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Sabato, 11 Aprile 2015 15:47

Il cavaliere, il monaco e i prossimi mille anni fa.

Scritto da 

Con le pause talvolta impervie in un parlare discontinuo e riflessivo, Piero Raffaelli, di quando in quando guardando altrove, compone ogni frase come una ordinata serie di reperti recuperati e ricollocati, in superficie, nell’originario sito. Spesso, di alcune parole restituisce l’esperienza della patina del tempo, della terra, o della sabbia che sembra le avessero in custodia. Il libro dell’ultimo flagello, Venosa, Osanna Edizioni, 2014, del quale egli è autore, si presenta a tutta prima come il resoconto di un viaggio effettuato poco dopo l’anno Mille tra la Lucania e la Terrasanta, lungo un percorso ad anello, da un cavaliere normanno, Sarlo, così come reso dalla penna di tale Alderisio, abate di un monastero in Abriola, in un manoscritto “vergato con inchiostro nero su novantasei fogli di carta non sempre leggibili”, ritrovato “sul fondo di uno scaffale in legno, e nascosto in un incensiere di ottone a forma di croce ortodossa” poco più che una decina d’anni fa nella biblioteca di una abitazione privata, dal mio interlocutore attuale. leggere raffaelli1 resizeE’ a lui che mi rivolgo, e l’avvertire quasi fisicamente il che di violento che c’è nel rompere il denso silenzio pomeridiano fattosi nel suo studio, mi suggerisce una domanda dalla rassicurante apparenza di semplicità.

-  Tu come definiresti il tuo libro?

- Questo è un problema: un romanzo gotico? Un romanzo tout court? Ci ho pensato molte volte: pienamente un romanzo storico non lo si può definire. A me piace pensare a questo libro come un romanzo che si nutre di un background storico, rigidamente storico, dove non viene inventata neanche la posizione di un sasso, se di questo sasso io non ho la documentazione, nella cornice di un periodo storico nel quale io mi muovo bene. Su questo terreno ho poi sviluppato quello che mi sarebbe piaciuto scoprire, vivere nel medioevo. Quindi: storico a metà, ma più propriamente un romanzo visionario.

(Conosco la sua formazione, i suoi studi incentrati sulla filologia bizantina, è a quelli che Raffaelli fa riferimento, e di quegli studi si trova traccia nella ricca mèsse di note che corredano, in maniera inconsueta per un romanzo, ogni capitolo. Lui mi legge nel pensiero e continua).

- E le note, sono anche quelle inventate? Me lo  domandano spesso. Ebbene, non c’è una nota che sia inventata.

- La storia parte con un artificio letterario, se vogliamo, noto: il ritrovamento  di un manoscritto. Al di là della semplice tecnica narrativa, mi domando cosa ci sia, se c’è, di ulteriormente suggestivo nell’inventarsi una storia che basi la sua architettura su uno scritto.

- E’ la suggestione del vero falso. E’ una scatola cinese che apri e poi all’interno ne trovi un’altra e poi un’altra. E’ un gioco di suggestioni, che parte da quello che dovrebbe essere vero - in questo caso, il periodo storico di cui vuoi parlare -, sapendo già che la storia dirà di un qualcosa che non è esistito. E’ la possibilità di approfondire questo strano gioco dove il vero falso si mescola fino al punto in cui il lettore non si rende conto, non si deve rendere conto, di ciò che è vero. E il gioco dell’accumulare continuo di verità storica e di suggestioni false ha preso molto anche me, scrivendo, tanto che a un certo punto mi sono fatto prendere la mano, da questo fatto. I documenti sono qualcosa che io ho analizzato e analizzo costantemente, soprattutto quelli del Medioevo, dell’età bizantina, di quella normanna, soprattutto nel bacino mediterraneo. Il trovarsi davanti a un documento – vero - è qualcosa che ti lascia senza fiato. Tu ti trovi, chessò, davanti un pezzo di pergamena su cui sono annotate cose di dieci secoli fa: è una suggestione incredibile. Allora la prima cosa che mi viene in mente quando scrivo è provare il medesimo piacere fisico, fisico prima ancora che mentale, di quando analizzo un documento. Io amo le suggestioni che debbo avvertire quasi concretamente. E cosa c’è di più concreto di un documento vero? O di un documento falso che tu vuoi far passare per vero? Anche il luogo del ritrovamento di questo documento è un luogo fisico reale. L’ho pensato esattamente in un posto, non casuale, di una casa precisa: nella piccola biblioteca di questa casa, ambiente senza finestre, e ho immaginato che lì, proprio in quel punto, io potessi trovare e leggere questo documento.

- Proprio a proposito del luogo di ritrovamento di questo manoscritto, una biblioteca: che cosa è una biblioteca, per Piero Raffaelli?

- Qualcosa che mi prende così tanto, che mi fa impazzire. Ricordo molti anni fa, per motivi di ricerca, forte di una lettera di presentazione della Prof.ssa Vera von Falkenhausen, fui ammesso alla biblioteca della École française di Roma a Palazzo Farnese. La dimensione che ti assorbe è il silenzio assoluto. In quella biblioteca ti sentivi addosso tutto ciò che c’era in quei libri, percepivi la presenza di quello che andavi cercando. In una biblioteca, sono i libri che finiscono per possedere te. Magari con l’aiuto di una luce molto soffusa, che è il modo migliore per entrare in comunione con i libri che vuoi leggere.

 - Ho un’altra curiosità. Il tuo mi pare un romanzo attualissimo: è l’oggi disegnato in quell’epoca, sebbene …

(Sorride) - Mi è stato fatto presente. Quando io l’ho scritto l’ISIS non esisteva. Né eravamo a questi livelli di scontro tra certe frange dell’islamismo e il potere economico dell’Occidente. Anzi, debbo dire proprio questo: il mio romanzo è tutto fuorché uno scontro di civiltà. Cristiani ortodossi, cristiani romani, islamici e addirittura ebrei, si trovano a convivere gli uni affianco agli altri. Spesso mi innervosisco nel sentire frasi fatte del tipo: “stiamo tornando al medioevo”. Io dico: sarebbe bello! Perché nel medioevo, fermi gli scontri che c’erano tra civiltà, religioni e culture, c’erano forme di tolleranza, specialmente in quest’area del Mediterraneo, e mi riferisco al medio Oriente, che oggi sono impensabili. Forse perché non c’era il petrolio, non c’erano tanti interessi ... leggere raffaelli2 resize

(Debbo per necessità interrompere una conversazione come questa, che si può solo interrompere e non si può concludere, sapendo che di qui a poco, chi volesse potrebbe riannodarla, alla presentazione del libro fissata al prossimo 16 aprile 2015, nell’Aula Magna dell’Università della Basilicata, a Potenza, alle 17.00).

- Per fermarci: la lettura di questa come storia di una ricerca di una maturità interiore dell’individuo, sarebbe una lettura autorizzata?

- E’ così. Aggiungerei che basta semplicemente riflettere: di scontato non c’è nulla. Questo è un romanzo sfaccettato che può essere letto solo ed unicamente se le prospettive sono diverse. Occorre calarsi in un viaggio geografico prima ancora che storico. Bisogna lasciarsi trasportare dalla lettura, senza aspettarsi posizioni rigide. Dobbiamo conoscere il mondo. L’unica mia preoccupazione è stata quella di descrivere luoghi, culture e personaggi così com’erano, e non come io volevo che fossero. Loro, personaggi falsi che esplorano un mondo vero.

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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