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Leggere

Niente a che vedere con prodotti di certo circo letterario, Intransigenze (Adelphi, Milano, 1994) è la raccolta di un discreto numero di interviste che Vladimir Nabokov, l’autore di Lolita e de Il dono, per intendersi, rilasciò nel corso  di molti anni della sua vita e della sua attività di scrittore. Chi s’aspettasse di trovarci qualche gustoso aneddoto, di scorgere tratti intimi dell’uomo dietro la figura pubblica, di far tesoro di trucchi o segreti del mestiere, o financo di arricchire la propria collezione di santini con una ennesima oleografia dell’artista o - perfidamente aggiungo - di scovarvi frasi tanto sibilline quanto banali con le quali farcire la barra di stato di Facebook e fare così incetta di like, sbaglierebbe. Nabokov, non sembri una contraddizione, non amava le interviste, “se per intervista s’intende una chiacchierata fra due normali esseri umani”, non considerava possibile un dialogo sulla scrittura e sulla letteratura, improntato ad una poco rigorosa spontanea immediatezza; tant’è che chi proprio intendesse, veniva invitato a produrre un elenco di domande scritte alle quali egli forniva altrettanto puntuali risposte scritte. Il volume non è quindi in definitiva una stampa anastatica di ritagli di giornale, bensì una ordinata occasione di dar voce alle sue opinioni personali, così si esprime, su temi pertinenti, che non trovavano a suo dire molto spazio nei suoi scritti narrativi. legg nabokov1In questo senso, in questa chiave, è probabilmente sensato proporre questo libro in questo contesto, come un discorso austero sulla produzione letteraria e sullo scrivere, dal metodo alle traduzioni, dalla cura del testo alla conoscenza approfondita delle lingue, alla critica della critica letteraria, oltre che sulla politica, sui costumi, la morale e la dittatura, la Russia e l’America ed altro, fatto da un grande scrittore del secolo scorso. E dire che, sollecitato, proprio Nabokov confessava di non aver mai pensato alla letteratura come una carriera, allo scrivere come una possibile fonte di reddito, avendone spesso immaginata per sé invece “una lunga e appassionante […] nei panni di un oscuro conservatore di lepidotteri in un grande museo”. Intransigenze lo lessi una prima volta nell’agosto del 2006, e l’ho riletto in questi giorni per l’occasione. Non ricordavo, tra le tante cose, certi giudizi su altri scrittori, sui Joyce e sui Kafka, i Tolstoj, Balthus, Balzac, Mann, e altri, che li dividono inesorabilmente, per così dire, tra sommersi e salvati. Non ricordavo nemmeno che da pagina 275, dandole dignità di paragrafo, producesse una così definitiva e sarcastica valutazione del tanto venerato Sartre de La Nausée, a me cara per molte ragioni. Però ricordavo il rigore e la serietà, ben lontani dalle mode o dai miti dello scrivere come viene, con i quali individua, richiesto, le virtù letterarie alle quali cercare di arrivare: “La capacità di chiamare a raccolta le parole migliori, con ogni aiuto disponibile, lessicale, associativo e ritmico, per esprimere con la massima precisione possibile ciò che si vuole esprimere”. Una buona lettura.

Rocco Infantino

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L’antico divieto di generare orfani o vedove, pena inevitabili nuove colate di piombo fuso, aleggia da secoli tra le ombre delle grandi macchine a stampa. L’anatema germina dallo sviluppo lineare del libro. I libri hanno una struttura lineare - questa è una delle apparenti banalità più profonde dell’esperienza comune -, seguono quindi una estensione che ha un prima e un poi, hanno un numero contato di pagine. Alla bisogna, leggendo, si può fare un salto indietro e riprendere il percorso da un certo determinato punto a seguire. Essi sono anche un oggetto finito, con il quale si può soltanto leggere, non se ne danno altre funzioni intrinseche. Così è. leggere casati1 Oggi prende corpo una nuova forma di vita, di tipo arborescente, che trova il suo proprio habitat negli strumenti digitali: dai pc ai tablet, ai kindle, al famigerato i-pad. Con questi strumenti si può anche leggere. Anche, si badi, ma non esclusivamente: leggere è soltanto una delle tante attività che vi si offrono. E mentre quello che ci si legge perde, anche visivamente, la sua struttura sequenziale - lineare, dell’ambiente di lettura tradizionalmente disegnato tra lo sguardo e le pagine di un libro, i confini rovinano verso infiniti spazi collaterali, opzioni, distrazioni. Quel che ci viene sottratto - rubato? - è l’attenzione, e con essa l’esclusività e la profondità dell’esperienza, non soltanto del leggere. In un testo digitale, il “tornare indietro” non ha il medesimo effetto che con le pagine di un libro. Ma soprattutto, le nuove tecnologie sono orientate ad offrirci continue occasioni di distrazione: dall’essere connessi, all’interagire sui social, al ritenere d’essere o dover essere costantemente informati. Finanche gli ambienti esterni della lettura, quello domestico, quello scolastico, che dovrebbero essere a loro volta protetti, sono invece vulnerati da continue intrusioni. In questi ultimi, la sostituzione dei libri con le tecnologie digitali, mostrata come un progresso, potrebbe rivelarsi una violenza nella formazione degli individui, mutandoli da soggetti consapevoli in semplici terminali nel rapporto uomo - macchina o, peggio, uomo - prodotti. In mezzo, c’è anche una nuvolaglia di probabili sciocchezze, come quella della pretesa specificità dei cosiddetti “nativi digitali”, generazione di giovani evidentemente capaci di usare le nuove tecnologie con naturalezza; fatto dal quale qualcuno però tenterebbe di postulare l’esistenza di una specifica forma di intelligenza, in senso stretto. Con quale utilità?leggere casati2 Roberto Casati, Contro il colonialismo digitale - istruzioni per continuare a leggere, Laterza, 2013. Ho consigliato questo saggio a mia figlia. La ragazzina legge molto, ha sempre letto molto. Non è quindi, il mio, un intempestivo invito alla lettura, bensì una indicazione per acquisire, attraverso determinate consapevolezze, gradi crescenti di libertà. A voler giocare - quanto improbabilmente? - ai complottisti, potremmo magari riflettere sul fatto che non solo se compriamo libri su Amazon, Amazon conosce tutto dei nostri gusti, ma se poi leggiamo i nostri libri su Kindle, qualcuno, in un dove indefinito, è in grado di stabilire, quantitativamente ed anche analiticamente: quali siano i libri i cui ultimi capitoli vengano letti prima dei primi, quali libri vengano acquistati e non letti, quali libri vengano letti di sera prima d’addormentarsi e quali durante le varie ore della giornata, quali quelli iniziati più volte… Debbo continuare? Cosa si riuscirebbe a ricavare da queste informazioni? Immaginiamo, giochiamo? in questo mondo, potremmo allora voler passare, da lettori, in clandestinità (darci alla macchia, ma d’inchiostro), comprando “in piccole librerie fuori mano, pagando in contanti”. E ci tornerebbe cara, da autori, a presidio del momento delicato della correzione delle bozze, la vecchia prescrizione dei tipografi: attenzione a non generare pagine che comincino con l’ultima riga del paragrafo precedente, o pagine che finiscano con la prima, o le prime, del paragrafo successivo (orfani e vedove, appunto); il che avrebbe richiesto di fondere di nuovo il piombo con il quale si componevano, per la stampa, pagine e pagine ad esse successive. In realtà, un rischio ancora più terrificante si dava per i famigerati “canali”. Ma di questo, saprete dirmi.

Rocco Infantino

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galluzzi1Sereni, non c’è rischio che si diventi bibliotecari. Però proviamo a seguire un piccolo ragionamento. Ragionamenti sui libri se ne fanno spesso, spessissimo sulla buona abitudine di leggere, abitudine che purtroppo quasi altrettanto spesso scivola nella velleità di scrivere (ah, se anche tra queste righe fossero ammesse le emoticon, ne avrei giusto una che fa al caso!), sui macrofenomeni ad essi legati, che pomposamente definiamo i consumi culturali, e poi anche sull’influenza che su di essi hanno inevitabilmente quelle che da decenni ormai ci ostiniamo a chiamare le nuove tecnologie (dai primi calcolatori via via fino all’ormai prossima, credo, trasmissione del pensiero, sempre “nuove tecnologie”). Talvolta la riflessione si fa più fosca, il pensiero va a quelle dimensioni che s’immaginano remote (a scelta: nel passato, nel futuro ipotetico o confinate nei termini di civiltà tanto poco illuminate quanto lontane), dove i libri vengono bruciati, dove non si legge mai o non si legge più. E’ poi, quest’ultimo, un piano inclinato sul quale il pensiero rotolando accelera, e quel che parte come deficit di cultura, diventa deficit di idee e poi deficit di libertà. Ma siamo davvero convinti che esista un vero nemico dei libri? Un omone cattivo che se fosse per lui tutti i volumi del mondo sarebbero soltanto un’altissima lingua di fuoco? Un orco pronto a vietarci di leggere per il resto della nostra esistenza? La verità, al solito, è al contempo più complessa e meno teatrale, l’uomo cattivo non appare come nei peggiori incubi, le peggiori sciagure spesso viaggiano su comportamenti insospettabili, accompagnati da scialbi sguardi di tante persone qualunque. Quali sono le conseguenze dell’ormai troppo lunga crisi economica sul finanziamento e sul sostentamento delle biblioteche pubbliche? Sono reali, e attuali, i rischi di una generalizzata privatizzazione delle biblioteche? E di una loro generalizzata chiusura? Qual è il ruolo che le biblioteche, ancora oggi, presìdi centrali per la conservazione e la diffusione del sapere, hanno invece nell’immaginario collettivo? Davvero le persone (la “gente”, ahi, che espressione!) ritengono che a valle della rivoluzione digitale, il bisogno di sapere e di libertà sia assicurato in qualsiasi momento da una semplice ricerca di Google? E che, per converso, le biblioteche siano ormai l’ultimo posto in cui pare siano stati avvistati i dinosauri prima d’estinguersi? galluzzi2 C’è uno studio molto efficace, agile e pragmatico, che affronta queste questioni: Libraries and public perceptions. A comparative analysis of the european press, Oxford, Elsevier, Chandos Publishing, 2014. L’autrice, Anna Galluzzi, consigliere parlamentare presso la biblioteca del Senato della Repubblica, fa un’analisi dello stato dell’arte sul futuro delle biblioteche partendo dal tema della percezione che di esse si ha nel senso comune, verificando concretamente e con metodo scientifico come questi temi siano stati trattati dalla stampa quotidiana di quattro Paesi europei (Italia, Francia, Regno Unito e Spagna), secondo il contenuto di 3.659 articoli pertinenti, estrapolati da due quotidiani nazionali e 6 internazionali. E’ fin troppo evidente che rendere marginali, pittoresche, anzi anacronistiche le funzioni delle biblioteche pubbliche nel senso comune, proprio esse che da secoli s’incaricano, nelle società più avvertite, di offrire accesso all’informazione, diffusione della cultura, spazio di confronto scientifico e intellettuale, significa scardinare uno dei capisaldi della civiltà, come la conosciamo. Ma questa operazione non la fa l’uomo nero, la facciamo noi.

Rocco Infantino

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Con le pause talvolta impervie in un parlare discontinuo e riflessivo, Piero Raffaelli, di quando in quando guardando altrove, compone ogni frase come una ordinata serie di reperti recuperati e ricollocati, in superficie, nell’originario sito. Spesso, di alcune parole restituisce l’esperienza della patina del tempo, della terra, o della sabbia che sembra le avessero in custodia. Il libro dell’ultimo flagello, Venosa, Osanna Edizioni, 2014, del quale egli è autore, si presenta a tutta prima come il resoconto di un viaggio effettuato poco dopo l’anno Mille tra la Lucania e la Terrasanta, lungo un percorso ad anello, da un cavaliere normanno, Sarlo, così come reso dalla penna di tale Alderisio, abate di un monastero in Abriola, in un manoscritto “vergato con inchiostro nero su novantasei fogli di carta non sempre leggibili”, ritrovato “sul fondo di uno scaffale in legno, e nascosto in un incensiere di ottone a forma di croce ortodossa” poco più che una decina d’anni fa nella biblioteca di una abitazione privata, dal mio interlocutore attuale. leggere raffaelli1 resizeE’ a lui che mi rivolgo, e l’avvertire quasi fisicamente il che di violento che c’è nel rompere il denso silenzio pomeridiano fattosi nel suo studio, mi suggerisce una domanda dalla rassicurante apparenza di semplicità.

-  Tu come definiresti il tuo libro?

- Questo è un problema: un romanzo gotico? Un romanzo tout court? Ci ho pensato molte volte: pienamente un romanzo storico non lo si può definire. A me piace pensare a questo libro come un romanzo che si nutre di un background storico, rigidamente storico, dove non viene inventata neanche la posizione di un sasso, se di questo sasso io non ho la documentazione, nella cornice di un periodo storico nel quale io mi muovo bene. Su questo terreno ho poi sviluppato quello che mi sarebbe piaciuto scoprire, vivere nel medioevo. Quindi: storico a metà, ma più propriamente un romanzo visionario.

(Conosco la sua formazione, i suoi studi incentrati sulla filologia bizantina, è a quelli che Raffaelli fa riferimento, e di quegli studi si trova traccia nella ricca mèsse di note che corredano, in maniera inconsueta per un romanzo, ogni capitolo. Lui mi legge nel pensiero e continua).

- E le note, sono anche quelle inventate? Me lo  domandano spesso. Ebbene, non c’è una nota che sia inventata.

- La storia parte con un artificio letterario, se vogliamo, noto: il ritrovamento  di un manoscritto. Al di là della semplice tecnica narrativa, mi domando cosa ci sia, se c’è, di ulteriormente suggestivo nell’inventarsi una storia che basi la sua architettura su uno scritto.

- E’ la suggestione del vero falso. E’ una scatola cinese che apri e poi all’interno ne trovi un’altra e poi un’altra. E’ un gioco di suggestioni, che parte da quello che dovrebbe essere vero - in questo caso, il periodo storico di cui vuoi parlare -, sapendo già che la storia dirà di un qualcosa che non è esistito. E’ la possibilità di approfondire questo strano gioco dove il vero falso si mescola fino al punto in cui il lettore non si rende conto, non si deve rendere conto, di ciò che è vero. E il gioco dell’accumulare continuo di verità storica e di suggestioni false ha preso molto anche me, scrivendo, tanto che a un certo punto mi sono fatto prendere la mano, da questo fatto. I documenti sono qualcosa che io ho analizzato e analizzo costantemente, soprattutto quelli del Medioevo, dell’età bizantina, di quella normanna, soprattutto nel bacino mediterraneo. Il trovarsi davanti a un documento – vero - è qualcosa che ti lascia senza fiato. Tu ti trovi, chessò, davanti un pezzo di pergamena su cui sono annotate cose di dieci secoli fa: è una suggestione incredibile. Allora la prima cosa che mi viene in mente quando scrivo è provare il medesimo piacere fisico, fisico prima ancora che mentale, di quando analizzo un documento. Io amo le suggestioni che debbo avvertire quasi concretamente. E cosa c’è di più concreto di un documento vero? O di un documento falso che tu vuoi far passare per vero? Anche il luogo del ritrovamento di questo documento è un luogo fisico reale. L’ho pensato esattamente in un posto, non casuale, di una casa precisa: nella piccola biblioteca di questa casa, ambiente senza finestre, e ho immaginato che lì, proprio in quel punto, io potessi trovare e leggere questo documento.

- Proprio a proposito del luogo di ritrovamento di questo manoscritto, una biblioteca: che cosa è una biblioteca, per Piero Raffaelli?

- Qualcosa che mi prende così tanto, che mi fa impazzire. Ricordo molti anni fa, per motivi di ricerca, forte di una lettera di presentazione della Prof.ssa Vera von Falkenhausen, fui ammesso alla biblioteca della École française di Roma a Palazzo Farnese. La dimensione che ti assorbe è il silenzio assoluto. In quella biblioteca ti sentivi addosso tutto ciò che c’era in quei libri, percepivi la presenza di quello che andavi cercando. In una biblioteca, sono i libri che finiscono per possedere te. Magari con l’aiuto di una luce molto soffusa, che è il modo migliore per entrare in comunione con i libri che vuoi leggere.

 - Ho un’altra curiosità. Il tuo mi pare un romanzo attualissimo: è l’oggi disegnato in quell’epoca, sebbene …

(Sorride) - Mi è stato fatto presente. Quando io l’ho scritto l’ISIS non esisteva. Né eravamo a questi livelli di scontro tra certe frange dell’islamismo e il potere economico dell’Occidente. Anzi, debbo dire proprio questo: il mio romanzo è tutto fuorché uno scontro di civiltà. Cristiani ortodossi, cristiani romani, islamici e addirittura ebrei, si trovano a convivere gli uni affianco agli altri. Spesso mi innervosisco nel sentire frasi fatte del tipo: “stiamo tornando al medioevo”. Io dico: sarebbe bello! Perché nel medioevo, fermi gli scontri che c’erano tra civiltà, religioni e culture, c’erano forme di tolleranza, specialmente in quest’area del Mediterraneo, e mi riferisco al medio Oriente, che oggi sono impensabili. Forse perché non c’era il petrolio, non c’erano tanti interessi ... leggere raffaelli2 resize

(Debbo per necessità interrompere una conversazione come questa, che si può solo interrompere e non si può concludere, sapendo che di qui a poco, chi volesse potrebbe riannodarla, alla presentazione del libro fissata al prossimo 16 aprile 2015, nell’Aula Magna dell’Università della Basilicata, a Potenza, alle 17.00).

- Per fermarci: la lettura di questa come storia di una ricerca di una maturità interiore dell’individuo, sarebbe una lettura autorizzata?

- E’ così. Aggiungerei che basta semplicemente riflettere: di scontato non c’è nulla. Questo è un romanzo sfaccettato che può essere letto solo ed unicamente se le prospettive sono diverse. Occorre calarsi in un viaggio geografico prima ancora che storico. Bisogna lasciarsi trasportare dalla lettura, senza aspettarsi posizioni rigide. Dobbiamo conoscere il mondo. L’unica mia preoccupazione è stata quella di descrivere luoghi, culture e personaggi così com’erano, e non come io volevo che fossero. Loro, personaggi falsi che esplorano un mondo vero.

Rocco Infantino

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In quarta di copertina è scritto: “Questo non è un libro”. L’autore è il segretario definitivamente provvisorio di un circolo di letterati e matematici di lingua francese che professano la creatività regolata, praticano la scrittura vincolata e continuamente determinano severi precetti formali e costrittivi ai quali assicurare l’ispirazione letteraria. leggere benabou1Non disorienti l’avvertito lettore il fatto che parlare di libri possa condurre talvolta all’atto di scriverli e, per questa via, approdare all’esperienza di qualcuno che ne scriva uno che s’intitoli: “Perché non ho scritto nessuno dei miei libri”. Il volume del quale dico, uscito in Francia per Hachette nel 1986, è stato pubblicato in Italia per le Edizioni Theoria nel 1991, e l’autore è tale Marcel Bénabou, professore di Storia romana all’Università di Parigi – VII e socio, assieme ad altri scrittori come Georges Perec e lo stesso Italo Calvino, dell’”Ouvroir de Littérature Potentielle”, officina fondata da Raymond Queneau e dedita alle pratiche sopraccennate. leggere benabou2 Esistono molti modi per leggere questo scritto; in esso si troveranno, rovesciate o rifratte, diverse prospettive dello scrivere. Stilisticamente, il testo si propone come un dialogo con il lettore. Strutturalmente, è il discorso sopra un libro che non c’è ed è proprio esso il libro del quale si parla. Intimamente, è l’attenta, analitica, trattazione della sintomatologia dell’urgenza e della paura di scrivere. Un diario clinico minimo di un patimento che inevitabilmente si cronicizza, che fissa in maniera netta e precisa prima ancora che i moti dell’animo, i significativi passaggi psichici di questo morbo particolare. Per questa via, chi legga e non sia immune da questo male, troverà rispetto alla propria esperienza diversi passaggi molto vicini e veri, e ne rimarrà colpito come da una diagnosi inaspettata o, peggio, temuta. Tra la logica e l’epistemologia giustamente evocate nell’aletta del volume, credo difatti sia proprio il preciso scandaglio psicologico, seppur proposto con leggerezza e in fin dei conti con maniera, a risultare il tratto più coinvolgente in questa lettura. Però, però, questo libro è pure ancora una volta un gioco: del libro, divinità che celebra, e dello scrivere, esso è l’immagine riflessa nella parte cava del cucchiaio. Molti, credo, avranno incontrato le tante versioni di un diffuso precetto, del quale io prediligo quella che Manuel Vázquez Montalbán fa dire a Pepe Carvalho ne L’uomo della mia vita: “Ogni essere umano dovrebbe poter avere un figlio, scrivere un libro, piantare un albero e brevettare una propria ricetta di pollo con salsa.”. Quando si tiri un rigo e si faccia la somma, la propria storia personale ben potrà essere così semplificata. Troppo frequentemente nella vita capita che non si pensi all’albero, di essere persino distratti nel vivere l’esperienza di un figlio, e dello scrivere un libro, allora, con il suo portato di vissuto e di significato… Spesso, se la salsa vien su gradevole, è il pollo a risolvere il senso dell’esistere. leggere benabou3 Perché dunque leggere questo libro? Se non è per il gusto del giuoco, è quasi certamente per il medesimo inconfessabile motivo che ha spinto me. Perché possederlo, è al contrario affare più semplice. Tra i libri della nostra biblioteca, esso sarà il buon testimone di tutti quelli che non esistono, degli infiniti libri che avrebbero potuto esserci, dei molti, o pochi, che avrebbero dovuto. Ma questa è l’opinione di uno di quelli che sullo scrivere hanno atteso troppo, e si cura e si consola tra gli articolisti anonimi.

 

Rocco Infantino

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- E’ più che destino, è un caso. - faccio dire a un tale in uno dei miei romanzi che non vedranno mai la luce. Il fatto: nei giorni scorsi www.goccedautore.it ottiene la registrazione come testata giornalistica. Questa testata dà notevole spazio alla cultura dei libri. Il numero di registrazione è il 451. Quattrocentocinquantuno. Il cortocircuito è innescato. Non può non venire alla mente, ai più, quel “Fahrenheit 451” pubblicato da Ray Bradbury tra il 1951 e il 1953 (dapprima come un racconto breve, poi, esteso, come romanzo). leggere bradbury1 Bradbury indica a F.451 la temperatura alla quale la carta prenda fuoco e scrive questa storia che s’inserisce nel filone dell’utopia negativa, tracciando un futuro nel quale i libri siano totalmente banditi dalla civiltà umana. Leggere o possedere libri è considerato reato, la parola scritta è vietata e per tenere informata, educata, ed anche serena e sottomessa la popolazione, l’unica fonte ammessa dal nuovo ordine è la televisione. Per sopprimere l’odioso reato esiste un particolare corpo di vigili del fuoco, incaricato di scovare fin nelle abitazioni private i famigerati libri e bruciarli. I libri portano tristezza, rendono le persone antisociali e non fanno di esse cittadini migliori. Questa l’idea di fondo, se volessimo riassumerla con le parole che userebbe la televisione che Bradbury immagina – o quella uguale che conosciamo noi oggi -.

leggere bradbury2Nell’edizione attuale che propongo in foto, chi voglia, finché non è reato, vada alle pagine 90-94 per ulteriori elementi. In effetti, quella dei roghi di libri è una tradizione costante nella storia effettiva della civiltà umana, sia risalente sia attuale, e parallelamente ha trovato nei libri, dentro le storie scritte, uguali costanti riferimenti. Ma se ce la sentissimo di azzardare, pure avvertiti che sul punto la letteratura è davvero tanta, potremmo dire che molti di questi roghi, narrati o reali, possono inserirsi come atti “nella storia”, nella dialettica delle civiltà, per lo più come apici (o indici, il gioco mi piace troppo) di uno scontro tra culture o delle idee, del gesto estremo di quella dominante nel momento verso un’altra o le altre. Ma nel ’51, appunto, Bradbury, questo ragazzotto americano, propone il libro, ogni e qualsivoglia libro, come lo strumento di una consapevolezza e di una profondità dell’esistere, che in quanto tale diventa strumento sovversivo. Bruciare i libri serve a liberare l’uomo. Questo vuol far credere il potere in quel mondo nuovo disegnato da Bradbury - in un futuro allora immaginato e che oggi, se solo avessimo occhi per vederlo, viviamo quasi -.

leggere bradbury3Riguardando quella delicata versione cinematografica fattane da François Truffaut nel 1966, coll’ausilio del fermo immagine, m’accorgo che il primo libro scovato nel film da un solerte pompiere nella coppa d’un lampadario in una abitazione è proprio una edizione del Don Quicote del Cervantes, che inizia con il rogo dei libri, causa della pazzia del protagonista, nella sua biblioteca. Di quello, proprio su www.goccedautore.it, si faceva cenno appena poche settimane addietro. Aggiungerei: la salamandra ignifera a sei zampe che è simbolo dei pompieri incendiari di Fahrenheit 451 ricorderebbe un altro animale a sei zampe che mette lingue di fuoco e che molti conoscono; ciò potrebbe rimandare ancora a una dialettica, attuale, tra il “va tutto bene” della TV e quel limo nero, quella chimica della terra che Bradbury cita come invito per concludere il ciclo del ritorno alla realtà. Così pure, in un mondo libero da pericolosi scartafacci, si potrebbe finalmente credere secondo Bradbury che esistano guerre che durino due giorni soltanto, in cui nessuno muore se non cade da un balcone. Ma a tanto io non sono autorizzato, come chiunque talvolta confonda realtà attuali con vecchie idee sull’avvenire e non domini a dovere il delicato meccanismo del futuro anteriore.

Rocco Infantino

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Proprio mentre scrivevo di quel libro, cadevo nello specchio, o meglio entravo nel gioco degli specchi dove inevitabilmente avrei incontrato altri – come – me. Così è stato che ho incrociato, tra i diversi che scrivono libri che parlano di libri e che io leggo, un tale che aveva casualmente rinvenuto “un esemplare un po’ stanco” del volume del quale ho già altrove riferito, l’”Advis pour dresser une bibliothèque” di G. Naudé.leggere marcenaro1L’incontro tra l’uomo e quel libro è per questi determinante, tanto che la data di quell’incontro, il 16 giugno (del 1966), costituirà il compleanno della sua biblioteca. In “Libri – Storie di passioni, manie e infamie” (Bruno Mondadori, Milano, 2010), Giuseppe Marcenaro parte da quella lettura per rendere testimonianza di un doppio percorso: quello che trasforma sé stesso da “ingordo lettore e acquirente perplesso di libri a quello di custode di biblioteca”; quello che in maniera coinvolgente, alla stregua di un racconto fantastico a momenti, a momenti d’un romanzo di formazione, lo porta a ripercorrere tratti significativi del proprio vissuto attraverso la relazione con i libri. Così è sempre una dimensione esistenziale che si dipana: sia quando pare che affronti l’eterno tema pratico dell’ordine dei libri, “I libri della mia biblioteca potrei trovarli anche al buio”, benché si consideri desiderabile sopra ogni cosa perdersi nella casualità dell’ammassarsi di volumi in pencolanti – e pericolanti – colonne, ove rinvenirne di completamente dimenticati; sia quando si tratti della sacralità, e della delicatezza, delle prime edizioni, “mi fanno l’effetto di colibrì imbalsamati da preservare sotto campane di vetro per evitare che un filo d’aria le disfi”; sia quando da una peculiare angolatura s’affronti il tema del rapporto con gli altri, che assumono l’identità storica dei precedenti proprietari di un volume, le cui tracce, i cui segni sulle pagine “sono privatissime geografie” con cui “Posso così leggere il pensiero di un ignoto”; sia quando s’indulga ancora nella bibliofilia quel tanto non quantificato che la trasmuti in bibliomania. Sia quando, sostenendo che non esistano libri proibibili, semmai opere insulse, si consideri “Sublime il gesto di farle fuori”. “La mia vita dentro alla biblioteca è un sobrillo di specchi”, dice Marcenaro nelle ultime pagine del testo, leggere marcenaro2dopo aver iniziato considerando una raccolta di libri come “l’incidentale controtipo del caos”, anzi “il disordine del mondo”

Chi sia facile a emozionarsi, e non voglia, s’interrompa poco oltre le pagine che danno conto delle raccolte di libri “audaci”, delle “peccaminosità libresche” oggi capaci soltanto di far sorridere, e non ne legga invece l’ultimo capitolo, il cui titolo prende a prestito l’espressione simbolo del celebre racconto di Herman Melville, “Bartleby lo scrivano”, quel: “I would prefer not to” nel quale tutto è racchiuso. Cosa colpisce sopra tutto di questo libro che non mi è agevole definire? Probabilmente il tentativo, in alcuni punti tanto riuscito quanto nudo, di leggere l’esistenza stessa attraverso il velo del discorso sui libri: “La biblioteca come accumulo della sperimentazione umana è il segnale perentorio della più incredibile e inutile invenzione dell’uomo: la memoria di se stesso”.

 

Rocco Infantino

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So bene che sto per dedicare queste modeste righe a uno degli scritti forse più recensiti e so anche che posso parlarne senza averne altra qualifica che quella di lettore onnivoro e curioso. Ho avuto la fortuna di ritrovarmi in possesso del libro il cui titolo ho quassù preso in prestito, nella bella edizione curatane, per i tipi di Liguori, da Massimo Bray per i Quaderni del Dipartimento di Filosofia e Politica delI’Istituto Universitario Orientale di Napoli (1992), prima edizione rivolta al pubblico italiano. Leggere naude1 Gabriel Naudé è uno studioso parigino precoce ma appena ventisettenne quando, nel 1627, pubblica la prima versione de l’”Advis pour dresser une bibliothèque”. Con i libri e con gli uomini di libri ha da sempre una vicinanza familiare, ed ha anche già conosciuto diverse biblioteche del tempo, di Parigi e del nord d’Italia, pur non avendo ancora sedimentato sapienza ed esperienza. Naudé si trova abbastanza presto ad essere incaricato di pensare d’organizzare la biblioteca del presidente del Parlamento di Parigi, Henri II de Mesmes, prima di diventare, nel corso della sua vita, bibliotecario d’altri grandi dell’epoca, tra i quali il Cardinale Mazzarino e la Regina Cristina di Svezia, oltreché favorito frequentatore, grazie ai Barberini, della stessa Biblioteca Vaticana. Sarei tentato, confesso, di proporre in queste righe di leggere, magari d’un fiato, il libriccino, per partecipare al dibattito di allora, del quale esso fa da documento. Si scoprirebbe magari come, facendo un salto di quattro secoli, sulla circolazione dei testi, o sulle velleità classificatorie del sapere, oggi innervate di nuove discipline, sul bilico tra eclettismo e specialismo, sui continui tentativi di etichettare la conoscenza secondo indirizzi filosofici, politici o religiosi, o sul tema della genuinità o autorevolezza delle fonti, o su quello dell’attento scrutinio delle diverse posizioni, esso si rivelerebbe ancora molto attuale. Attuale, molto, proprio nel tempo in cui Google, Amazon ed altri soggetti e dinamiche “modernissimi” incidono significativamente sulla vita del libro e dei libri e con essi sulla circolazione del sapere. Attuale perfino sull’accesso pubblico o meno da riservarsi ai grandi tesori bibliotecari: “si ingannerebbe chi […] s’immaginasse di […] condannare tanti buoni spiriti ad un silenzio perpetuo”. Non sorprenderà allora leggere, nella bella prefazione di Bray, che “la biblioteca universale tratteggiata da Gabriel Naudé sintetizza […] l’ideale critico e cosmopolitico di una cultura europea che in quegli anni si andava definendo”. Passaggio suggestivo, oggi che quella cultura, nata su carta tenuta a filo refe, pare del tutto trasposta sulla sola volgare filigrana della cartamoneta. Ma per questi pensieri, l’ho detto, non ho adeguata qualifica. leggere naude2Propongo qui invece, dal nostro punto di vista di curiosi, soltanto il giocoso arbitrario esperimento di prendere il delizioso libello come un immediato prontuario di consigli semplici, pratici, didascalici, per formarsi ciascuno il proprio mondo di libri. Compulsate l’indice: perché bisogna essere curiosi di creare biblioteche; la quantità di libri che bisogna metterci; di quale qualità e condizione debbono essere i libri; con quali mezzi essi si possono recuperare. E poi ancora: la disposizione del luogo in cui conservarli; l’ordine che conviene dare ai libri; finanche l’ornamento e la decorazione che bisogna dare a una biblioteca. E’ lì che si trova ancora oggi tutto il fascino autentico e fresco dello scritto. E’ lì che s’annida la più immediata curiosità del lettore, è lì che si propongono semplici e classici strumenti per costruirsi, con i propri libri, la propria libertà personale. Kindle? Più in là probabilmente arriveremo anche a quello.

 

Rocco Infantino

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