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Martedì, 27 Settembre 2016 22:10

Echi di eroi

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Il contrabbassista è un omone sorridente con i capelli raccolti in una coda. Scambiamo due parole ad un tavolo nella nuova sede di Gocce d’Autore, al 222 di via Pretoria, a Potenza, che stasera, 23 settembre 2016, apre la propria rassegna jazz. La formazione che si esibirà alle 21.30 raccoglie musicisti di primissimo piano nel panorama jazzistico europeo.

Kasia Cygan, voce, Kuba Stankiewicz, al piano, entrambi polacchi, e con loro due italiani, Giovanni Scasciamacchia alla batteria, e poi lui, il mio interlocutore, appunto, Giuseppe Bassi. Sui nomi e i loro profili artistici vale la regola del verificare: il lettore scoprirà da sé, girando nella rete, che parliamo di nomi celebri. Bassi non aspetta d'essere sollecitato, si avverte una sua certa urgenza, una necessità di dire. Echoes of heroes, che dà il titolo alla serata, è la raccolta di alcuni degli standard più belli della tradizione jazzistica e delle popular songs prodotte in quel particolare periodo che corre tra le due grandi guerre del secolo scorso. Bassi mi dice che studiando la musica che veniva fuori proprio allora, può notarsi sopra a tutti l'affermarsi di un desiderio di amore.Si, lo dice proprio così, nella maniera semplice che s’immaginerebbe dai modi di un ragazzo di oratorio. Nello stesso modo mi parla del jazz come di una religione. Non uno stile di vita, non una ragione di vita, come spesso ho letto di qualche artista, come mi sono sentito dire anche da amici musicisti evidentemente con cognizione di causa, no, una religione. Deve avermi letto in volto che per me è un concetto un po' forte, me che pure amo il jazz e malamente provai a suonare, ma non smette di sorridere.

musicare 2

Senza la possibilità di esprimersi con il jazz, tanti musicisti, tanti compositori, tante persone, insomma, tra gli anni venti e i quaranta del novecento, non sarebbero stati considerati altro che ebrei, volta a volta, o omosessuali, o tossici, o zingari. Il linguaggio universale del jazz li ha invece raccolti tutti, una significativa parte del mondo dei perseguitati, nell'Occidente e nei suoi dintorni, offrendo loro, in un certo senso, protezione, riconoscimento, identità e dignità. E questo, secondo Bassi, è un fenomeno che si espande nel mondo assieme all'affermarsi di questo linguaggio, ben oltre i confini del blues o dello swing delle origini, oggi fino e perfino in Cina. Proverei quasi, si, insomma, a proporre che può essere che sia la musica tout court e non il jazz in particolare ad essere veicolo di buoni sentimenti universali, ma parlando inciampo nell’inevitabile citazione del Woody Allen di Misterioso omicidio a Manhattan, quando frettolosamente abbandonando il teatro dell’opera, dice: <Io non posso ascoltare troppo Wagner, lo sai. Già sento l'impulso a occupare la Polonia>. Ridiamo. Eccetto proprio quello italiano, che lui stesso considera come tendenzialmente settario, il mio interlocutore insiste sul carattere ecumenico del messaggio jazzistico, diretto a una immensa e indistinta platea di animali notturni. Avvertiamo di essere soltanto all'inizio di una conversazione potenzialmente molto lunga, ma dobbiamo interromperci perché già gente comincia ad affluire e il quartetto deve ancora fare un piccolo check del suono. Poco più tardi, in una sala gremita, le luci abbassate, Stankiewicz si accomoda al piano e sommessamente, quasi non intenda disturbare, deposita sui tasti le prime note di una lunga introduzione alla canzone con la quale Victor Young nel ’44 fa da colonna sonora al film The Uninvited, introduzione quasi alla maniera di  Keith Jarrett, si direbbe, che rapisce immediatamente l'uditorio prima ancora di disvelare, mascherate attraverso velature, chiaroscuri, filigrane e polverizzazione dell'armonia, secondo la lettura di Antoine Hervé, le note di Stella by Starlight. La serata offre poi davvero un susseguirsi sognante di momenti rarefatti; vengono eseguite tra le altre, e si ricordano con particolare affezione: Nature boy, Never let me  go, God bless the child. Oltre che il piano, davvero incantato, il fraseggio del contrabbasso, protagonista specie nei primi tre brani, successivamente ai quali inizia a inserirsi la voce, voce potente e limpida, e però calda e ispirata, e il costante equilibrio timbrico oltre che ritmico della batteria, offrono un'esperienza che si percepisce essere eccezionale, anche al pubblico frequentatore abituale del jazz contemporaneo. È un jazz, lo si percepisce subito, che ben al di là della elevatissima perizia musicale dei quattro grandi artisti che l'eseguono, semplicemente, viene suonato col cuore.

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Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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