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Osservare

osservare eros 1Cupido ha sempre avuto un ruolo importante nel campo dell'amore e degli innamorati.Eros per i greci, Cupido o Amore per i romani, era il dio che personificava l’amore carnale, il desiderio irrefrenabile, la passione e la voglia.Raffigurato il più delle volte come un bambino, il figlio di Venere e Vulcano era un dio molto irrequieto il cui potere era quello di far innamorare o allontanare dall’amore chiunque colpisse con arco e frecce. La leggenda narra che , lo stesso dio, oltre a provocare gli altri dei con le sue frecce, in un’occasione ne rimase egli per primo colpito: accadde infatti una volta che, spinto da sua madre a vendicarla perché una fanciulla mortale bellissima, tale Psiche, veniva costantemente paragonata a lei, invece di scagliare la freccia d’innamoramento verso il più brutto e repellente degli uomini, la indirizzò inavvertitamente verso il suo piede, cadendo egli per primo vittima del suo potere.

 

 

osservare eros 2Non potendo più annullare ciò che aveva compiuto, rapì la bella Psiche per portarla nella sua dimora; la ragazza già lo aspettava in cima ad una rupe, perché le era stato predetto da un oracolo che un uomo alato l’avrebbe rapita per prenderla in sposa, sicché all’arrivo di Cupido, per quanto fosse angosciata dal non sapere cosa le stesse accadendo, non era affatto sorpresa. Così il bellissimo ed aitante Amore si  libra nell’aria con la rassicurata Psiche.

Una volta nella dimora il dio chiese alla fanciulla di potersi accoppiare ed incontrarsi solo di notte, onde evitare sia che lei potesse scoprire la sua natura di dio e che sua madre venisse a sapere di questo amore e così accadde per molte notti. la tela di Jacques Louis David cattura un tipico momento post accoppiamento, in cui un soddisfatto e sornione Amore è intento ad alzarsi dal letto per sparire prima che l’avvenente Psiche si svegli; fuori l’arrivo dell’alba ricorda che il suo tempo è scaduto è la luce non gli sarà favorevole, per cui è tempo di andare.

Una sera però, vinta dalla curiosità ed incitata più volte dalle sue sorelle che premevano affinché ella conoscesse l’identità di suo marito, una notte mentre Amore dormiva, si svegliò, prese una lampada ad olio, l’accese ed illuminò il suo sposo, scoprendo chi in realtà questi fosse. Ma una goccia d’olio bollente cadde sul dio, svegliandolo, che non gradì la cosa e decise di fuggire da lei.

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Nel dipinto in cui Psiche scopre l’identità di Amore, è qualitativamente ottimo il gioco di luci ed ombre che vanno a sovrapporsi sui protagonisti e nell’ambiente circostante, per cui viene garantita l’idea di notte, il senso dello scoprimento del dio, del suo fastidio e della sorpresa della donna: d’altronde le espressioni parlano chiaro, Amore sembra sorpreso in negativo dal gesto nefasto della donna, tentando di coprire il suo volto con la mano affinché lei non possa guardarlo. Per potersi ricongiungere quindi con il suo amato, Psiche dapprima si sbarazzò delle e poi chiese alla madre di lui, Venere, se ci fosse un modo per poter riavere indietro suo marito. La dea quindi mossa a compassione ma desiderosa allo stesso tempo di veder compiuta la sua vendetta, le ordinò di superare ben quattro prove impossibili. Come ultima Venere dette a Psiche una piccola scatola che doveva portare nel regno dei morti. La dea le disse di prendere un po' della bellezza di Proserpina, la moglie di Plutone, e di metterla nella scatola. Venere le consigliò di fare molta attenzione e di evitare assolutamente di aprire la scatola. Ma Psiche non resistette alla tentazione e la aprì, e invece di trovare una parte della bellezza di Proserpina trovò un sonno mortale. 

Cupido trovandola senza vita, si riprese il sonno dal suo corpo mortale e lo ripose nella scatola. Cupido e Venere perdonarono Psiche, e per premiarla per l'amore dimostrato la elessero a dea.
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Quindi l’epilogo amoroso per eccellenza: dopo tante fatiche Psiche e Amore si ritrovano e finalmente possono coronare il loro sogno di stare insieme per sempre. Un sentimento che nessuno meglio di Antonio Canova, seppe mettere in evidenza nel suo gruppo scultoreo del 1788 di Amore e Psiche, uno dei pezzi forti del Louvre, in cui i due amanti vengono raffigurati in una posa elegante e leggiadra, in modo che le due figure formino una X incrociando le ali del dio con il suo corpo e quello della donna, nell’attesa desiderata che quel bacio tra le due figure così vicine tra di loro, avvenga prima o poi. 

 

 

 

 

 

Serena Gervasio

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osservare LatobIn campo artistico un argomento meno noto e che invece, non da oggi, è capace di stimolare attenzioni, curiosità e interessi estetici è il così detto lato “b”. Dietro quel lato quasi mai visibile si trovano sorprendenti scoperte come altri dipinti, bozzetti, prove di pittura, poesie, annotazioni manoscritte, numeri di antichi inventari, cartellini di esposizioni, ceralacche e molto altro ancora. Molto spesso i visitatori delle Gallerie sentono il fascino delle grandi opere esibite nelle sale del museo, ma sovente sono attratti dall’idea che ognuna di esse nasconda un mistero e il più delle volte è anche vero. Di sicuro però è vero che nessuno dei visitatori può vedere cosa celi il retro di una tela o una tavola, giacché la faccia che a lui si mostra è quella nobile. La parte posteriore resta un mistero. Il retro può fornire alcuni dati interessanti sulla storia dell’opera grazie alle etichette apposte dai musei nei quali è transitata ma anche darci informazioni precise sullo stato di conservazione del dipinto.

 

 

 

 

 

osservare fontana Ci rivela inoltre anche alcuni piccoli trucchi dell’artista: Lucio Fontana, ad esempio, rinforzava con delle barre passanti i suoi celebri tagli per far sì che lo strappo non si aprisse troppo verso l’interno. Oltre a queste informazioni di tipo tecnico, il retro dei quadri può raccontare anche storie inattese. Può farci scoprire, ad esempio, che tanti pittori del Novecento, non potendosi permettere l’acquisto di nuove tele, spesso dipingevano anche sul retro di quelle già usate. È il caso di un bel disegno di Pablo Picasso. Un’opera di grandi dimensioni sconosciuta e quindi non inventariata, alla quale è stato assegnato il titolo di “Personaje con pipa”. E’ stata scoperta appunto nel museo che dell’artista porta il nome sul retro del cartone del “Ritratto della madre dell’artista”, un pastello del 1896. Il rinvenimento è avvenuto nel corso del restauro del cartone, quando sono stati rimossi alcuni strati di carta posti negli anni a rinforzo del supporto. Ma nella storia dell’arte non mancano anche tanti esempi di dipinti volutamente bifacciali.

 

 

 

osservare PieroIl caso più noto, il doppio  “Ritratto di profilo” di Federico da Montefeltro e Battista Sforza realizzato nel 1474 da Piero della Francesca, mostra sul retro due immagini dei relativi trionfi con tanto di dediche commemorative in latino. O ancora la versione pop dei trompe l’oeil: ironia su ironia realizzata da Roy Lichtenstein con il suo tipico linguaggio da fumettista. Più divertente è il caso di alcuni dipinti nei quali il retro  raffigura la stessa scena del fronte ma vista, appunto, da dietro. Già a metà del Cinquecento si era accesa una disputa sul fatto se fosse meglio la “piatta” pittura o la scultura fruibile da più punti di vista. E basti osservare il visitatore di musei e gallerie per vedere con quanto interesse raggiri l’opera scultorea per scrutarne  tutti i particolari. Non sarà stato magari il primissimo, ma certo è stato efficacissimo a mettere sulla tela il davanti-dietro .Parliamo del  Nano Morgante di Bronzino (1553), un doppio ritratto di Cosimo I Medici a figura intera realizzato anche con lo scopo di dimostrare che la pittura, al pari della scultura, è capace di offrire più viste dello stesso soggetto (sebbene i due lati non corrispondano esattamente).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

osservare SuoraUn altro esempio è quello del pittore Martin van Meytens che ha dipinto due quadri, nel 1731: Suora in preghiera, 1731: recto e verso. Un colpo incredibile, dotato di una forza che noi oggi neppure immaginiamo. Vedere la nudità di una suora per i nostri occhi è certo una irregolarità rispetto a una norma, ma non è la frantumazione di un tabù visivo profondamente incardinato alla morale. Per i nostri antenati questo doppio quadro era sensorialmente esplosivo. La separazione del convento, l’idea di perversione collegata a gruppi femminili conchiusi, la presenza di migliaia di ragazze ancora giovani, bellissime e vivaci non lasciava pace ai maschi. Al punto da trasformare i conventi femminili in luoghi mitici in cui tentare l’effrazione. L’immagine sembra ancor più viva perchè è possibile compiere ciò che gli scultori ritenevano impossibile a chi osservasse un quadro: girare attorno all’oggetto rappresentato. Altro particolare non trascurabile. Ma si arriva anche ai giorni d’oggi, dove un altro “Nano” (Silvano Campeggi, grande pittore e illustratore che ha creato nel secolo appena concluso le icone del cinema internazionale) rivolge all’osservatore la schiena dritta e la chioma bianca, per rivelare il tre quarti del volto solo sulla tela retrostante in un intrigante doppio “autoritratto”. Ed ecco svelato  il concetto davanti - dietro dove attorno ad esso ruota tutta la conoscenza del mondo: la scoperta e l’esame delle cose che vanno esaminate anche nel lato nascosto, con creatività di uno sguardo che non si accontenta della visione frontale.  E’ per questa magia che certi giochi di pittori risultano molto eccitanti poichè uniscono il disvelamento alla scoperta, alla sorpresa, al rivelarsi del lato ordinariamente proibito.

Serena Gervasio

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"L'Arte è il vizio: non la si sposa legittimamente, la si violenta!" ( Degas)

 

L’artista come essere umano cerca un completamento, ha un desiderio naturale di scaricare, riversare sulla tela se stesso e il suo mondo. Ogni individuo ha sempre cercato un completamento a se stesso, non solo come corpo ma anche e soprattutto come mente. L’unione e la fusione fra due entità porta inevitabilmente ad un evoluzione del pensiero singolo, che altrimenti difficilmente si sarebbe potuto sviluppare. Il pittore, per farlo, ha bisogno di trovare la sua fonte d’ispirazione o nei casi più fortunati, la sua metà. Essa o esso diventerà la sua essenza, l’incarnazione vera e propria della sua arte. Per molto tempo la funzione della modella nell’arte è stata ignorata, sottovalutata. Ma cosa avveniva tra l’artista e la modella per produrre un opera capace di far vedere contemporaneamente il soggetto e la potenza creatrice del pittore? Le donne che nel ruolo di muse e modelle hanno determinato la produzione artistica di grandi maestri, si rivelano sempre più una presenza stabile e multiforme nella vita degli artisti e spesso sono mogli, amanti, sorelle, madri, donne con cui l’artista condivide un legame affettivo e famigliare. Non deve sorprendere se la parola “modella” per decenni è diventata sinonimo di ‘prostituta’, spesso gli artisti hanno ritenuto quasi un loro diritto possederla per meglio ritrarla.

In genere si trattava di ragazze povere e senza nessuna tutela e, nell’ottocento, alcune modelle venivano prese direttamente dagli orfanotrofi. La storia dell’arte presenta diversi esempi di raffigurazione di soggetti che si sono scoperti essere amanti degli artisti autori di quelle opere, alcuni legati a vicende o curiosità sicuramente autentiche e particolari.

osservare raffaello Il primo esempio di rapporti amorosi tra artista e modello sono da riscontrarsi nel Rinascimento Italiano, in pieno ‘500 ed è quella che lega il più classico dei pittori alla più classica delle artigiane: l’amore tra Raffaello e Margherita Luti, sua modella per diverse opere. Nella sua opera ritrae la donna nella grazia e nella delicatezza di un momento intimo, infatti, si presenta seminuda, con una mano si regge il suo seno sinistro, con l’altra si copre le nudità coperte da un drappo rosso. Sappiamo che Isabella d' Este ne fu spaventata al punto da rifiutare un ritratto di Leonardo da Vinci che le pareva troppo introspettivo, troppo dentro i segreti della sua anima, e non possiamo stupircene visto che ancora oggi, pur abituati come siamo alle immagini, gli occhi e il sorriso della Gioconda continuano a turbarci.

osservare modiglianiUna coppia di amanti molto tormentata, vissuta a Parigi negli anni ’20 del Novecento è quella tra Amedeo Modigliani e Jeanne Hepbuterne. A differenza della classica modella pagata per il suo lavoro, spesso troppo accondiscendente, Jeanne fu compagna devota del pittore maledetto, tanto da convivere con lui e dargli una bambina. Ma con la morte di Modigliani nel 1920, si gettò dal balcone della sua casa a Parigi, vedendosi impossibilitata a vivere senza l’amore ragione della sua vita.

Che cosa sarebbe il lavoro di Picasso senza la ben nota relazione predatoria nei confronti del soggetto femminile, senza l'imponente desiderio sessuale che l'artista esibisce in tutta la sua opera? Dotato d’intensa ed eclettica personalità, ebbe una complessa serie di mogli e amanti durante tutta la sua vita. Continuò a produrre opere d’arte ritraendo le sue donne e l’amore con forza immutata fino alla sua morte nel 1973, all’età di 91 anni. Klimt mescolava arte e sesso. Nel suo studio viennese spogliava le signore dell' alta società, le ritraeva minuziosamente e poi, con comodo, le rivestiva sulla tela dei suoi tipici abiti-mosaico con tessere d' oro.

osservare klimt Non ci è dato sapere se andasse oltre lo sguardo; di certo Hayez lo face. Lo sappiamo perché il pittore stesso, che raccoglieva grandi successi presso le giovani della borghesia milanese, si è disegnato nel suo studio impegnato in molteplici pose di sesso. Col tempo la fotografia ha semplificato molto il rituale accorciando il tempo della relazione fra artista e persona da ritrarre e il ritratto è potuto dilagare in ogni classe sociale. Warhol è stato il prototipo di questo cambiamento: con la sua Polaroid coglieva la banalità della cronaca e da quegli scatti veniva poi il quadro. In un articolo sul Guardian, scrive Germaine Greer, una delle più importanti voci femministe nel panorama internazionale: “una musa è tutto, meno che una semplice modella: è la parte femminile dell’artista maschio, con la quale egli deve avere rapporti, se desidera concepire un nuovo lavoro. E’ lei, la musa, a penetrare il suo artista, ma è lui, l’artista, a portare avanti la gestazione, a partorire il suo lavoro, dall’utero della mente”.

 

 

Serena Gervasio

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Con l’inizio del nuovo anno non poteva non mancare, in questa rubrica rivolta al mondo dell’arte, un piccolo pensiero dedicato ai misteri pittorici legati ai dipinti che raffigurano Immagini zodiacali e astronomiche affiancate da costellazioni e cieli stellati realizzati dai più grandi pittori del nostro tempo. Fu nel Rinascimento che si ebbe la maggiore diffusione di pensieri tesi ad individuare le corrispondenze cosmiche rispetto all’uomo, in un intreccio di influssi che operano su piani diversi dove gli astri non determinano il destino dell’uomo con un meccanismo di causa-effetto, ma attraverso un’analogia tra micro e macrocosmo. Sono state numerose le raffigurazioni ispirate a questo tema che compaiono nella pittura, nella scultura, sugli arazzi, sulle medaglie , monete, sulle stoffe e carte da gioco. Segni e pianeti, nel Rinascimento, sono trasfigurati da un’ immaginazione poetica vivissima nutrita da una profonda conoscenza della mitologia classica.

osservare giotto La decorazione pittorica del Palazzo della Regione a Padova presentava un impianto tipicamente medievale sull’astrologia. Gli affreschi vennero eseguiti inizialmente da Giotto nel 1315-17. Dopo l'incendio del XV secolo gli affreschi vennero rifatti da Niccolò Miretto e Stefano da Ferrara per essere nuovamente restaurati nel XVIII secolo. Il ciclo è diviso in dodici comparti in ognuno dei quali trova posto l'allegoria di un Mese, il segno zodiacale, il pianeta, le occupazioni umane. La particolarità del ciclo padovano è quella di costruire un sunto di una tradizione letteraria e iconografica diffusasi nel Trecento, secondo cui tutte le attività umane venivano poste sotto il controllo del pianeta signore del segno zodiacale che trasferiva sull’ uomo le proprie particolarità caratteriali e fisiche.

Un altro oroscopo dipinto si trova nell’ intradosso della cupolina interna della Sacrestia Vecchia, nella fiorentina Basilica di San Lorenzo. Si tratta di una sfera che rappresenta il cielo sopra Firenze nel giorno del 4 luglio del 1442 realizzata da Giuliano d’Arrigo detto Pesello.
L’assoluta aderenza del modello pittorico al cielo che incombeva sopra Firenze in quella data è stata dimostrata anche attraverso studi astronomici evidenziando che le stelle si presentarono proprio così, sopra Firenze, il 4 luglio 1422 del vecchio calendario giuliano, data corrispondente al 13-14 luglio del nostro calendario gregoriano, introdotto nel 1582.

 

osservare peselloL’artista ricavò con estrema precisione gli elementi astronomici: l’eclittica con le costellazioni zodiacali, i pianeti in transito collocati in posizioni particolari; il Sole posto tra il Cancro e i Gemelli, la Luna in Toro, Giove in Ariete, Venere in Cancro. Quindi i meridiani e il Polo Nord, Andromeda, Cassiopea e Perseo, nonché le Costellazioni extrazodiacali le quali, secondo le cognizioni dell’epoca, determinavano il destino degli uomini e le modalità di vita e di morte, a seconda dell’aspetto che avevano assunto, sorgendo e tramontando nella volta celeste, al momento della nascita dell’individuo.

Testimonianze della cultura astrologica in vaticano le ritroviamo nel 1503 nel momento in cui il conclave Giulio II si trovò a convergere sul nome del nuovo pontefice e si racconta che la sua incoronazione venne rinviata più volte per seguire le indicazioni degli astrologi di corte. L’affresco, dipinto da Raffaello nel 1508, raffigura il cielo di Roma come si presentava al momento dell’elezione, il 31 Ottobre 1503, tre ore dopo il tramonto. Nell’opera è ritratta una Musa, Urania, protettrice di astronomia e astrologia che sorregge con una mano l’intero globo celeste, al cui interno si staglia il tema natale del 31 ottobre 1503. I corpi celesti dipinti nella sfera indicano un papato posto sotto il segno dello Scorpione, quindi marchiato dall’intrigo e dalla presenza di nemici da sottomettere e con Venere, posto in Sagittario, che annuncia i movimenti lieti e gioiosi della corte papale, la promozione delle arti e la felicità di vivere in maniera trionfale, tipica di tale segno di fuoco. osservare raffaello

Varcando la soglia di Villa Chigi, che successivamente venne denominata Farnesina, perché acquistata dal cardinale Alessandro Farnese nel 1590 , si apre il cielo di un cobalto smisurato che costituisce la splendida celebrazione pittorica ed astrologica del banchiere Agostino Chigi dipinta dal pittore Baldassarre Peruzzi nel 1511. La loggia affrescata dal Peruzzi distribuisce i propri spazi in 26 compartimenti collocati in tre zone separate da elementi architettonici. Il soffitto si estende intorno a tre ottagoni centrali. Negli scomparti esagonali sono rappresentati gli dei planetari: Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno, Apollo-Sole e Diana-Luna ;e i segni dello Zodiaco, cominciando dall’Ariete e terminando il viaggio figurativo nei Pesci. Il pittore, in sintesi, dipinse il giorno e l’anno di nascita del Chigi attraverso una meravigliosa e colorata “allegoria astrologica” tale da accontentare la richiesta del dotto committente. La scelta del banchiere di rendere evidente con modalità monumentali il proprio oroscopo dipendeva dal fatto che il dipinto rendeva fatali i successi conseguiti, quasi che un disegno divino li avesse preordinati. osservare peruzzi

L'amore per l'astrologia si affievolirà solo dopo le scoperte scientifiche di Galileo Galilei che mostrerà i limiti della conoscenza tradizionale e con l'avvento delle teorie copernicane, verrà tolto all'astrologia anche il titolo di disciplina scientifica. Ciò fece sparire le commissioni di tali cicli pittorici e apparire invece in gran numero, almanacchi astrologici superficiali a carattere periodico fin dalla fine del Settecento. 

Serena Gervasio


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Il dono è un momento unico nelle relazioni umane, quello in cui qualcuno dimostra tangibilmente a qualcun altro l’importanza di un legame. Nel “Saggio sul dono” di Marcel Mauss, l’autore sostiene come le relazioni tra gli uomini nascano dallo scambio, simboleggiato dal dono di una delle parti all’altra, la quale si sentirà in obbligo, anche solo moralmente , di contraccambiare tale dono. Questo processo innesca una catena composta sia dall’oggetto-dono sia dallo spirito stesso del donatore che, uniti, creano quel legame tra gli individui che va ben al di là del puro scambio economico. Ecco allora che l’atto del donare non si limita a un passaggio di beni, ma mette in gioco la totalità degli elementi culturali che caratterizzano una società. Nelle società primitive il dono era locale e rivolto sempre a persone concrete e conosciute. La religione, invece, ha creato una vasta comunità universale e impersonale dove occorre donare a tutti. Inoltre, le religioni hanno favorito la radicalizzazione del dono, visto che diventa persino possibile donare se stessi e la propria vita. Il simbolo stesso della croce riporta alla memoria il sacrificio di un uomo che ha speso tutta la sua vita per l’umanità e che non solo non è ricambiato, ma è rifiutato, il suo dono non viene accolto. Eppure il suo gesto estremo è ancora donare, donare persino la sua vita per chi non lo merita. Nella storia dell’arte, dominata dall’iconografia cristiana, quando si parla di dono e di scambio non si può prescindere dalle raffigurazioni dei Re Magi. Infatti, nel cristianesimo il più grande dono di Dio è la Grazia, personificata dall’arrivo di Gesù in terra. I Re Magi e la loro offerta di oro, incenso e mirra rappresentano lo scambio perfetto: da una parte, il ringraziamento dell’umanità tutta e, dall’altra, l’accettazione da parte di Dio di una nuova alleanza con l’uomo, che si rinnova ogni anno con il rito del Natale. I Re Magi sono quindi l’essenza stessa del concetto di dono, dove la reciprocità è la pura felicità dell’altro .

osservare ildono 1L’ Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano. Sfarzosissima e preziosa attraverso l’uso di oro e argento, accesa e luminosa, celebra al contempo sia la scena biblica rappresentata sia la ricchezza del committente che, infine, la bravura dell’artista, in un intreccio di doni reciproci che va ben al di là del mero contenuto dell’opera. La sovrapposizione di personaggi, ambienti, paesaggio ed episodi contribuisce a rendere il clima di festa e felicità di questo momento unico per tutto il genere umano. Tre anni dopo Masaccio dipinge un' Adorazione dei Magi come non si era mai vista prima, l' opposto di quella di Gentile da Fabriano. Masaccio rinuncia al fasto, a tutti i particolari e riduce la scena all' essenziale, concentrandola in pochi protagonisti e la scena è sintetizzata nell' unità della visione prospettica percepita dall' occhio.

 

 

 

osservare ildono 2Il tema del dono lo ritroviamo soprattutto nel famosissimo dipinto di Giotto “ Il dono del Mantello”  che Illustra il passo della Legenda Maior in cui si racconta che Francesco, non ancora frate, incontra un cavaliere, nobile ma povero e mal vestito e, mosso dalla Pietà, il santo lo riveste col suo mantello. Ma l’arte ha spesso affrontato anche l’altro tipo di dono, incentrato sempre sul concetto di scambio, ma con un’accezione totalmente opposta: il cosiddetto “dono d’interesse” spesso al centro di una fitta e faticosa rete di relazioni politiche, economiche e religiose. Era un dono atto a rinsaldare alleanze, perseguire strategie, evidenziare il peso politico di una forza nei confronti di un’altra, suggellare lealtà e rispetto. Spesso però erano le opere d’arte stesse che ben si adattavano al ruolo di “dono d’interesse”, nella loro doppia veste di oggetti di valore materiale ed estetico, usati come veri e propri “mezzi di comunicazione” per veicolare precisi messaggi politici. Un bellissimo esempio di “dono politico” è il ritratto di Laura Dianti , amante e poi moglie di Alfonso I d’Este ,celebre opera di Tiziano del 1523 mandato in dono all’Imperatore Rodolfo II d’Asburgo, nella speranza che egli potesse aiutarlo in un delicato momento politico con la Chiesa.

 

 

 

 

 

osservare ildono 3L’arte contemporanea, invece, vede il dono come un omaggio fatto dall’artista verso il fruitore che nasce dalla necessità di mettersi in relazione con il pubblico e di coinvolgerlo direttamente. Un esempio di dono è quello che Gabriel Orozco che ci tende, ci offre, ci dona, ossia il suo cuore, allungando verso di noi le sue mani contenenti una forma di terracotta che lo rappresenta . Si intitola “My Hands are My Heart” e l’artista si fa ritrarre a torso nudo, mentre preme tra le mani un pezzo di morbida argilla dove emerge la forma di un cuore. Per chi fa arte, mani e cuore diventano una cosa sola. Si dice che il cuore di ciascuno abbia le dimensioni del pugno chiuso; l’artista dà forma e materia a questa idea e la dona letteralmente allo spettatore, in un gesto che spiega la natura dell’arte contemporanea: il dare forma a una visione del mondo e offrirla al pubblico che può, oppure no, condividerla. L’arte contemporanea è spesso accusata di essere fredda, fastidiosamente minimalista eppure può incarnare qualcosa di così caldo e vivo. Gli artisti sono tra i pochi individui capaci di instaurare una relazione e il loro lavoro, che richiede di  essere guardato e a volte vissuto, si fonda sulla richiesta della partecipazione dell’altro. Sono gli unici nella nostra epoca a raccogliere l’eredità delle società arcaiche.

osservare ildono 4Felix Gonzales Torres in una mostra a Siena presenta un’opera deperibile e destinata a trasformarsi ; un tappeto di caramelle, dove il visitatore è invitato a portarsene via qualcuna. Ma attenzione, il dono è per sua natura ambiguo. Può rivelarsi un vincolo, un modo per catturare l’altro e può umiliare e offendere come nell’opera di Mona Hatoum che propone un tappeto con sopra scritto “welcome” ma fatto in realtà con tanti chiodi voltati all’insù. Sono tante le rappresentazioni di come può declinarsi l’idea di dono ma, in fin dei conti, l’arte, in sé, resta sempre un dono sublime. È un modo per condurre chi guarda un quadro dentro le visioni e le immaginazioni di un artista. È un modo per portarci ,se e quando vogliamo ,dentro una drammaturgia di figure e di simboli creata da un altro. È un regalo concesso da qualcuno che non conosciamo. E, infine, è uno spazio che può isolarci ,per qualche attimo , da ciò che è fuori dalla cornice: dalle voci del mondo esterno. Ma la grande arte è un dono anche perché non ha prezzo e non può essere acquistata.

 

 

 

Serena Gervasio

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osservare silvio 1“Kaos di colori” è il titolo della personale di pittura di Silvio di Giovanni inaugurata il 2 Dicembre presso il Circolo Culturale di Gocce D’Autore. Avvocato e pittore potentino, avvia il suo linguaggio pittorico con l’eredità artistica del nonno Mario Prayer, famoso pittore e decoratore del 900’ cominciando dai temi fondamentali accademici quali paesaggi, nature morte, figure umane. Negli anni 70-80 e fino all' inizio degli anni 90 inizia una serie di esperienze di pittura figurativa con una nutrita serie di notturni che ha esposto in molte città italiane, per poi sfociare nella libera espressione del colore come insieme di note musicali in libere partiture già dai primi anni 90, che continua ancora oggi. La sua  attività pittorica è, ancora prima che espressione artistica, un processo di affinazione delle tecniche e del colore, e contemporaneamente una ricerca sui metodi che gli permettono di inventare nuovi sistemi per esprimere le sue idee. E’ l’artefice di un linguaggio pittoricamente complesso, che non si ripete e non crea generi e questa è già una prima chiave di lettura dell’astrattismo di Silvio di Giovanni che non si può circoscrivere con la sfuggente rotondità del pluralismo informale, poichè è proprio la forma pittorica a guidarci nel viaggio conoscitivo della sua arte. Le sue composizioni si sviluppano in rapporto al pensiero interiore suscitato in lui dall’osservazione della natura . Mentre si accosta all’ambiente naturale con la gioia di scoprirne le colorate apparenze, manifesta nei suoi lavori una sempre rinnovata tensione spirituale che lo porta ad immergersi negli spazi che ritrae e ad andare oltre gli aspetti visivi e descrittivi per giungere ad una interpretazione personale degli elementi considerati.

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Con la sua arte crea autentici spettacoli naturali che riflettono l’aspirazione a rappresentare il  mondo sempre variegatissimo. Adopera i suoi colori  per costruire il mondo nuovo, li mescola con la concezione che ha della vita, e li arricchisce con il suo pensiero meridiano, la Sua filosofia del Meditterraneo, il Culto del Sole e del Mare, dell' appartenenza a tutte le genti che in esso bagnano mani e piedi e che in esso, e per esso, vivono e muoiono. Per Silvio la tela diventa spazio da costruire, da moltiplicare proprio nel momento in cui si impugna la pennellessa, si sceglie il colore, la tonalità giusta e appropriata da usare; è lì che l’artista esiste, ferma il tempo e la sua ricerca diventa materia, segno e memoria inesorabile di una sensazione, di un’emozione e di una suggestione. La presente mostra ti fa sentire sopraffatto dal colore e dall’energia che le sue grandi tele subito trasmettono. Raccontare la sua pittura permette di entrare in contatto con sé stessi, ti pone davanti alle tue emozioni, fa sentire, fa ascoltare, guardare le sue tele è un processo sinestetico, multisensoriale. Sentire un ritmo, avvertire un cambiamento di suono, di strumento, diventa possibile restando ad osservare le sue opere. Non c’è spazio e tempo, non c’è prospettiva, linea o disegno, ma direttamente materia, colore e gesto si fondono per un racconto emozionale ed emotivo, personale, che non ci permette di catturare un messaggio universale, quanto piuttosto una sequenza di emozioni e percezioni. Il grande potere della pittura astratta è proprio quello di essereosservare silvio 4 libera dal dovere rappresentare, non serve a comunicare un messaggio, non c’è sempre qualcosa da capire; questo diventa anche lo spazio da colmare con chi le sta difronte e si chiede comunque quale sia il suo significato. E’ davvero più forte di ogni possibile spiegazione; la maggiore parte del pubblico, invece, vuole capire, dare un significato, un perché a qualunque espressione, altrimenti questa sembra non essere degna di valore. “La pittura astratta rende visibile l’invisibile”, sosteneva Kandinskij, l’artista dalla quale Silvio di Giovanni ha tratto in parte ispirazione per alcune delle  sue creazioni. Tematizzare la pittura stessa significa interrogare lo status di un'immagine, di una qualsiasi immagine. Dunque : che cos'è un'immagine? Come ci insegna Magritte, un'immagine di una pipa non è la pipa stessa, ma soltanto una riproduzione bidimensionale di un oggetto tridimensionale che chiamiamo "pipa". Ogni immagine è un'illusione, ogni rappresentazione è una mera apparenza, che ci invita a raccontare delle storie, a sognare e a viaggiare con la nostra immaginazione. L’astrazione è come un volo, libero dai vincoli della soggettività concreta.

Serena Gervasio

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Potenza Live

Scritto da

osservare pzlive 1E’ stata la fotografia, disarmante momento attraverso il quale il fotografo riesce a cogliere un frammento di storia personale e un dettaglio per altri insignificante, a dare corpo e spessore alla mostra “Potenza Live” inaugurata domenica 15 novembre presso la sede del circolo culturale Gocce D’Autore con la partecipazione del Direttore generale dell'Apt della Basilicata, Gianpiero Perri. Gli scatti hanno permesso di addentrarsi nella realtà di ben 11 fotografi professionisti e amatori in una selezione di foto che esplicitano la ricerca discreta e silenziosa di uno sguardo, di un'emozione, di un movimento per andare oltre il soggetto fotografato.

Le opere fotografiche raccontano la predisposizione ad accogliere l'esterno, a vedere oltre, a sondare nell'immaginario sempre più profondo.

La macchina fotografica è stata, per questi fotografi, come un blocco di schizzi, lo strumento dell'intuito e della spontaneità, il detentore dell'attimo che in termini visivi, ha interrogato e immortalato, nello stesso tempo e in un piccolo spazio bidimensionale, ritratti silenziosi, storie di persone, attimi di vita attraverso la loro capacità di visione, d’ispirazione, di sintesi e di interpretazione con una  visione intimistica del paesaggio urbano, quello della città di Potenza, mirata ad educare l’occhio degli spettatori invitandoli a riscoprire autonomamente la bellezza di quegli spazi finora preclusi al loro sguardo. Oggi le città sono sistemi complessi e raccontarle solo attraverso i loro monumenti simbolo significa escludere dalla narrazione tutti gli altri aspetti che contribuiscono a definirne l’identità. Questa mostra nasce allora con l’obiettivo di tradurre visivamente le infinite sfaccettature e le molteplici percezioni della città costruendo un linguaggio visivo atto a dare alla più ampia pluralità di soggetti la capacità di contribuire alla costruzione dell’identità visiva della città.

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Le foto di Edoardo Angrisani, Rosaria Daquino, Carla Di Camillo, Serena Gervasio, Michele Luongo, Simone Marengo, Andrea Mattiacci, Gennaro Pecchia, Gianfranco Pietrapertosa, Simona Polese e Maria Teresa Quinto colgono gli aspetti inediti di una città di cui si pensa di sapere tutto o di aver detto tutto. Le immagini, per la maggior parte in bianco e nero, ritraggono scorci, strade, volti, piazze, viali alberati, monumenti, vedute inedite che offrono, attraverso la street photography, un nuovo sguardo al visitatore che può contemplare la bellezza di una città che deve essere ritrovata. In strada ogni giorno accadono contemporaneamente un'infinità di eventi: narrare il fluire della vita, cogliere i ritmi, gli umori, i sapori, l'imprevedibilità, il fascino e la crudeltà della commedia umana pubblica e quotidiana è lo scopo del fotografo di strada. Henri Carter Bresson, il riferimento per tutti i fotografi praticanti, ha così descritto le attitudini che servono per fotografare i momenti decisivi della vita: "porre sullo stesso piano mente, occhio, cuore". Un mix di "prontezza, disciplina, sensibilità, e senso geometrico". Fotografare in strada è prima di tutto un percorso interiore.

E' come se usassimo due fotocamere: una rivolta verso il soggetto, una verso noi stessi.
Non è possibile fotografare due volte nella stessa strada. Ogni volta che ci ritorniamo è diversa lei e siamo cambiati noi. 
E’ una disciplina che ci porta ad entrare in empatia con il mondo circostante mutuandolo con i nostri occhi e a fare in modo che la foto sia per noi e per gli altri che la guardano solo l’inizio, l’innesco di un viaggio mentale che ci colleghi ad una emozione, un possibile futuro o passato in una realtà percepita ed interpretata, ma che possiamo vivere anche noi con la nostra fantasia di spettatori.

Serena Gervasio

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osservare tricarico 1L’arte fa di un uomo un pittore solo se egli ha qualcosa da raccontare attraverso immagini. Non è mai importato il come, il dove o il cosa. La pittura è sempre stata narratrice di una storia a cui l’uomo non aveva le giuste parole da dedicare e l’artista è quindi uno scrittore in incognito, un narratore senza parola, che utilizza le sue capacità di osservare il mondo, per rappresentare se stesso e il suo pensiero. Le varie forme in cui essa si mostra, i vari stili e le varie tecniche non sono altro che rappresentative di un animo umano e del tempo che egli ha vissuto. La tecnica ad acquerello, ad esempio, è una delle più espressive di pittura. Basta una pennellata su una tela per poter scorgere in una semplice “macchia” uno spettro cromatico tra i più vasti in assoluto.

“Il silenzio ha il colore dell'acqua: acquerelli di Nino tricarico” è il titolo della mostra presente negli spazi della Galleria Idearte di Potenza inaugurata il 25 ottobre e visibile fino al 20 novembre. Con questa personale si apre ufficialmente l'anno espositivo 2015/2016 in cui ricorre il ventennale dell'attività della Galleria. La mostra, a cura di Grazia Lo Re, presenta in esposizione trentacinque opere, acquerelli su carta, di recente produzione dell’artista potentino Nino Tricarico.

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La pittura di Nino Tricarico è incentrata sull’uso del colore e sulla poetica del gesto che, in forma “minimalista” nella quantità e nella tipologia dei “segni ornati” esalta sia il profondo “senso del sublime” che appartiene all’arte sia la “dimensione intellettuale” del pensiero umano come anche la “dimensione metaformale” (fatta di forma/non forma) che si colloca a metà strada tra il conosciuto e l’ignoto, desiderio e immaginazione.

Il silenzio è quello in grado di evocare l’impalpabilità delle emozioni e dei sentimenti i quali vivono dentro di ognuno, ma non si toccano; si avvertono, ma non appartengono alla dimensione materiale dell’esistere. Nel suo linguaggio creativo pittura e della scultura s’incontrano: armonia, simmetria e perfezione, requisiti, questi, indispensabili per il cuore e per lo spirito per giungere al quel “criterio di verità” che è rappresentato dalla bellezza. La personale dell’artista potentino rende testimonianza di un dialogo incessante dell’anima con l’infinito tra bagliori di colori e asimmetriche geometrie che spalancano prospettive, profondità, misteri. Forme simboliche capaci di esprimere il senso dell’‘oltre’ che per l’artista è leggerezza, curiosità. Non sono né confini né traguardi, ma segni ideali per capire, interpretare ciò che sta o che accade nel mondo del proprio tempo inteso come capacità di pensare il mondo e di arrivare all’essenza della vita. le sue opere sono in grado di descrivere e di sublimare la grandezza dell’essere umano e il suo continuo innamoramento della Bellezza. In questa mostra l’artista sembra aver dato voce alla propria anima con la sua arte, comunicando direttamente con l’anima dello spettatore, presente e ricettivo con tutti i sensi.

Nino Tricarico (1938) è nato a Potenza, dove vive e lavora. Le sue esperienze formative nascono nell’ambiente dell’avanguardia napoletana intorno agli anni Sessanta ed è qui che impara la leggerezza e la drammaticità che trovano concretezza nella sua pittura della maturità .La scelta di restare in Basilicata non si è mai tradotta in forma di preclusione: la sua prima mostra personale, infatti, è ospitata nel 1970 nella Galleria Palms Shore di New York. Stabilisce rapporti interessanti e qualificanti con critici, scrittori, intellettuali specie dell’area napoletana/romana.

Partecipa anche a mostre e interventi in Germania, Olanda, Francia, Svizzera, Svezia e Finlandia.  A partire dagli anni 80’ forma il gruppo del “Nuovo lirismo” in cui riuniva artisti diversi e di diverse parti d’Italia nell’intento di collocare in un’opera lo stupore, l’emozione, il pensiero in una costante tensione poetica tra infinita leggerezza e dedizione estetica. La pittura di Tricarico, in questo periodo, guarda con interesse agli svolgimenti di un’astrazione che trae a se i tracciati più incisivi della tradizione informale italiana. Nella continua ricerca di nuovi supporti, passa dalla tela, al legno ed alla ceramica in una naturale continuità e coerenza di stile, alimentata da una sana e primitiva esperienza ludica artistica elaborata nel continuo dialogo con una natura contenitore ideale dell’esistenza terrena dell’uomo da rispettare. Numerose sono le mostre personali : “Infinito Bianco”, Palazzo Lanfranchi, Matera, 2009 ; “La Barba e lo Specchio: pastelli”, Bari, 2011. Tra le rassegne: 54a Biennale di Venezia Padiglione italiano,  Regione Basilicata; “Oleum. Tracce nei linguaggi del contemporaneo”, Museo FRAC , Baronissi; nel 2012 “Carte contemporanee: esperienze del disegno italiano dal 1943 agli anni Novanta”, Museo FRAC, Baronissi; 53° Premio internazionale Bice Bugatti Giovanni Segantini” Villa Vertua Masolo.. Nova Milanese, mentre nel 2013 è stato invitato al Premio Sulmona; del 2014 sono le ampie mostre antologiche presso la Galleria Comunale d’Arte Moderna di Potenza e  nella sala Carlo V di Castel Nuovo di Napoli.

Serena Gervasio

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