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Domenica, 01 Marzo 2015 19:31

Il gioco degli specchi, l’ordine nel buio e la nostra solitudine.

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Proprio mentre scrivevo di quel libro, cadevo nello specchio, o meglio entravo nel gioco degli specchi dove inevitabilmente avrei incontrato altri – come – me. Così è stato che ho incrociato, tra i diversi che scrivono libri che parlano di libri e che io leggo, un tale che aveva casualmente rinvenuto “un esemplare un po’ stanco” del volume del quale ho già altrove riferito, l’”Advis pour dresser une bibliothèque” di G. Naudé.leggere marcenaro1L’incontro tra l’uomo e quel libro è per questi determinante, tanto che la data di quell’incontro, il 16 giugno (del 1966), costituirà il compleanno della sua biblioteca. In “Libri – Storie di passioni, manie e infamie” (Bruno Mondadori, Milano, 2010), Giuseppe Marcenaro parte da quella lettura per rendere testimonianza di un doppio percorso: quello che trasforma sé stesso da “ingordo lettore e acquirente perplesso di libri a quello di custode di biblioteca”; quello che in maniera coinvolgente, alla stregua di un racconto fantastico a momenti, a momenti d’un romanzo di formazione, lo porta a ripercorrere tratti significativi del proprio vissuto attraverso la relazione con i libri. Così è sempre una dimensione esistenziale che si dipana: sia quando pare che affronti l’eterno tema pratico dell’ordine dei libri, “I libri della mia biblioteca potrei trovarli anche al buio”, benché si consideri desiderabile sopra ogni cosa perdersi nella casualità dell’ammassarsi di volumi in pencolanti – e pericolanti – colonne, ove rinvenirne di completamente dimenticati; sia quando si tratti della sacralità, e della delicatezza, delle prime edizioni, “mi fanno l’effetto di colibrì imbalsamati da preservare sotto campane di vetro per evitare che un filo d’aria le disfi”; sia quando da una peculiare angolatura s’affronti il tema del rapporto con gli altri, che assumono l’identità storica dei precedenti proprietari di un volume, le cui tracce, i cui segni sulle pagine “sono privatissime geografie” con cui “Posso così leggere il pensiero di un ignoto”; sia quando s’indulga ancora nella bibliofilia quel tanto non quantificato che la trasmuti in bibliomania. Sia quando, sostenendo che non esistano libri proibibili, semmai opere insulse, si consideri “Sublime il gesto di farle fuori”. “La mia vita dentro alla biblioteca è un sobrillo di specchi”, dice Marcenaro nelle ultime pagine del testo, leggere marcenaro2dopo aver iniziato considerando una raccolta di libri come “l’incidentale controtipo del caos”, anzi “il disordine del mondo”

Chi sia facile a emozionarsi, e non voglia, s’interrompa poco oltre le pagine che danno conto delle raccolte di libri “audaci”, delle “peccaminosità libresche” oggi capaci soltanto di far sorridere, e non ne legga invece l’ultimo capitolo, il cui titolo prende a prestito l’espressione simbolo del celebre racconto di Herman Melville, “Bartleby lo scrivano”, quel: “I would prefer not to” nel quale tutto è racchiuso. Cosa colpisce sopra tutto di questo libro che non mi è agevole definire? Probabilmente il tentativo, in alcuni punti tanto riuscito quanto nudo, di leggere l’esistenza stessa attraverso il velo del discorso sui libri: “La biblioteca come accumulo della sperimentazione umana è il segnale perentorio della più incredibile e inutile invenzione dell’uomo: la memoria di se stesso”.

 

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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