sua più recente produzione e i soggetti da lei trattati (tronchi d’albero, busti umani e corpi di animali) appare evidente che Giusy Busco ha rivolto la sua attenzione verso gli artisti classici. E questo per un bisogno, suo intimo, di dare una corposa “struttura estetica” alla sua ricerca immaginifica. In alcune sue pirografie si avverte l’afflato - ad esempio - di Albrecht Dürer che è stato uno dei primi artisti a fare uscire la pirografia dalle normali pratiche dell’artigianato nel tentativo - certamente ben riuscito da parte sua - di darle una piena dignità artistica.

Prima di lui la pirografia non era stata particolarmente praticata tra gli artisti, quanto piuttosto tra gli artigiani: come ad esempio tra i liutai che con il fuoco firmavano i loro manufatti. Altri tentativi di dare pieno “decoro immaginifico” alla pirografia risalgono al Medioevo, con sviluppi successivi all’inizio del Rinascimento. È questo il caso del pittore e incisore olandese, Rembrandt che usava, però, questa tecnica nella sua variante xilografica. Ci sono testimonianze e reperti che indicano che la “scrittura con il fuoco” è stata praticata, in origine, dagli Egiziani e da alcune tribù dell'Africa: come i Cabili, i Berberi e i Tuaregh. Il ritrovamento più antico che è stato ritrovato è quello di un manufatto pirografato, che fungeva da contenitore. Esso è stato rinvenuto a Nazca - nel Perù - e reca - al suo esterno - delle immagini di fiori e colibrì. Il recipiente in questione risale al 700 avanti Cristo. In generale la pirografia è stata praticata dalla gran parte delle popolazioni dell'America del Sud. E non solo da queste. Anche in Europa essa è stata molto ottemperata. E lo è ancora adesso, specie da parte degli artigiani: su materiali di natura diversa come il legno, il cuoio e il sughero. Pensando a questi materiali, il pensiero va in Sardegna, dove c’è un’ampia tradizione di oggetti incisi a fuoco.

Una pratica, questa, che rimanda a quel “qui etnico” e a quel “dove antropologico” che Giusy Busco amplifica nel doppio concetto di “anima mundi” e di “genius loci”: intesi come “topoi antropici” dal “valore archetipale” della materia e simbolico degli elementi. Ed ecco che nelle opere di Giusy Busco il modello di “anima mundi” si associa: sia al concetto di energia e di “essenza vitale” (che si sprigiona da un determinato luogo) e sia, anche, alla “dimensione strutturale” e sincronica della storia: intesa come contenitore di memorie e di ricordi, impressi nei segni. Il “genius loci” che emerge, invece, dalle opere di Giusy Busco è quello che si manifesta nei “fremiti” impercettibili della materia - nella fattispecie del legno - e nei “palpiti” della forma incisa, attraverso il fuoco; oltre che nelle “tensioni ornate” della figura disegnata.   

A corredo di questa sua mostra personale al Circolo Culturale Gocce d’Autore di Potenza, c’è da aggiungere che la pirografia ha rappresentato – almeno fino a questo momento - un linguaggio di nicchia, appannaggio di pochi artisti. In passato, in Inghilterra la massima espansione di questa tecnica si è avuta durante l’epoca vittoriana. E si è radicata in maniera più forte attraverso il movimento denominato Arts & Crafts, che fece proprie le tecniche della “Poker Art”: altrimenti nota come “Poker Work” (proprio per l’uso che si fa del ferro scaldato e arroventato, mediante il carbone reso incandescente con l’attizzatoio). Sempre in Inghilterra, questa forma espressiva ebbe, poi, degli ampi radicamenti stilistici durante l'Art Déco e attraverso lo stile Liberty e l'Art Nouveau: quali espressioni delle arti applicate, non più intese, però, da quel momento in poi, come esclusivo appannaggio dell’artigianato artistico, bensì di forme espressive di più riconosciuto prestigio, all’interno del sistema accademico delle arti visive.

A Giusy Busco va riconosciuto, senz’altro, il merito di aver creduto – e di continuare a credere - in questo genere di linguaggio estetico.

RIno Cardone

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