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Martedì, 12 Marzo 2019 09:22

Vaso di espansione

Scritto da 

vaschetta

«Sei sempre molto stanco in questo periodo, dovresti fare dei controlli.». «Va bene.». Tra le file dei tascabili, un dorso di colore viola. Facendo leva, il dito indice lo inclina, lo tira via dal ripiano. Conosco Peter Handke dalla mia giovinezza. Anche di lui ho diversi libri, comprati quasi tutti assieme, come facevo già allora, dopo che una prima lettura mi aveva colpito.

 

Garzanti, nella collana I Coriandoli. Nella stessa collana anche un altro. Poi altri, stesso editore, collane diverse, poi un altro, Guanda. Telefono. «Verrei domattina. Otto e mezza, va bene?» Sarebbe sabato. Avrei voluto dormire. Va bene. Indosso un pullover viola, lo noto adesso. Telefono ancora nel palmo, libro nell’altra mano. Posto la foto su Instagram. Saggio sulla stanchezza. È rimasto con me, non letto, per decenni. Due città, diversi traslochi. Oltre l’autore, I Coriandoli era una collana che mi piaceva. Ho anche altri titoli di altri autori. Un mio contatto commenta la foto, mi scrive “me ne devi parlare”. Il saggio è breve. Mi pare che descriva la stanchezza come una pausa immanente nel continuo insistere, e nel continuo esistere – cos’è esistere, mi dico, se non un continuo insistere, tenersi in pressione? – prende in considerazione momenti di vita comune nei quali, tuttavia, un certo scollamento, una certa immobilità riflessiva, una certa estraneità interstiziale spigata tra il sé e il contesto, un particolare osservare immoto dettagli infinitesimi, o per inquadrature asimmetriche, periferiche, irregolari, decentrate, apra voragini di significato, o faccia correre crepe di non significato. Dicendo così, tuttavia, potrei mistificare l’opera. Chi mai ha notato, tuttavia, e facendolo lo ha intenzionalmente annotato, il reticolo di figure geometriche che si forma nelle pieghe della nuca dei contadini dalla pelle consumata dal sole? È breve, dicevo. È scritto come una specie di interrogatorio in cui, all’inizio, le domande sono serrate e le risposte diffuse, e verso la fine tende ad accadere il contrario. Ha, infine, a corredo, una bella postfazione di Rolando Zorzi. Al mio contatto piace una delle frasi che scrivo. È mia, l’avverto, dunque potrebbe risultare arbitraria. Mi domanda se posseggo tanti libri non letti. Quanti ne compravo? Domanda. Foto dei libri di Peter Handke. Dopo cena, sono ancora stanco. Dovrei terminare un articolo, mi mancherebbe poco – si può dire “poco” parlando di un’attività intellettuale a schema libero? –, l’occhio va al cumulo di sette volumetti ancora sul tavolo accanto agli appunti. Anche Falso movimento, l’unico nelle edizioni Guanda, perché non l’ho mai letto prima? Oggi, la mia astinenza più che decennale dalla narrativa dovrebbe farmelo avvertire distante, mentre già lo sfoglio ma ancora senza intenzione. Tutto sommato si tratta di una sceneggiatura, si, posso dirlo, erano gli anni in cui Handke e Wim Wenders firmavano assieme film molto belli: chi non ricorda Il cielo sopra Berlino? Non sono un nostalgico dei bei tempi andati, e con essi del bel cinema, semplicemente perché vado facendomi sempre più convinto che nessun tempo sia mai andato, e quel che sembra andato appare solo distante per via della frequenza più bassa della vibrazione momentanea di questo presente... Ma sono stanco. Metto da parte gli appunti, dell’articolo per ora non ne farò niente, sembra non andare da nessuna parte. «Forse è vero anche questo: si vuole scrivere senza sapere cosa. Semplicemente aver voglia di scrivere come si può aver voglia di camminare. Si ha bisogno non di scrivere, ma di voler scrivere.» così si esprime Wilhelm, il protagonista di Falso movimento, e mi tornano alla mente le meditazioni e anche gli arzigogoli sullo scrivere che produssi un paio di articoli addietro, che tenevano conto di altro e magari non anche di questo ulteriore frammento di verità. Scrivere, osservare. «Improvvisamente sono colpito da una cosa che avevo sempre trascurato; da quel momento in poi, non soltanto la vedo ma entro anche in sintonia con essa [...] Ciò che vedo non è più solo l’oggetto dell’osservazione, ma una parte intima di me stesso. [...] In questo modo non scrivo di cose semplicemente osservate [...] ma di esperienze vissute. Per questo motivo voglio fare lo scrittore.», così dice Wilhelm. Muoversi tra le cose, nel mondo, diventa appunto un falso movimento, se non c’è movimento interiore. Le pagine scorrono, due libri dovrebbero bastare per oggi, seppure brevi. Sono stanco. E poi, domattina... Chiudendosi quasi da sé nelle mie mani, il volumetto mostra tra l’ultimo foglio di guardia e il piatto posteriore, oltre il bordo un poco sbavato della colla che tiene i sedicesimi al dorso, un paio di dita di refe. Il filo stesso della narrazione che alla fine si spezza, mi sorprendo a pensare, si spezza ogni volta per chiunque, quando la storia è finita, se si è fortunati, oppure quando non lo è. Sia nel falso saggio sulla stanchezza, sia nel Falso movimento, Handke parla di un distacco, un disallineamento, uno scollamento, tra vivere e osservare la vita e questa “stanchezza-separatezza” crea il luogo, questo stretto interstizio nel quale soltanto si può scrivere. Scrivere separa dal mondo, leggere contribuisce a guardarlo. Entrambe le cose, tuttavia, alla lunga, come accade proprio agli angeli del Il cielo sopra Berlino, preludono a un riprecipitare, nel mondo, tra le persone, magari con maggiore consapevolezza, con più piena partecipazione. Così mi pare di leggere anche in quella postfazione di Zorzi, se non la esagero. Dissolvenza. Ripenso alla telefonata. Qualsiasi liquido, ci insegna la fisica, è incomprimibile. Più o meno. Quando si riscalda, l’acqua aumenta di volume. In un sistema chiuso quale la vita come noi la conosciamo, dove può andare a finire questo eccesso esistenziale, quando oltre che vivere percepiamo che stiamo vivendo? Dissolvenza. Tra quelle in questo appartamento, il getto della doccia nella mia stanza da bagno è troppo debole, non riscalda. Altrove, di là, si sente, se ci si passa vicino, un gocciolare molto, molto rado. Dissolvenza. Interno, giorno. Otto e quarantacinque, di fronte alla caldaia che alimenta gli impianti dell’appartamento. L’idraulico, arrivato puntuale, dopo qualche rapida operazione compiuta con l’asciuttezza dei gesti di chi verifica un’ipotesi già formulata, lascia scorrere entrambe le braccia ora libere lungo i fianchi, si ferma. «È il vaso di espansione.» Non si può dire che indichi con lo sguardo la bacinella, ma solo che guarda la bacinella in un modo per via del quale anche gli altri guardano nella bacinella. Sul fondo dell’acqua, una polvere granulosa e scura, sembrano detriti di un frammentarsi di gomma, del deteriorarsi di una guaina, di una guarnizione. Il vaso di espansione. È lì che finisce una parte dell’acqua che aumenta di volume, nel circuito chiuso dell’impianto, quando viene riscaldata per il riscaldamento. «Se dovesse gocciolare ancora, dovremo sostituirlo.» Dissolvenza. Doccia calda. Dissolvenza. Ancora tra i vapori della stanza da bagno, pensando a quello che scriverei, mi fermo un istante. Adesso provo a separare i libri dalla vita.

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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