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Osservare

"L'Arte è il vizio: non la si sposa legittimamente, la si violenta!" ( Degas)

 

L’artista come essere umano cerca un completamento, ha un desiderio naturale di scaricare, riversare sulla tela se stesso e il suo mondo. Ogni individuo ha sempre cercato un completamento a se stesso, non solo come corpo ma anche e soprattutto come mente. L’unione e la fusione fra due entità porta inevitabilmente ad un evoluzione del pensiero singolo, che altrimenti difficilmente si sarebbe potuto sviluppare. Il pittore, per farlo, ha bisogno di trovare la sua fonte d’ispirazione o nei casi più fortunati, la sua metà. Essa o esso diventerà la sua essenza, l’incarnazione vera e propria della sua arte. Per molto tempo la funzione della modella nell’arte è stata ignorata, sottovalutata. Ma cosa avveniva tra l’artista e la modella per produrre un opera capace di far vedere contemporaneamente il soggetto e la potenza creatrice del pittore? Le donne che nel ruolo di muse e modelle hanno determinato la produzione artistica di grandi maestri, si rivelano sempre più una presenza stabile e multiforme nella vita degli artisti e spesso sono mogli, amanti, sorelle, madri, donne con cui l’artista condivide un legame affettivo e famigliare. Non deve sorprendere se la parola “modella” per decenni è diventata sinonimo di ‘prostituta’, spesso gli artisti hanno ritenuto quasi un loro diritto possederla per meglio ritrarla.

In genere si trattava di ragazze povere e senza nessuna tutela e, nell’ottocento, alcune modelle venivano prese direttamente dagli orfanotrofi. La storia dell’arte presenta diversi esempi di raffigurazione di soggetti che si sono scoperti essere amanti degli artisti autori di quelle opere, alcuni legati a vicende o curiosità sicuramente autentiche e particolari.

osservare raffaello Il primo esempio di rapporti amorosi tra artista e modello sono da riscontrarsi nel Rinascimento Italiano, in pieno ‘500 ed è quella che lega il più classico dei pittori alla più classica delle artigiane: l’amore tra Raffaello e Margherita Luti, sua modella per diverse opere. Nella sua opera ritrae la donna nella grazia e nella delicatezza di un momento intimo, infatti, si presenta seminuda, con una mano si regge il suo seno sinistro, con l’altra si copre le nudità coperte da un drappo rosso. Sappiamo che Isabella d' Este ne fu spaventata al punto da rifiutare un ritratto di Leonardo da Vinci che le pareva troppo introspettivo, troppo dentro i segreti della sua anima, e non possiamo stupircene visto che ancora oggi, pur abituati come siamo alle immagini, gli occhi e il sorriso della Gioconda continuano a turbarci.

osservare modiglianiUna coppia di amanti molto tormentata, vissuta a Parigi negli anni ’20 del Novecento è quella tra Amedeo Modigliani e Jeanne Hepbuterne. A differenza della classica modella pagata per il suo lavoro, spesso troppo accondiscendente, Jeanne fu compagna devota del pittore maledetto, tanto da convivere con lui e dargli una bambina. Ma con la morte di Modigliani nel 1920, si gettò dal balcone della sua casa a Parigi, vedendosi impossibilitata a vivere senza l’amore ragione della sua vita.

Che cosa sarebbe il lavoro di Picasso senza la ben nota relazione predatoria nei confronti del soggetto femminile, senza l'imponente desiderio sessuale che l'artista esibisce in tutta la sua opera? Dotato d’intensa ed eclettica personalità, ebbe una complessa serie di mogli e amanti durante tutta la sua vita. Continuò a produrre opere d’arte ritraendo le sue donne e l’amore con forza immutata fino alla sua morte nel 1973, all’età di 91 anni. Klimt mescolava arte e sesso. Nel suo studio viennese spogliava le signore dell' alta società, le ritraeva minuziosamente e poi, con comodo, le rivestiva sulla tela dei suoi tipici abiti-mosaico con tessere d' oro.

osservare klimt Non ci è dato sapere se andasse oltre lo sguardo; di certo Hayez lo face. Lo sappiamo perché il pittore stesso, che raccoglieva grandi successi presso le giovani della borghesia milanese, si è disegnato nel suo studio impegnato in molteplici pose di sesso. Col tempo la fotografia ha semplificato molto il rituale accorciando il tempo della relazione fra artista e persona da ritrarre e il ritratto è potuto dilagare in ogni classe sociale. Warhol è stato il prototipo di questo cambiamento: con la sua Polaroid coglieva la banalità della cronaca e da quegli scatti veniva poi il quadro. In un articolo sul Guardian, scrive Germaine Greer, una delle più importanti voci femministe nel panorama internazionale: “una musa è tutto, meno che una semplice modella: è la parte femminile dell’artista maschio, con la quale egli deve avere rapporti, se desidera concepire un nuovo lavoro. E’ lei, la musa, a penetrare il suo artista, ma è lui, l’artista, a portare avanti la gestazione, a partorire il suo lavoro, dall’utero della mente”.

 

 

Serena Gervasio

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Con l’inizio del nuovo anno non poteva non mancare, in questa rubrica rivolta al mondo dell’arte, un piccolo pensiero dedicato ai misteri pittorici legati ai dipinti che raffigurano Immagini zodiacali e astronomiche affiancate da costellazioni e cieli stellati realizzati dai più grandi pittori del nostro tempo. Fu nel Rinascimento che si ebbe la maggiore diffusione di pensieri tesi ad individuare le corrispondenze cosmiche rispetto all’uomo, in un intreccio di influssi che operano su piani diversi dove gli astri non determinano il destino dell’uomo con un meccanismo di causa-effetto, ma attraverso un’analogia tra micro e macrocosmo. Sono state numerose le raffigurazioni ispirate a questo tema che compaiono nella pittura, nella scultura, sugli arazzi, sulle medaglie , monete, sulle stoffe e carte da gioco. Segni e pianeti, nel Rinascimento, sono trasfigurati da un’ immaginazione poetica vivissima nutrita da una profonda conoscenza della mitologia classica.

osservare giotto La decorazione pittorica del Palazzo della Regione a Padova presentava un impianto tipicamente medievale sull’astrologia. Gli affreschi vennero eseguiti inizialmente da Giotto nel 1315-17. Dopo l'incendio del XV secolo gli affreschi vennero rifatti da Niccolò Miretto e Stefano da Ferrara per essere nuovamente restaurati nel XVIII secolo. Il ciclo è diviso in dodici comparti in ognuno dei quali trova posto l'allegoria di un Mese, il segno zodiacale, il pianeta, le occupazioni umane. La particolarità del ciclo padovano è quella di costruire un sunto di una tradizione letteraria e iconografica diffusasi nel Trecento, secondo cui tutte le attività umane venivano poste sotto il controllo del pianeta signore del segno zodiacale che trasferiva sull’ uomo le proprie particolarità caratteriali e fisiche.

Un altro oroscopo dipinto si trova nell’ intradosso della cupolina interna della Sacrestia Vecchia, nella fiorentina Basilica di San Lorenzo. Si tratta di una sfera che rappresenta il cielo sopra Firenze nel giorno del 4 luglio del 1442 realizzata da Giuliano d’Arrigo detto Pesello.
L’assoluta aderenza del modello pittorico al cielo che incombeva sopra Firenze in quella data è stata dimostrata anche attraverso studi astronomici evidenziando che le stelle si presentarono proprio così, sopra Firenze, il 4 luglio 1422 del vecchio calendario giuliano, data corrispondente al 13-14 luglio del nostro calendario gregoriano, introdotto nel 1582.

 

osservare peselloL’artista ricavò con estrema precisione gli elementi astronomici: l’eclittica con le costellazioni zodiacali, i pianeti in transito collocati in posizioni particolari; il Sole posto tra il Cancro e i Gemelli, la Luna in Toro, Giove in Ariete, Venere in Cancro. Quindi i meridiani e il Polo Nord, Andromeda, Cassiopea e Perseo, nonché le Costellazioni extrazodiacali le quali, secondo le cognizioni dell’epoca, determinavano il destino degli uomini e le modalità di vita e di morte, a seconda dell’aspetto che avevano assunto, sorgendo e tramontando nella volta celeste, al momento della nascita dell’individuo.

Testimonianze della cultura astrologica in vaticano le ritroviamo nel 1503 nel momento in cui il conclave Giulio II si trovò a convergere sul nome del nuovo pontefice e si racconta che la sua incoronazione venne rinviata più volte per seguire le indicazioni degli astrologi di corte. L’affresco, dipinto da Raffaello nel 1508, raffigura il cielo di Roma come si presentava al momento dell’elezione, il 31 Ottobre 1503, tre ore dopo il tramonto. Nell’opera è ritratta una Musa, Urania, protettrice di astronomia e astrologia che sorregge con una mano l’intero globo celeste, al cui interno si staglia il tema natale del 31 ottobre 1503. I corpi celesti dipinti nella sfera indicano un papato posto sotto il segno dello Scorpione, quindi marchiato dall’intrigo e dalla presenza di nemici da sottomettere e con Venere, posto in Sagittario, che annuncia i movimenti lieti e gioiosi della corte papale, la promozione delle arti e la felicità di vivere in maniera trionfale, tipica di tale segno di fuoco. osservare raffaello

Varcando la soglia di Villa Chigi, che successivamente venne denominata Farnesina, perché acquistata dal cardinale Alessandro Farnese nel 1590 , si apre il cielo di un cobalto smisurato che costituisce la splendida celebrazione pittorica ed astrologica del banchiere Agostino Chigi dipinta dal pittore Baldassarre Peruzzi nel 1511. La loggia affrescata dal Peruzzi distribuisce i propri spazi in 26 compartimenti collocati in tre zone separate da elementi architettonici. Il soffitto si estende intorno a tre ottagoni centrali. Negli scomparti esagonali sono rappresentati gli dei planetari: Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno, Apollo-Sole e Diana-Luna ;e i segni dello Zodiaco, cominciando dall’Ariete e terminando il viaggio figurativo nei Pesci. Il pittore, in sintesi, dipinse il giorno e l’anno di nascita del Chigi attraverso una meravigliosa e colorata “allegoria astrologica” tale da accontentare la richiesta del dotto committente. La scelta del banchiere di rendere evidente con modalità monumentali il proprio oroscopo dipendeva dal fatto che il dipinto rendeva fatali i successi conseguiti, quasi che un disegno divino li avesse preordinati. osservare peruzzi

L'amore per l'astrologia si affievolirà solo dopo le scoperte scientifiche di Galileo Galilei che mostrerà i limiti della conoscenza tradizionale e con l'avvento delle teorie copernicane, verrà tolto all'astrologia anche il titolo di disciplina scientifica. Ciò fece sparire le commissioni di tali cicli pittorici e apparire invece in gran numero, almanacchi astrologici superficiali a carattere periodico fin dalla fine del Settecento. 

Serena Gervasio


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Il dono è un momento unico nelle relazioni umane, quello in cui qualcuno dimostra tangibilmente a qualcun altro l’importanza di un legame. Nel “Saggio sul dono” di Marcel Mauss, l’autore sostiene come le relazioni tra gli uomini nascano dallo scambio, simboleggiato dal dono di una delle parti all’altra, la quale si sentirà in obbligo, anche solo moralmente , di contraccambiare tale dono. Questo processo innesca una catena composta sia dall’oggetto-dono sia dallo spirito stesso del donatore che, uniti, creano quel legame tra gli individui che va ben al di là del puro scambio economico. Ecco allora che l’atto del donare non si limita a un passaggio di beni, ma mette in gioco la totalità degli elementi culturali che caratterizzano una società. Nelle società primitive il dono era locale e rivolto sempre a persone concrete e conosciute. La religione, invece, ha creato una vasta comunità universale e impersonale dove occorre donare a tutti. Inoltre, le religioni hanno favorito la radicalizzazione del dono, visto che diventa persino possibile donare se stessi e la propria vita. Il simbolo stesso della croce riporta alla memoria il sacrificio di un uomo che ha speso tutta la sua vita per l’umanità e che non solo non è ricambiato, ma è rifiutato, il suo dono non viene accolto. Eppure il suo gesto estremo è ancora donare, donare persino la sua vita per chi non lo merita. Nella storia dell’arte, dominata dall’iconografia cristiana, quando si parla di dono e di scambio non si può prescindere dalle raffigurazioni dei Re Magi. Infatti, nel cristianesimo il più grande dono di Dio è la Grazia, personificata dall’arrivo di Gesù in terra. I Re Magi e la loro offerta di oro, incenso e mirra rappresentano lo scambio perfetto: da una parte, il ringraziamento dell’umanità tutta e, dall’altra, l’accettazione da parte di Dio di una nuova alleanza con l’uomo, che si rinnova ogni anno con il rito del Natale. I Re Magi sono quindi l’essenza stessa del concetto di dono, dove la reciprocità è la pura felicità dell’altro .

osservare ildono 1L’ Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano. Sfarzosissima e preziosa attraverso l’uso di oro e argento, accesa e luminosa, celebra al contempo sia la scena biblica rappresentata sia la ricchezza del committente che, infine, la bravura dell’artista, in un intreccio di doni reciproci che va ben al di là del mero contenuto dell’opera. La sovrapposizione di personaggi, ambienti, paesaggio ed episodi contribuisce a rendere il clima di festa e felicità di questo momento unico per tutto il genere umano. Tre anni dopo Masaccio dipinge un' Adorazione dei Magi come non si era mai vista prima, l' opposto di quella di Gentile da Fabriano. Masaccio rinuncia al fasto, a tutti i particolari e riduce la scena all' essenziale, concentrandola in pochi protagonisti e la scena è sintetizzata nell' unità della visione prospettica percepita dall' occhio.

 

 

 

osservare ildono 2Il tema del dono lo ritroviamo soprattutto nel famosissimo dipinto di Giotto “ Il dono del Mantello”  che Illustra il passo della Legenda Maior in cui si racconta che Francesco, non ancora frate, incontra un cavaliere, nobile ma povero e mal vestito e, mosso dalla Pietà, il santo lo riveste col suo mantello. Ma l’arte ha spesso affrontato anche l’altro tipo di dono, incentrato sempre sul concetto di scambio, ma con un’accezione totalmente opposta: il cosiddetto “dono d’interesse” spesso al centro di una fitta e faticosa rete di relazioni politiche, economiche e religiose. Era un dono atto a rinsaldare alleanze, perseguire strategie, evidenziare il peso politico di una forza nei confronti di un’altra, suggellare lealtà e rispetto. Spesso però erano le opere d’arte stesse che ben si adattavano al ruolo di “dono d’interesse”, nella loro doppia veste di oggetti di valore materiale ed estetico, usati come veri e propri “mezzi di comunicazione” per veicolare precisi messaggi politici. Un bellissimo esempio di “dono politico” è il ritratto di Laura Dianti , amante e poi moglie di Alfonso I d’Este ,celebre opera di Tiziano del 1523 mandato in dono all’Imperatore Rodolfo II d’Asburgo, nella speranza che egli potesse aiutarlo in un delicato momento politico con la Chiesa.

 

 

 

 

 

osservare ildono 3L’arte contemporanea, invece, vede il dono come un omaggio fatto dall’artista verso il fruitore che nasce dalla necessità di mettersi in relazione con il pubblico e di coinvolgerlo direttamente. Un esempio di dono è quello che Gabriel Orozco che ci tende, ci offre, ci dona, ossia il suo cuore, allungando verso di noi le sue mani contenenti una forma di terracotta che lo rappresenta . Si intitola “My Hands are My Heart” e l’artista si fa ritrarre a torso nudo, mentre preme tra le mani un pezzo di morbida argilla dove emerge la forma di un cuore. Per chi fa arte, mani e cuore diventano una cosa sola. Si dice che il cuore di ciascuno abbia le dimensioni del pugno chiuso; l’artista dà forma e materia a questa idea e la dona letteralmente allo spettatore, in un gesto che spiega la natura dell’arte contemporanea: il dare forma a una visione del mondo e offrirla al pubblico che può, oppure no, condividerla. L’arte contemporanea è spesso accusata di essere fredda, fastidiosamente minimalista eppure può incarnare qualcosa di così caldo e vivo. Gli artisti sono tra i pochi individui capaci di instaurare una relazione e il loro lavoro, che richiede di  essere guardato e a volte vissuto, si fonda sulla richiesta della partecipazione dell’altro. Sono gli unici nella nostra epoca a raccogliere l’eredità delle società arcaiche.

osservare ildono 4Felix Gonzales Torres in una mostra a Siena presenta un’opera deperibile e destinata a trasformarsi ; un tappeto di caramelle, dove il visitatore è invitato a portarsene via qualcuna. Ma attenzione, il dono è per sua natura ambiguo. Può rivelarsi un vincolo, un modo per catturare l’altro e può umiliare e offendere come nell’opera di Mona Hatoum che propone un tappeto con sopra scritto “welcome” ma fatto in realtà con tanti chiodi voltati all’insù. Sono tante le rappresentazioni di come può declinarsi l’idea di dono ma, in fin dei conti, l’arte, in sé, resta sempre un dono sublime. È un modo per condurre chi guarda un quadro dentro le visioni e le immaginazioni di un artista. È un modo per portarci ,se e quando vogliamo ,dentro una drammaturgia di figure e di simboli creata da un altro. È un regalo concesso da qualcuno che non conosciamo. E, infine, è uno spazio che può isolarci ,per qualche attimo , da ciò che è fuori dalla cornice: dalle voci del mondo esterno. Ma la grande arte è un dono anche perché non ha prezzo e non può essere acquistata.

 

 

 

Serena Gervasio

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osservare silvio 1“Kaos di colori” è il titolo della personale di pittura di Silvio di Giovanni inaugurata il 2 Dicembre presso il Circolo Culturale di Gocce D’Autore. Avvocato e pittore potentino, avvia il suo linguaggio pittorico con l’eredità artistica del nonno Mario Prayer, famoso pittore e decoratore del 900’ cominciando dai temi fondamentali accademici quali paesaggi, nature morte, figure umane. Negli anni 70-80 e fino all' inizio degli anni 90 inizia una serie di esperienze di pittura figurativa con una nutrita serie di notturni che ha esposto in molte città italiane, per poi sfociare nella libera espressione del colore come insieme di note musicali in libere partiture già dai primi anni 90, che continua ancora oggi. La sua  attività pittorica è, ancora prima che espressione artistica, un processo di affinazione delle tecniche e del colore, e contemporaneamente una ricerca sui metodi che gli permettono di inventare nuovi sistemi per esprimere le sue idee. E’ l’artefice di un linguaggio pittoricamente complesso, che non si ripete e non crea generi e questa è già una prima chiave di lettura dell’astrattismo di Silvio di Giovanni che non si può circoscrivere con la sfuggente rotondità del pluralismo informale, poichè è proprio la forma pittorica a guidarci nel viaggio conoscitivo della sua arte. Le sue composizioni si sviluppano in rapporto al pensiero interiore suscitato in lui dall’osservazione della natura . Mentre si accosta all’ambiente naturale con la gioia di scoprirne le colorate apparenze, manifesta nei suoi lavori una sempre rinnovata tensione spirituale che lo porta ad immergersi negli spazi che ritrae e ad andare oltre gli aspetti visivi e descrittivi per giungere ad una interpretazione personale degli elementi considerati.

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Con la sua arte crea autentici spettacoli naturali che riflettono l’aspirazione a rappresentare il  mondo sempre variegatissimo. Adopera i suoi colori  per costruire il mondo nuovo, li mescola con la concezione che ha della vita, e li arricchisce con il suo pensiero meridiano, la Sua filosofia del Meditterraneo, il Culto del Sole e del Mare, dell' appartenenza a tutte le genti che in esso bagnano mani e piedi e che in esso, e per esso, vivono e muoiono. Per Silvio la tela diventa spazio da costruire, da moltiplicare proprio nel momento in cui si impugna la pennellessa, si sceglie il colore, la tonalità giusta e appropriata da usare; è lì che l’artista esiste, ferma il tempo e la sua ricerca diventa materia, segno e memoria inesorabile di una sensazione, di un’emozione e di una suggestione. La presente mostra ti fa sentire sopraffatto dal colore e dall’energia che le sue grandi tele subito trasmettono. Raccontare la sua pittura permette di entrare in contatto con sé stessi, ti pone davanti alle tue emozioni, fa sentire, fa ascoltare, guardare le sue tele è un processo sinestetico, multisensoriale. Sentire un ritmo, avvertire un cambiamento di suono, di strumento, diventa possibile restando ad osservare le sue opere. Non c’è spazio e tempo, non c’è prospettiva, linea o disegno, ma direttamente materia, colore e gesto si fondono per un racconto emozionale ed emotivo, personale, che non ci permette di catturare un messaggio universale, quanto piuttosto una sequenza di emozioni e percezioni. Il grande potere della pittura astratta è proprio quello di essereosservare silvio 4 libera dal dovere rappresentare, non serve a comunicare un messaggio, non c’è sempre qualcosa da capire; questo diventa anche lo spazio da colmare con chi le sta difronte e si chiede comunque quale sia il suo significato. E’ davvero più forte di ogni possibile spiegazione; la maggiore parte del pubblico, invece, vuole capire, dare un significato, un perché a qualunque espressione, altrimenti questa sembra non essere degna di valore. “La pittura astratta rende visibile l’invisibile”, sosteneva Kandinskij, l’artista dalla quale Silvio di Giovanni ha tratto in parte ispirazione per alcune delle  sue creazioni. Tematizzare la pittura stessa significa interrogare lo status di un'immagine, di una qualsiasi immagine. Dunque : che cos'è un'immagine? Come ci insegna Magritte, un'immagine di una pipa non è la pipa stessa, ma soltanto una riproduzione bidimensionale di un oggetto tridimensionale che chiamiamo "pipa". Ogni immagine è un'illusione, ogni rappresentazione è una mera apparenza, che ci invita a raccontare delle storie, a sognare e a viaggiare con la nostra immaginazione. L’astrazione è come un volo, libero dai vincoli della soggettività concreta.

Serena Gervasio

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Potenza Live

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osservare pzlive 1E’ stata la fotografia, disarmante momento attraverso il quale il fotografo riesce a cogliere un frammento di storia personale e un dettaglio per altri insignificante, a dare corpo e spessore alla mostra “Potenza Live” inaugurata domenica 15 novembre presso la sede del circolo culturale Gocce D’Autore con la partecipazione del Direttore generale dell'Apt della Basilicata, Gianpiero Perri. Gli scatti hanno permesso di addentrarsi nella realtà di ben 11 fotografi professionisti e amatori in una selezione di foto che esplicitano la ricerca discreta e silenziosa di uno sguardo, di un'emozione, di un movimento per andare oltre il soggetto fotografato.

Le opere fotografiche raccontano la predisposizione ad accogliere l'esterno, a vedere oltre, a sondare nell'immaginario sempre più profondo.

La macchina fotografica è stata, per questi fotografi, come un blocco di schizzi, lo strumento dell'intuito e della spontaneità, il detentore dell'attimo che in termini visivi, ha interrogato e immortalato, nello stesso tempo e in un piccolo spazio bidimensionale, ritratti silenziosi, storie di persone, attimi di vita attraverso la loro capacità di visione, d’ispirazione, di sintesi e di interpretazione con una  visione intimistica del paesaggio urbano, quello della città di Potenza, mirata ad educare l’occhio degli spettatori invitandoli a riscoprire autonomamente la bellezza di quegli spazi finora preclusi al loro sguardo. Oggi le città sono sistemi complessi e raccontarle solo attraverso i loro monumenti simbolo significa escludere dalla narrazione tutti gli altri aspetti che contribuiscono a definirne l’identità. Questa mostra nasce allora con l’obiettivo di tradurre visivamente le infinite sfaccettature e le molteplici percezioni della città costruendo un linguaggio visivo atto a dare alla più ampia pluralità di soggetti la capacità di contribuire alla costruzione dell’identità visiva della città.

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Le foto di Edoardo Angrisani, Rosaria Daquino, Carla Di Camillo, Serena Gervasio, Michele Luongo, Simone Marengo, Andrea Mattiacci, Gennaro Pecchia, Gianfranco Pietrapertosa, Simona Polese e Maria Teresa Quinto colgono gli aspetti inediti di una città di cui si pensa di sapere tutto o di aver detto tutto. Le immagini, per la maggior parte in bianco e nero, ritraggono scorci, strade, volti, piazze, viali alberati, monumenti, vedute inedite che offrono, attraverso la street photography, un nuovo sguardo al visitatore che può contemplare la bellezza di una città che deve essere ritrovata. In strada ogni giorno accadono contemporaneamente un'infinità di eventi: narrare il fluire della vita, cogliere i ritmi, gli umori, i sapori, l'imprevedibilità, il fascino e la crudeltà della commedia umana pubblica e quotidiana è lo scopo del fotografo di strada. Henri Carter Bresson, il riferimento per tutti i fotografi praticanti, ha così descritto le attitudini che servono per fotografare i momenti decisivi della vita: "porre sullo stesso piano mente, occhio, cuore". Un mix di "prontezza, disciplina, sensibilità, e senso geometrico". Fotografare in strada è prima di tutto un percorso interiore.

E' come se usassimo due fotocamere: una rivolta verso il soggetto, una verso noi stessi.
Non è possibile fotografare due volte nella stessa strada. Ogni volta che ci ritorniamo è diversa lei e siamo cambiati noi. 
E’ una disciplina che ci porta ad entrare in empatia con il mondo circostante mutuandolo con i nostri occhi e a fare in modo che la foto sia per noi e per gli altri che la guardano solo l’inizio, l’innesco di un viaggio mentale che ci colleghi ad una emozione, un possibile futuro o passato in una realtà percepita ed interpretata, ma che possiamo vivere anche noi con la nostra fantasia di spettatori.

Serena Gervasio

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osservare tricarico 1L’arte fa di un uomo un pittore solo se egli ha qualcosa da raccontare attraverso immagini. Non è mai importato il come, il dove o il cosa. La pittura è sempre stata narratrice di una storia a cui l’uomo non aveva le giuste parole da dedicare e l’artista è quindi uno scrittore in incognito, un narratore senza parola, che utilizza le sue capacità di osservare il mondo, per rappresentare se stesso e il suo pensiero. Le varie forme in cui essa si mostra, i vari stili e le varie tecniche non sono altro che rappresentative di un animo umano e del tempo che egli ha vissuto. La tecnica ad acquerello, ad esempio, è una delle più espressive di pittura. Basta una pennellata su una tela per poter scorgere in una semplice “macchia” uno spettro cromatico tra i più vasti in assoluto.

“Il silenzio ha il colore dell'acqua: acquerelli di Nino tricarico” è il titolo della mostra presente negli spazi della Galleria Idearte di Potenza inaugurata il 25 ottobre e visibile fino al 20 novembre. Con questa personale si apre ufficialmente l'anno espositivo 2015/2016 in cui ricorre il ventennale dell'attività della Galleria. La mostra, a cura di Grazia Lo Re, presenta in esposizione trentacinque opere, acquerelli su carta, di recente produzione dell’artista potentino Nino Tricarico.

osservare tricarico 2     osservare tricarico 3                                

La pittura di Nino Tricarico è incentrata sull’uso del colore e sulla poetica del gesto che, in forma “minimalista” nella quantità e nella tipologia dei “segni ornati” esalta sia il profondo “senso del sublime” che appartiene all’arte sia la “dimensione intellettuale” del pensiero umano come anche la “dimensione metaformale” (fatta di forma/non forma) che si colloca a metà strada tra il conosciuto e l’ignoto, desiderio e immaginazione.

Il silenzio è quello in grado di evocare l’impalpabilità delle emozioni e dei sentimenti i quali vivono dentro di ognuno, ma non si toccano; si avvertono, ma non appartengono alla dimensione materiale dell’esistere. Nel suo linguaggio creativo pittura e della scultura s’incontrano: armonia, simmetria e perfezione, requisiti, questi, indispensabili per il cuore e per lo spirito per giungere al quel “criterio di verità” che è rappresentato dalla bellezza. La personale dell’artista potentino rende testimonianza di un dialogo incessante dell’anima con l’infinito tra bagliori di colori e asimmetriche geometrie che spalancano prospettive, profondità, misteri. Forme simboliche capaci di esprimere il senso dell’‘oltre’ che per l’artista è leggerezza, curiosità. Non sono né confini né traguardi, ma segni ideali per capire, interpretare ciò che sta o che accade nel mondo del proprio tempo inteso come capacità di pensare il mondo e di arrivare all’essenza della vita. le sue opere sono in grado di descrivere e di sublimare la grandezza dell’essere umano e il suo continuo innamoramento della Bellezza. In questa mostra l’artista sembra aver dato voce alla propria anima con la sua arte, comunicando direttamente con l’anima dello spettatore, presente e ricettivo con tutti i sensi.

Nino Tricarico (1938) è nato a Potenza, dove vive e lavora. Le sue esperienze formative nascono nell’ambiente dell’avanguardia napoletana intorno agli anni Sessanta ed è qui che impara la leggerezza e la drammaticità che trovano concretezza nella sua pittura della maturità .La scelta di restare in Basilicata non si è mai tradotta in forma di preclusione: la sua prima mostra personale, infatti, è ospitata nel 1970 nella Galleria Palms Shore di New York. Stabilisce rapporti interessanti e qualificanti con critici, scrittori, intellettuali specie dell’area napoletana/romana.

Partecipa anche a mostre e interventi in Germania, Olanda, Francia, Svizzera, Svezia e Finlandia.  A partire dagli anni 80’ forma il gruppo del “Nuovo lirismo” in cui riuniva artisti diversi e di diverse parti d’Italia nell’intento di collocare in un’opera lo stupore, l’emozione, il pensiero in una costante tensione poetica tra infinita leggerezza e dedizione estetica. La pittura di Tricarico, in questo periodo, guarda con interesse agli svolgimenti di un’astrazione che trae a se i tracciati più incisivi della tradizione informale italiana. Nella continua ricerca di nuovi supporti, passa dalla tela, al legno ed alla ceramica in una naturale continuità e coerenza di stile, alimentata da una sana e primitiva esperienza ludica artistica elaborata nel continuo dialogo con una natura contenitore ideale dell’esistenza terrena dell’uomo da rispettare. Numerose sono le mostre personali : “Infinito Bianco”, Palazzo Lanfranchi, Matera, 2009 ; “La Barba e lo Specchio: pastelli”, Bari, 2011. Tra le rassegne: 54a Biennale di Venezia Padiglione italiano,  Regione Basilicata; “Oleum. Tracce nei linguaggi del contemporaneo”, Museo FRAC , Baronissi; nel 2012 “Carte contemporanee: esperienze del disegno italiano dal 1943 agli anni Novanta”, Museo FRAC, Baronissi; 53° Premio internazionale Bice Bugatti Giovanni Segantini” Villa Vertua Masolo.. Nova Milanese, mentre nel 2013 è stato invitato al Premio Sulmona; del 2014 sono le ampie mostre antologiche presso la Galleria Comunale d’Arte Moderna di Potenza e  nella sala Carlo V di Castel Nuovo di Napoli.

Serena Gervasio

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osservare jeff 1 Jeff Koons nasce il 21 gennaio 1955 a York, nello Stato americano della Pennsylvania. In giovane età viene incoraggiato dai suoi genitori a dedicarsi alla sua grande passione, la pittura, ma dopo aver conseguito il diploma nel 1976 presso  il College of Art di Baltimora, abbandonerà lo stile pittorico per dedicarsi alla corrente artistica concettuale. In questo periodo trae ispirazione da artisti particolari come Martin Kippensberger e Robert Smithson. Ciò che colpisce di Jeff Koons è la sua contraddittorietà, la sua capacità di esprimere una critica tagliente nei confronti della società dei consumi usando gli stessi strumenti che nutrono questo sistema. Koons è ad oggi uno degli artisti più ricchi al mondo e , per il suo accostamento alla cultura pop, è considerato l’erede di Andy Warhol. Avvicina l’ “uomo della strada” all’arte, mostrandogli opere in cui possa ritrovare temi familiari e di facile comprensione e lo fa attraverso gli oggetti più diversi, che siano statue di Bernini o trenini giocattolo. Nel recente ciclo delle “Gazing Balls” (Sfere da giardino) si vede bene il processo creativo e compositivo di Koons: la copia bianca, spettrale, di un oggetto viene arricchita da una sfera di vetro, una tipica decorazione posta nei giardini in America. Il risultato è spiazzante, soprattutto perché tra gli “oggetti” scelti da Koons ci sono copie minuziose di grandi statue classiche . La banalità assoluta della sfera blu si trasforma in un’apparizione surreale. Un raffinato e attraente gesto concettuale per ribaltare e deviare lo sguardo dello spettatore dall’ammirazione dell’opera classica, quale immagine memorabile di pura perfezione, alla totalità dello spazio ambientale, in cui si riconoscono anche gli osservatori e i vari elementi che caratterizzano il contesto espositivo.

osservare jeff 2Gazing Ball (Barberini Faun), è un opera realizzata nel 2013 ed oggi esposta a Palazzo Vecchio a Firenze in occasione della mostra “jeff Koons in Florence” inauguarata il 26 Settembre 2015 e visibile fino al 28 Dicembre 2015. L’antico Fauno Barberini  è una scultura di età imperiale ispirata probabilmente a un opera in bronzo di epoca tardo-ellenistica.

 “Ho pensato a Gazing Ball guardando per molti anni sfere di questo genere. Ho voluto affermare la perentorietà e la generosità della superficie specchiante e la gioia che scatenano sfere come queste. La serie Gazing Ball si basa sulla trascendenza. La consapevolezza della propria mortalità è un pensiero astratto, e a partire da questa scoperta uno inizia ad avere coscienza maggiore del mondo esterno, della propria famiglia, della comunità, può instaurare un dialogo più vasto con l’umanità al di là del presente”.

La sfera viene vista dall’artista come un oggetto ammaliante, incantevole e dal potere incantatorio che risiede nel fatto che a chi guarda ad essi viene concessa la possibilità di vedere dietro le proprie spalle e fino agli angoli più lontani, con un effetto anamorfico, assorbendo all’interno della stessa superficie il proprio riflesso e ogni altro elemento intorno al proprio corpo. Forme affascinanti, magiche, piacevoli anche per la loro leggerezza (si tratta di sfere di vetro soffiato) e per la loro associazione con il gioco infantile. Data la loro estrema fragilità sono anche associate all’effimera durata della vita umana. La scelta di installare il Fauno nella Sala dei Gigli nasce dalla volontà di creare un dialogo tra il linguaggio rinascimentale e quello contemporaneo.  La scultura si presenta al pubblico ancora nella sua provocante posa, esempio di una bellezza non volgare con una sfera specchiante e di colore azzurro che entra in rapporto con il contesto decorativo della sala. Contrasti che esaltano la bellezza classica e l’estetica di massa, la sfera del mito e quella della mondanità, l’infanzia e la storia, Eros e Thanatos, mentre l’ambivalenza tra equilibrio e instabilità, originale e copia, oggetto artistico e merce, invita a riflettere anche sul rapporto tra immaginazione e serialità, tra metafisica e basso materialismo, tra stupore e mistificazione.

“Il tutto tradotto come ambiguità sottile in un gioco di rimandi tra finzione e verità o meglio legittimità  della finzione”.

Serena Gervasio

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“Perché replicare ciò che la Natura ha in sé di brutto, non vedo perché questo sia necessario. Nella pittura, io sono un idealista. Nell’arte so e voglio vedere solo il bello, e per me l’arte corrisponde al sentimento della Bellezza.”

osservare bouguereau 1Le sue parole e la sua instancabile ricerca della perfezione fanno di William Adolphe Bouguereau uno degli artisti più popolari del suo tempo. Nato in un paese sulla riva atlantica francese da una famiglia modesta il 30 Novembre 1825, il giovane William dimostrò subito un grande talento verso l’arte pittorica e così il padre acconsentì ad iscriverlo alla “Scuola d’Arte Comunale” di Bordeaux. Nel 1846 si trasferì a Parigi per poter frequentare la Scuola d’Arte più prestigiosa di quegli anni, a cui tutti i giovani pittori aspiravano: L’École des Beaux Arts. 

Dopo esser divenuto un pittore di grande prestigio ed apprezzato da molti collezionisti, nel 1875 divenne insegnante di pittura dell’Académie Julian, per poi assumerne la direzione nel 1888. A quasi 80 anni Bouguereau dopo essersi ritirato nella sua città natia fu drammaticamente stroncato da un attacco cardiaco.

La sua arte è ricca di soggetti mitologici, allegorici, scene idilliache e campestri. In molti suoi quadri egli sviluppò anche il tema dell’infanzia e della famiglia. In molte sue opere si nota una forte predilezione per la figura femminile e il suo corpo, dalle belle proporzioni, si presenta accademico e sinuoso. Non occorre illustrare la sua arte con teorie estetico-filosofiche o ricercarne l’origine ispiratrice, Bouguereau vuole essere perfetto e lo è, non iperrealista, lontano dal realismo, la sua pittura descrive un mondo dove il nudo femminile è spesso protagonista inteso come figura angelica, idealizzata ma allo stesso tempo perfetta nelle sue fattezze di donna.

 

osservare bouguereau 2L’ambiente è solitamente naturale, prati o cieli aperti, spiagge, mare, dipinti sommariamente, il contorno non è curato allo stesso modo dei soggetti tranne che in rare occasioni o nelle composizioni più complesse. La colorazione è naturale ed i toni non oltrepassano quasi mai l’avorio. Maestro nel panneggio, sfoggia questa qualità accompagnando spesso il nudo con veli leggerissimi o vesti bianche o verdi che avvolgono le parti più intime. Bouguereau tende a dimenticare le lezioni dei pittori suoi contemporanei: espressionisti, impressionisti, realisti, romantici, per lui non sono mai esistiti e per questo motivo lo distruggeranno e lo accuseranno di artificialità  in quanto le sue immagini non riproducono la realtà  effettiva ma sono invece composte con l’armonia e l’equilibrio tipici del Rinascimento destinati a nobilitarne il soggetto. I personaggi sono tutti molto puliti e di bella presenza anche in scene che dovrebbero raffigurare la miseria. Edgar Degas inventò persino il verbo “bougueroter”, per indicare ironicamente lo sfumare ed il lisciare la resa plastica dei nudi. Ma se la pittura di Bouguereau fu rifiutata dalla critica, ciò non fu solo per il suo accademismo. Egli infatti, non accettò mai la svolta impressionista e post-impressionista e la criticò duramente e questo, per i critici d’arte, fu considerato come un palese atto di guerra.

 

 

 

 

 

osservare bouguereau 3 Il suo nudo spesso fine a se stesso, veniva considerato ai limiti dell’osceno. L’artista invece non si spinse mai oltre l’educata rappresentazione della femminilità ma quel suo stile di pittura troppo perfetto, troppo vero, disturbava comunque l’universo artistico rivolto ormai verso la sintesi, la nuova figurazione, l’ampliamento dell’ espressione rappresentativa, rifiutando la semplice realtà della donna. Per un lungo periodo la sua pittura scomparve dagli ambienti più illustri, fino a che Dalì lo rivalutò apprezzandone la tecnica finissima e gli riattribuì il merito che gli spettava. Il finire del ‘900 lo vede riammesso tra i grandi della figurazione. Le finiture dei suoi quadri sempre perfette, quasi come delle fotografie, le sue forme semplici ma estremamente eleganti, la resa sublime dei suoi nudi femminili fanno di lui un pittore dalla straordinaria tecnica capace di raccontare le storie della mitologia attraverso l’incredibile delicatezza dei dettagli e la morbidezza delle pennellate. Bouguereau è un artista da gustare in silenzio. Al contrario di tutte le critiche a lui rivolte nelle sue raffigurazioni idilliache si è in grado di catturare e rendere comprensibile l’essenza della bellezza della donna che lei stessa non sarebbe in grado di riconoscere, se non in un suo quadro.

 

 

 

 

 

 

 

Serena Gervasio

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