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Domenica, 12 Marzo 2017 18:09

Miracoli a Milano

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editoriale 1Insomma sono lì un mercoledì mattina di febbraio, Piazza Duomo 12, in una sala al piano primo del Palazzo Reale, più o meno a mezzo del percorso, col naso a circa due bracci da questa enorme tela di più di quattro metri per più di due sulla quale a olio quattrocento e rotti anni prima Pietro Paolo Rubens, durante il suo soggiorno italiano, spiega una potente immagine della circoncisione di Gesù per i gesuiti genovesi.

In una prospettiva piuttosto verticale e tra accentuati contrasti d’ombre, il bambino al centro della composizione è solo una delle fonti di luce. L’altra si trova più in alto, oltre la struttura dell’architettura destrutturata, e ad essa fa da corona una schiera di angeli. Gli angeli stanno in cielo, o meglio a mezz’aria, reali e corporei quanto le figure umane posate al suolo, muniti alla bisogna di ali robuste. Esperti d’arte quale io non sono vedono in questa tela un’idea di pittura, per l’epoca, nuova, nella quale cielo e terra si aprono l’uno all’altra, nella quale reale e fantastico si uniscono, si confondono, si mischiano. Io lì. Da quanto tempo non guardo il cielo? Il pensiero corrente non ci fa più guardare in alto. Peraltro, l’ho già scritto qui in altre modeste righe, esso non ci farebbe neanche guardare bene davanti a noi. Sguardo basso, sulle paure e sulle necessità della vita materiale, è questa oggi la posizione indotta. La modernità ha oscurato il cielo. Fateci caso, rendetevene conto da voi: guardatelo. E lo ha spopolato. Perdiamo ogni giorno dippiù la nostra dimensione trascendente, o anche solo verticale. Perdiamo la capacità di concepire con naturalezza il fantastico. Vediamo e consideriamo soltanto la vita materiale per come siamo sicuri che essa sia. Adoriamo la concretezza. Peggio: idolatriamo quella che riteniamo essere la realtà. Siamo sempre meno incoraggiati a coltivare il nostro spirito, a sentirlo parte viva dell’esperienza umana. Non angeli, non padreterni, sopra di noi, intorno e dentro di noi finirà per non esserci più niente. E nei quartieri abbandonati della nostra mente, spopolati dal pensiero cosciente di qualche saggio, di qualche santo, di qualche padreterno o divinità come fosse roba vecchia, ristrutturati, accogliamo di buon grado entità molto più astratte come “il mercato”, la “finanzamondiale”, la globalizzazione”, “il debito”, senza mai dubitare, stavolta, che quello che non si vede e non si tocca, semplicemente, non esiste. Gli angeli di Rubens sono reali, concreti, vivi, e in armonia dialogante con le persone che popolano la tela. Poco più in là, addirittura, uno di questi, nell’atto di sorreggere in un altro quadro la Maria Maddalena in estasi, ormai livida nelle estremità, lungi dal manifestarsi inalterabilmente sereno, mi sembra mostrare in volto umani segni di apprensione. Uscendo, in Piazza del Duomo a passo lento dando ad esso le spalle, guardo in fondo al lato corto opposto, dove alacremente si preparano a piantare palme e banani. Per fare la pubblicità a una grossa catena americana di caffè, pare. Dovrei forse ridere, perché nato - sono - nato - nell’Africa - d’Italia, come canta il De Gregori d’un tempo, ma proprio non mi riesce. Rivedo con la mente il Seneca morente, e La scoperta di Erittonio fanciullo, dove alcuni volti, lo stesso Seneca, una anziana donna, dipinti da Rubens, sembrano voler venire fuori dalla tela, estroflettersi dalla realtà bidimensionale nella quale sono confinati. Un desiderio di forzare i confini, l’istinto di violare questa invisibile membrana, di quando in quando si fanno sentire. Il cielo sopra di noi l’hanno quasi tutto sistemato. Adesso passano a confondere il paesaggio. I pazzi siamo noi che ci ostiniamo a non guardare.

Rocco Infantino

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