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Sabato, 06 Giugno 2015 17:17

I Mille, quelli buoni

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Meridionali si nasce. Da ragazzo immaginavo che i libri si stampassero tutti a Milano. Che gli editori fossero necessariamente milanesi. Sui vent’anni, uno ne incontrai. Non lì, ma al Nord, comunque. Ricordo l’appuntamento fissato alla controra, in un appartamento d’un edificio di quelli venuti su tra il baby boom e l’austerity, indifferentemente, nelle periferie italiane, lo studio che poteva andar bene per trattare affari su qualsiasi categoria merceologica tra quelle nel paniere Istat e d’intorno, così come il mio interlocutore. Firma del contratto, poche frasi che oggi rileggo come collaudate, quasi stanche anche nel misurato entusiasmo, sul futuro che impaziente pare mi attendesse, chissà se ancora e sempre col contributo dell’autore. Se dovessi obliterare il fatto che io non continuai a tentare di scrivere, potrei essere tentato di dolermi di non aver incontrato un editore d’altro tipo.Esce in queste settimane il volume numero mille della collana La Memoria di Sellerio editore di Palermo. Il numero 1000, La memoria di Elvira, è dedicato proprio a Elvira Giorgianni Sellerio, scomparsa pochi anni fa e per lungo tempo guida della Casa editrice, ed è una raccolta di testimonianze importanti, da Luciano Canfora a Alicia Giménez-Bartlett, da Giuseppe Scaraffia a Antonino Buttitta, a Andrea Camilleri, a Adriano Sofri e diversi altri, autori e collaboratori della casa editrice, sulla sua straordinaria esperienza.sellerio1Tentando di resistere al fascino personale, che s’immagina restituito soltanto per accenni, della Signora Elvira, in queste pagine si possono riconoscere l’idea, il progetto ed i caratteri fondanti di una Casa editrice molto particolare. Sorta nel 1969, in un panorama editoriale dove la Einaudi si era proposta come modello, assumendo su di sé dal dopoguerra il compito di introdurre nella cultura italiana i tanti autori europei ed extraeuropei fino ad allora esclusi, veicolando però i tratti della cultura marxista, la Sellerio nasce “sotto il segno crociano”, “ma reso più aperto dall’illuministica intelligenza di Sciascia”, altro fondatore, con Enzo Sellerio ed Elvira, sua moglie, della Casa, e in essa presenza e riferimento costante. Sellerio - il non disambiguare, tra la Casa e la Signora Elvira, viene naturale - è innanzitutto un rapporto pieno con i propri autori. La Signora legge tutti i dattiloscritti che arrivano, con attenzione e profondità, formula su di essi valutazioni discrete e disadorne nei toni, nella sostanza lucide e fondate. Ma oltre che lo scritto, nella dialettica tra autore e opera letteraria sulla quale medesima la letteratura stessa è copiosa, la Signora è interessata a conoscere l’uomo; su ciò, gli scritti del volume possono esser letti come autentiche testimonianze d’amicizia. La vicinanza con l’autore non porta però mai a confondere i piani e le responsabilità: i testi, se apprezzati, non vengono sottoposti ad alchimie, rimaneggiamenti, aggiustamenti, che vadano oltre qualche buon consiglio, e che siano invece risultato di invasive revisioni editoriali orientate maggiormente a rendere più vendibile il prodotto, che migliore l’opera. L’editore, dal canto proprio, nell’impaginare, stampare, rilegare, e prim’ancora nello scegliere le copertine e nel pretendere d’usare sempre perfino la carta d’una certa qualità, senza mai deflettere, anche nelle ristampe, anche dopo le diecimila copie, e nel distribuire, tratta ogni opera con la cura dell’artigiano e con la sacralità che il libro richiede. Tutte le opere edite sono tenute a catalogo a tempo indefinito: non conoscono il breve oblio del magazzino dell’invenduto, che in tante altre case editrici costituisce il braccio della morte che porta immancabilmente, quanto inspiegabilmente, al macero. In questa raccolta si può anche seguire il racconto di un sogno e di una impresa meridionali, siciliani. Impresa al contempo ardua e consapevole, orgogliosa fino a stampare “Palermo” sulla copertina dei volumi accanto a “Sellerio editore”. Impresa che negli anni ha attraversato anche tutte le difficoltà del contesto e specifiche del mondo dell’editoria, ha resistito all’assalto di molti ed ha rischiato d’essere sopraffatta, e che è stata invece soccorsa, non dall’esterno, dagli eccezionali risultati di vendita di alcuni dei propri autori, dal proprio interno. Da sé stessa, in definitiva. Le duecentosessanta pagine del volume, belle da leggersi non soltanto per le belle penne che le hanno scritte, lasciano molto più che quanto s’è accennato: la nostalgia per le figure di Elvira Giorgianni e dello stesso Leonardo Sciascia, presente costantemente in controluce anche oltre il consumarsi della sua assenza; l’amore ed il rispetto per il leggere e per lo scrivere.

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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